_La cattedrale di San Giovanni. — Teodolinda regina dei
Longobardi. — Il Tesoro. — Il Palazzo del comune. — Il Pretorio.
— Bernardino Luini alla Pelucca. — Il Seminario. — Altri
stabilimenti._
Per cominciare la nostra gita da qualche punto considerevole ci
trasporteremo direttamente a Monza, antichissima città, illustre per
vicine e lontane memorie, che furono raccolte dal Moriggia, dallo
Zucchi e più largamente dal canonico Frisi[4].
Lasciando ad altri la cura di parlare di proposito di esse, noi staremo
paghi a ripeterne quel tanto che torni bene al nostro lavoro.
La _cattedrale_ che sorge nel cuore della città riconosce la sua
edificazione dalla regina Teodolinda che, al dir di Paolo Warnefrido,
la fece fabbricare «per sè, pel figliuolo, per la sua figlia e per
tutti i Longobardi italiani, onde avessero San Giovanni avvocato presso
Dio per tutti i Longobardi».
La devota fondatrice è ricordata in più luoghi del tempio. Sulla
facciata vedi questa regina in atto di presentare a San Giovanni
Battista una corona gemmata, nel bassorilievo a mezzaluna al di sopra
della porta maggiore d'ingresso, la vedi altresì sul pronao in un
tondo, a cui risponde un altro raffigurante Adaloaldo suo figlio; ti
appare ancora in un evangelio da lei donato alla chiesa monzese come
ricorda l'appostavi iscrizione:
DE DONIS DEI OFFERIT THEODOLINDA REGINA
GLORIOSISSIMA SANCTO IOHANNI BAPTISTÆ IN BASILICA
QUAM IPSA FUNDAVIT IN MODICIA PROPE
PALATIUM SUUM[5].
Finalmente si crede che le ossa di lei unite a quelle del suo figlio
riposino nell'urna vicina alla sagrestia poco discosta dai freschi che
raffigurano le sue gesta.
La facciata, obbliqua al correre delle tre navate, è di liscio marmo,
tagliata da sei filoni; fra i due di mezzo un finestrone rotondo,
fiancheggiato da due altri di minore circuito; sulla porta maggiore
una statua metallica del Precursore, sotto cui un terrazzino di marmo
bianco sostenuto da due colonne di serpentino a cui servono di base due
leoni.
La torre alta centotrentacinque braccia, detta volgarmente il _Grandone
di Monza_, bellissimo lavoro di Pellegrino Pellegrini (cominciato
nel 1592 terminato nel 1606), è una delle vedette più propizie per
contemplare ad un volgere d'occhio le amenità della Brianza.
Nel secolo XIV. in cui il fervore religioso toccava l'auge della
sua potenza, i Monzesi, bramosi di allongare la loro cattedrale, vi
aggiunsero due archi, riducendola così alla lunghezza di braccia 122,
ed alla larghezza di 48, commettendone la facciata, il pulpito, il
battistero allo svizzero Matteo Campioni, forse il migliore architetto
italiano de' suoi tempi, di cui leggi l'epitafio nell'esterno della
cappella del Santo Chiodo in questa medesima basilica, che dice:
HIC JACET ILLE MAGNUS EDIFICATOR DEVOTUS MAGISTER MATHEUS DE
CAMPILIONO QUI NUNC HUJUS SACROSANTE ECCLESIE FATIEM EDIFICAVIT
EVANGELICARIUM AC BAPTISTERIUM QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXXXXVI
DIE XXIIII MENSIS MAII[6].
Fra le molte pitture, ond'è questa chiesa decorata nell'interno, sono
d'Isidoro Bianchi i freschi sulla volta, del Montalto e di Giulio
Cesare Procaccino i laterali all'altare maggiore, del Guercino da Cento
il quadro della Visitazione, di Bernardino Luini quello di San Gerardo.
In un altare a sinistra del maggiore, è custodita la rinomata _Corona
ferrea_, tutta d'oro puro, brillantata di ventidue pietre preziose,
fatta a guisa di cerchio senza raggio, e divisa in sei pezzi, legati
fra loro con versatili cerniere. È resa sacra da una lamina di ferro
che la circonda nell'interno, e che, secondo un'antica credenza, è
uno de' chiodi della Passione. Solevano di essa coronarsi gli antichi
re Longobardi e Italiani; se ne fregiò pure in Bologna Carlo V.,
ma dopo lui rimase inoperosa fino al 1805 in cui l'eroe del nostro
secolo volle richiamarla all'antica destinazione ricevendola dalle
mani dell'arcivescovo Caprara nel duomo di Milano, e ponendola da sè
medesimo sul proprio capo.
Nella sagrestia è a vedersi il ricco tesoro, preziosi oggetti in
argento ed oro, fra cui la rinomata chioccia coi pulcini, ed altre
ricchezze largite a questa chiesa da magnifici sovrani. Tanto valore
non potè sfuggire all'avidità dei repubblicani, quando nel 1796
rapirono le ricche suppellettili delle chiese, per trasportarle sulle
rive della Senna, ma fortunatamente nel 1816 con solenne cerimonia fu
dai Monzesi ricuperato.
Di moderno non ha la cattedrale che il pulpito disegnato dal profess.
architetto Amati, uno degli illustri viventi che onorano questa loro
patria, e l'altare disegnato dall'Appiani. Sotto l'atrio attiguo alla
chiesa, entro una nicchia perpendicolare e difesa da un usciolo di
legno è lo scheletro disseccato di quell'Estore Visconti, figliuolo
naturale di Bernabò e Beltramola Grassi di Cantù, che avendo usurpato
il dominio di Monza, valorosamente si sostenne contro Facino Cane,
finchè un colpo di spingarda fiaccatogli lo stinco sinistro, il tolse
di vita nel 1413. Quali sensi ti corrono al cuore ricordando le gesta
gloriose d'un eroe in faccia al suo cadavere indolente!
