Nel pomeriggio del 3 stacca la marcia da Monterotondo; il 6 è a
Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l’8 a Terni, dove s’incontra col
colonnello Forbes, che viene a portargli una colonna di ottocento
uomini, resti di molti corpi sbandati nella campagna, e due altri pezzi
di cannone.
Ma Terni è centro di cinque vie; per essa si può tanto salire a
Foligno, quanto ridiscendere a Rieti; come voltare per Narni e Viterbo,
come salire a Todi e Perugia; quale sarà la buona? Garibaldi non cerca
a lungo. Lancia in ogni passo scorribande per ingannare gl’inseguenti;
spinge un’avanguardia di cavalli fino a San Gemini sulla strada di Todi
e il dì appresso (9 giugno) vi si conduce egli stesso col grosso del
corpo. Colà però l’orizzonte comincia a intorbidarsi.
Troppo facile batter le mani da Piazza Vaticana, al programma «fame,
sete, battaglie;» ma eseguirlo giorno per giorno, punto per punto, qui
la difficoltà, hoc opus, hic labor, e s’intende che nemmeno a tutti
coloro cui bastava l’animo bastasser parimente le forze. Tanto più
che, sarebbe vano nasconderlo, della gente che Garibaldi traeva seco
non tutti certamente erano quel fiore d’eroi, e quella quintessenza
di galantuomini che il Capitano nella credula mente aveva sognato.
Molti aveva spinto sotto le sue insegne indomito amor di patria, o
innocente vaghezza di avventure, ma non pochi altresì la vita famelica
e disperata, la gola di bottino, la speranza di pescare nel torbido,
o perdersi nel fosco; se pur, a dir tutto, non v’era taluno cui non
era discaro di coprire col camiciotto del volontario qualche vecchia e
incomoda magagna di polizia.
Però nulla di più naturale che sintomi di scoramento, di stanchezza e
d’indisciplina fossero apparsi nelle file sin dai primi giorni; che
le diserzioni prima a frotte, poi in massa, fossero già cominciate
e andassero crescendo; che i reati di violenza, di ladroneccio,
d’insubordinazione sempre più spesseggiassero, e malgrado la espressa
volontà del capo di reprimerli energicamente, non fossero sempre
scoperti e puniti; che infine, per tutte quelle cagioni che erano
inseparabili da siffatta impresa, la colonna ne restasse ogni giorno
più assottigliata, indebolita e scompigliata.
Aggiungasi che le popolazioni sobillate da chierici venivano
manifestandosi sempre più ostili; sicchè grande la difficoltà di
procacciarsi viveri, ricoveri, guide, notizie, quanto ad una truppa
in guerra, specie a quella, sarebbe stato indispensabile; impossibile
poi ottenere checchessia da frati e monache, che sbarravano in
faccia ai Garibaldini le porte de’ loro conventi, li accoglievano
talvolta a schioppettate, sguinzagliavano contro di loro, come in
quel di Todi, persino i mastini di guardia; rendevano necessari
castighi e rappresaglie, che di contraccolpo inasprivano i conflitti
e assiepavano di nuovi triboli e maggiori perigli la via già tanto
tribolata e perigliosa. Infine, cosa più grave, due dei quattro
inseguenti s’avvicinavano a gran passi, e il terreno sul quale
Garibaldi poteva manovrare andava sempre più restringendosi. Concordi
notizie infatti recavano che da un lato i Francesi del Morris erano
già mossi da Viterbo in marcia per Orvieto, e che dall’altra gli
Austriaci concentrati a Foligno, come annunziava in un suo bando il
generale Stadion, si preparavano a marciare su Todi, «per ridurre al
dovere le masnade che infestano le terre occupate dalle vittoriose armi
dell’Impero.» Ora, chi pensi che Todi è quasi al centro del trivio
Orvieto-Perugia-Foligno, intenderà quanto fosse arduo il problema
che a Garibaldi veniva imposto. Se marciava per la via di Foligno o
di Perugia, dava di cozzo negli Austriaci; se per l’altra d’Orvieto,
andava ad urtar nei Francesi; se fermava il campo a Todi, rischiava
d’averli sulle spalle entrambi. Tutto considerato, non gli restava
sui nemici che un vantaggio di poche miglia e di poche ore; e avendo
indovinato che in quelle poche ore e in quelle poche miglia stava la
salvezza, se la conquistò da par suo. Manda a scorazzare la strada di
Foligno per far credere che egli mira di là; spedisce il Müller con
i suoi cavalli scortato da una compagnia della Legione a perlustrare
i dintorni d’Orvieto, coll’ordine di spingere esploratori fin sulla
strada Montefiascone-Viterbo; seppellisce i due cannoni del Forbes
e non serba che il cannoncino di montagna; e quando è assicurato dai
suoi scorridori che i due nemici sono tuttora tanto lontani da potervi
scivolare in mezzo, lascia Todi la sera del 12, passa il Tevere a
Ponte Acuto, e s’incammina per Orvieto non tuttavia per la maestra,
ma per la viottola più montuosa ed obbliqua di Brodo, dove nella
giornata del 13 pianta il campo. E Brodo, basta un’occhiata alla carta
per accertarsene, offriva ancora un altro grandissimo vantaggio: lo
allontanava d’una tappa così dai Francesi come dagli Austriaci, senza
scostarlo per questo dalla Toscana, sua mèta; verso la quale era sempre
libero di camminare, sia per la grande strada Orvieto-Siena, sia per
Val di Chiana, per mezzo della quale poteva sbucar sotto Arezzo.
