I.

Trattando delle cagioni, che tornavano in nulla i tentativi di libertà

nell'Italia--dei vizî che contrastarono al concetto rigeneratore di

farsi via tra gli ostacoli, noi siamo ad un bivio tremendo.

O noi parliamo parole alte, libere, franche--parliamo coll'occhio

all'Italia, la mano sul core, e la mente al futuro--parliamo, come detta

la carità della patria, senza por mente ad uomini o pregiudizî, snudando

l'anima agli oppressori, ai vili, agli inetti, flagellando le colpe e

gli errori ovunque si manifestino--e un grido si leva dagli uomini del

passato contro ai giovani, che s'inoltrano nella carriera, ignoti alle

genti, senza prestigio di fama, senza potenza di clientela, soli con

Dio, e la coscienza d'una missione: _voi violate l'eredità dei padri,

perdete la sapienza degli avi; voi usurpate un mandato, che il popolo

non v'affida esclusivamente; voi cacciate l'ambizione di novatore

frammezzo ai vostri fratelli!_

O noi rinneghiamo ispirazioni, studii ed affetti per una illusione di

universale concordia--ci soffermiamo nella predicazione di principii

nudi, teorici, astratti, senza discendere all'applicazione, senza

mostrare nella storia dei tempi trascorsi le violazioni di questi

principii--erriamo intorno all'albero della scienza, senz'attentarci di

appressarvi una mano, lamentiamo una malattia esistente nel corpo

sociale senza ardire di rimovere il velo che la nasconde e dire: _là è

la piaga!_--e gl'Italiani indurano nell'abitudine degli errori; e gli

elementi non mutano, i tentativi insistono sulla stessa tendenza, le

generazioni agitano, non frangono le loro catene; e lo straniero ci

rampogna inerti nel progresso comune, c'insulta colla pietà del potente

al fiacco, si curva sulle sepolture dei nostri grandi, e esclama: _ecco

la polvere dell'Italia!_--

O sospetti, o colpevoli--condannati al silenzio o alla guerra--esosi

agli uomini che parteggiano per le vecchie dottrine, o traditori alla

patria che le provava fino ad oggi inefficaci e funeste.--

LA PATRIA ANZI TUTTO.--Noi parliamo tra i sepolcri dei padri e le fôsse

dei nostri martiri--e le nostre parole hanno ad essere forti, pure,

incontaminate da lusinga e da odio, solenni come i ricordi dei padri,

come la protesta che i nostri fratelli fecero dal palco ai loro

concittadini.--

LA PATRIA ANZI TUTTO.--E chi siam noi perchè abbiamo a calcolare i

nostri discorsi dalle conseguenze personali? L'epoca degli individui è

sfumata. Siamo all'era dei principii: siamo all'era che pose quel grido

in bocca ai lancieri Polacchi: _Periscano i lancieri, e la Polonia si

salvi!_--e che monta alla patria se le nostre parole avessero anche a

fruttarci una guerra che il nostro core vorrebbe fuggire? Gli uomini

passano. La posterità sperde il garrito delle fazioni; ma i principii

rimangono:--e guai all'uomo, che tenta una impresa generosa e s'arresta

davanti alle conseguenze quali esse siano!

Una _idea_--e l'esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi: una

_idea_ generosa, spirata dalla potenza che creava l'uomo ad essere

grande, lampo della primitiva ragione, quando l'anima giovine, vergine

di pregiudizî, di vanità e di meschine paure, s'affaccia ai campi

dell'avvenire che l'angiolo dell'entusiasmo illumina d'un raggio

immortale--ed una esecuzione costante, assidua, ostinata, sviluppata in

tutte le fasi dell'esistenza, nelle menome azioni, come nei rari momenti

che vagliono un'epoca, in un'epistola famigliare come in un volume di

meditazioni, nei segreti della cospirazione come nella pubblica

testimonianza del palco. A questi patti s'è grande--a questi patti si

promuove la CAUSA SANTA--e del resto avvenga che può, perchè l'uomo il

quale si slancia nella crociata dell'umanità senz'aver dato un addio ai

calcoli, ai conforti, a tutte quante le gioje della vita, non ha

missione. Chi scrive codeste linee ha disperato--tranne un

affetto--della vita contemplata individualmente--e per questo ei si

sente più forte nella predicazione del pensiero rigeneratore. In

politica non v'è che un sistema d'azione stabilmente efficace: il

sistema che matura i principî, sceglie l'intento, medita i mezzi, poi si

pone in moto senza deviare a dritta o a sinistra, facendo gradino degli

ostacoli, non rifiutando le conseguenze logiche dei principî, e

guardando innanzi.--La verità è una sola. L'eclettismo applicato alla

scienza d'ordinamento sociale ha prodotta una _dottrina_ che l'Europa

dei popoli infama, e rinega; e la stolta pretesa di voler conciliare

elementi che cozzano per natura, ha rovinate a quest'ora più sorti di

popoli, che non l'armi aperte, o le insidie della tirannide. Oggimai,

s'è giunti a tanta incertezza di sistemi e di vie, che le moltitudini,

affaticate pur sempre dal desiderio del meglio, si stanno inerti,

aspettando che i loro istitutori s'intendano fra di loro.

Applichiamo queste idee all'Italia.

