Una domenica dell'aprile 1821, io passeggiava, giovanetto, con mia madre
e un vecchio amico della famiglia, Andrea Gambini, in Genova, nella
Strada Nuova. L'insurrezione Piemontese era in quei giorni stata
soffocata dal tradimento, dalla fiacchezza dei Capi e dall'Austria. Gli
insorti s'affollavano, cercando salute al mare, in Genova, poveri di
mezzi, erranti in cerca d'ajuto per recarsi nella Spagna dove la
Rivoluzione era tuttavia trionfante. I più erano confinati in
Sampierdarena aspettandovi la possibilità dell'imbarco; ma molti si
erano introdotti ad uno ad uno nella città, ed io li spiava fra i
nostri, indovinandoli ai lineamenti, alle foggie degli abiti, al piglio
guerresco, e più al dolore muto, cupo, che avevano sul volto. La
popolazione era singolarmente commossa. Taluni fra i più arditi avevano
fatto proposta ai Capi, credo Santarosa ed Ansaldi, di concentrarsi
tutti nella città, impossessarsene e ordinarvi la resistenza; ma la
città dicevano, era militarmente sprovveduta d'ogni difesa, mancavano ai
forti le artiglierie, e i Capi avevano ricusato e risposto: _serbatevi a
migliori destini_. Non rimaneva che soccorrere di danaro quei poveri e
santi precursori dell'avvenire; e i cittadini vi si prestavano
liberalmente. Un uomo di sembianze severe ed energiche, bruno, barbuto e
con un guardo scintillante che non ho mai dimenticato, s'accostò a un
tratto fermandoci: aveva tra le mani un fazzoletto bianco spiegato, e
proferì solamente le parole: _pei proscritti d'Italia_. Mia madre e
l'amico versarono nel fazzoletto alcune monete; ed egli s'allontanò per
ricominciare con altri. Seppi più tardi il suo nome. Era un Rini,
capitano nella Guardia Nazionale che s'era, sul cominciar di quel moto,
istituita. Partì anch'egli cogli uomini pei quali s'era fatto collettore
a quel modo; e credo morisse combattendo, come tanti altri dei nostri,
per la libertà della Spagna.
Quel giorno fu il primo in cui s'affacciasse confusamente all'anima mia,
non dirò un pensiero di Patria e di Libertà, ma un pensiero che si
_poteva_ e quindi si doveva lottare per la libertà della Patria.
Io era già inconsciamente educato al culto dell'Eguaglianza dalle
abitudini democratiche dei due miei parenti e dai modi identici che essi
usavano col patrizio e col popolano: nell'individuo essi non cercavano
evidentemente se non l'_uomo_ e l'_onesto_. E le aspirazioni alla
libertà, ingenite nell'animo mio, s'erano alimentate dei ricordi di un
periodo recente, quello delle guerre repubblicane francesi, che
suonavano spesso sulle labbra di mio padre e dell'amico nominato più
sopra; delle Storie di Livio e di Tacito che il mio maestro di Latino mi
faceva tradurre; e della lettura di alcuni vecchi giornali da me trovati
semi-nascosti dietro ai libri di medicina paterni, fra i quali ricordo
alcuni fascicoli della _Chronique du Mois_ pubblicazione girondina dei
primi tempi della Rivoluzione di Francia. Ma l'idea che v'era un guasto
nel mio paese contro il quale bisognava lottare, l'idea che in quella
lotta io avrei potuto far la mia parte, non mi balenò che in quel giorno
per non lasciarmi più mai.
L'immagine di quei proscritti, parecchi dei quali mi furono più tardi
amici, mi seguiva ovunque nelle mie giornate, mi s'affacciava tra i
sogni. Avrei dato non so che per seguirli. Cercai raccoglierne nomi e
fatti. Studiai, come meglio potei, la storia del tentativo generoso e le
cagioni della disfatta. Erano stati traditi, abbandonati da chi aveva
giurato concentrare i loro sforzi all'intento; il nuovo re aveva
invocato gli Austriaci: parte delle milizie piemontesi li aveva
preceduti in Novara; i capi del moto s'erano lasciati atterrire dal
primo scontro e non avevano tentato resistere. Tutte queste nozioni
ch'io andava acquistando sommavano a farmi pensare: _potevano_ dunque,
se ciascuno avesse fatto il debito suo, vincere; perchè non si
ritenterebbe? questa idea s'impossessava più sempre di me, e
l'impossibilità d'intravvedere per quali vie si potesse tentare di
tradurla in fatti m'anneriva l'anima. Sui banchi dell'Università--v'era
allora una Facoltà di Belle Lettere che precedeva di due anni i corsi
legali e medici e ammetteva i più giovani--di mezzo alla irrequieta
tumultuante vita degli studenti, io era cupo, assorto, come invecchiato
anzi tratto. Mi diedi fanciullescamente a vestir sempre di nero; mi
pareva di portar il lutto della mia patria. L'Ortis che mi capitò allora
fra le mani mi infanatichì: lo imparai a memoria. La cosa andò tanto
oltre, che la mia povera madre temeva di un suicidio.
Più dopo quella prima tempesta si racquetò; e diè luogo a men travolti
pensieri. L'amicizia ch'io strinsi coi giovani Ruffini--ed era per essi
e per la santa madre loro un amore--mi riconciliò alla vita e concesse
sfogo alle ardenti passioni che mi fermentavano dentro. Parlando con
essi di lettere, di risorgimento intellettuale Italiano, di questioni
filosofico-religiose, di piccole associazioni--ch'erano preludî alla
grande--da fondarsi per avere di contrabbando libri e giornali vietati,
l'anima si rasserenava: intravvedeva possibile, comecchè su piccola
scala, l'azione. Un piccolo nucleo di scelti giovani d'intelletto
indipendente, anelante a nuove cose, si raggruppava d'intorno a me. Di
quel nucleo, la cui memoria dura tuttavia nel mio core come ricordo di
una promessa inadempita, nessuno è rimasto a combattere per l'antico
programma, da Federico Campanella in fuori, oggi Membro di un Comitato
di Provvedimento per Venezia e Roma in Palermo; morti gli uni, disertori
gli altri: taluno fedele tuttavia alle idee, ma inattivo. Allora quella
plejade fu salute all'anima tormentata. Io non era più solo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ho detto ch'io non intendo scrivere la mia vita, e balzo all'anno 1827.
Sul finire, credo, dell'anno anteriore, io aveva scritto le mie prime
pagine letterarie, mandandole audacemente all'_Antologia_ di Firenze,
che, molto a ragione, non le inserì e ch'io aveva interamente
dimenticate, finchè le vidi molti anni dopo inserite, per opera di N.
Tommaseo, nel _Subalpino_: versavano su Dante, ch'io dal 1821 al 1827
aveva imparato a venerare, non solamente come poeta, ma come Padre della
Nazione.
Nel 1827 fremevano accanite le liti fra _classicisti_ e _romantici_, tra
i vecchi fautori d'un dispotismo letterario la cui sorgente risaliva per
essi a duemila e più anni addietro e gli uomini che, in nome della
propria ispirazione, volevano emanciparsene. Eravamo, noi giovani,
romantici tutti. Ma a me pareva che pochissimi, se pur taluno, si
fossero addentrati a dovere nelle viscere della questione. I primi,
Arcadi di Roma, Accademici della Crusca, professori e pedanti, andavano
ostinatamente scrivendo imitazioni fredde, stentate, senza intento,
senz'anima, senza vita: i secondi, non dando base alla nuova Letteratura
fuorchè la fantasia _individuale_, si sbizzarrivano in leggende dei
tempi di mezzo, inni menzogneri alla Vergine, disperazioni metriche non
sentite, e in ogni concetto d'un'ora che s'affacciasse alla loro mente
intollerante d'ogni tirannide, ma ignara della santità della Legge che
governa, come ogni altra cosa, anche l'Arte. E parte di questa Legge è
che l'Arte o compendii la vita di un'Epoca che sta conchiudendosi o
annunzii la vita di un'Epoca che sta per sorgere. L'Arte non è il
capriccio d'uno o d'altro individuo, ma una solenne pagina storica o una
profezia: e se armonizza in sè la doppia missione, tocca, come sempre in
Dante e talora in Byron, il sommo della potenza. Or, tra noi, l'arte non
poteva essere se non profetica. Gli Italiani non avevano da tre secoli
_vita_ propria, spontanea, ma esistenza di schiavi immemori che
accattavano ogni cosa dallo straniero. L'Arte non poteva dunque rivivere
se non ponendo una lapide di maledizione a quei tre secoli e intonando
il cantico dell'avvenire. E a riuscirvi bisognava interrogare la vita
latente, addormentata, inconscia del popolo, posar la mano sul core
pressochè agghiacciato della Nazione e spiarne i rari interrotti palpiti
e desumerne riverenti intento e norme agli ingegni. L'ispirazione
individuale doveva sorgere con indole propria dalle aspirazioni della
vita collettiva italiana, come belli di tinte varie e d'infiorescenza
propria sorgono, da un suolo comune a tutti, i fiori, poesia della
terra. Ma la vita collettiva d'Italia era incerta, indefinita, senza
centro, senza unità d'ideale, senza manifestazione regolare, ordinata.
