L’alba dell’indomani però chiarì che l’ultimo Tedesco era scomparso da
Camerlata; e che oramai tutta la colonna dell’Urban s’era riconcentrata
tra Barlassina e Monza sulla strada di Milano. Allora Garibaldi,
incapace d’immobilità, pensò di approfittare della ritirata del nemico,
e per usar una delle sue frasi predilette, «di far qualcos’altro.»
Affidata a Gabriele Camozzi, commissario regio per Bergamo,
l’organizzazione militare; lasciata la compagnia del Fanti a proteggere
Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi; inviata collo stesso
ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati, stimolati i suoi
Cacciatori e concessa loro per riposo tutta quella giornata del 28; la
mattina del 29, all’improvviso, senza svelare ad alcuno il suo disegno,
fa battere l’assemblea, e contromarcia col resto della brigata,
di molto assottigliata dai morti, dai feriti, dagl’infermi, dai
distaccati,[198] per Olgiate e Varese.
Dove si andava? a che mirava? s’affretta a chiedergli qualcuno del
suo Stato Maggiore. «Andiamo, rispose, a incontrare i nostri cannoni
a Varese.» Infatti il Ministro della guerra s’era finalmente deciso
ad inviare ai Cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna, che
dovevano, nella mente sua, sostituire i quattro cannoncini che il conte
Francesco Annoni aveva regalati a Garibaldi fin da Torino e che s’erano
arrenati per via, non sappiamo nè come nè dove. Ma i cannoni erano
un pretesto, o tutt’al più un fine accessorio: altro era l’intento di
Garibaldi. Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una
base sul Lago Maggiore; quindi d’impadronirsi di Laveno, che ne era uno
dei punti dominanti. Marciava perciò a quello scopo, e fidando sulla
ritirata e lo scompiglio del nemico, sulla rapidità e segretezza delle
proprie mosse, sperava riuscirvi. Ora fino a qual punto quello scopo
fosse utile a conseguirsi, e se esso compensasse i pericoli di quella
contromarcia rischiosa, lo discuteremo in appresso; per ora seguiamo i
passi dei combattenti e vediamo i fatti.
Passata la notte del 30 a Varese, muove all’alba dell’indomani per
la gran strada di Laveno; giunto a Gemonio, sosta, studia il piano,
raccoglie notizie del forte a cui mira; quindi deciso di tentarne la
notte stessa la sorpresa, s’inoltra colla brigata fino a Cittiglio;
lascia dietro di sè a Brenta sulla strada di Valcuvia, sua linea di
ritirata, il secondo Reggimento, ed a Gemonio, sulla strada di Varese,
donde era possibile, se non probabile, una comparsa dell’Urban, il
terzo; manda segretamente il Bixio e il Simonetta sull’altra sponda
del lago, perchè vi raccolgano barche ed armati, con cui tentare
un abbordaggio contro qualcuno de’ vapori austriaci ancorati presso
Laveno; e ciò fatto volta a sinistra per Mombello e va a collocarsi a
due chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per
attaccarlo.
E gli ordini erano stati buoni; i soli possibili forse: se a frustrarli
non avesse cospirato quel nemico quasi fatale di tutte le imprese
notturne, generatore inevitabile di confusione, d’equivoci, di
terrori: il buio. E invero, e tralasciando i particolari, il capitano
Bronzetti, che doveva con una compagnia cogliere di sorpresa il forte
di Castello dal lato settentrionale, viene abbandonato dalle guide,
perde la via e non arriva al posto; il capitano Landi, cui spettava
penetrare non visto con un’altra compagnia dal lato meridionale, è
scoperto prima del tempo dalle vedette, incontra un’inattesa strada
coperta, guernita di nemici là dove credeva trovare un orto indifeso,
combatte un’ora valorosamente, lascia sul terreno feriti i luogotenenti
Gastaldi e Sprovieri, sino a che, ferito egli stesso, è costretto a
ritirarsi nella fretta e nel disordine inevitabili a tutte le imprese
notturne fallite. E il forte, naturalmente, desto dall’inopinato
allarme, dà fuoco a tutte le sue batterie, tempesta di palle il
terreno circostante, comunica l’allarme ai vapori, i quali accortisi
delle barche condotte dal Bixio e dal Simonetta le ricevono a bordate
e mettono ben presto lo spavento nella ciurma inesperta, che urlando
«a terra a terra» si sgomina, e nonostante le preghiere, i comandi,
le minaccie de’ suoi intrepidi condottieri, volta precipitosamente le
prue.
Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi calato il berretto
sugli occhi, soffocando l’ira nel cuore, borbottando: _maledetta
paura!_ (e rispetto agli assalitori del forte abbiamo veduto che aveva
torto e che paura non ci fu), ordina la ritirata su Cittiglio, e colà
si ricongiunge in buon ordine ai corpi che aveva lasciati a Brenta ed a
Gemonio.