PREFAZIONE.

Amai Garibaldi con affetto di figlio e fedeltà di soldato: lo seguii

nelle sue imprese da Varese a Milazzo, dal Volturno a Condino, da

Aspromonte a Mentana; vissi con lui in Caprera circa nove mesi nella

dolce intimità della vita domestica, ed ebbi l’immeritata fortuna

di accompagnarlo nel suo gran Trionfo d’Inghilterra; fui sovente il

depositario e l’interpetre de’ suoi più nascosi pensieri, e, onore

anche più grande, non mi fu negato di fargli sentire, talvolta, i

consigli di quella che a me pareva la Verità; subii, come tutti coloro

che l’accostarono, il fascino della sua eroica bellezza; piegai, come

i più, all’impero della sua grande anima dittatoria, ma, liber’uomo

in faccia al Liberatore, ne sostenni i fulgori, e seppi scorgerne le

ombre; e spero che tutte queste ragioni mi giustificheranno presso ogni

discreto lettore dell’audacia di scriverne la vita.

«Una delle mille!» esclamerà qualche frettoloso. Pur troppo! Anzi fra

pochi giorni si potrà soggiungere: una delle migliaia! E in verità se

non avessi dovuto ripensare ad altro che a quanto fu scritto in passato

e si scriverà ancora in avvenire, nei secoli più lontani, intorno a

Garibaldi, la tentazione di presentarmi anch’io a questo universale

torneo di penne, non mi sarebbe passata pel capo. Soltanto non bisogna

dimenticarsi che se la bibliografia di Garibaldi è già grande, e sarà

tra poco immensa, Garibaldi lo è ancora più. Egli può dirsi, come

il Shakespeare immaginato da Vittor Hugo: infinito come l’Oceano.

Invadetelo da tutti i porti: navigatelo, corretelo, frugatelo in tutti

i sensi, e vi resterà sempre qualche seno nascosto, qualche banco

sottacqueo, qualche scogliera inavvertita, dove anche la navicella del

più umile ingegno potrà ormeggiarsi e gettar lo scandaglio.

Lo so! non correranno molti anni e ci sarà una _Letteratura

Garibaldina_, come ci è una Letteratura Omerica, Dantesca,

Shakespeariana e via dicendo; ma affinchè quella letteratura possa

sorgere degna del suo grande tema, ed acquistare un valore reale nella

storia della nostra patria e del nostro secolo, occorre anzitutto che

il pubblico dei lettori e dei critici non guardi soltanto alla mole dei

libri pubblicati sullo stesso soggetto, non li misuri tutti in fascio a

occhio e croce, non faccia il viso dell’arme ad ogni libro nuovo, solo

perchè viene ad ingrossare la catasta de’ vecchi. Abbiamo ed avremo

la farraginosa compilazione indigesta, e l’utile compendio popolare;

abbiamo ed avremo la pesante orazione accademica, e lo svelto bozzetto

giornalistico; abbiamo ed avremo il partigiano panegirico tribunizio

e la rabbiosa invettiva clericale; abbiamo ed avremo la scialba

fotografia borghese o la pettegola cronica aneddotica, e la sintesi

ardita coniata in bronzo, o la greca effigie incisa in cammeo: non

abbiamo ancora, ma forse l’avremo un giorno, la Vita Plutarchiana, il

Poema Omerico, o il Dramma Sofocleo; e confido che in questa mondiale

biblioteca non si vorrà rifiutare l’entrata anche a questo mio modesto

volume, che non è ancora, s’intende bene, la storia; ma che pure

aspira, senza jattanza come senza ipocrisia, a tentarne il primo saggio

ed a scriverne la prima sillaba.

E forse con ciò ho già detto che questo non è un libro d’occasione.

Egli segue di poche settimane la scomparsa dell’eroe; ma esso fu

meditato e preparato da tempo. Frutto sudato di quasi tre anni di

ricerche, di studi, di fatica, esso potrà meritare tutte le taccie

fuorchè quelle della estemporaneità e della fretta. Il culto stesso,

che tanto io quanto i miei giovani editori, professiamo alla memoria

venerata del grande Patriotta, ci avrebbe sempre preservati da questo

sacrilegio. Nè io avrei mai voluto deporre ai piedi della tomba recente

di Caprera il vile tributo d’una compaginatura abborracciata, nè gli

eredi dell’onorato nome di Gaspero Barbèra avrebbero mai consentito a

prestar mano ad un’opera bastarda che, sfruttando una grande popolarità

ed una grande sventura, mirasse soltanto ad occupare il già troppo

stipato mercato librario e ad impaniare in una frasconaia di pagine

rapinate il pubblico dabbene.

