fatti strepitosi d'Ancona e di Castelfidardo, marciava sul mezzogiorno
d'Italia per combatterne la rivoluzione, ed in caso la rivoluzione non
avesse voluto accettare la sfida, eseguire ciò che eseguisce
generalmente la sedicente giustizia umana, quando possiede grossi
battaglioni: dividere l'ostrica, darne una valva od una bastonata ai
contendenti, e mangiarsi il buono.
In una sala del Quirinale da noi conosciuta, ove usavan adunarsi i capi
del sanfedismo, trovavansi in concistoro il generale dei gesuiti, il suo
segretario generale ed il cardinal Volpe, capo della polizia pontificia.
La conversazione trascorreva animata sugli avvenimenti del giorno, e
Volpe adiratissimo, dopo di aver narrato di Ancona e di Castelfidardo,
disse:
«Una volta si contava tra le più astute, come astutissima la nostra
corte, e massime poi la più furba ancora, consigliera della stessa la
Compagnia di Gesù, tenuta per stupenda ed universale nel sapere ogni
cosa di questo mondo e sventarla, quando tale cosa poteva nuocere
agl'interessi di santa Madre Chiesa.--Oggi noi siamo lasciati molto
indietro dalla Corte dei galantuomini (e qui un solenne sogghigno) in
ogni specie di furberia e di malizia. Il moderno Macchiavello di Torino
ha saputo far capire allo Imperatore che l'esercito sardo moveva
nell'interesse generale dell'ordine Europeo, per combattere la demagogia
invadente le due Sicilie; quando esso calpestando ogni diritto umano e
divino, scagliasi sull'esercito santo (non più composto di legioni
d'angeli però) e s'impadronisce, come lo fecero le orde dei Vandali del
santissimo Patrimonio».
E qui parlando del santissimo Patrimonio, l'Eminentissimo appoggiò
ambedue le mani sul vertice d'un potentissimo ventre, ove gli
scarafaggi, grandi e piccoli, hanno edificato il loro santissimo e
bruttissimo tutto.
«Ah! i bei tempi delle passate nostre glorie!» esclamò il generale
«quegli aurei tempi Borgiani ove sì temuta era la possanza delle sante
chiavi! ove quando non valeva il pugnale a curare certe prepotenze, là
era pronto il veleno» e guardossi attorno «infallibile mezzo per
ricordare ai protervi il rispetto a noi dovuto».
«Più efficaci ancora erano i roghi» gridò con accento rabbioso il
Segretario: e la voce avvelenata del minor scarafaggio fu interrotta dal
suono di un campanello, dal comparire d'un servo in livrea, e finalmente
da monsignor Corvo, introdotto con segni di rispetto nell'aula.
Seduto che fu in una poltrona damascata il nuovo venuto che--se bene
inferiore in grado ai due principi della Chiesa (che modestia!) non
mostrava perciò verun imbarazzo od umiltà, tanta era l'importanza
acquistata dal seduttore della bella Contessa--seduto che fu, dico, e
dopo di aver squadrato da capo a piedi i presenti da lui ben conosciuti,
esclamò come Archimede al famoso ritrovato del quadrato dell'ipotenusa,
uguale alla somma di quelli dei cateti: «L'ho trovato!--Sì l'ho trovato
l'enimma che da tanti giorni cercavo sulle distrazioni e procedimenti
della Contessa... Essa è innamorata d'un perduto!... d'uno di quegli
esseri perversi, che per principii, per dovere (come essi lo intendono
per i loro atroci giuramenti, per ogni propensione insomma) sono i
nemici nostri mortali!»
--«Innamorata d'un Repubblicano!»
Repubblicano!... ed il protervo campione della malizia umana, forse il
più astuto, non ardì aggiungere un epiteto degradante a quel nobile
titolo, che equivale a quello di onesto, forse anche nella coscienza dei
reprobi.
«Ma che monta!» esclamò il Cardinale Volpe, «se una donna è innamorata
più d'uno che dell'altro, è cosa tanto naturale! una donna cambia di
amanti come di vestiti» (Morale veramente dei preti).
E qui scorgendo il dispetto sulla fisonomia di Corvo, il capo della
polizia chercuta caricò sulle ultime parole, pronunciandole pacatamente
ed in modo solenne.--Volpe era ingelosito della grande influenza
esercitata nella Corte pontificia dalla setta gesuitica, e massime di
quella del Monsignore che riconosceva d'assai superiore a lui stesso in
intelligenza e furberie, per cui colla quantità di vittime sedotte, più
della stessa polizia era informatissimo d'ogni cosa importante in Roma e
nel mondo.