L'arte poteva dunque prorompere a gesti isolati, vulcanici: non
rivelarsi progressiva, continua, come la vita vegetale del Nuovo Mondo,
dove gli alberi intrecciando ramo a ramo formano l'unità gigantesca
della foresta. Senza Patria e Libertà noi potevamo avere forse profeti
d'Arte, non Arte. Meglio era dunque consecrare la vita intorno al
problema: _avremo noi Patria?_ e tentare direttamente la questione
politica. L'Arte Italiana fiorirebbe, se per noi si riuscisse, sulle
nostre tombe.
Questi pensieri--che l'ingegno sommo e l'amor del paese devono avere di
certo suggerito a Manzoni e che tralucono divinamente nei Cori delle sue
tragedie ed altrove, raumiliati poi dalla soverchia mitezza dell'indole
e dalla fatale rassegnazione insegnatagli dal Cattolicismo--erano allora
pensieri di pochi. Predominava a tutto quel subuglio di letterati non
cittadini la falsa dottrina francese dell'_arte per l'arte_. Soli, sul
campo della Critica fecondatrice, ne davano indizio nell'_Antologia_
Tommaseo e Montani. In me rinfiammavano l'idea dell'aprile 1821 e
determinavano la mia vocazione di rinunziare alla via delle lettere per
tentare l'altra più diretta dell'azione politica.
E fu il primo grande mio sacrificio. S'affaccendavano in quel tempo
nella mia mente visioni di Drammi e Romanzi Storici senza fine, e
fantasie d'Arte che mi sorridevano come imagini di fanciulle carezzevoli
a chi vive solo. La tendenza della mia vita era tutt'altra che non
quella alla quale mi costrinsero i tempi e la vergogna della nostra
abjezione.
La via dell'azione a ogni modo era chiusa: e la questione letteraria mi
parve campo ad aprirmela quando che fosse.
Esciva allora in Genova, edito dal tipografo Ponthenier, un giornaletto
d'annunzî mercantili; e doveva, in virtù di non so quale prescrizione
governativa, limitarsi a quell'angustissima sfera. Era l'_Indicatore
Genovese_. Persuasi il librajo ad ammettere annunzî di libri da
vendersi, coll'aggiunta di due o tre linee quasi a definirne il
soggetto e m'assunsi di scriverle. Fu quello il cominciamento della mia
carriera di Critico. A poco a poco gli annunzî impinguarono e
diventarono articoli. Il Governo, assonnato allora come il paese, non se
ne avvide o non se ne curò. L'_Indicatore_ si trasformò in giornale
letterario. Gli articoli estratti da quel giornale, ristampati molti
anni dopo tra gli _Scritti d'un Italiano vivente_, in Lugano, e che
ricompariranno in questa edizione, non hanno valore intrinseco, ma
rivelano l'intento con cui da me e da pochi altri giovani amici si
scriveva e s'intendeva la questione del Romanticismo. La controversia
letteraria si convertiva in politica: bastava mutare alcune parole per
avvedersene. Erano guerricciuole, zuffe di bersaglieri sul limite di due
campi. Per noi l'indipendenza in fatto di Letteratura non era se non il
primo passo a ben altra indipendenza: una chiamata ai giovani perchè
ispirassero la loro alla vita segreta che fermentava giù giù nelle
viscere dell'Italia. Sapevamo che tra quelle due vite essi avrebbero
incontrato la doppia tirannide straniera e domestica e si sarebbero
ribellati dall'una e dall'altra. Il Governo finì per leggere e irritarsi
di quella tendenza. E quando, sul finir del primo anno, noi annunziavamo
imbaldanziti ai lettori che il Giornale s'ingrandirebbe, un divieto
governativo lo spense.
Ma quei lavorucci dettati con impeto giovanile, e il _fine_ ardito che
trapelava, m'avevano fruttato un grado qualunque di fama in Genova e
conoscenze d'uomini altrove che lavoravano poco dopo con me sulla via
più dichiaratamente emancipatrice. Un mio rimprovero a Carlo Botta,
storico di tendenze aristocratiche, senz'ombra d'intelletto filosofico,
ma il cui stile foggiato talora a gravità tacitiana e lo sdegno
alfieriano contro ogni straniero infanatichivano allora la gioventù, mi
valse contatto cogli uomini, timidi i più, ma d'animo italiano
dell'_Antologia_ di Firenze. E due articoli d'un altro studente, Elia
Benza di Portomaurizio, giovine d'alto sentire e di forte ingegno
isterilito poi, con mio dolore, dalla soverchia analisi e dai conforti
della vita domestica, pel Dramma _I Bianchi e i Neri_, ci diedero a
corrispondente il Guerrazzi. Guerrazzi aveva già scritto, non solamente
quel Dramma, ma la _Battaglia di Benevento_; e nondimeno, tanta era la
separazione tra provincia e provincia d'una stessa terra, il di lui nome
era ignoto fra noi: il Dramma, capitatoci a caso, ci aveva, di mezzo a
forme bizzarre e a una poesia che rinegava ogni bellezza d'armonia,
rivelato un ingegno addolorato, potente e fremente di orgoglio italiano.
Io risposi alla di lui lettera, e s'intavolò fra noi un carteggio
fraterno allora e pieno d'entusiasmo per promuovere l'avvenire. Quando
il Governo Sardo soppresse l'_Indicatore Genovese_, il vincolo tra noi e
i giovani Livornesi che facevano corona a Guerrazzi era già stretto di
tanto da suggerirci l'idea di continuare la pubblicazione sotto il
titolo d'_Indicatore Livornese_ in Livorno.
Era la prima lotta che imprendevamo coi governucci che smembravano la
povera Patria, e il senso di quella lotta ci crebbe l'ardire. Le
tendenze politiche si rivelarono in quel secondo Giornale nel quale
scrittori più assidui eravamo Guerrazzi, Carlo Bini ed io più esplicito
e quasi senza velo. Parlammo di Foscolo, al quale, tacendo degli altri
meriti, gl'Italiani devono riverenza eterna per avere egli primo cogli
atti e gli scritti rinvigorito a fini di Patria il ministero del
Letterato--dell'_Esule_, poema di Pietro Giannone, allora proscritto, di
fede incorrotta, ch'io imparai più tardi a conoscere ed a stimare--di
Giovanni Berchet delle cui poesie, magnifiche d'ira italiana,
moltiplicavamo allora noi studenti le copie e che mi toccò di vedere nel
1848 immiserito tra patrizî _moderati_ e cortigiani regî in Milano.
Osammo tanto, che l'intormentito Governo Toscano, compito l'anno,
c'intimò di cessare. E cessammo. Ma quei due giornali avevano intanto
raggruppato un certo numero di giovani potenti di una vita che volea
sfogo; avevano toccato efficacemente nell'anime corde che fin allora
giacevano mute; avevano--e questo era il più--provato ai giovani che i
Governi erano deliberatamente avversi a ogni progresso e che libertà
d'intelletto non era possibile se non cadevano.
Tra quell'armeggiare letterario, io non dimenticavo lo scopo mio e
andava guardandomi attorno a vedere s'io potessi trovare uomini capaci
d'avventurarsi all'impresa. Serpeggiavano tra noi voci vaghe di
Carboneria rinata, d'un lavoro segreto comune alla Francia, alla Spagna,
all'Italia. Cercai, spiai, interrogai tanto che finalmente un Torre,
amico e studente di Legge, mi si rivelò membro della Setta o come
dicevano allora dell'_Ordine_ e mi propose l'iniziazione. Accettai.
Io non ammirava gran fatto il simbolismo complesso, i misteri gerarchici
e la fede--o piuttosto la mancanza di fede politica--della Carboneria,
come i fatti del 1820 e del 1821, da me studiati quanto meglio io poteva
in quelli anni, me l'additavano. Ma io era allora impotente a tentare
cosa alcuna di mio e mi s'affacciava una congrega d'uomini i quali,
inferiori probabilmente al concetto, facevano ad ogni modo una cosa sola
del pensiero e dell'azione e sfidando scomuniche e pene di morte,
persistevano, distrutta una tela, a rifarne un'altra. E bastava perchè
io mi sentissi debito di dar loro il mio nome e l'opera mia. Anch'oggi,
canuto, credo che, dopo la virtù di guidare, la più alta sia quella di
saper seguire: seguire, intendo, chi guida al bene. I giovani, troppo
numerosi in Italia e altrove, che si tengono, per rispetto
all'indipendenza dell'_individuo_, segregati da ogni moto collettivo
d'associazione o di partito ordinato, sono generalmente quelli che più
rapidamente e servilmente soggiacciono a ogni forza ordinata
governativa. La riverenza all'Autorità vera e buona, purchè liberamente
accettata, è l'arme migliore contro la falsa e usurpata.