Ben altro fu il mio scopo; ben altra è la mia speranza. Ripensando

spesso, e come non pensarvi!, a Garibaldi; riguardando a quella

nova e portentosa figura di gigante, rifacendo nel mio pensiero il

poema di quell’epica vita, poscia leggendo o rammentando quanto si

era scritto di lui in verso e in prosa, m’era accaduto, in più d’un

caso, di consentire o d’ammirare; ma poi, riepilogando le cose lette

e confrontando il Garibaldi del mio pensiero con quello stampato

fin allora ne’ libri, chinavo il capo con un senso di scontentezza e

conchiudevo: Eppure in tutti questi volumi c’è del bello e del buono,

ma il Garibaldi vero, il Garibaldi della storia, non del romanzo; della

patria, non della parte; dell’amore, non dell’idolatria, è molto, ma

molto lontano di qui.

E va da sè ch’io non m’impanco in alcun modo a censore di coloro che

mi precedettero in questa medesima impresa, ed a molti dei quali io

stesso vado debitore di non pochi ed utilissimi sussidi. Incitati

dall’occasione, incalzati dall’ora, preoccupati principalmente di

portare, come corre il detto, il loro «sasso all’edificio,» lavorarono

co’ primi materiali che loro caddero sotto mano, scrissero come l’amore

dettava, e sarebbe davvero imperdonabile indiscretezza il chieder loro

di più.

L’ingratitudine di chi viene ultimo non sarà certo, per parte mia,

il compenso di chi ebbe il merito di essere primo. Soltanto non è far

torto a chicchessia il dire che per ragioni affatto indipendenti dalla

volontà e dall’ingegno degli scrittori anteriori, i falli trascorsi e

i vuoti rimasti ne’ loro libri sono ancora sì numerosi ed importanti,

che diventa impossibile accettar quelle opere per fondamento certo e

per modello compito d’una vera storia critica e ragionata dell’uomo

che hanno rappresentato. E rinviando al testo ed alle sue note l’esame

dei particolari, ecco in riassunto i difetti capitali e le lacune più

evidenti che scòrsi in quelle opere e più vivamente mi colpirono:

Una trascuranza ingiustificata dell’ambiente in cui Garibaldi crebbe

e si sviluppò; quindi un esame molto leggero ed una rassegna molto

affrettata di tutti quegli elementi domestici, sociali e politici,

che dall’arte paterna all’educazione materna, dai primi suoi amici

ai primi suoi viaggi, dalle sue lunghe consuetudini colla sconfinata

libertà del mare alla sua dimora decenne tra le solitudini della pampa,

contribuirono a svolgere il germe della sua vita eroica ed a plasmare

il suo carattere;

Una conoscenza scarsa ed una esposizione inadeguata della storia e

delle costumanze, delle fazioni e delle rivoluzioni appunto di quei

due Stati dell’America meridionale, il Rio-Grande e l’Uruguay, tra i

quali Garibaldi si formò; epperò una rappresentazione troppo vaga e

fantastica della parte che egli vi ebbe, degli influssi che vi subì,

del patrimonio di idee e di abitudini che ne riportò;

Un’analisi troppo superficiale od una sintesi poco fedele di tutte

quelle antinomie, quelle contraddizioni, quelle mutazioni rapide

ed assidue che frastagliano come fasci di vapori nembosi la serena

splendidezza del suo volto, e lo convertirebbero in una specie di

Proteo mostruoso, se allo storico armato della fiaccola della filosofia

mancasse l’ardire di scendere fino all’ultimo fondo gli abissi di

quell’anima, e scrutarne l’alto mistero;

Una narrazione delle sue imprese dal 1859 al 1870, specie delle

maggiori, di Marsala, Aspromonte e Mentana, veridica e piena nel

suo complesso; ma in molti particolari scarsa, in molte affermazioni

gratuita, in molti giudizi erronea, e che svisando alcuno dei tratti

più caratteristici dell’Eroe nelle tre azioni più importanti della sua

vita, svisano insieme ne’ suoi aspetti più solenni la storia del nostro

Risorgimento;

Infine, ed è forse il più, una narrazione parziale ed angusta delle

sue gesta militari, ed una sconoscenza o grossolana o meschina delle

sue doti geniali di vero e grande Capitano; parzialità, angustia e

sconoscenza che traggono origine in gran parte dai pregiudizi e dalle

gelosie della vecchia scolastica militare, che questo mio libro non

riuscirà certamente a debellare, ma che forse sforzerà ad ammutolire od

a provare il contrario.

Ora, scemare, per quanto sia da me, questi difetti e colmare, fin

dove possa, queste lacune; tentare la prima prova di una storia

ragionata e documentata di Garibaldi, nè frigida nè passionata, nè

piazzaiola nè scolastica, che prepari almeno le fondamenta della

storia futura e cominci il giudizio della posterità; ricostruire

al lume della critica e della ragione tutta intera la maravigliosa

figura del gigante, rifondendola coi frammenti più preziosi offerti

dalle opere precedenti e rassodandola sul suo eccelso piedestallo,

col sussidio dei documenti più autentici e delle testimonianze più

autorevoli che mi fosse dato raccogliere; rimontare fino alle origini

della sua grandezza, cercandone nei primi ambienti in cui si svolse

la sua gioventù, le cause ed i fattori; rifare con maggiore ampiezza

e precisione la sua vita di marinaio e cospiratore; correggere, per

ingrandirla e nobilitarla, la sua leggendaria odissea d’America,

rifacendogli d’attorno, in una storia più veridica ed accurata di quel

paese, una scena più pittoresca e più viva; difenderlo dalle partigiane

contumelie, difenderlo ancora più dalle cortigiane piacenterie;

