Trattando delle cagioni, che tornavano in nulla i tentativi di libertà
nell'Italia--dei vizî che contrastarono al concetto rigeneratore di
farsi via tra gli ostacoli, noi siamo ad un bivio tremendo.
O noi parliamo parole alte, libere, franche--parliamo coll'occhio
all'Italia, la mano sul core, e la mente al futuro--parliamo, come detta
la carità della patria, senza por mente ad uomini o pregiudizî, snudando
l'anima agli oppressori, ai vili, agli inetti, flagellando le colpe e
gli errori ovunque si manifestino--e un grido si leva dagli uomini del
passato contro ai giovani, che s'inoltrano nella carriera, ignoti alle
genti, senza prestigio di fama, senza potenza di clientela, soli con
Dio, e la coscienza d'una missione: _voi violate l'eredità dei padri,
perdete la sapienza degli avi; voi usurpate un mandato, che il popolo
non v'affida esclusivamente; voi cacciate l'ambizione di novatore
frammezzo ai vostri fratelli!_
O noi rinneghiamo ispirazioni, studii ed affetti per una illusione di
universale concordia--ci soffermiamo nella predicazione di principii
nudi, teorici, astratti, senza discendere all'applicazione, senza
mostrare nella storia dei tempi trascorsi le violazioni di questi
principii--erriamo intorno all'albero della scienza, senz'attentarci di
appressarvi una mano, lamentiamo una malattia esistente nel corpo
sociale senza ardire di rimovere il velo che la nasconde e dire: _là è
la piaga!_--e gl'Italiani indurano nell'abitudine degli errori; e gli
elementi non mutano, i tentativi insistono sulla stessa tendenza, le
generazioni agitano, non frangono le loro catene; e lo straniero ci
rampogna inerti nel progresso comune, c'insulta colla pietà del potente
al fiacco, si curva sulle sepolture dei nostri grandi, e esclama: _ecco
la polvere dell'Italia!_--
O sospetti, o colpevoli--condannati al silenzio o alla guerra--esosi
agli uomini che parteggiano per le vecchie dottrine, o traditori alla
patria che le provava fino ad oggi inefficaci e funeste.--
LA PATRIA ANZI TUTTO.--Noi parliamo tra i sepolcri dei padri e le fôsse
dei nostri martiri--e le nostre parole hanno ad essere forti, pure,
incontaminate da lusinga e da odio, solenni come i ricordi dei padri,
come la protesta che i nostri fratelli fecero dal palco ai loro
concittadini.--
LA PATRIA ANZI TUTTO.--E chi siam noi perchè abbiamo a calcolare i
nostri discorsi dalle conseguenze personali? L'epoca degli individui è
sfumata. Siamo all'era dei principii: siamo all'era che pose quel grido
in bocca ai lancieri Polacchi: _Periscano i lancieri, e la Polonia si
salvi!_--e che monta alla patria se le nostre parole avessero anche a
fruttarci una guerra che il nostro core vorrebbe fuggire? Gli uomini
passano. La posterità sperde il garrito delle fazioni; ma i principii
rimangono:--e guai all'uomo, che tenta una impresa generosa e s'arresta
davanti alle conseguenze quali esse siano!
Una _idea_--e l'esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi: una
_idea_ generosa, spirata dalla potenza che creava l'uomo ad essere
grande, lampo della primitiva ragione, quando l'anima giovine, vergine
di pregiudizî, di vanità e di meschine paure, s'affaccia ai campi
dell'avvenire che l'angiolo dell'entusiasmo illumina d'un raggio
immortale--ed una esecuzione costante, assidua, ostinata, sviluppata in
tutte le fasi dell'esistenza, nelle menome azioni, come nei rari momenti
che vagliono un'epoca, in un'epistola famigliare come in un volume di
meditazioni, nei segreti della cospirazione come nella pubblica
testimonianza del palco. A questi patti s'è grande--a questi patti si
promuove la CAUSA SANTA--e del resto avvenga che può, perchè l'uomo il
quale si slancia nella crociata dell'umanità senz'aver dato un addio ai
calcoli, ai conforti, a tutte quante le gioje della vita, non ha
missione. Chi scrive codeste linee ha disperato--tranne un
affetto--della vita contemplata individualmente--e per questo ei si
sente più forte nella predicazione del pensiero rigeneratore. In
politica non v'è che un sistema d'azione stabilmente efficace: il
sistema che matura i principî, sceglie l'intento, medita i mezzi, poi si
pone in moto senza deviare a dritta o a sinistra, facendo gradino degli
ostacoli, non rifiutando le conseguenze logiche dei principî, e
guardando innanzi.--La verità è una sola. L'eclettismo applicato alla
scienza d'ordinamento sociale ha prodotta una _dottrina_ che l'Europa
dei popoli infama, e rinega; e la stolta pretesa di voler conciliare
elementi che cozzano per natura, ha rovinate a quest'ora più sorti di
popoli, che non l'armi aperte, o le insidie della tirannide. Oggimai,
s'è giunti a tanta incertezza di sistemi e di vie, che le moltitudini,
affaticate pur sempre dal desiderio del meglio, si stanno inerti,
aspettando che i loro istitutori s'intendano fra di loro.
Applichiamo queste idee all'Italia.