Accettai dunque. Fui condotto una sera in una casa presso San Giorgio,
dove, salendo all'ultimo piano, trovai chi doveva iniziarmi. Era, come
seppi più tardi, un Raimondo Doria, semi-corso; semi-spagnuolo, d'età
già inoltrata, di fisionomia non piacente. Mi disse con piglio solenne
come la persecuzione governativa e la prudenza necessaria a raggiunger
l'intento vietavano le riunioni e come quindi mi si risparmiassero
prove, cerimonie e riti simbolici. M'interrogò sulle mie disposizioni ad
agire, a eseguire le istruzioni che mi verrebbero via via trasmesse, a
sagrificarmi, occorrendo, _per l'Ordine_. Poi mi disse di piegare un
ginocchio e, snudato un pugnale, mi recitò e mi fece ripetere la formula
di giuramento del _primo grado_, comunicandomi uno o due segni di
riconoscimento fraterno, e m'accomiatò. Io era Carbonaro.
Uscendo, tormentai di domande l'amico che m'aspettava, sull'intento,
sugli uomini, sul da farsi, ma inutilmente: bisognava ubbidire, tacere e
conquistarsi lentamente fiducia. Mi felicitò, dell'avermi le circostanze
sottratto a prove tremende e, vedendomi sorridere, mi chiese con piglio
severo che cosa avrei fatto se m'avessero, come ad altri, intimato di
scaricarmi nell'orecchio una pistola caricata davanti a me. Risposi che
avrei ricusato, dichiarando agli iniziatori che, o la carica cadeva, per
mezzo d'una valvola interna, nel calcio della pistola ed era farsa
indegna d'essi e di me, o rimaneva veramente nella canna ed era assurdo
che un uomo chiamato a combattere pel paese cominciasse dallo
sparpagliarsi quel po' di cervello che Dio gli aveva dato. Fra me stesso
io pensava con sorpresa e sospetto che il giuramento non conteneva se
non una formula di obbedienza e non una parola sul _fine_. L'iniziatore
non aveva proferito sillaba che accennasse a federalismo o unità, a
repubblica o monarchia. Era guerra al Governo, non altro.
La contribuzione colla quale ogni affigliato doveva alimentare la Cassa
dell'_Ordine_ consisteva di 25 franchi all'atto della iniziazione e di 5
franchi mensili: contribuzione grave e a me, studente, più che ad ogni
altro. Pure mi parea buona cosa. Grave colpa è raccogliere danaro altrui
e usarne male; più grave l'esitare davanti a un sacrificio pecuniario
quando le probabilità stanno perchè giovi a una buona causa. Oggi gli
uomini--ed è uno dei più tristi sintomi che io mi sappia dell'egoismo
abbarbicatosi all'anime--argomentano per un franco. E mentre si gettano
ogni dì somme ingenti a procacciare a sè stessi conforti non reali, ma
artificiali i più, gli uomini che per una impresa come quella di fondar
la Patria o di crear libertà dovrebbero far moneta del sangue, lamentano
l'impossibilità di sacrifici frequenti, e pongono, anzichè schiuder la
borsa, la vita, l'onore, la dignità dell'anima loro o di quella de' loro
fratelli a pericolo. I cristiani dei primi secoli versavano sovente a'
piedi del sacerdote, a pro dei loro fratelli poveri, tutta quanta la
loro ricchezza, non serbandosi che il puro necessario alla vita. Tra
noi, è impresa utopistica, gigantesca, quella di trovare tra ventidue
milioni d'uomini, che cicalano di libertà, un milione che dia un franco
per l'emancipazione del Veneto. I primi avevano _fede_: noi non abbiamo
se non _opinioni_.
Ebbi, non molto dopo, l'iniziazione al _secondo grado_ e facoltà
d'affigliare. Conobbi due o tre Carbonari, fra gli altri un Passano,
antico Console di Francia in Ancona, che dicevano alto dignitario
dell'_Ordine_; vecchio, pieno di vita, ma che si pasceva più di piccolo
raggiro e d'astuzie che non d'opere tendenti virilmente e logicamente
allo scopo. Rimasi nondimeno sempre in una assoluta ignoranza del loro
programma o del che facessero; e cominciai a sospettare che nulla
facessero. L'Italia non appariva nei loro discorsi che come terra
diseredata d'ogni potenza per fare: appendice più che secondaria di
altrui. Si professavano cosmopoliti: bel nome se vale libertà per tutti;
nondimeno, a ogni leva è necessario, per agire, un punto d'appoggio e
quel punto d'appoggio ch'io intravvedeva fin d'allora in Italia, era per
essi visibilmente in Parigi. Fervevano allora in Francia le liti
d'opposizione, nella Camera e fuori, alla Monarchia di Carlo X, ed essi
non sognavano e non parlavano che di Guizot, di Barthe, di Lafayette e
dell'_Alta Vendita_ Parigina. Io pensava che avevamo dato noi Italiani
l'Istituzione dei Carbonari alla Francia.
Fui richiesto di stendere in francese una specie di _memorandum_,
indirizzato a non so chi, in favore della libertà della Spagna e a
provare l'_illegalità_ e le tristi conseguenze dell'intervento Borbonico
del 1823. Mi strinsi nelle spalle e lo stesi. Poi, giovandomi delle
facoltà che m'erano date, mi diedi ad affigliare tra gli studenti.
Presentiva il momento in cui, crescendo di numero e formando tra noi un
nucleo compatto avremmo potuto infondere un po' di giovine vita in quel
corpo invecchiato. Continuavamo intanto, aspettando che si potesse far
meglio, la zuffa contro quei che chiamavamo i _Monarchici_ delle
Lettere. E scrissi il lungo articolo _d'una Letteratura Europea_, che
dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso
nell'_Antologia_ di Firenze e troverà luogo in questa edizione.
Finalmente, all'appressarsi visibile della tempesta in Francia, i nostri
Capi parvero ridestarsi a un'ombra d'attività. E mi fu commesso di
partire per la Toscana a impiantarvi la Carboneria. La missione era più
grave ch'essi non pensavano. Le abitudini della famiglia, dalle quali io
non aveva mai desiderato d'emanciparmi, s'opponevano inappellabilmente
alla gita, quindi alla possibilità d'avere i mezzi che erano necessarî.
Dopo lunghe esitazioni, risolsi compire a ogni modo l'incarico. Dissi
ch'io mi recava per due giorni in Arenzano presso uno studente amico di
casa, raggranellai sotto diversi pretesti un po' di danaro dalla buona
mia madre, e mi preparai a partire.
Il dì prima della partenza--e cito questo fatto perchè mostra per quali
vie si trascinasse allora la Carboneria--mi fu intimato di trovarmi a
mezzanotte sul Ponte della Mercanzia. Vi trovai parecchi de' miei
giovani affigliati convocati essi pure senza sapere il perchè. Dopo
lungo aspettare, comparve il Doria; e lo seguivano due ignoti,
ammantellati sino agli occhi e muti come due spettri. Il core ci balzava
dentro per desiderio e speranza d'azione. Fatto cerchio, il Doria dopo
un breve discorso rivolto a me sui biasimi colpevoli e sulle
intemperanze dei giovani inesperti e imprudenti, accennò ai due
ammantellati e dichiarò ch'essi partivano il dì dopo per Barcellona onde
trafiggervi un Carbonaro reo d'avere osato sparlare dei Capi, però che
l'_Ordine, quando trovava ribelli, schiacciava_. Era una risposta a'
miei lagni rivelati da qualche affigliato zelante. Io ricordo ancora il
fremito d'ira che mi sorse dentro alla stolta minaccia. Mandai, su quei
primi moti dell'animo, a dire ch'io non partiva più per Toscana e
l'_Ordine_ schiacciasse pure. Poi, racquetato e ammonito dagli amici
ch'io sacrificava senza avvedermene la causa del paese all'offeso
_individuo_, mutai consiglio e partii, lasciando lettera a rassicurare
la mia famiglia.
In Livorno fondai una _Vendita_: affigliai parecchi Toscani ed altri
d'altre provincie, tra i quali ricordo un Camillo d'Adda, lombardo,
allievo di Romagnosi e ch'esciva allora, credo, dalle prigioni
dell'Austria, e Marliani, che moriva anni dopo difendendo Bologna contro
gli Austriaci. Commisi il resto a Carlo Bini, anima buona e candida,
serbatasi incontaminata attraverso una gioventù passata fra i rozzi e
rissosi popolani della Venezia[2], ingegno potente, ma che imprigionato
fra le cure mercantili e fatto indolente da un profondo scetticismo, non
di principii, ma degli uomini e delle cose d'allora, non potè rivelarsi
che a lampi. Una immensa rettitudine d'animo e una immensa capacità di
sagrificio per ciò ch'ei credeva bene, sagrificio tanto più meritevole
quanto meno ei credea nel successo, erano doti immedesimate con lui. Ei
rideva con me delle formalità e del simbolismo dei Carbonari, ma
credeva, com'io credeva, nell'importanza d'ordinarci, sotto qualunque
forma si fosse, all'azione.