cingere, se fosse possibile, d’aureola più luminosa il suo volto,

ma segnarne al tempo stesso i chiaroscuri, notarne le disarmonie,

confessarne le imperfezioni; affrontare, trepido ma non sgomento,

l’enigma forte della sua anima, e senza lasciarmi intimidire dalla

incantevole sfinge, nè arrestarmi ai primi aspetti del fenomeno,

cercare di penetrarlo fino al fondo, fino a quella causa prima e

a quell’idea madre che concilii gli opposti ideali in una sintesi

suprema; rinnovare con maggior larghezza e precisione tecnica la storia

delle sue campagne, fin qui immiserita o svisata, rivendicando da tutti

i preconcetti di casta e di scuola le sue geniali qualità di capitano,

e sfatando la badiale sentenza: «Fu un ardito guerrillero, non un

generale;» questi sono gli scopi principali ed accessori, temerari,

ma non superbi, di questo libro, che vorrebbe essere, se la materia

rispondesse «all’intenzion dell’arte,» un ritratto ed un quadro,

un saggio critico ed un racconto, una storia politica ed una storia

militare.

Sarò io riuscito? È l’eterna domanda di chi fa, alla quale raramente

soddisfa la risposta di chi giudica. In ogni modo questo so di certo,

che dall’istante in cui la tentazione di mettermi a questo cimento mi

colse, non ebbi più posa. Scrissi in America per aver libri; viaggiai

mezza Italia per raccogliere documenti; tempestai di lettere e di

quesiti centinaia di persone; ammucchiai nel mio studio monti di

manoscritti e di volumi, da parecchi dei quali non trassi altro frutto

che il perditempo e la noia di leggerli; misi a contributo di notizie

tutti gli amici e commilitoni del Generale; osai persino salire, nella

mia questua di documenti, le scale della Reggia, ridiscendendone,

è vero, a mani vuote (e non certo per volontà di re Umberto), ma

commosso e confuso dalle parole altamente benigne con cui il figlio di

Vittorio Emanuele volle accogliere il mio annunzio e incoraggiare il

mio libro.[1] Ma ohimè! Se lo scovare i documenti della storia passata

nella polvere degli archivi e fra le tarme dei codici è cosa difficile,

strappare le testimonianze della moderna alle mani ed alla bocca de’

contemporanei, lo è ancora più. Nessuno concede tutta la verità, o

la concede pura, o la concede in tempo. Interrogate dieci persone,

testimoni auricolari ed oculari dello stesso fatto: dieci risposte

diverse. Chi fraintende il quesito; chi annega una briciola di notizia

in una fiumana di ciancie; chi per la biografia dell’eroe vi dà la sua;

chi risponde tardi, quando il capitolo è già scritto e l’informazione è

divenuta inutile; chi non risponde affatto. Il giornale politico scrive

pel suo Delfino, il documento ufficiale dice la verità ufficiale,

il personaggio importante si tiene prudentemente abbottonato, il

vecchio cospiratore continua a cospirare, il commilitone si vanta e lo

sbarazzino inventa!

E ciò non ostante, convinto, malgrado tutti questi inciampi e questi

sconforti, che gli elementi per avviare una intrapresa consimile a

quella che io andavo vagheggiando esistessero e che anco i pochi da

me raccolti potessero bastare; convinto anche più che per condurre a

termine un’opera qualsiasi bisogna pure che qualcuno la incominci;

trassi coraggio dal pensiero di Voltaire: _que du moins j’aurai

encouragé ceux qui me feront oublier_,[2] e mi gettai allo sbaraglio.

Quali siano frattanto quegli elementi, a che si riducano i materiali di

cui potei giovarmi, le fonti a cui attinsi, gli ausilii in cui potei

confidare, è questo, se non m’inganno, il momento di dirlo e lo farò

brevemente.

Le _Vite_ e le _Storie_ stampate sino ad ora intorno a Garibaldi,

si dividono in due categorie: opere di seconda mano, compilazioni,

rifacimenti, compendi, ec., delle quali non accade occuparsi: opere

in parte o in tutto originali, tolte a sorgenti genuine, suffragate da

testimonianze solide e da autentici documenti, sulle quali soltanto si

può fare un assegnamento e che non esitai di mettere a contributo.