«Che monta! (esclamò il seguace di Loiola)--voi non sapete che quella
donna conosce i più reconditi secreti di questa Corte e della potente
società nostra, che n'è la più solida colonna».
Un cenno di approvazione del generale gesuitico e del suo segretario,
all'onorevole menzione fatta da un membro sì rispettabile dell'Ordine,
fece rintuzzare alquanto l'alterigia del Cardinale, mentre ringalluzzì
l'ardimento del Monsignore, il quale più francamente di prima riprese:
«Noi siamo in circostanza di dover temere più dai nostri nemici di
dentro che da quei di fuori. Quella volpe di Monarchia sabauda, mentre
si protesta umilissima figlia della santa Sede, distrugge il nostro
esercito, si fa padrona delle nostre province e delle nostre sostanze; e
siatene certi, essa non si fermerà nelle sue depredazioni se non che
dopo d'essersi seduta padrona sul trono del Vaticano, come fece a Parma,
Modena, Firenze, Milano e Napoli. Comunque, l'impudente suo ardimento
mai giungerà a distruggere la Chiesa, che ad essa conviene, nè il potere
spirituale del santo Padre.--Non così i nostri nemici interni, essi non
si contenteranno di distruggere una cosa e l'altra, ma getteranno le
loro mani sacrileghe sui sacerdoti di Dio, e sul santissimo di lui
rappresentante sulla terra, rovesciando nella polve e nel sangue dei
fedeli ogni cosa sacra esistente in Roma!--Roma Capitale d'Italia!--Essi
si senton piccini quei miserabili Macchiavelli della Dora a tanta
grandezza.--Il peggio si è, che oggi non son più padroni di loro stessi,
e sono obbligati di ubbidire a chi più di loro vale, benchè sempre
stupida, sempre ingannata, la nazione, ch'essi taglieggiano, come fanno
di noi, e come noi, sono in obbligo di adulare rubando».
Un momento di silenzio seguì la mordente favella del Corvo, e tutti
sembraron meditare sulla veracità delle sue asserzioni, e sulla delicata
e pericolosa posizione della bottega.
Incoraggito dal silenzio dei compagni, così proseguì il gesuita:
«Osteggiati barbaramente al di fuori da chi si manifesta pubblicamente
servo della santa Sede, noi stiamo su d'un vulcano nell'interno di
Roma.--La setta dei perduti, profittando delle sventure del nostro
esercito, e dell'entusiasmo suscitato in tutta Italia dalla vittoriosa
spedizione dei Filibustieri del mezzogiorno, tenta in questo momento un
colpo decisivo sul santo Padre, ed il suo governo, per farla finita una
volta (come dicono quei malviventi) coi chercuti.--E ciò che mi fa
supporre tanto più terribile tale infernale congiura, si è: di veder
sedotta da uno dei capi la contessa Virginia N....--tanto influente
sulla società nostra, e padrona dei nostri segreti--».
--«Che si congiuri in Roma, è cosa vecchia» esclamò il Volpe spaventato
dalle tremende rivelazioni, e poi stizzito, nel vedere ed udire, che un
semplice mortale ne sapesse più dello stesso Capo di polizia--«ma che la
contessa N.... creatura nostra, sì zelante sempre, siasi lasciata
sedurre dal serpente, è ben straordinario, e duro fatica a crederlo».
«Io proverò coi fatti a V. S. che quanto dissi è vero, e chiedo anzi
tutto l'appoggio possibile per far sventare la tremenda congiura che si
prepara a distruggere fino alle fondamenta il santissimo tempio del
Signore».
Come già cominciano a mutar tuono cotesti ministri di Dio; non sono più
le porte dell'inferno, nè le legioni degli Arcangeli che essi invocano,
ma spie, birri, ben pagate polizie, e non bastando tutto ciò invocano
anche il soccorso di Maometto. Poveri impostori! sono veramente da
compiangere, dopo d'aver trovato un mondo di stupidi, che sì grassamente
li manteneva, esser essi minacciati d'esterminio dalle stesse loro
pecore!
