X.

D'alcune accuse gittatemi talora contro da altri, forse più ingannati

che tristi, e accettate troppo facilmente anche da uomini di parte

nostra: accuse d'imprudenza, quando dei molti viaggiatori da me spediti

in diverse parti non uno capitò male, nè le polizie vantano una lettera

mia in loro mani, nè un amico mi fu vicino che non mi rimproverasse una

soverchia tendenza al segreto--accuse di inavvedutezza nella scelta

d'agenti come Partesotti, quando il Partesotti, scelto all'interno, non

ebbe mai una linea mia, e il suo carteggio, che ho tutto presso di me,

lo mostra ridotto a celarsi in un sotto-tetto di Parigi e imposturare

viaggi favolosi e favolose conversazioni in Londra con me, per buscarsi

qualche centinajo di franchi dalla polizia Austriaca--ed altre

consimili--non so se non gioverebbe scolparmi; ma non è mio stile. Feci,

da quando fondai la _Giovine Italia_, due promesse a me stesso: ch'io

non manderei a stampa una sola linea di politica senza il mio nome, e

ch'io, avverso più o meno a tutti i governi che esistono, concederei,

senza farne caso, ai governi e agli agenti loro d'essermi ostili e di

calunniarmi; agli altri di male interpretare, senza irritarmi,

un'attività che vive, forzatamente e senza colpa mia, nel segreto.

Mantenni la doppia promessa; e i più, spero, ricorderanno, che delle

accuse avventate alla mia vita in questi venti anni da governi e

governucci, da scrittori malati di vanità offesa, da birri libellisti e

romanzieri infelici, da commissariucci di polizie fallite senza

speranza, e da gazzettieri pagati o in candidatura di paga, tutti

irritati del vedermi sempre lo stesso e disperati d'atterrirmi o

comprarmi, io potrei fare una serie interminabile di volumi, mentr'essi

delle mie difese non potrebbero far tre pagine. Ma protesterò, per

debito non tanto a me, quanto a tutti gli onesti che furono o saranno

tormentati santamente d'una santa idea e incontrarono o incontreranno la

stessa calunnia, contro una sola: ed è quella d'ambizione personale e

d'aspirazione a esercitare una dittatura qualunque. E a questa accusa,

tristissima fra le tristi, diede occasione il sistema logico

d'insurrezione ch'io ho accennato alcune pagine addietro.

Tristissima fra le tristi: perchè se a un uomo non è concesso tra voi di

sostenere un'opinione politica agitata da secoli, senza ch'altri gli

dica: _tu intendi a farti di quell'opinione sgabello al potere_--o di

predicarvi che l'epoca matura nuove credenze trasformatrici e

purificatrici delle vecchie, senza che gli si susurri all'orecchio: _tu

aspiri ad essere rivelatore e pontefice_--meglio è dichiararvi

addirittura fautori del voto d'ostracismo, che il contadino dava ad

Aristide, perchè gli era noja l'udirlo salutato del nome di giusto, e

decretare la cicuta ad ogni Socrate che s'attenti annunziarvi un Dio

ignoto; e gemo pensando al pianto e al sangue versato, nelle età che

furono, per questa invida, ingiusta, funestissima diffidenza. A me

l'accusa villana fu gittata prima dai meno liberi d'animo tra gli esuli,

da uomini prontissimi a piegare il collo a tutte le esigenze di paesi

servi a soggiacere, sommessi alla dittatura dell'ultimo commissariuccio

di polizia straniera o domestica; poi da taluni--ed erano gli

ambiziosissimi--tra i socialisti settarî francesi, ai quali io aveva

osato dire, a rischio di essere battezzato retrogrado, che le loro

sètte, le loro utopie ineseguibili, e il materialismo d'interessi, al

quale essi pure avevano educato le moltitudini, avevano perduto la

Francia. Quei miseri s'atteggiavano a puritani gelosi d'ogni influenza

unificatrice e sospettosi d'ogni mia parola, che suonasse accordo,

ordinamento, unità di disegno e di direzione, mentre i loro fratelli

soggiacevano alla dittatura della forca e del bastone tedesco in Italia,

alla dittatura d'un avventuriere e d'una soldatesca briaca nella patria

francese. Io mi stringea nelle spalle senza rispondere. Dittatura a che

prò? per dominare sovr'uomini quali essi sono?

Non lo credevano. Speravano e sanno ch'io, nato di popolo senza

tradizione di nome illustre, senza ricchezze per comprare satelliti e

scribacchiatori, senza prestigio di milizia, senza capacità d'adulare,

non riescirei, s'anco io fossi dissennato e tristo ad un tempo, a far

correre rischi alla libertà in un popolo, la Dio mercè, non corrotto e

dove l'individuo serba più che altrove tendenze vigorose

all'indipendenza. E sapevano, che s'anche io lo potessi, non lo vorrei.

Dai sogni colpevoli e stolidi di ambizione di potere, se per ventura io

avessi avuto successo ne' miei tentativi, m'assicuravano, non

foss'altro, le abitudini parche della mia vita, l'animo altero, sdegnoso

di lode e non curante di biasimo, se non quando biasimo o lode mi

vengono dalle creature--e son poche--che io amo d'amore; e una certa

prepotente disposizione all'antagonismo non colle moltitudini che,

tratte in azione, sono migliori di noi letterati, ma al plauso e agli

omaggi delle moltitudini. Ho sempre potuto guardare addentro nell'anima

mia senza arrossire: la serbai da giovine pura di vanità meschine e di

basso egoismo, ed oggi, solcata come è di lunghi dolori e benedetta di

qualche nobile affetto, s'io volessi farla scendere a sfera più bassa

che non è quella dell'idea emancipatrice dove visse finora, non

m'obbedirebbe.

Ben mi freme nell'anima, fin da quando, imprigionato in Savona, io

meditai di sostituire una nuova associazione al vecchio carbonarismo,

una ambizione, un orgoglio: l'orgoglio ch'io desunsi dai ricordi del

nostro passato e dai presentimenti del nostro avvenire; l'orgoglio di

Roma; l'ambizione di veder la mia patria sorgere, gigante in fasce, dal

sepolcro, ove giace da secoli, e posarsi, grande a un tratto di pensiero

e d'azione, e a guisa d'angelo iniziatore, tra quel sepolcro

scoperchiato e l'avvenire delle nazioni. Era l'ambizione di quei che

morirono in Roma; e parmi strano che non tormenti l'anima di quanti,

pronti allora a imitarli, ne raccoglievano il pensiero e l'esempio; ed

oggi sono, ho vergogna e dolore in dirlo, servi ostinati della

iniziativa francese.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 41 / 125 题