E fra queste, intralasciate le opere di carattere generale o le memorie

di soggetto più particolare, che si troveranno citate nel testo, ecco

ad una ad una le principali:

Prima di tutte le _Memorie_ stesse di Garibaldi confidate nel 1859 ad

Elpis Melena (signora Schwarz) colle parole: «_Bologna 29 settembre

1859. — I manoscritti da me rimessi, ad Elpis Melena sono scritti di

mio pugno_;» tradotte e pubblicate dall’Autrice in tedesco col titolo:

_Garibaldi’s Denkwurdigkeiten nach handschriftlichen Aufzeichnungen

desselben und nach autentischen Quellen_, etc., Hamburg, Hoffmann und

Campe, 1861, che vanno dalla nascita dell’eroe sino al 1849 e debbon

ritenersi il primo e fondamentale documento della sua vita. Il primo,

ma non il solo nè indiscutibile, perchè l’Autore stesso, tradito dalla

memoria o dalla fretta, cadde più volte in involontarie confusioni

di date e di fatti, e mirando in alcuni punti a descrivere più la

propria vita interiore che la esteriore, lasciò nel suo lavoro molte

dimenticanze e desiderii.[3]

E dopo le _Memorie autobiografiche edite_, vengono in ordine di

cronologia e d’importanza:

La _Biografia di Giuseppe Garibaldi_ compilata da G. B. CUNEO, Genova,

R. Tipografia Ferrando di proprietà Martini (senza data di stampa);

libretto di sole ottantaquattro pagine, ma prezioso di particolari,

specie sulle gesta dell’eroe nell’Uruguay, e che essendo scritto

da uno de’ più antichi e fidi amici di Garibaldi, dimorante con

lui a Montevideo nei giorni stessi della memorabile guerra contro

l’Argentina, è degno della massima fede.

_Montévideo, ou une nouvelle Troie_ par ALEXANDRE DUMAS, Paris,

Imprimerie Centrale de Napoléon Caix et fils, 1850; libro che sebben

porti un nome alquanto sospetto all’esattezza storica, pure ha il

valore indiscutibile d’essere fondato sopra molti documenti uruguajani

citati nel testo; compilato sulla più grossa istoria del Wright, _Le

Siége de Montévideo_, e in gran parte o dettato o riveduto dallo stesso

generale Pacheco y Obes, ministro della guerra e capo della difesa di

Montevideo, durante l’assedio, e autore a sua volta della

_Réponse aux détracteurs de Montévideo_, Paris, 1849; opuscolo ricco di

documenti ufficiali e di testimonianze gloriosissime, onorevolissime

al condottiero italiano; raccolte poi nella _Lettera_ di G. B. CUNEO

al _Corriere Livornese_ del gennaio 1847; e nei _Documenti intorno a

Garibaldi e la Legione italiana a Montevideo_, pubblicati per cura del

colonnello E. DE LAUGIER, Firenze, Tip. Fumagalli, 1846.

Infine, tacendo per ora di altri opuscoli e giornali sulle vicende di

quel periodo, che più tardi a suo luogo si troveranno, la

_Reseña Historica Estadistica y Descriptiva con Tradiciones orales de

las Repúblicas Argentina y Oriental del Uruguay desde el descubrimiento

del Rio de la Plata, hasta el año de 1876_, por FLORENCIO ESCADRO,

Montevideo, Imprenta de la _Tribuna_, Calle 25 de mayo, 124, 1876, dove

si trova più d’un capitolo dedicato alle prodezze del nostro Eroe.

E passando con lui in Italia:

_L’Écho des Alpes Maritimes; La Concordia_ di Torino; _L’Italia

del Popolo_ e _Il 22 Marzo_ di Milano, tutti giornali del 1848 che

abbondano, quali più, quali meno, di particolari e aneddoti sul ritorno

di Garibaldi in patria.

_La Italia_, Storia di due anni (1848-1849) di C. AUGUSTO VECCHI,

Torino, Tip. Scolastica di Sebastiano Franco e figlio, 1856, 2ª

edizione; libro in cui Garibaldi campeggia, e scritto dall’autore

con candidissima fede; ma, tranne che nei fatti di cui il Vecchi

fu testimonio, o nelle parti documentate, da accettarsi con qualche

cautela.

_La Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849_, del

colonnello FEDERICO TORRE, Torino, Tip. del _Progresso_, 1851;

_La Repubblica Romana del 1849_, di G. BEGHELLI, Lodi, Società

Cooperativo-Tipografica, 1874; _L’Assedio di Roma_, di F. D. GUERRAZZI,

Livorno, Tip. A. B. Zecchini, 1864; variamente pregevoli, ma soltanto

nelle pagine documentate, o avvalorate da testimonianze oculari,

fondamenti di storia.

_Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849_, von GUSTAV HOFFSTETER,

già maggiore nell’esercito romano, Zurich, Schulbers, 1860. Diario

indispensabile alla storia della celebre ritirata da Roma.

_I Cacciatori delle Alpi comandati dal generale Garibaldi nella guerra

del 1859 in Italia_ di Francesco Carrano, capo di stato maggiore

di Garibaldi, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1860. Racconto

popolare. Libro fondamentale per la campagna di quell’anno.

_Varese ed Urban nel 1859 durante la guerra per l’Indipendenza

Italiana_; notizie storiche raccolte e compilate su documenti dal

sacerdote GIUSEPPE DELLA VALLE, Varese, Tip. Giuseppe Carughi, 1863.

Preziosissima cronica.