Viaggiammo insieme a Montepulciano dov'era allora relegato Guerrazzi,
colpevole d'aver recitato alcune solenni pagine in lode d'un prode
soldato italiano, Cosimo Delfante, tanto quei miseri Governi d'allora
s'adombravano d'ogni ricordo che potesse guidarci a sentire men
bassamente di noi. Avrebbero, se fosse stato in loro potere, abolito la
Storia.
Vidi Guerrazzi. Ei scriveva l'_Assedio di Firenze_ e ci lesse il
capitolo d'introduzione. Il sangue gli saliva alla testa mentr'ei
leggeva ed ei bagnava la fronte per ridursi in calma. Sentiva altamente
di sè, e quella persecuzioncella che avrebbe dovuto farlo sorridere gli
rigonfiava l'anima d'ira. Ma ei sentiva pure altamente della sua Patria
nei ricordi della passata grandezza e nei presentimenti de' suoi fati
futuri; e mi pareva che l'orgoglio italiano, e l'orgoglio dell'_io_, non
gli avrebbero forse impedito di sviarsi quando che fosse, ma gli
avrebbero resa impossibile ogni bassezza e ogni transazione con chi egli
avrebbe sentito da meno di quel ch'egli era. Non aveva fede. La fantasia
potente oltremodo lo spronava a grandi cose: la mente incerta, pasciuta
di Machiavelli e di studî sull'uomo del passato più che d'intuizioni
sull'uomo avvenire, lo ricacciava nelle anatomie dell'analisi, buone a
dichiarare la morte e le sue cagioni, impotente a creare e ordinare la
vita. Erano in lui due esseri combattenti, vincenti e soggiacenti
alternativamente: mancava il nesso comune, mancava quell'armonia che non
discende se non da una forte credenza religiosa o dagli impulsi
prepotenti del core. Stimava poco: amava poco. Io cercava in lui una
scintilla di quell'immenso affetto che si versava dagli occhi di Carlo
Bini, mentr'egli commosso dalla lettura delle magnifiche pagine che i
giovani d'Italia sanno a memoria, lo guardava d'un guardo di madre
pensoso unicamente dal suo soffrire. Erano i tempi (1829), nei quali ci
venivano, aspettate con ansia, di Francia, le lezioni storiche di Guizot
e le filosofiche di Cousin, fondate su quella dottrina del Progresso che
contiene in sè la religione dell'avvenire, che splendeva, rinata da
poco, nei discorsi eloquenti di quei due e che non prevedevamo dovesse
miseramente arrestarsi un anno dopo all'ordinamento della _borghesia_ e
alla Carta di Luigi Filippo. Io l'aveva attinta dal Dante nel Trattato
della Monarchia, pochissimo letto e sempre frainteso. Ed io parlava con
calore dei due Còrsi, della Legge, del futuro che doveva presto o tardi
irrevocabilmente escirne. Guerrazzi sorrideva tra il mesto e
l'epigrammatico. E quel sorriso m'impauriva come s'io avessi
intravveduto tutti i pericoli di quell'anima privilegiata: m'impauriva
di tanto, ch'io partii senza parlargli a viso aperto del motivo
principale della mia gita e commettendo a Bini di farlo. E nondimeno io
l'ammirava potente e benedetto d'un nobile orgoglio, che, come dissi,
m'era mallevadore dell'avvenire. Stringemmo allora una fratellanza che
più tardi si ruppe, non per mia colpa.
Tornato in Genova, trovai mali umori tra gli alti dignitarî
dell'_Ordine_. A me fu detto di non dare conto del mio lavoro al Doria;
poco dopo, redarguito di non so che, egli ebbe intimazione da chi stava
più in alto di lui d'allontanarsi per un certo tempo dalla città, e
promise farlo. Ma un giorno ch'io esciva di casa sull'alba per recarmi a
una campagna (Bavari) dove stava allora mia madre, lo incontrai sulla
via, e ne feci riferta. Non so di dove egli escisse a quell'ora; ma
tramava, irritato, vendetta contro l'_Ordine_, i suoi lavori e i nuovi
affigliati.
Scoppiava l'insurrezione francese del luglio 1830. I capi s'agitavano
senza intento determinato, aspettando libertà da Luigi Filippo. Noi
giovani ci diemmo a fondere palle e a prepararci per un conflitto che
salutavamo inevitabile e decisivo.
Non ricordo le date; ma poco dopo le tre Giornate di Francia, mi venne
ingiunto di recarmi ad ora determinata al _Lion Rouge_, albergo
esistente allora nella salita San Siro, dove avrei trovato un maggiore
Cottin di Nizza o Savoja, il quale avea ricevuto, dicevano, il _primo
grado_ di Carboneria da Santa Rosa e invocava il _secondo_ ch'io doveva
conferirgli. Eravamo noi giovani maneggiati dai Capi a guisa di macchine
e sarebbe tornato inutile chiedere perchè scegliessero me a
quell'ufficio invece d'altri a cui fosse già noto il maggiore. Accettai
quindi l'incarico. Soltanto, côlto da non so quale presentimento, mi
intesi, prima di compierlo, coi giovani Ruffini, intimi di mia madre,
intorno a un modo di corrispondenza segreta da praticarsi per mezzo
delle lettere della famiglia nel caso possibile d'imprigionamento a cui
soggiacessi. E l'antiveggenza giovò.
Mi recai, nel giorno assegnato, all'albergo, nelle cui stanze intravidi
il Passano, che fece sembianza di non conoscermi. Chiesi del Cottin e lo
vidi. Era uomo piccolo di statura con un guardo errante che non mi
piacque: vestiva abito non militare: parlava francese. Gli dissi, dopo
d'essermi fatto riconoscere fratello, o, come allora dicevano, _cugino_,
ch'ei doveva sapere perch'io venissi. Introdotto nella sua stanza da
letto, chiuso l'uscio, ei piegò un ginocchio ed io, cavata, com'era
d'uso, una spada dal bastone, cominciava a fargli prestare il
giuramento, quando si schiuse subitamente un piccolo uscio praticato,
accanto al letto, nel muro, e s'affacciò da quello un ignoto. Mi guardò
e richiuse. Il Cottin mi pregò d'acquetarmi, dichiarò ch'era quegli un
domestico suo fidatissimo e si scusò dell'avere dimenticato di chiudere
l'usciolo a chiave. Compita l'iniziazione, il maggiore mi disse ch'ei si
recava tre giorni a Nizza dove avrebbe lavorato utilmente fra la
milizia, ma che la memoria lo tradiva e ch'io avrei fatto bene a dargli
la formula del giuramento in iscritto. Ricusai, dicendogli che non era
abitudine mia scrivere cose siffatte: scrivesse egli sotto mia
dettatura. Scrisse, e m'accomiatai, scontento di quella scena.
L'ignoto, come seppi più dopo, era un carabiniere regio travestito.
Trascorsi pochi giorni io era nelle mani della polizia.
Io aveva sulla persona, al momento in cui la sbirraglia s'impossessò di
me, materiale per tre condanne: palle da fucile, una lettera in cifra
del Bini, un ragguaglio delle tre giornate di Francia stampato su carta
tricolorata, la formula di giuramento del _secondo_ grado e inoltre,
dacchè fui preso sull'uscio di casa mia, un bastone con entro lo stocco,
fra le mani. Riuscii a liberarmi di ogni cosa: quella gente aveva le
tendenze, non l'ingegno della tirannide. La lunga perquisizione fatta in
casa e fra le mie carte non fruttò scoperte pericolose. Fui nondimeno, e
quantunque il commissario (Pratolongo) sostasse e mandasse per ordini,
tratto alla caserma dei carabinieri in Piazza Sarzano.
Là fui interrogato da un vecchio commissario per nome Bollo, il quale,
dopo avermi tentato in ogni modo possibile, nojato della mia freddezza,
pensò atterrirmi provandomi ch'io era tradito, e mi disse a un tratto
ch'io, _il tal giorno, la tal ora, nel tal luogo, aveva iniziato al
secondo grado di Carboneria, il maggiore Cottin_. Un lieve brivido mi
corse l'ossa; mi contenni nondimeno, e risposi ch'io mal poteva
confutare un romanzo, ma sperava che il maggiore sarebbe venuto a
confronto con me.
Non venne. Egli aveva, accettando la parte di _agente provocatore_,
stipulato che non se ne sarebbe fatto motto nel processo. Rimasi
parecchi giorni nella caserma, esposto al sogghigno e ai motteggi dei
carabinieri, il più letterato fra i quali m'additava ai compagni come
una nuova edizione di Jacopo Ortis, corrispondendo, mercè un pezzetto di
matita ch'io m'era trovato mangiando, fra i denti--il pranzo m'era
mandato da casa--e col quale io scriveva nella biancheria, rimandandola.
