XIX.

L’alba dell’indomani però chiarì che l’ultimo Tedesco era scomparso da

Camerlata; e che oramai tutta la colonna dell’Urban s’era riconcentrata

tra Barlassina e Monza sulla strada di Milano. Allora Garibaldi,

incapace d’immobilità, pensò di approfittare della ritirata del nemico,

e per usar una delle sue frasi predilette, «di far qualcos’altro.»

Affidata a Gabriele Camozzi, commissario regio per Bergamo,

l’organizzazione militare; lasciata la compagnia del Fanti a proteggere

Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi; inviata collo stesso

ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati, stimolati i suoi

Cacciatori e concessa loro per riposo tutta quella giornata del 28; la

mattina del 29, all’improvviso, senza svelare ad alcuno il suo disegno,

fa battere l’assemblea, e contromarcia col resto della brigata,

di molto assottigliata dai morti, dai feriti, dagl’infermi, dai

distaccati,[198] per Olgiate e Varese.

Dove si andava? a che mirava? s’affretta a chiedergli qualcuno del

suo Stato Maggiore. «Andiamo, rispose, a incontrare i nostri cannoni

a Varese.» Infatti il Ministro della guerra s’era finalmente deciso

ad inviare ai Cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna, che

dovevano, nella mente sua, sostituire i quattro cannoncini che il conte

Francesco Annoni aveva regalati a Garibaldi fin da Torino e che s’erano

arrenati per via, non sappiamo nè come nè dove. Ma i cannoni erano

un pretesto, o tutt’al più un fine accessorio: altro era l’intento di

Garibaldi. Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una

base sul Lago Maggiore; quindi d’impadronirsi di Laveno, che ne era uno

dei punti dominanti. Marciava perciò a quello scopo, e fidando sulla

ritirata e lo scompiglio del nemico, sulla rapidità e segretezza delle

proprie mosse, sperava riuscirvi. Ora fino a qual punto quello scopo

fosse utile a conseguirsi, e se esso compensasse i pericoli di quella

contromarcia rischiosa, lo discuteremo in appresso; per ora seguiamo i

passi dei combattenti e vediamo i fatti.

Passata la notte del 30 a Varese, muove all’alba dell’indomani per

la gran strada di Laveno; giunto a Gemonio, sosta, studia il piano,

raccoglie notizie del forte a cui mira; quindi deciso di tentarne la

notte stessa la sorpresa, s’inoltra colla brigata fino a Cittiglio;

lascia dietro di sè a Brenta sulla strada di Valcuvia, sua linea di

ritirata, il secondo Reggimento, ed a Gemonio, sulla strada di Varese,

donde era possibile, se non probabile, una comparsa dell’Urban, il

terzo; manda segretamente il Bixio e il Simonetta sull’altra sponda

del lago, perchè vi raccolgano barche ed armati, con cui tentare

un abbordaggio contro qualcuno de’ vapori austriaci ancorati presso

Laveno; e ciò fatto volta a sinistra per Mombello e va a collocarsi a

due chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per

attaccarlo.

E gli ordini erano stati buoni; i soli possibili forse: se a frustrarli

non avesse cospirato quel nemico quasi fatale di tutte le imprese

notturne, generatore inevitabile di confusione, d’equivoci, di

terrori: il buio. E invero, e tralasciando i particolari, il capitano

Bronzetti, che doveva con una compagnia cogliere di sorpresa il forte

di Castello dal lato settentrionale, viene abbandonato dalle guide,

perde la via e non arriva al posto; il capitano Landi, cui spettava

penetrare non visto con un’altra compagnia dal lato meridionale, è

scoperto prima del tempo dalle vedette, incontra un’inattesa strada

coperta, guernita di nemici là dove credeva trovare un orto indifeso,

combatte un’ora valorosamente, lascia sul terreno feriti i luogotenenti

Gastaldi e Sprovieri, sino a che, ferito egli stesso, è costretto a

ritirarsi nella fretta e nel disordine inevitabili a tutte le imprese

notturne fallite. E il forte, naturalmente, desto dall’inopinato

allarme, dà fuoco a tutte le sue batterie, tempesta di palle il

terreno circostante, comunica l’allarme ai vapori, i quali accortisi

delle barche condotte dal Bixio e dal Simonetta le ricevono a bordate

e mettono ben presto lo spavento nella ciurma inesperta, che urlando

«a terra a terra» si sgomina, e nonostante le preghiere, i comandi,

le minaccie de’ suoi intrepidi condottieri, volta precipitosamente le

prue.

Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi calato il berretto

sugli occhi, soffocando l’ira nel cuore, borbottando: _maledetta

paura!_ (e rispetto agli assalitori del forte abbiamo veduto che aveva

torto e che paura non ci fu), ordina la ritirata su Cittiglio, e colà

si ricongiunge in buon ordine ai corpi che aveva lasciati a Brenta ed a

Gemonio.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 144 / 168 题