_I Mille_, di GARIBALDI, Torino, Tip. e Lib. Camilla e Bertolero, 1874;

dove la storia s’intreccia al romanzo, e nelle stesse parti storiche

l’autore non osserva abbastanza l’esattezza delle date, o confonde

alcune particolarità; ma di cui basta il nome per testimoniare la

importanza.

_La Vita di Giuseppe Garibaldi_, narrata dal P. GIUSEPPE DA FORIO,

Napoli, St. Tip. Perrotti, 1862; compilazione laboriosissima in due

volumi in-8º, e nel secondo, repertorio affastellato, ma fitto di

articoli di giornali, di lettere di Garibaldi, o a Garibaldi, di

squarci di libri, di documenti e materiali d’ogni data, nel quale

frugando con tatto e accortezza, si può accattare una messe di

notizie.[4]

Le Memorie dell’ammiraglio inglese SIR RODNEY MUNDY, _«Hannibal»

at Palermo and Naples during the Italian Revolution 1859-1861. With

notices of Garibaldi, Francis II and Victor Emmanuel_, London, Murray,

1863; opera indispensabile.

_Diario privato politico militare_, dell’ammiraglio C. DI PERSANO,

nella campagna navale dell’anno 1860-1861, Torino, Roux e Favale. Un

vol. in-8º, notissimo, indiscretissimo, utilissimo.

ABBA GIUSEPPE CESARE, _Noterelle d’uno dei Mille_, edite dopo venti

anni, Bologna, Zanichelli, 1880; gioiello di ricordi personali, legato

in una forma di finissimo lavoro.

_Aspromonte_, ricordi storici militari, del marchese RUGGIERO

MAURIGI, ec., Torino, 1862; e _Verità sul fatto di Aspromonte_, per

un testimonio oculare, Milano, 1862, pubblicato da A. Dumas; aiuti

pregevolissimi, il primo più del secondo, alla conoscenza di molti

particolari del triste episodio del 1861.

_Politica segreta italiana_ (1863-1870), Torino, Roux e Favale, 1880;

abbondante di documenti e di notizie, non sempre esatte, sul viaggio

di Garibaldi in Inghilterra, e sul breve periodo d’Ischia, e però da

usarsi con molta critica e cautela.

_Garibaldi_, di ALBERTO MARIO; ritratto vigorosamente schizzato, che

direi tra i più somiglianti, se in molti tratti non si risentisse

troppo della nota fede e del noto entusiasmo dell’autore; ma per tutti

quegli episodi del 1860, del 1866, del 1867, di cui il Mario stesso fu

partecipe e spettatore, autorevole come una storia.

_Storia della Insurrezione di Roma nel 1867_, per FELICE CAVALLOTTI,

continuata da B. E. MAINERI, Milano, presso la Libreria _Dante

Alighieri_, 1869; _L’Italia nel 1867_, storia politica e militare, ec.,

per GUSTAVO FRIGGESY, comandante la seconda colonna nelle giornate di

Monterotondo e Mentana, Firenze, 1868; per giudizi molto discutibile,

per copia di documenti e valore di testimonianze assai autorevole.

_Garibaldi et l’armée des Vosges_. Récit officiel de la campagne, avec

documents etc., par le général Bordone, chef d’état major de l’armée

des Vosges, Paris, Librairie internationale, 1871; e il titolo solo

ne dice la importanza. — E per quanto poi sia difficile vincerne la

ripugnanza, utile a consultarsi.

_Garibaldi, ses opérations en l’armée des Vosges_, par Robert

Middleton, Paris, Garnier frères, 1872; non foss’altro come documento

del furore d’ingratitudine a cui il rimorso d’un beneficio immeritato

può trasportare la bestialità umana. — Dal laido libro ne ristorerà per

la festiva vivacità.

_La Camicia rossa in Francia_, di G. BEGHELLI, Torino, Civelli,

1871; e _I Garibaldini in Francia_, di JESSIE WHITE MARIO; florilegio

delicatissimo di esempi di carità e di valore dato da quei generosi

che, sotto le insegne del Capitano dei Mille, andarono a restituire

alla Francia agonizzante il sangue di Magenta e di Solferino.

E quando io abbia aggiunto a tutto ciò i Documenti e le Lettere che

si possono cavare dalle grandi Raccolte e dagli Epistolari politici

più noti; quali: l’_Archivio Storico triennale delle cose d’Italia_; i

_Documenti della Guerra Santa_; la _Storia documentata della Diplomazia

Europea_, di NICOMEDE BIANCHI; i Documenti ufficiali pubblicati dal

Governo, specialmente nei due momenti d’Aspromonte e di Mentana;

gli _Atti della Camera dei Deputati_; i _Discorsi Parlamentari del

conte di Cavour_, editi da Giuseppe Massari; gli _Epistolari_, del

LA FARINA, dell’AZEGLIO, del PANIZZI, del PALLAVICINO; e infine le

innumerevoli lettere del Generale, gettate, spesso per isconsiderato

zelo di imprudenti amici, ai quattro venti della pubblicità, e dal

1859 stampate in tutti i maggiori giornali contemporanei; e poscia si

compia questa già troppo lunga rassegna, col ricordo delle principali

e più accreditate storie generali politiche e militari; notevoli tra

le prime la _Storia in continuazione del La Farina_, dello ZINI, e

la _Cronistoria dell’Indipendenza_, del CANTÙ;[5] indispensabili tra

le seconde, oltre i Rapporti ufficiali dei quattro stati maggiori,

italiano, francese, austriaco e prussiano, le istorie del Rustow, del

Lecomte, del Pecorìni-Manzoni, del Chiala, del Corsi, del Ferrari, il

lettore potrà formarsi un’idea approssimativamente esatta del materiale

stampato sul quale io ho condotto questo mio lavoro, e dei principali

criteri coi quali ne ho fatto la scelta e l’ho messo in opera.