Una storia di Monza, anche dopo quella del Frisi, sarebbe un campo
quasi vergine ancora, quando uno volesse assumere la lunga fatica di
minutamente esaminare le molte carte e pergamene deposte nell'archivio
dove troverebbe larga messe da raccogliere, giovevole anche alla storia
generale del Milanese e dell'Italia. Colla cattedrale si raffronta
assai bene per antichità il _Palazzo del Comune_ sotto le cui due
aguzze navate oggi l'erbajuolo, il pollajuolo ed il merciajo tengono i
loro mercati. Pare che il tempo dell'erezione di questo antico edifizio
paralellogrammo, che da Sire Raul e Morena, apologisti del Barbarossa,
viene a questo imperatore attribuita, debbasi dedurre dall'iscrizione
sovra la porta del Pretorio contiguo ad esso ove è detto:
✠ MCCLXXXXIII DE MENSE JUNII..... IN REGIMINE NOBILIS ET POTENTIS
MILITIS DNI PETRI VICECOMITIS POTESTATIS BURGI DE MODOETIA FACTUM
FUIT HOC OPUS[7].
Al di sopra di quelle due vôlte, nella loro lunghezza aperta da
cinque archi, stendesi l'ampia sala ove si raccoglieva il consiglio
comunale. La ringhiera, parte integrale di questi pubblici convegni,
la quale appare più recente dell'edificio, mostra sulla sua spalletta
due vipere, insegna della potenza viscontea, un cimiero, una luna
crescente, ed in mezzo un'aquila che stringe fra gli artigli un cervo,
simbolo delle miserabili contese guelfe e ghibelline.
La facciata settentrionale alla sua sommità si tramuta in una torre
quadrata a cupola conica, su cui era collocata la solita campana per
radunare il popolo a consiglio. È volgare credenza che su questa torre
sia stato collocato il terzo orologio a martello[8], poichè in un
antico necrologio di Monza scritto in latino si legge: _1347 ultimo
di marzo. Il savio uomo Leone Frisi custode della chiesa di Monza
fece recar da Milano in detta chiesa di Monza un orologio fatto da
maestro Giovanni, Maestro de' grandi Signori di Milano_. Questi sarebbe
Giovanni Dondi, quel medesimo che fabbricò l'orologio di San Gottardo,
e che con lautissimo stipendio si trovava appunto ai servigj dei
Visconti.
E la signora di Monza? Diventò personaggio troppo importante perchè
uno voglia venire in questa città senza richiedere di questa Virginia
Leyva, nipote d'Antonio De-Leyva, spagnuolo, principe d'Ascoli, buon
soldato, ma cattivo nel resto, cui Manzoni mascherò sotto il pseudonimo
di Geltrude. Condusse la sua stentata gioventù nel monastero delle
Umiliate di _Santa Margherita_, presso il quale sorgeva il palazzo
della famiglia Osio a cui apparteneva Gian Paolo, che sedusse la
Virginia, trafugò una conversa e le due monache Ottavia Rizia e
Benedetta Felicia che poi assassinò. La casa dell'Osio fu per ordine
del senato nel 1608 ruinata dalle fondamenta e postavi una _colonna
infame_ su cui scolpita la sua sentenza. In appresso il luogo fu
convertito in un giardino, che ora è unito al _Collegio Bianconi_.
Il _Seminario_, a cui si spiana dinanzi una piazza quadrilunga è
disegno dell'architetto Giacomo Moraglia, nome notissimo ai Brianzuoli
che ebbero eretti da lui tanti edificj sacri e profani, e del quale
speriamo vedere tra poco condotto a termine anche il disegno della
chiesa di San Gerardo, che dall'operosa carità d'alcuni devoti si sta
innalzando al concittadino e patrono dei Monzesi, il quale nel secolo
XIII. eresse in patria un ospitale e segnalò la sua indomabile umanità
fra le miserie d'una micidiale pestilenza.
Abbiamo già nominato il quadro di Luini che rappresenta questo santo
nella cattedrale; del medesimo pittore si credono pure due freschi uno
nel _Palazzo municipale_, l'altro sulla porta della _Casa d'industria_.
Il qual Bernardino Luini stette qualche tempo nell'ospitale ritiro
della _Pelucca_, rimpiattato dalle indagini della Inquisizione, che lo
voleva al suo tribunale. Poichè, mentre il pittore coloriva i misteri
della Passione nella chiesa di San Giorgio in Palazzo a Milano, il
proposto di questa, con cui non se la diceva troppo bene, salito sul
ponte ove stava lavorando il pittore pose il piede sur un'assicella,
che si scompose e gli cade di sotto, ed il sacerdote ne precipitò
arrivando a terra colle cervella sfondolate. Ne fu dato carico a
Bernardino, che vistosi in aria cattiva, stimò miglior partito cercar
salvezza nella fuga, e travestito da mugnajo si ridusse nella villa dei
_Pelucchi_, dove trovò protezione e sussidj, e dove in ricambio frescò
le pareti e condusse probabilmente i dipinti nominati di sopra.
Ma l'oggetto onde il nome di Monza suona anche in lontani paesi e
trae maggior numero di visitatori è il Parco reale, che comprendendo
quattordici mila pertiche di terreno è dei più vasti d'Italia. Noi
diremo qualche cosa di esso, dopo aver fatto un breve giro nella
principesca villa che vi è unita, grandioso lavoro di Piermarini.