Dopo alcune intelligenze prese col Volpe e col suo generale, il gesuita
congedossi; Volpe rimase ancora colla volontà di ciarlare, millantare i
suoi servigi al potente suo ospite e persuaderlo che il Corvo operava
finalmente sotto le sue ispirazioni. Il generale però, ben persuaso
della capacità del monsignore, lasciò il poliziotto con tanto di naso, e
con un pretesto futile, se la svignò nel suo gabinetto.
NOTE:
[43] Ripeto: non si scordi la nota di Farini a Bonaparte; «Noi marciamo
coll'esercito per combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi.»
(Che liberatori!)
CAPITOLO XLI.
I TRECENTO.
Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto l'Eubea
Vedea nell'ampia oscurità scintille
Balenar d'elmi e di cozzanti brandi.
(FOSCOLO).
Roma! e che scriverei io, se non m'ispirassi nell'immenso tuo nome,
nelle immortali tue memorie!
Tu suscitasti nel petto mio di diciott'anni, l'amore del generoso, del
bello, del grande, l'insofferenza d'oltraggi e l'affetto mio sviscerato
a questa terra natìa, allora calpestata da mercenari. Oggi non
fortunata, ma crollando la ricca ed altiera cervice, e non invano,
all'insolente straniero consueto ad umiliarla.
O Roma! tu fosti la mia stella polare nell'avventurosa mia vita, e
prendendo ad emuli i tuoi grandi, io ebbi la presunzione di meritarmi la
tua stima. Anche canuto, tu susciti nell'anima mia qualche cosa che mi
ringiovanisce, che mi spinge a far tuttora il mio dovere di milite e di
cittadino, a fiutare ancora quei campi di battaglia, ove deciderannosi
le sorti di buon numero dei tuoi figli, schiavi dello straniero.
Rovistando fra i cantori delle grandezze umane, io trovo un Britanno che
cantò degnamente di te, ed a cui l'Italia deve veramente eterna
gratitudine. Byron! Il gran vate, e l'eroe delle Termopili, ricordò che
accanto alle meraviglie dell'Ellade, potevano stare le maschie virtù del
tuo grandissimo popolo.
Non così i grandi nostri favoriti dalle muse, tranne il colosso
Astigiano: la maggior parte dimenticarono alquanto che Italia era stata
la dominatrice dell'orbe, l'istitutrice delle generazioni presenti,
quando Repubblicana.--E quando il cantore dei _Sepolcri_, negl'immortali
suoi versi eternò Milziade ed i suoi valorosi di Maratona, egli non
pensò certamente alle legioni vincitrici della falange macedonica.
Eran trecento--Sì! trecento i giovani romani che agli ordini di Muzio
tramavan la liberazione di Roma. Trecento! I posteri italiani
ricorderanno i Mille di Marsala, e ne conteranno le gesta: io voglio
rammentare i trecento, numero magico anche questo, e nulla di più
grandioso dei trecento di Leonida e dei trecento Fabii[44].
Ed i trecento Romani che si consacrano alla liberazione della grande
Metropoli, mi piace di contemplarli in una catacomba pronti ad
affrontare il demonio sotto la schifosa assisa d'un birro o d'un prete.
Armati di un solo ferro a guisa di quella daga con cui gli antichi
militi della Repubblica entravano tra le formidabili file delle falangi
di Perseo, tra i torriti elefanti di Pirro, ed aprivano il petto ai
conquistatori dell'Asia.--Con quelle daghe con cui abbattevano ai loro
piedi tutte le autocrazie del mondo conosciuto, non col cannone Krupp, o
con mitragliatrici, ma col ferro, e a petto a petto.
L'Arco di Settimio Severo, una delle più severe ed importanti ruine che
adornano il Foro Romano, copriva una catacomba, ed in quella conferivano
i trecento prodi, e congiuravano per la liberazione della patria, in una
sera di settembre del 1860.--Giovani tutti, ma di austero sembiante,
come sono in generale i discendenti del gran popolo che non han
degenerato e che poterono sottrarsi al contatto pestilenziale degli
scarafaggi; i romani venendo da diverse direzioni, concentravansi tutti,
favoriti dalle tenebre, per diversi anditi nel sotterraneo. Appena il
respiro d'alcuni venuti da lontano, udivasi in quel consesso di giovani
sacrati alla morte per la più santa delle cause. Sacrati alla morte! Ed
i tiranni di Roma lo sapevano, ed impazzivano di rabbia di non poter
distruggere fino alle radici quella pianta di generosi, da loro chiamati
con nomi orrendi, come solo possono trovarsi sul vocabolario de' preti.