Ma come io agognava a qualcosa di più d’un semplice lavoro di rifusione

e di critica, nè potevo accontentarmi di ritessere soltanto sull’ordito

altrui, così mi posi tosto, come dianzi accennai, a cercare vicino

e lontano, tra gli archivi pubblici e privati, dalla viva voce e dai

ricordi manoscritti de’ principali cooperatori e confidenti del mio

grande Protagonista, tutto quell’altro maggior soccorso di notizie,

di testimonianze e di documenti, che mi fosse dato raccogliere e mi

paresse atto a sindacare e correggere, schiarire ed integrare le opere

già stampate.

Confesso però che la mèsse fu assai meno abbondante di quella che io

aveva immaginata, e che certamente giace tuttora sepolta, non saprei se

più per l’inabilità mia che non seppe dissotterrarla, o per l’inerzia

di coloro che promisero e non diedero, furono interrogati e non

risposero, per essere poi domani probabilmente i primi censori della

mia fatica.

Tuttavia, ecco il fiore della raccolta:

Centosettantanove pagine autografe, scritte a matita, di _Memorie_

di GARIBALDI,[6] datemi da Giovanni Basso, vecchio amico e segretario

del Generale; reliquia sacra del pensiero e del cuore, che non oserei

gittar tutta in pascolo alla pubblica curiosità, e che custodisco

religiosamente.

Le sue lettere a me, delle quali due o tre sole importanti a questo

libro.

Alcuni _Documenti_ importantissimi sulla vita del Generale a

Montevideo, con isquisita cortesia e generosità raccolti per me da

Don P. Antonini y Diez, ministro dell’Uruguay a Roma, e da suo zio

il signor Giacomo Antonini, vissuto a lungo a Montevideo ed uno degli

amici di Garibaldi sin da quei giorni.

Un _Documento storico_ sul quarantasette confidatomi, nel suo

originale, dal generale Giacomo Medici.

La copia d’una _Lettera_ di Garibaldi ad Anita, datata da Subiaco,

gennaio 1849, cortesemente regalatami dall’ingegnere Clemente

Maraini.[7]

Un estratto dalla _Cronaca di Varese_ del signor A. MORONI, diario

fedelissimo del 1848, cortesemente concessomi dalla famiglia.

Molti _biglietti, lettere, ordini del giorno, decreti_, ec. di

Garibaldi, laboriosamente raccolti durante l’assedio del 1849, e

liberalmente favoritimi dal mio buon amico e compagno d’armi, il

colonnello Guglielmo Cenni, uno dei Mille, prode seguace del Generale

dal 7 aprile al 1º ottobre 1860.

Un fascicolo di _Memorie_ corredate di documenti del luogotenente

colonnello Gioachino Bonnet, che illustrano molte particolarità sin qui

oscure della fuga di Garibaldi per le valli di Comacchio, e gettano una

luce nuova e inattesa sulla tragica catastrofe di Sant’Alberto.

Un fascicoletto di _Ricordi autografi sull’assedio di Roma e il

battaglione dei Volteggiatori Lombardi_ del luogotenente colonnello

CADOLINI, uno dei prodi difensori e feriti del Vascello.

Un grosso quaderno di _Ricordi_ del generale Gaetano Sacchi,

riguardanti principalmente gli anni di Garibaldi in America,

coll’aggiunta di molti particolari poco noti sul 1848, l’assedio di

Roma, la campagna del 1859, la spedizione di Sicilia, vero tesoro

per me, e dopo gli autografi del Generale, la gemma più ricca che dia

qualche pregio a questo libro.

E finalmente passando dai documenti inediti alle testimonianze, molti

appunti da me presi sotto dettatura: dal signor cav. Antonini y Diez

predetto, circa Montevideo; dal signor Andre nizzardo, circa i primi

anni di Nizza; da Giovanni Basso, sui viaggi marittimi; da Menotti

Garibaldi, sulla sua famiglia, da Francesco Crispi e dal generale Türr,

sulla spedizione del 1860; dal dottor Ripari, sopra alcuni particolari

del 1861; e da molti altri amici e commilitoni, che anche in brevi

parole, o mi porsero uno schiarimento, o mi ravvivarono un ricordo, o

mi indicarono una fonte, ed ai quali tutti, qualunque sia la forma e la

misura della loro cooperazione, attesto qui dal più vivo dell’animo la

mia sincera e profonda gratitudine.