Le opinioni, le dottrine, i partiti sono in Italia ed altrove. Noi non

li creammo: guardammo e la esistenza loro ci balzò davanti, come un

fatto incontrastabile, e prepotente sui fati della nostra rigenerazione.

Ora, che vie ci s'affacciano a superarne gli ostacoli?

Noi abbiamo lungamente pensato al modo; abbiamo cercato una via di

fusione, un mezzo d'accordo tra chi insiste sulle antiche idee e chi

sente fremersi dentro le nuove.--Questa via non v'era: i popoli s'erano

illusi di averla trovata, ed hanno scontato quella illusione con tanto

pianto e con tanto sangue, che oggimai il volere ricrearla può

dimostrare forse bontà di cuore, non senno politico; nè le illusioni,

sfumate una volta, si ricreano mai. Il moto è in noi, sovra noi,

intorno a noi; e dove gli uni s'abbandonano al moto, e gli altri

s'industriano a costringerlo in un cerchio determinato, non v'ha

transazione possibile. O innanzi, o addietro! L'anello intermedio fra la

inerzia e il moto, fra la vita e la morte, è il segreto di Dio.

Oggi, i popoli hanno sete di logica; e tra molte opinioni

inconciliabilmente discordi, io non veggo che una via sola: consecrarsi

alla migliore--inalzarne la bandiera--e spingersi INNANZI. Là è il

progresso! Là è la vittoria!

Così abbiamo detto--e faremo.

Pace e fratellanza a chiunque saluta la bandiera del secolo; a chiunque

adotta i principî del secolo.--Gli altri ripeteranno per qualche tempo

ancora la insulsa accusa che ci chiama seminatori di discordia: accusa

simile a quella che i tiranni infliggono ai buoni, rampognandoli

violatori dell'ordine--come se l'ordine potesse esser mai il riposo

nell'errore: come se a fondare una concordia potente fosse altra via dal

trionfo del vero in fuori. I vizî e le colpe della gente che beve con

noi un raggio dello stesso sole, hanno a circondarsi, dicono, di

silenzio: paventano l'insulto dello straniero. Lo straniero?--Rammenti

che noi fummo grandi e temuti, quando il mondo era barbaro, rammenti che

la sua civiltà è opera nostra, la nostra abbiezione opera sua--e

arrossisca--però che lo scherno gli ripiomberebbe sul core amaro come un

rimorso!--Ma a noi la carità della patria non acciechi il lume della

mente. Le vanità puerili, le adulazioni accademiche, le cantilene de'

letterati di corte, e il pazzo entusiasmo di quei tanti amatori della

patria, che s'inginocchiano davanti ai simulacri dei nostri grandi,

senza oprare a farsi grandi com'essi, hanno partorito lunghi sonni e

codardi all'Italia--e non altro. L'adorazione al genio dei trapassati, e

a quello che spande il suo raggio sulla faccia della terra patria, è

bella veramente, quando chi si prostra è tale da potere posarsi eretto

davanti alla generazione che gli brulica intorno. Ma i nomi, le memorie,

le grande imagini, se non sono applicate alla vita, e migliorate, ed

emulate, sono come quell'armi che stanno attaccate alle pareti delle

sale: arrugginiscono se non le adopri. Noi non parliamo certo a chi

siede tra le rovine e inalza l'inno di disperazione; però che si tratta

di confortar gli uomini a osare, anzichè travolgerli nella inerzia. La

patria, come la donna amata, può non essere talora stimata: vilipesa non

mai! E noi, questa patria caduta, questa bella giacente, noi la

circondiamo di tanto affetto, che la vita intera e la morte non varranno

a svelarne la menoma parte. Forse, s'essa fosse fiorente di bellezza e

di gloria, noi l'ameremmo d'un affetto men caldo e santo: ma non si

torna a vita lo scheletro, incoronandolo di rose--nè quelle dive anime

incontaminate di Catone e di Tacito adonestavano le colpe de' loro

concittadini, ma le flagellavano a sangue. Che se l'orgoglio

insuperbisse a taluno nel petto, è grande, ben più che illudersi sulla

patria il dire: la patria è caduta e noi la faremo risorgere.

Noi insistiamo sovente sul nostro simbolo di progresso e d'indipendenza,

anche a rischio di vederci accusati d'audacia, perchè l'uomo senza

credenza non è veramente uomo, e colui che l'ha e non s'attenta

bandirla, è men ch'uomo--perchè pur troppo v'è una gente che alla menoma

reticenza sospetta prave intenzioni, una gente il cui studio è quello di

introdurre un lembo della loro veste macchiata, sotto la toga candida,

incontaminata dell'apostolo della verità--perchè infine noi esponiamo le

nostre credenze come il programma delle azioni future. Siamo ai tempi

nei quali le opinioni hanno ad essere decise ed aperte, nei quali ad

ogni uno che si presenti per ottenere la cittadinanza dell'uomo libero

corre debito di portare in fronte una dichiarazione de' suoi principii,

perchè giovino alla condanna se mai i fatti della vita contrastassero un

giorno ai principî enunciati. Noi facciamo questa dichiarazione. Noi la

facciamo fidenti, perchè siam giovani e vergini di passato, abbiamo il

core puro, le mani pure, la mente pura, e non abbiamo speranza di

meglio, di gloria, di trionfo, di lode che nell'avvenire.--Gl'Italiani

giudicheranno i nostri atti.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 50 / 125 题