Diedi in quel modo avviso agli amici perchè distruggessero alcune carte
pericolose agli affigliati toscani. Seppi che erano stati imprigionati
altri con me, Passano, Torre, un Morelli avvocato, un Doria librajo, ed
uno o due ignoti: nessuno dei giovani affigliati da me.
Governava allora in Genova un Venanson, lo stesso che, richiesto da mio
padre delle mie colpe, rispondeva non esser tempo di dirle; ma ch'io era
a ogni modo dotato di certo ingegno e tenero di passeggiate solitarie
notturne, e muto generalmente sui miei pensieri; e al Governo non
andavano a sangue _i giovani d'ingegno dei quali non si sapeva che cosa
pensassero_.
Una notte, destato subitamente, mi vidi innanzi due carabinieri, i quali
m'ingiunsero d'alzarmi e di seguirli. Pensai si trattasse d'un
interrogatorio; ma l'avvertirmi d'un d'essi ch'io non lasciassi il
mantello, mi fece accorto ch'io doveva escire dalla caserma. Chiesi dove
s'andasse: risposero non poterlo dire. Pensai a mia madre che, udendomi
il dì dopo sparito, avrebbe ideato il peggio, e dichiarai risolutamente
ch'io non sarei partito se non trascinato, quando non mi venisse
concesso di scrivere un biglietto alla famiglia. Dopo lunghi dubbî e
consigli col loro ufficiale, concessero. Scrissi poche linee a mia madre
dicendole ch'io partiva, ma che non temesse di male alcuno, e seguii i
miei nuovi padroni. Trovai all'uscio una _portantina_ nella quale mi
chiusero. Quando si fermò, udii a un tempo uno scalpito di cavalli,
indizio di partenza per luogo lontano e la voce inaspettata di mio padre
che mi confortava ad avere coraggio.
Non so come egli fosse stato informato della partenza, dell'ora e del
luogo. Ma ricordo ancora con fremito i modi brutali dei carabinieri che
volevano allontanarlo, il loro sospingermi dalla portantina nella
vettura, sì ch'io potei appena stringergli la mano, e il loro avventarsi
furente, per riconoscere un giovane che stava fumando a poca distanza e
m'avea salutato del capo. Era Agostino Ruffini, uno dei tre che mi
furono più che amici, fratelli, morto anni sono, lasciando perenne
ricordo di sè, non solamente fra gli Italiani, ma tra gli Scozzesi che
lo conobbero esule e ne ammirarono il core, l'ingegno severo e la pura
coscienza.
Eravamo davanti alle carceri di Sant'Andrea. Scese da quelle un
imbacuccato che fecero salire nella vettura ov'io era e vi salirono pure
due carabinieri armati di fucile; e partimmo. Nel prigioniero riconobbi
poco dopo Passano. Uno dei due carabinieri era l'ignoto del _Lione
Rosso_.
Fummo condotti a Savona (Riviera Occidentale) in Fortezza e tosto
disgiunti. Giungevamo inaspettati, e la mia celletta non era pronta. In
un andito semibujo dove mi posero, ebbi la visita del governatore, un De
Mari, settuagenario, il quale motteggiandomi stolidamente sulle notti
perdute in convegni colpevoli e sulla tranquillità salutare ch'io
troverei in Fortezza--poi rispondendomi, sul mio chiedere un sigaro,
ch'egli _avrebbe scritto a S. E. il Governatore di Genova per vedere se
poteva concedersi_--mi fece piangere, quand'ei fu partito, le prime
lagrime dall'imprigionamento in poi.
Erano lagrime d'ira nel sentirmi così compiutamente sotto il dominio
d'uomini ch'io sprezzava.
Fui dopo un'ora debitamente confinato nella mia celletta. Era sull'alto
della Fortezza: rivolta al mare e mi fu conforto. Cielo e Mare--due
simboli dell'infinito e, coll'Alpi, le più sublimi cose che la natura ci
mostri--mi stavano innanzi quand'io cacciava il guardo attraverso
l'inferriate del finestrino. La terra sottoposta m'era invisibile. Le
voci dei pescatori mi giungevano talora all'orecchio a seconda del
vento. Il primo mese non ebbi libri: poi, la cortesia del nuovo
governatore, cav. Fontana, sottentrato per ventura all'antico, fe' sì
ch'io ottenessi una Bibbia, un Tacito, un Byron. Ebbi pure compagno di
prigionia un lucherino, uccelletto pieno di vezzi e capace d'affetto,
ch'io prediligeva oltremodo. D'uomini io non vedeva se non un vecchio
sergente Antonietti che m'era custode benevolo, l'ufficiale al quale si
affidava ogni giorno la guardia e che compariva un istante sull'uscio,
ad affisare il suo prigioniero, la donna piemontese, Caterina, che
recava il pranzo, e il comandante Fontana. L'Antonietti mi chiedeva
imperturbabilmente ogni sera _s'io avessi comandi_, al che io rispondeva
invariabilmente: _un legno per Genova_. Il Fontana, antico militare,
capace d'orgoglio italiano, ma profondamente convinto che i Carbonari
volevano saccheggio, abolizione di qualunque fede, ghigliottina sulle
piazze e cose siffatte, compiangeva in me i traviamenti del giovine e
tentò, a rimettermi sulla buona via, ogni arte di dolcezza, fino a
tradire le sue istruzioni conducendomi la notte a bere il caffè colla di
lui moglie, piccola e gentile donna imparentata, non ricordo in qual
grado, con Alessandro Manzoni.
Intanto, io andava esaurendo gli ultimi tentativi per cavare una
scintilla di vita dalla Carboneria coi giovani amici lasciati in Genova.
Ogni dieci giorni io riceveva, aperta s'intende e letta e scrutata dal
Governatore di Genova a da quello della Fortezza, una lettera di mia
madre e m'era concesso risponderle, pur ch'io scrivessi in presenza
dell'Antonietti e gli consegnassi aperta la lettera. Ma tutte queste
precauzioni non nuocevano al concerto prestabilito tra gli amici e me,
ed era che dovessimo formar parole, per sovrappiù di cautela, latine,
colla prima lettera d'ogni alterna parola. Gli amici dettavano a mia
madre le prime otto o nove linee della sua lettera; e quanto a me, il
tempo per architettare e serbare a memoria le frasi ch'io dovrei
scrivere, non mi mancava. Così mandai agli amici di cercare abboccamento
con parecchi fra i Carbonari a me noti, i quali tutti, côlti da terrore,
respinsero proposte ed uomini; e così seppi l'insurrezione Polacca,
ch'io per vaghezza d'imprudenza giovanile annunziai al Fontana, il quale
m'aveva accertato poche ore prima tutto essere tranquillo in Europa. Di
certo, ei dovè raffermarsi più sempre nell'idea che noi avevamo contatto
col diavolo.
Bensì, e il terrore fanciullesco dei Carbonari in quel solenne momento,
e le lunghe riflessioni mie sulle conseguenze logiche dell'assenza
d'ogni fede positiva nell'Associazione, e una scena ridicola ch'io
m'ebbi col Passano (il quale incontrato da me per caso nel corritojo
mentre si ripulivano le nostre celle, al mio susurrargli affrettato: _ho
modo certo di corrispondenza; datemi nomi_, rispose col rivestirmi di
_tutti i poteri_ e battermi sulla testa per conferirmi non so qual grado
_indispensabile_ di Massoneria), raffermavano me nel concetto formato
già da più mesi: che la Carboneria era fatta cadavere e che invece di
spendere tempo e fatica a galvanizzarla, era meglio cercar la vita
dov'era, e fondare un edificio nuovo di pianta.
Ideai dunque, in quei mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno della
_Giovine Italia_; meditai i principii sui quali doveva fondarsi
l'ordinamento del partito e l'intento che dovevamo dichiaratamente
prefiggerci: pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato a
iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi
rivoluzionarî Europei. Eravamo pochi, giovani, senza mezzi e d'influenza
più che ristretta; ma il problema stava per me nell'afferrare il vero
degli istinti e delle tendenze, allora mute, ma additate dalla storia e
dai presentimenti del core d'Italia. La nostra forza dovea scendere da
quel Vero. Tutte le grandi imprese Nazionali si iniziano da uomini
ignoti e di popolo, senza potenza fuorchè di fede e di volontà che non
guarda a tempo nè ad ostacoli: gl'influenti, i potenti per nome e mezzi,
vengono poi a invigorire il moto creato da quei primi e spesso pur
troppo a sviarlo dal segno.