Le opinioni, le dottrine, i partiti sono in Italia ed altrove. Noi non
li creammo: guardammo e la esistenza loro ci balzò davanti, come un
fatto incontrastabile, e prepotente sui fati della nostra rigenerazione.
Ora, che vie ci s'affacciano a superarne gli ostacoli?
Noi abbiamo lungamente pensato al modo; abbiamo cercato una via di
fusione, un mezzo d'accordo tra chi insiste sulle antiche idee e chi
sente fremersi dentro le nuove.--Questa via non v'era: i popoli s'erano
illusi di averla trovata, ed hanno scontato quella illusione con tanto
pianto e con tanto sangue, che oggimai il volere ricrearla può
dimostrare forse bontà di cuore, non senno politico; nè le illusioni,
sfumate una volta, si ricreano mai. Il moto è in noi, sovra noi,
intorno a noi; e dove gli uni s'abbandonano al moto, e gli altri
s'industriano a costringerlo in un cerchio determinato, non v'ha
transazione possibile. O innanzi, o addietro! L'anello intermedio fra la
inerzia e il moto, fra la vita e la morte, è il segreto di Dio.
Oggi, i popoli hanno sete di logica; e tra molte opinioni
inconciliabilmente discordi, io non veggo che una via sola: consecrarsi
alla migliore--inalzarne la bandiera--e spingersi INNANZI. Là è il
progresso! Là è la vittoria!
Così abbiamo detto--e faremo.
Pace e fratellanza a chiunque saluta la bandiera del secolo; a chiunque
adotta i principî del secolo.--Gli altri ripeteranno per qualche tempo
ancora la insulsa accusa che ci chiama seminatori di discordia: accusa
simile a quella che i tiranni infliggono ai buoni, rampognandoli
violatori dell'ordine--come se l'ordine potesse esser mai il riposo
nell'errore: come se a fondare una concordia potente fosse altra via dal
trionfo del vero in fuori. I vizî e le colpe della gente che beve con
noi un raggio dello stesso sole, hanno a circondarsi, dicono, di
silenzio: paventano l'insulto dello straniero. Lo straniero?--Rammenti
che noi fummo grandi e temuti, quando il mondo era barbaro, rammenti che
la sua civiltà è opera nostra, la nostra abbiezione opera sua--e
arrossisca--però che lo scherno gli ripiomberebbe sul core amaro come un
rimorso!--Ma a noi la carità della patria non acciechi il lume della
mente. Le vanità puerili, le adulazioni accademiche, le cantilene de'
letterati di corte, e il pazzo entusiasmo di quei tanti amatori della
patria, che s'inginocchiano davanti ai simulacri dei nostri grandi,
senza oprare a farsi grandi com'essi, hanno partorito lunghi sonni e
codardi all'Italia--e non altro. L'adorazione al genio dei trapassati, e
a quello che spande il suo raggio sulla faccia della terra patria, è
bella veramente, quando chi si prostra è tale da potere posarsi eretto
davanti alla generazione che gli brulica intorno. Ma i nomi, le memorie,
le grande imagini, se non sono applicate alla vita, e migliorate, ed
emulate, sono come quell'armi che stanno attaccate alle pareti delle
sale: arrugginiscono se non le adopri. Noi non parliamo certo a chi
siede tra le rovine e inalza l'inno di disperazione; però che si tratta
di confortar gli uomini a osare, anzichè travolgerli nella inerzia. La
patria, come la donna amata, può non essere talora stimata: vilipesa non
mai! E noi, questa patria caduta, questa bella giacente, noi la
circondiamo di tanto affetto, che la vita intera e la morte non varranno
a svelarne la menoma parte. Forse, s'essa fosse fiorente di bellezza e
di gloria, noi l'ameremmo d'un affetto men caldo e santo: ma non si
torna a vita lo scheletro, incoronandolo di rose--nè quelle dive anime
incontaminate di Catone e di Tacito adonestavano le colpe de' loro
concittadini, ma le flagellavano a sangue. Che se l'orgoglio
insuperbisse a taluno nel petto, è grande, ben più che illudersi sulla
patria il dire: la patria è caduta e noi la faremo risorgere.
Noi insistiamo sovente sul nostro simbolo di progresso e d'indipendenza,
anche a rischio di vederci accusati d'audacia, perchè l'uomo senza
credenza non è veramente uomo, e colui che l'ha e non s'attenta
bandirla, è men ch'uomo--perchè pur troppo v'è una gente che alla menoma
reticenza sospetta prave intenzioni, una gente il cui studio è quello di
introdurre un lembo della loro veste macchiata, sotto la toga candida,
incontaminata dell'apostolo della verità--perchè infine noi esponiamo le
nostre credenze come il programma delle azioni future. Siamo ai tempi
nei quali le opinioni hanno ad essere decise ed aperte, nei quali ad
ogni uno che si presenti per ottenere la cittadinanza dell'uomo libero
corre debito di portare in fronte una dichiarazione de' suoi principii,
perchè giovino alla condanna se mai i fatti della vita contrastassero un
giorno ai principî enunciati. Noi facciamo questa dichiarazione. Noi la
facciamo fidenti, perchè siam giovani e vergini di passato, abbiamo il
core puro, le mani pure, la mente pura, e non abbiamo speranza di
meglio, di gloria, di trionfo, di lode che nell'avvenire.--Gl'Italiani
giudicheranno i nostri atti.