Ed ora che ho candidamente esposto il disegno, i mezzi e gli stromenti

di questa mia qualsiasi opera, vegga il lettore se io era degno di

intraprenderla e la giudichi. La giudichi con severità, se vuole, ma

con larghezza. Vegga se in queste pagine vi trova per avventura un

Garibaldi più umano e più storico, ma per ciò appunto, se fosse stato

colto nella sua vera luce, più bello e più grande, e si pronunci.

Non perdoni ad alcun errore essenziale, non assolva alcun giudizio

arbitrario, non mi licenzi alcun tratto capriccioso; ma non mi passi

al lambicco e al microscopio, non mi danni al foco eterno pel primo

peccatuccio veniale, non s’arresti qua ad una data forse non bene

accertata, là ad una variante forse non interamente testimoniata,

altrove ad una sfumatura di tinte forse non perfettamente indovinata:

m’avverta e mi corregga anche di questi falli; ma non mi sentenzi e non

mi decapiti per questi. Però se mi troverò in faccia al primo sistema

di critica, ascolterò con attenzione le accuse, piegherò il capo a

tutte le motivate sentenze e cercherò di fare ammenda delle colpe. Se

mi capiterà tra’ piedi il secondo, tirerò via scrollando le spalle e

disprezzando. E il disprezzo d’un galantuomo fa poco rumore, ma picchia

lo stesso nella coscienza di chi l’ha meritato.

E non mi si ridica quel che già mi son sentito dire a proposito del

mio _Nino Bixio_, che per Garibaldi l’ora della storia non è ancora

suonata. Curioso orologio codesta Istoria che per disporsi a suonar la

sua ora sta sempre fermo e non comincia mai a battere i primi minuti!

Ma io sospetto forte che codesta frase fatta non sia mai stata altro

che il sotterfugio di qualche furbo, il quale non avendo i suoi conti

ben chiari colla storia non trova mai il tempo d’aggiustarli. Devo

averlo detto altrove, ma è il caso di ripeterlo: la storia è l’eterno

_divenire_ hegeliano. I contemporanei la incominciano, i posteri la

continuano e la rifanno perpetuamente. Ciascun secolo la impronta

del proprio suggello arrecandovi il tributo di nuove idee e nuovi

fatti, ma insieme l’ingombro di nuovi errori, di nuovi pregiudizi, e

nuove passioni. Però coloro che sperano l’intera verità storica dalla

posterità, non sono più saggi di coloro che attendono la rivelazione

dell’essere dalla ragione umana. Per essi il Macaulay diceva:

«Ritratti o Istorie che possano offrire la verità tutta intera non

se ne danno; ma i migliori ritratti, i migliori racconti sono quelli

in cui certi lati della verità sono presentati in maniera tale da

produrre, con quanta maggiore approssimazione sia possibile, l’effetto

dell’insieme.[8]»

E concediamo facilmente che la verità storica posseduta dai viventi sia

minore di quella accumulata dai pronipoti; ma a chi appena riguardi

vedrà la maggiore ricchezza di questi non essere altro ancora che il

frutto e l’eredità del lavoro di quelli. Oltre di che, se la storia

contemporanea non può sempre per ragioni d’opportunità o di prudenza

tutto dire e tutto svelare, quelle medesime ragioni, quando siano

espressamente dichiarate, sono di per sè sole un fatto della storia.

Il riserbo che uno storico, coetaneo ai fatti da lui narrati, deve

professare per un partito o per una persona tuttora potenti; il

pericolo di cadere sotto le forbici d’una Censura dispotica, o la tema

di offendere un pregiudizio legittimo od un sentimento popolare, tutti

questi ed altri motivi di silenzio o di dissimulazione sono altrettanti

indizi delle condizioni di un tempo e d’una civiltà; e quando Tacito

ritornava desiderando in quella _rara temporum felicitate ubi sentire

quæ velis et quæ sentias dicere licet_,[9] tratteggiava con un tocco

solo l’età dei Claudi e dei Neroni, meglio che avrebbe potuto fare con

una intera cronaca di fatti. Lasciamo dunque ai pusilli, ai mediocri ed

ai tristi la paura della Storia; gli atleti come Garibaldi, che l’hanno

sfidata viventi, che l’hanno scritta col loro sangue e glorificata

colla loro vita, non la temono morti.

Ma prima di prendere commiato dal benigno lettore, mi preme di

sbarazzare a me il terreno, a lui forse la mente da una ultima

obbiezione; un’obbiezione che non mi fu fatta, è vero, direttamente, ma

che mi parve risonare con una nota dominante e un ritornello preferito

nell’universale epicedio che la terra tuttora sbigottita e commossa non

è stanca di sciogliere sulla tomba del suo maraviglioso figliuolo.