Non dirò qui come gli istinti e le tendenze d'Italia, quali m'apparivano
attraverso la Storia e nell'intima costituzione sociale del paese, mi
conducessero a prefiggere intento all'Associazione ideata l'Unità e la
Repubblica. Accennerò soltanto come fin d'allora il pensiero generatore
d'ogni disegno fosse per me, non un semplice pensiero politico, non
l'idea del miglioramento delle sorti d'_un_ popolo ch'io vedeva
smembrato, oppresso, avvilito: ma un presentimento che l'Italia sarebbe,
sorgendo, _iniziatrice_ d'una nuova vita, d'una nuova potente Unità alle
nazioni d'Europa. Mi s'agitava nella mente, comunque confusamente e
malgrado il fascino ch'esercitavano su me in mezzo al silenzio comune le
voci fervide di coscienza direttrice uscenti allora di Francia, un
concetto ch'io espressi sei anni dopo; ed era che un _vuoto_ esisteva in
Europa, che l'Autorità, la vera, la buona, la Santa Autorità nella cui
ricerca sta pur sempre, confessato a noi stessi o no, il segreto della
vita di tutti noi, negata irrazionalmente da tanti i quali confondono
con essa un fantasma, una menzogna d'Autorità e credono negar Dio quando
non negano che gli idoli, era svanita, spenta in Europa, che quindi non
viveva in alcun popolo potenza d'_iniziativa_. È concetto che gli anni,
gli studî e i dolori hanno confermato irrevocabilmente nell'animo mio e
mutato in fede. E se mai, ciò ch'io non credo, mi fosse dato, fondata
una volta l'Unità Italiana, di vivere un solo anno di solitudine in un
angolo della mia terra o in questa ove io scrivo e che gli affetti
m'hanno fatta seconda patria, io tenterò di svolgerlo e desumerne le
conseguenze più importanti ch'altri non pensa. Allora da quel concetto
non maturato abbastanza balenava, come stella dell'anima, un'immensa
speranza: l'Italia rinata e d'un balzo missionaria di una Fede di
Progresso e di Fratellanza, più vasta assai dell'antica, all'umanità. Io
aveva in me il culto di Roma. Fra le sue mura s'era due volte elaborata
la vita Una del mondo. Là, mentre altri popoli, compìta una breve
missione, erano spariti per sempre e nessuno aveva _guidato_ due volte,
la vita era eterna, la morte ignota. Ai vestigi potenti d'un'epoca di
Civiltà che aveva avuto anteriormente alla Greca, sede in Italia, e
della quale la scienza storica dell'avvenire segnerà l'azione esterna
più ampia che gli eruditi d'oggi non sospettano, s'era sovrapposta,
cancellandola nell'oblìo, la Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari,
e avea solcato, dietro al volo dell'aquile, il mondo noto coll'idea del
Diritto, sorgente della Libertà. Poi, quando gli uomini la piangevano
sepolcro di vivi, era risorta più grande di prima e, risorta appena,
s'era costituita, coi Papi, santi un tempo quanto oggi abbietti. Centro
accettato d'una nuova Unità che levando la legge dalla terra al cielo,
sovrapponeva all'idea del Diritto l'idea del Dovere comune a tutti e
sorgente quindi dell'Eguaglianza. Perchè non sorgerebbe da una terza
Roma, la Roma del Popolo Italico, della quale mi pareva intravedere gli
indizî, una terza e più vasta Unità che armonizzando terra e cielo,
Diritto e Dovere, parlerebbe, non agli individui, ma ai popoli, una
parola di Associazione insegnatrice ai liberi ed eguali della loro
missione quaggiù?
Queste cose io pensava tra l'inchiesta serale dell'Antonietti e i
tentativi per convertirmi del governatore Fontana, nella mia colletta in
Savona: queste io penso oggi, con più logico e fondato sviluppo, nella
stanzuccia, non più vasta della mia prigione, ov'io scrivo. E mi valsero
nella vita accuse d'utopista e di pazzo, e oltraggi e delusioni che mi
fecero sovente, quando fremeva tuttavia dentro me una speranza di vita
dell'_individuo_, guardare addietro con desiderio e rammarico alla mia
celletta in Savona, tra il mare e il cielo, lungi dal contatto degli
uomini. L'avvenire dirà s'io antivedeva o sognava. Oggi il rivivere
d'Italia, fidato a materialisti immorali celebrati grandi da un volgo
ignaro e corrotto, condanna le mie speranze. Ma ciò ch'è morte agli
altri popoli è sonno per noi.
Da quell'idee io desumeva intanto che il nuovo lavoro dovea essere anzi
ogni altra cosa _morale_, non angustamente _politico_: religioso, non
negativo; fondato sui _principî_, non su teoriche d'_interesse_; sul
Dovere, non sul _benessere_. La scuola straniera del materialismo aveva
sfiorato l'anima mia per alcuni mesi di vita Universitaria; la Storia e
l'intuizione della coscienza, soli criterî di verità, m'avevano
ricondotto rapidamente all'idealismo de' nostri padri.
Il mio processo era stato rimesso a una Commissione di Senatori in
Torino, fra i quali non ricordo che il nome d'un Gromo. La promessa data
al Cottin limitava tutte le testimonianze a mio danno a quella del
carabiniere che m'avea veduto, collo stocco snudato, nella stanza
dell'iniziato. Contro quella stava la mia; e s'equilibravano. Era chiaro
ch'io doveva essere assolto. Avrei adunque avuto campo al lavoro.
Fui difatti assolto dalla Commissione Senatoriale. Se non che il
Governatore Venanson, odiato e odiatore in Genova, irritato dallo
sfregio e pauroso della taccia di calunniatore che la popolazione,
vedendomi libero, gli avrebbe avventato, corse a gettarsi ai piedi del
re clementissimo, Carlo Felice, accertandolo che per prove fidate a lui
solo io era colpevole e pericoloso, e il re clementissimo, commosso al
dolore inquieto del Governatore, calpestò la sentenza dei giudici e i
miei diritti ed il dolore muto de' miei genitori, e fece intimarmi che o
mi scegliessi soggiorno, rinunziando a Genova, a ogni punto delle
spiaggie liguri, a Torino e ad altre città d'importanza, Asti, Acqui,
Casale o altra piccola città dell'interno--o ch'io andassi in esilio a
tempo indefinito da prolungarsi o accorciarsi dalla volontà regia a
seconda dei meriti o demeriti della mia condotta. E il bivio mi fu posto
da mio padre che s'affrettò a Savona per liberarmi dall'ultima noja
dell'essere ricondotto in Genova fra gendarmi, dacchè al decreto del
clementissimo era aggiunta la disposizione ch'io non vedessi alcuno
fuorchè i miei più vicini parenti. Il Passano, in virtù dell'antico
consolato in Ancona e della nascita in Corsica, era stato già prima di
me ridonato a libertà senza patti e passeggiava le vie di Savona:
abitudine antica d'ogni governo regio in Italia d'aborrire la Francia e
adularla a un tempo e compiacerle e servirle.
Era intanto scoppiata, poco prima della mia liberazione, l'insurrezione
del Centro (febbrajo 1831). Intesi in Genova che gli esuli Italiani si
addensavano sulla frontiera confortati di larghe speranze e d'ajuti dal
nuovo Governo di Francia. In una delle minori città di Piemonte, ignoto
fra ignoti, io mi sarei veduto condannato a un'assoluta impotenza dalla
vigilanza della polizia e imprigionato nuovamente al primo atto
sospetto. Per queste ragioni scelsi l'esilio che mi dava libertà piena e
ch'io allora fantasticava brevissimo. Lasciai la famiglia; dissi a mio
padre, ch'io non doveva rivedere più mai, di star di buon animo e che la
mia era assenza di giorni; e partii. Traversai la Savoja che la libertà
moderata non aveva ancora fatta francese, e il Cenisio; e mi recai in
Ginevra. Di là io doveva avviarmi a Parigi, e la sollecitudine materna
m'avea dato compagno di viaggio uno zio che avea abitato per lunghi anni
la Francia.
Andai a visitare Sismondi, lo storico delle nostre repubbliche, pel
quale io avea commendatizia d'una amica sua, Bianca Milesi Moion.
M'accolse più che cortese, e con lui la moglie Jessie Mackintosh
scozzese. Sismondi lavorava allora intorno alla Storia di Francia. Era
buono, singolarmente modesto, di modi semplici e affabili, italiano
d'anima; e m'interrogò con ansia d'affetto sulle cose nostre. Mi parlò
di Manzoni del quale ammirava oltre ogni sua cosa il Romanzo, e dei
pochi i quali davano segno di vita intellettuale rinascente. Deplorava
in noi le tendenze appartenenti tutte al XVIII secolo, ma le spiegava
colla necessità della lotta. Le sue non n'erano emancipate quant'ei
credeva; e la sua scienza non oltrepassava i limiti delle teorica dei
Diritti e la conseguenza unica di questa teorica, la Libertà. E d'altra
parte l'amicizia che lo stringeva ai capi della scuola _dottrinaria_
d'allora, Cousin, Guizot, Villemain, annebbiava visibilmente i suoi
giudizî sugli uomini e sulle cose. Nelle tendenze di quegli uomini dei
quali nè egli nè io sospettavamo l'intento, nel culto esclusivo,
frainteso, della libertà, e nelle condizioni della sua Svizzera egli
avea succhiato il _federalismo_ e lo predicava siccome ideale di
reggimento politico ai molti esuli Italiani, segnatamente lombardi, che
gli stavano intorno e pendevano dalle sue ispirazioni: non era fra essi
chi sospettasse possibile e desiderabile l'Unità. M'introdusse, nel
_Cerchio di Lettura_, a Pellegrino Rossi, il quale si limitò ad
additarmi un tale seduto in un angolo e creduto spia. Non so quale
indefinito senso di sconforto s'insignoriva di me vedendo dappresso
quelli esuli ch'io aveva fino a quel giorno ammirati rappresentanti
l'anima segreta d'Italia. La Francia era tutto per essi. La politica
m'appariva nei loro discorsi come scienza, maneggio, calcolo diplomatico
di transazioni opportune, non fede e moralità.