Ma il 13 sera, essendosi per altre perlustrazioni accertato che il
generale Morris era ancora lontano, si decide a staccare la marcia per
Orvieto, presso la quale città giunge sul mattino del 14. Quivi però,
saputo che i Francesi avevano ordinato quattromila razioni di pane,
segno della loro vicinanza, e visto l’animo ostile degli Orvietani che
per prima accoglienza gli serrarono le porte in viso, decide saviamente
di tornare all’aperto, prendendo, per ogni evento, una buona posizione
a cavaliere della strada di Ficulle, verso cui s’incamminava. A sera
però gli Orvietani, ridesti da una scintilla di patriottico pudore,
apersero le porte, cedettero a Garibaldi il pane destinato ai Francesi,
e vollero essi pure festeggiare il famoso uomo che consentì a salire
in città. Ma non per questo egli s’indugia, e nel pomeriggio del 15,
mezz’ora prima che i Francesi entrassero in Orvieto, aveva già levato
il campo e marciava di buon passo verso Ficulle. Vi arriva a sera;
e a ciel sereno, in un bel prato, una fresca fontana poco lunge, la
moglie accanto, le stelle sul capo, i nemici d’ogni intorno, ma sempre
la speranza nel cuore, si accampa e riposa. Non perde però tempo: i
Francesi lo serrano alle calcagna da Orvieto; gli Austriaci gli muovono
novamente incontro da Perugia, e bisogna studiare il passo.
Parte la mattina del 16; fatte poche miglia, abbandona la strada
maestra e si butta a Sole, dove rifiata poche ore; la notte del 16, per
alpi disabitate e sentieri impervii, sotto una pioggia dirottissima e
in mezzo a tenebre fitte guadagna tuttavia il confine toscano e giunge
al mattino del 17 a Cetona; dove la popolazione, cosa rara, gli muove
incontro festosa, onde, nota l’Hoffstetter, «fu quella la prima volta
che la brigata, dacchè era uscita da Roma, dormì acquartierata.» Ma
_uno avulso non deficit alter_: liberatosi da uno dei persecutori,
perchè i Francesi non possono sconfinare in Toscana, gliene restano
sempre di fronte altri due: gli Austriaci che scendono da Perugia a
sbarrargli il passo; e i Toscani che tenevano presidii tra Sarteano
e Chiusi e potevano, se non arrestarlo, impacciare i suoi movimenti e
molestarlo.
Pure non se ne sgomenta. Fortificatosi a Cetona, circondati i suoi
fianchi d’imboscate, coperte le sue spalle di pattuglie, manda
celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano
e Chiusi, e quando gli riportano d’averne snidati e messi in fuga
pochi Toscani[152] ivi appiattati, ripiglia la marcia; dorme il 17
a Sarteano; entra il 18 a Montepulciano, dove uomini, donne, frati,
fanno a chi più lo colma di cortesie, di carezze, di banchetti; e dove,
esaltato probabilmente da quelle accoglienze strepitose, pubblica un
ardente manifesto ai Toscani, col quale li invita ad insorgere contro
la tirannide domestica e straniera. Fu però l’illusione d’un istante:
l’appello si perdette nella profonda indifferenza delle popolazioni,
come un tizzone in un’acqua morta; e Garibaldi, presago oramai di
quello che l’attendeva in Toscana, ma parato ad ogni fortuna, continua
il suo fatale cammino.
Giunto però sull’albeggiare del 20 a Torrita, prende una grande
risoluzione! Visto l’effetto del manifesto di Montepulciano, e forzato
da troppi indizi a convenire, che se mai v’era cosa, in quei giorni,
impossibile era un’insurrezione toscana, delibera istantaneamente
di mutar obbiettivo e schacchiere, di abbandonare al più presto
il Granducato e il centro d’Italia e di prendere per nuova mèta
l’Adriatico e Venezia! A che pro infatti sforzarsi a galvanizzare de’
popoli morti, se Venezia viveva ancora? Perchè ostinarsi a suscitare
da ceneri estinte l’incendio? Là sulla Laguna ardeva sempre quel
grande focolare, in cui si concentrava ancora quanto di fuoco esisteva
in Italia! Venezia era tutto per Garibaldi! A Venezia l’Italia; a
Venezia la libertà; a Venezia l’onore; a Venezia la guerra; a Venezia
infine due campi: la terra per il soldato del 30 aprile, il mare
per l’ammiraglio di _Las Cruces_; due campi a lui famigliari come
all’anfibio i meandri del suo fiume e i recessi delle sue rive, e nei
quali egli poteva ancora, favorendo la fortuna, rinnovare i prodigi di
Montevideo, e colla duplice natura donatagli da Dio servire due volte
la patria.
Però fin da quel giorno Garibaldi ha già fermato il suo piano: salire
fin presso Arezzo; passare, riguadagnando qualche marcia sui Tedeschi,
dal Subapennino al grande Apennino; scendere tra Pesaro e Ravenna
all’Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno e veleggiare per
Venezia.