Si dice che Garibaldi non è una persona, ma una personificazione; non

è un uomo, ma un mito; laonde chi lo aggrava di una cappa storica, e lo

costringe nelle seste della critica e lo rapisce ai liberi cieli della

leggenda e della poesia, lo offusca e lo impiccolisce. Io non lo credo:

io sento quanto altri tutto ciò che vi è in lui di straordinario, di

fenomenale, di difficilmente riducibile, starei per dire, al comun

canone umano; ma d’altra parte, come nessuno vorrà obbligarmi a credere

al miracolo ed a contribuire ad una deificazione, così persisto nel

ritenere che quanto più avremo studiato l’uomo portentoso nelle cause

e nelle leggi naturali e storiche che l’originarono, e tanto più il

portento ci apparirà grande e raggiante di quella luce meno fantastica

e abbarbagliante, ma più intensa e più durevole che irradia soltanto

dall’inestinguibile focolare della verità.

L’Etna è forse il più favoloso e mitologico di tutti i monti della

terra: pure soltanto l’alpinista ardito che, di girone in girone,

su per le sue spalle di lava, n’abbia raggiunto il cratere, può

comprenderne la terribilità maestosa ed evocare nella fantasia i

giganti fulminati che vi stanno sepolti. Così di Garibaldi, la sua

leggenda parrà tanto più meravigliosa e sarà tanto più indistruttibile

quanto più s’imbaserà largamente nella Storia, e il Critico futuro

sentirà palpitare, sotto la spoglia granitica del nuovo Titano italico,

le carni d’un uomo.

Nè la Storia nocque mai alla leggenda; spesso ha sfatato la spuria,

fiore artificiale della rettorica letteraria, del fanatismo politico,

o della superstizione religiosa; ma ha rispettato quella legittima,

frutto della ingenua e calda fede popolare, anzi più d’una volta ha

aiutato ad allargarla, a schiarirla, e interpretarla.

Quanto non si è scritto di critica storica, e per tacere degli

eroi leggendari di Grecia e di Roma, intorno a Carlomagno e a’ suoi

Paladini; al Tell ed a Giovanna d’Arco; al Re Arturo e a Federico

Barbarossa! Ebbene, hanno essi perduto alcuna parte della loro poetica

vita? V’è egli, non dirò poeta e romanziere, ma storico e filosofo, che

neghi o rifiuti, e non adoperi sovente come simbolo e personificazione

della nobiltà cavalleresca, della fede, della patria, dell’autorità,

della forza, dell’amore, della sventura, quelle romantiche creazioni

della medioevale fantasia?

Nè bisogna scordarsi che una trasformazione totale dell’uomo storico

nell’eroe favoloso, quale avvenne nella culla del mondo greco o negli

albóri del mondo cristiano, non è più possibile. Per sostenerlo

converrebbe immaginare non solo un regresso della civiltà fino

all’infanzia e quasi alla barbarie, ma una scomparsa universale di

tutti i ricordi, di tutti i documenti, di tutti i monumenti della

Storia, il che per lo meno è tanto lontano quanto la scomparsa della

terra stessa.

Ma finchè l’incivilimento, con tutti gli strumenti e le forze da

lui accumulate, esista; fino a che la stampa, formidabile divinità,

signoreggi nel mondo, e possa con milioni d’occhi scrutare, e milioni

di bocche denunziare, e milioni di pagine perpetuare le azioni anco

de’ più ascosi mortali, non ci sarà fede creatrice di popoli, nè genio

inventivo di poeta che possa sviluppare un uomo della Storia dalla

realtà che da capo a piedi lo fascia, sottrarlo al sindacato della

ragione critica che da ogni parte lo assale, svellerlo totalmente dalla

terra per sublimarlo alle nubi e farne una costellazione del cielo.

Orlando o Maometto, Spartaco o Cesare, la forma e il grado di

trasfigurazione che le età nuove consentiranno oramai ai loro

grandissimi, non potranno oltrepassare i confini d’una contemplazione

commossa della loro umanità e d’una glorificazione entusiasta della

loro virtù.

Guardate Washington e guardate Napoleone. Quali figure, in diverso

e quasi inimico aspetto, più colossali e più degne delle apoteosi

dell’epica! Eppure non ostante il culto consacrato all’uno dagli eredi

beneficati d’un sublime retaggio di Libertà, all’altro dai superstiti

d’una gigantesca epopea, nessuno di loro potè sfuggire alle leggi

della sua civiltà e del suo tempo, e pur restando entrambi sul loro

piedistallo maravigliosi, nessuno riuscì a divenir leggendario. Così,

senz’alcun proposito di istituir confronti, che la fortuita vicinanza

di questi tre nomi potrebbe far sospettare, così Garibaldi.

Egli torreggia già sull’Olimpo e salirà, salirà ancora, ma sciogliersi

interamente nelle nebbie della leggenda, gettare la sua personalità e

responsabilità d’uomo non lo potrà mai. La Storia lo ebbe, e la Storia

lo terrà. Dica pure Dante a Virgilio:

Mai non pensammo forma più nobile

d’eroe...........

Livio giustamente risponderà sorridendo:

È de la Storia, o poeti,

de la civile Storia d’Italia

è quest’audacia tenace ligure,

che posa nel giusto, ed a l’alto

mira, e s’irradia nell’ideale.[10]

Padova, 15 giugno 1882.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 6 / 168 题