Mentre a ogni modo io m'accomiatava un giorno da Sismondi chiedendogli
s'io poteva far cosa alcuna per lui in Parigi, un esule lombardo che
avea sempre ascoltato attentamente i miei discorsi senza mover parola,
mi chiamò in disparte e mi susurrò nell'orecchio che, s'io aveva
desiderio d'azione, mi recassi in Lione e mi presentassi agli Italiani
che troverei raccolti nel _Caffè della Fenice_. Lo guardai con vera
riconoscenza, chiedendogli il nome. Era Giacomo Ciani, condannato a
morte dall'Austria nel 1821.
In Lione, trovai fra i nostri una scintilla di vera vita. Predominava
negli esuli che v'erano raccolti, e v'accorrevano ogni giorno,
l'elemento militare. Trovai molti di quelli uomini ch'io aveva veduto
dieci anni addietro errare, coll'ira della delusione sul volto, per le
vie di Genova; e avevano d'allora in poi onorato il nome Italiano
nell'armi difendendo la libertà Spagnuola o la Greca. Vidi Borso de'
Carminati, ufficiale che nel 1821 s'era in Genova, in Piazza de' Banchi,
cacciato fra il popolo irruente e i soldati ai quali era stato ordinato
_fuoco_ contr'esso, militare d'alte speranze, salito più tardi ai più
alti gradi nelle guerre spagnuole, e che avrebbe levato grido di sè
nelle nostre, se l'indole irritabile, incauta, intollerante d'ogni
sopruso, non lo avesse travolto, per odio ad Espartero, in un tentativo
indegno di lui che gli costò vita e fama: Carlo Bianco, che mi diventò
amico e del quale riparlerò: un Voarino, ufficiale di cavalleria, un
Tedeschi ed altri, piemontesi tutti, proscritti del 1821 e in mezzo ad
una maggioranza costituzionale monarchica, non per fede ma perchè
monarchica era la Francia, repubblicani. Erano accorsi per partecipare
in una invasione che stava ordinandosi della Savoja da un Comitato,
membri del quale ricordo il generale Regis, un Pisani, un Fechini. La
spedizione contava da forse duemila italiani e un certo numero d'operai
francesi. I mezzi abbondavano, però che la bandiera monarchica e la
credenza che il Governo Francese spingesse al moto avevano raccolto
esuli ricchi, patrizî, principi, uomini d'ogni colore, all'impresa. I
preparativi si facevano pubblicamente: la bandiera tricolore Italiana
s'intrecciava nel _Caffè della Fenice_, stanza del Comitato, alla
bandiera Francese; i depositi d'armi erano noti a tutti: correvano
comunicazioni continue tra il Comitato e il Prefetto di Lione.
Le stesse cose avevano luogo ad un tempo sulla frontiera Spagnuola.
Luigi Filippo non era ancora stato riconosciuto dalle monarchie
assolute: cercava d'esserlo; e agitava per atterrire e costringere. Come
Cavour diceva, trent'anni dopo ai plenipotenziarî raccolti in Parigi: _o
riforme o rivoluzioni_, la nuova monarchia di Francia diceva ai re
titubanti: _o accettazione dei Borboni secondogeniti o guerra di
rivoluzione_. I re accettarono e Luigi Filippo tradì. Era il terzo
tradimento regio ch'io vedeva compirsi quasi sotto gli occhi miei nelle
cose d'Italia: il primo era la vergognosa fuga del principe Carlo
Alberto, carbonaro e cospiratore, al campo nemico: il secondo era quello
di Francesco IV duca di Modena, il quale avea protetto la congiura
tessuta in suo nome dal povero Ciro Menotti, poi, al momento
dell'esecuzione, lo avea assalito coll'armi e tratto prigione fuggendo a
Mantova, per poi impiccarlo quando l'Austria gli spianò le vie del
ritorno.
Un giorno, mentr'io mi recava alla Fenice pieno l'animo di speranza per
l'azione imminente, vidi la gente affollarsi a leggere uno stampato
governativo affisso sulle cantonate. Era una dichiarazione severa contro
il tentativo italiano, una intimazione di sciogliersi agli esuli e una
minaccia brutale di visitare col rigore delle leggi penali chiunque
s'attentasse di violare frontiere amiche e compromettere coi Governi la
Francia. Il bando esciva dalla Prefettura. Trovai il Comitato atterrito:
le bandiere sparite, l'armi sequestrate in parte, il vecchio generale
Regis in pianto. Gli esuli imprecavano al tradimento e ai traditori:
vendetta sterile di quanti in una impresa di patria fidano in altro che
nelle proprie forze. Taluni ostinati, magnanimi nella fede che il re
galantuomo Luigi Filippo non potesse deludere a quel modo le speranze
degli uomini della libertà, insinuavano che il Governo avveduto non
intendesse se non a levarli anzi tratto d'ogni sospetto di cooperazione,
ma non pensasse a impedire. Mi avventurai a proporre che si sciogliesse
il problema mandando un nucleo d'armati, quasi antiguardo della
spedizione e frammischiandovi quanti più si potesse degli operai
francesi, sulla via di Savoja; e fu fatto. Ma un drappello di cavalleria
li raggiunse e li sciolse a forza: primi a ubbidire i francesi, ai quali
l'ufficiale parlò di doveri verso il paese e della necessità di lasciare
al Governo la cura delle imprese liberatrici. La spedizione era fatta
impossibile. Cominciò la cacciata degli esuli. Parecchi furono condotti
ammanettati fino a Calais, e imbarcati per l'Inghilterra.
Fra quel subuglio di fughe, d'imprigionamenti, minaccie e disperazioni,
Borso mi rivelò ch'egli e pochi altri repubblicani partivano la stessa
notte alla volta di Corsica, per di là raggiungere in armi
l'insurrezione, che ancor durava, del Centro, e mi chiese s'io volessi
seguirli. Accettai senz'altro. Celai la subita determinazione allo zio,
lasciandogli poche linee pregandolo di tranquillarsi sul conto mio e a
tacere per pochi giorni colla mia famiglia; e partii. Nella diligenza
che ci portava a Marsiglia trovai Bianco, Voarino, Tedeschi, un Zuppi,
se non erro, napoletano, e non so chi altri. Borso con tre o quattro
compagni seguiva in altra vettura. Viaggiammo sempre senza quasi
fermarci fino a Marsiglia: da Marsiglia a Tolone; e da Tolone sopra un
legno mercantile napoletano, attraverso il mare più tempestoso ch'io
abbia veduto mai, a Bastia. Là mi sentii nuovamente, con gioja di chi
rimpatria, in Terra Italiana.
Non so che cosa abbiano fatto dell'isola, d'allora in poi, l'insistenza
corruttrice francese e la colpevole noncuranza dei Governi d'Italia; ma
nel 1831 l'Isola era Italiana davvero: Italiana non solamente per aere,
natura e favella, ma per tendenze e spiriti generosi di patria. La
Francia v'era accampata. Da Bastia e Ajaccio in fuori dove l'impiegatume
era di chi lo pagava, ogni uomo si diceva d'Italia, seguiva con palpito
i moti del centro e anelava ricongiungersi alla gran Madre. Il Centro
dell'Isola, dov'io feci una breve corsa con Antonio Benci, toscano,
collaboratore dell'_Antologia_ e ricovratosi, per minaccia di
persecuzioni, in Corsica, guardava unanime ai Francesi come a nemici.
Quei ruvidi ma buonissimi montanari, armati quasi tutti, non parlavano
che di recarsi a combattere nelle Romagne; e c'invocavano Capi. Leali,
ospitali, indipendenti, gelosi oltremodo delle loro donne, avidi
d'eguaglianza e sospettosi del forestiero per temenza di violata
dignità, ma fraterni a chi stende loro la mano come d'uomo a uomo e non
come d'incivilito a selvaggio, vendicativi ma generosamente e di fronte
e avventurando nella vendetta la vita, quei Corsi del centro mi sono
tuttavia un ricordo d'affetto e di speranza ch'essi non saranno sempre
divelti da noi. La Carboneria, recatavi dai profughi napoletani, era
allora dominatrice dell'Isola, e i popolani ne facevano quel che ogni
uomo dovrebbe fare d'una associazione liberamente accettata, una specie
di religione. Come alla vigilia d'una grande impresa, molti i quali
avevano giurato vendetta l'un contro l'altro, si riconciliavano in essa.
