E così finì la prima impresa di Garibaldi in Italia!
Chi la riguardasse come una campagna di guerra si dilungherebbe dal
vero; ma chi la giudicasse soltanto un tentativo pazzo, insensato, si
dilungherebbe dal giusto. Essa fu quello che solamente poteva essere:
una protesta armata contro l’armistizio Salasco; protesta che non
avrebbe potuto approdare ad alcun fine, e Garibaldi lo capiva quanto
chicchessia, se non la secondava la riscossa generale de’ Lombardi;
ma che anco abbandonata a sè stessa, restava sempre l’audace disfida
d’un eroe e la disperata rivolta d’un patriotta, di cui, al postutto,
soltanto l’eroe-patriotta e i pochi suoi seguaci avrebbero sopportate
le conseguenze.
Militarmente considerata, la mossa di Morazzone fu una delle più ardite
che la mente d’un guerillero potesse immaginare; ma la sola, nel suo
caso, possibile. Posto tra le branche di tre corpi nemici, che ad ogni
ora si rinserravano, s’egli avesse tardato un giorno solo a sfuggire
alle loro strette, sarebbe rimasto inevitabilmente strozzato. Chiunque
infatti getti una occhiata sulla carta del terreno, sul quale Garibaldi
si trovava la mattina del 23 agosto, e pensi che le strade di Luino,
Varese, Como erano occupate dagli Austriaci, vedrà che il condottiero
di que’ primi mille poteva bensì inebbriarsi della disperata speranza
di aprirsi a baionetta calata una porta nel serraglio nemico e
riparare, coi laceri avanzi de’ suoi prodi, su qualche punto della
Svizzera; ma una lusinga qualsiasi di protrarre d’un sol giorno di più
la guerra, non la poteva più nutrire. Garibaldi era innanzi al dilemma:
stando fermo, essere certamente schiacciato tra ventiquattro ore;
muovendosi, esserlo assai probabilmente fra alcuni giorni; e preferì
naturalmente quest’ultima sorte.
Oltre a ciò, è egli veramente dimostrato che la marcia
Induno-Morazzone, per temeraria che vogliasi dire, non offrisse
alcuna probabilità di un successo migliore, almeno della immobilità,
o levasse, perchè la questione è questa sola, ogni speranza d’un
fine più glorioso? Noi non lo crediamo. Se la mossa di Garibaldi non
era subito scoperta; se egli poteva lasciar riposare la sua truppa
ventiquattr’ore, nulla gli vietava di piombare addosso di sorpresa
alle spalle del nemico; fors’anco, poichè l’effetto delle sorprese è
sempre incalcolabile, di sgominarlo. Che se il nemico, cosa probabile,
riavutosi presto dall’inopinato assalto, si fosse gettato con tutte
le sue forze contro di lui, a Garibaldi restava sempre la soluzione
finale offertasegli pochi giorni innanzi in Valgana: armeggiare fin
che poteva, farsi largo colla baionetta, ritirarsi o in Isvizzera o in
Piemonte, e in ogni caso cadere molto più tardi e con terribile gloria.
Comunque, questo è certo, che Garibaldi riuscì a mettere in moto
per sè solo e a trarsi dietro per dodici giorni circa quindicimila
Austriaci; che egli seppe per tre giorni ingannare sulle sue mosse uno
de’ più accorti e provetti generali dell’Impero; che l’ultima cartuccia
bruciata su terra lombarda contro lo straniero fu bruciata da lui.
Il migliore riepilogo pertanto di quella campagna lo fece lo stesso
generale D’Aspre, il quale scoprendo in tutte le azioni del suo
avversario i lampi d’un genio militare, che gl’Italiani oggi ancora non
hanno finito di riconoscere, diceva pubblicamente ad un magistrato:
«L’uomo che avrebbe potuto esservi utile nella vostra guerra
d’indipendenza del 1848, l’avete disconosciuto: era Garibaldi.[109]»