N'era capo venerato dagli isolani un Galotti, lo stesso che riconsegnato
al tiranno di Napoli da Carlo X stava a rischio di morte, quando la
rivoluzione di luglio lo rivendicò a libertà. Conobbi con lui La Cecilia
ed altri proscritti del mezzogiorno d'Italia, convenuti da più punti
nell'isola, pel disegno dei miei nuovi amici politici.
Ed era di recarsi, come dissi, nel Centro, ma capitanando una colonna di
due o più migliaja di Corsi ch'erano ordinati e con armi. Mancava il
danaro pel noleggio dei legni e per un lieve sussidio da lasciarsi alle
famiglie povere degli isolani che doveano seguirci. E questo danaro
ch'era stato, a quanto dicevano, sacramentalmente promesso da uomini
legati a un Bonnardi prete patriota e affigliato di Buonarroti, non
venne mai. Due dei nostri, Zuppi e un Vantini dell'Elba che fu poi
fondatore di parecchi alberghi in Londra ed altrove, furono inviati al
Governo Provvisorio di Bologna a offrirgli l'ajuto e chiedergli la somma
indispensabile, e da quel Governo inetto che non fidava se non nella
diplomazia e s'atterriva dell'armi ebbero risposta di stranieri barbari:
_chi vuole la libertà se la compri_. D'indugio in indugio, l'intervento
Austriaco riconquistò nella prima metà di marzo le terre insorte ai
padroni. Sfumata ogni speranza d'azione e consunti i pochi mezzi ch'io
aveva, lasciai la Corsica e mi condussi in Marsiglia dove mi richiamava,
in nome della famiglia, lo zio.
E in Marsiglia ripigliai l'antico disegno di Savona, la fondazione della
_Giovine Italia_. V'affluivano gli esuli da Parma, da Modena, dalle
Romagne, oltrepassando il migliajo. Frammisto ad essi, conobbi in
quell'anno i migliori, Nicola Fabrizi, Celeste Menotti fratello del
povero Ciro, Angelo Usiglio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, L. A.
Melegari, Giuditta Sidoli, donna rara per purezza e costanza di
principii, e altri molti, giovani, ardenti, capaci e tutti convinti
degli errori commessi e ch'io aveva in animo di distruggere. Erano
elementi preziosi al lavoro, e taluni d'essi lo provarono all'Italia
negli anni che seguirono. Ci affratellammo della saldissima tra le
amicizie, che è quella santificata dall'unità d'un intento buono:
amicizia che con alcuni, come con Nicola Fabrizi, vive anch'oggi
carissima, con altri, come Lamberti, non fu interrotta se non dalla
morte, con nessuno fu da me primo tradita. Abbozzai le norme
dell'Associazione e trasmisi cenno delle mie intenzioni ai giovani amici
di Genova e di Toscana.
Intanto nell'aprile di quell'anno, morto Carlo Felice, sottentrava re
nei dominî Sardi il cospiratore del 1821, Carlo Alberto, e con lui fra i
deboli che abbondavano ed abbondano, un'onda di speranze che la idea del
cospiratore si tradurrebbe in azione dal re. Dimenticavano che la sua
non era _idea_, ma solamente velleità d'ambizione, e che il pericolo di
perdere la _piccola_ corona lo ritrarrebbe dal tentare coll'ardire
necessario la _grande_. Il sogno a ogni modo affascinava le menti, e mi
fu risposto che la mia proposta era buona, ma riuscirebbe importuna e
non troverebbe seguaci se non quando cadessero le illusioni sul nuovo
re.
Da quelle risposte germogliò in me il pensiero di scrivere a Carlo
Alberto per via di stampa.
Io non credeva allora nè credo in oggi che possa dalla Monarchia venir
salute all'Italia, cioè all'Italia com'io la intendo e la intendevamo
noi tutti pochi anni addietro: Una, libera, forte, indipendente da ogni
supremazia straniera e morale e degna della propria missione. Nè il
presente mi costringe finora a mutare avviso. La Monarchia Piemontese
non avrebbe mai preso l'iniziativa del nostro moto, se l'uomo del 2
dicembre non le profferiva l'ajuto de' suoi eserciti e Garibaldi coi
cinque sesti degli uomini di parte repubblicana non le profferivano
cooperazione; or chi mai poteva prevedere cose siffatte? E nondimeno, la
Monarchia Piemontese ci darà--se pur mai--una Italia smembrata di terre
ch'erano, sono e saranno sue concesse, in compenso ai servigi resi, alla
dominazione straniera e serva aggiogata della politica francese e
disonorata per alleanze funeste col dispotismo e debole e corrotta in
sul nascere e diseredata d'ogni missione e coi germi delle risse civili
e delle autonomie provinciali risorti. Oggi e mentr'io scrivo il mal
governo inerente all'istituzione monarchica prepara rapidamente una
crisi di _separatismo_ nel mezzogiorno d'Italia che s'era affacciato
alla nuova vita ebbro d'Unità e del grande ideale di Roma. Ma se l'Unità
Monarchica è oggi pregna di pericoli, era, quand'io deliberai di
scrivere quella Lettera e per un uomo della tempra di Carlo Alberto, una
assoluta impossibilità. Scrivendo a lui ciò ch'egli avrebbe dovuto
trovare in sè per fare l'Italia io intendeva semplicemente scrivere
all'Italia, ciò che gli mancava per farla. Mal dunque s'apposero gli
uomini i quali si fecero più tardi un'arme di quello scritto sia per
giustificare, coll'esempio altrui, sè stessi della diserzione dalla
bandiera, sia per accusarmi d'incertezza o d'arrendevolezza soverchia
nelle dottrine. Se non che a me importa poco oggimai dell'opinione degli
uni o degli altri; e solamente per la stima ch'io serbo profonda
all'ingegno suo e alla sua tenacità di propositi, mi dolse trovare fra
gli ultimi Carlo Cattaneo[3].
A lui vorrei ricordare, senza rimprovero ma perch'ei non dimenticasse
come la necessità sia talora padrona di tutti noi, ch'egli repubblicano
come io sono e convinto che l'intervento monarchico avrebbe sviato
l'insurrezione dal segno, abdicò nondimeno nel 1848 il potere--quando
compito il trionfo con sole forze di popolo, egli era, per l'energica
condotta del Comitato di guerra da lui presieduto, moralmente padrone
dei combattenti lombardi--in mano d'uomini ch'ei pur disprezzava inetti
e traditori anzi tratto del concetto della Nazione. Quanto a me
individualmente--e sia detto una volta per sempre--la teoria politica
che dice a un uomo bambolo in fascie: _tu regnerai dall'alto,
impeccabile sempre e inviolabile e solamente combattuto ne' tuoi
Ministri, sullo sviluppo della vita d'una Nazione fidato in tutte le sue
manifestazioni al principio d'elezione_, mi pare più che errore,
contradizione e follìa che condanna il popolo a retrocedere o agitarsi
perennemente e periodicamente a nuove rivoluzioni. E sparirà, quando
vinte la servilità e la paura che signoreggiano l'anime nostre, la
democrazia, ch'oggi abbiam sulle labbra, entrata davvero nei nostri
cuori c'insegnerà che l'onesto operajo non è da meno d'un discendente di
dieci generazioni di re--quando il tocco di mano del secondo non ci
parrà evento più rilevante nella nostra vita che non quello del
primo--quando sapremo che lo Stato deve governarsi come si governa da
ciascun di noi l'amministrazione delle faccende private, scegliendo,
ovunque si trovino unite, probità e capacità intellettuale.
Scrissi la lettera al Re, e la lessi, prima di stamparla, a un solo fra
gli Italiani coi quali era in contatto, Guglielmo Libri, scienziato
illustre, capo in quell'anno d'una cospirazione contro il Gran Duca in
Toscana, accusato, credo a torto, di tradimento, ma tratto più dopo, e
mi duole il dirlo, dal materialismo che stava in cima alle sue dottrine
e da un esagerato scetticismo su tutti uomini e su tutte cose, a tradire
la dignità dell'anima e i doveri ch'egli, ingegno potente davvero, dovea
compiere verso il paese. Il Libri lodò, ma cercò svolgermi dal
pubblicare la Lettera, schierandomi innanzi, conseguenze inevitabili,
l'esilio perpetuo, l'abbandono d'ogni cosa più cara, le delusioni che mi
sarebbero compagne sulla via. E m'esortava a lasciare la politica
militante e consacrarmi alla Storia.
Fui ribelle ai consigli e stampai.
Fu quello il mio primo scritto politico. Non serbo, e non meritavano
d'essere serbate, alcune pagine ch'io aveva scritte prima in francese,
col titolo la _Notte di Rimini_, maledizione alla Francia di Luigi
Filippo, che il _National_ pubblicò mutilate--(1861).