Ma eran cambiati i bei tempi degl'Inquisitori; ed in Italia a dispetto
dei retrogradi che proteggono per conto proprio i chercuti, già potevasi
chiamare un birbante ed un impostore con il proprio nome. L'opinione
della gente onesta cominciava a plaudire ai coraggiosi, che innalzandosi
al disopra dei pregiudizi del passato, calpestavano con fronte alta il
vecchio e putrido diritto divino, poggiato sull'altare della
negromanzia. E quantunque sette anni dopo si trovasse ancora un
disprezzevole tiranno della Senna, capace d'inviare in Italia i suoi
sgherri, e sostenere la baracca pretina, la forza degli avvenimenti
rovesciava nella polve il triregno, e trascinava il concime nella
cloaca.
Una lanterna sorda come per incanto illuminò lo speco, ove immobili e
silenziosi stavano i prodi campioni della libertà italiana. Essi
portavano tutti la destra sul cuore, cenno di ricognizione, e di
devozione illimitata alla loro patria infelice. Spettacolo sublime che i
grandi artisti odierni potrebbero ben distendere sulla tela, incidere
sul marmo e sul bronzo, per rimpiazzare certe mitre buffonesche ed
immorali che disdorano il grandissimo tempio.
«Fratelli!» vibrava la maschia e melodiosa voce di Muzio: «Roma seguirà
l'esempio dei nostri valorosi delle province, che sacrati alla
liberazione degli schiavi, stanno compiendo una di quelle imprese che
costituiscono il carattere d'una nazione insoffrente d'oltraggi, che
imprimono a caratteri di sangue nella sua storia una pagina ben
gloriosa! Sventuratamente ingannati sin ora da titubanti o presuntuosi,
noi sin ora invano aspettammo il segnale della pugna. Ora, tregua alle
timide aspettative, noi non vogliam più starcene colle mani alla
cintola, e se la spedizione dei superbi militi di Marsala rovesciò nella
polve un tirannuccio, dannato a pagar le colpe degli avi, e col solo
delitto, per ora, d'esser nato sul marciapiede d'un trono, noi getteremo
i nostri ferri tra gl'interstizi di questo catafalco delle malizie e
delle corruzioni umane.--Noi sì! rovescieremo la più nefanda, la più
pestifera delle Autocrazie.--Autocrazia che non si contenta di fare
degli schiavi, ma li vuol depravati, corrotti, curvi, disprezzati,
indegni di comparire al cospetto degli uomini.
«E noi, fratelli, che non abbiamo altra chiesa che lo spazio, cioè,
l'Infinito, altri luminari che le stelle infinite, altro Dio che la
ragione, la scienza, e l'intelligenza infinita che regola i movimenti,
le combinazioni, e la trasformazione della materia infinita,--noi siamo
condannati da codesti nemici dell'Umanità a rimanerci qui in un
sotterraneo, ove puzzano ancora gli scheletri di tante vittime della
tirannide e del fanatismo.»
Un ruggito di sdegno rispose alle eloquenti parole del capo dei
trecento, e tutti sguainando simultaneamente la daga, giurarono di
liberar Roma e l'Italia dal putrido chercume.
Ringuainate le daghe, Muzio presentò ai compagni Nullo, P... e la
bellissima Lina, che debolmente potea nascondere sotto le virili sue
vesti e sembiante la squisitezza delle femminee forme.
«Voi vedete qui, o fratelli, tre dei più valorosi militi di Marsala.
Abbiam la fortuna d'averli tra noi, per le solite scelleraggini dei
preti.--La Marzia con cui i chercuti hanno fatto tanto bordello è stata
rubata nello stretto di Messina mentre disponevasi a traversare il Faro
coi primi militi della schiera sacra che si disponevano di por piede sul
continente italiano, per aprir la via ai corpi dell'esercito
meridionale, vittorioso in tutti gli scontri, ed oggi in possesso di
Napoli e Caserta, sino alle sponde del Volturno. Essi, i coraggiosi
figli del settentrione e del mezzogiorno, hanno per obbiettivo la città
eterna, e noi, spero, saremo degni di loro, e procureremo di accogliere
quei nostri fratelli, in Roma libera, lavata dal sudiciume straniero e
papale. Noi compiremo l'opera nostra, e per cominciarla degnamente,
questa notte stessa, tenteremo la liberazione della Marzia».
«Che Dio vi benedica» esclamarono ad una voce i tre guerrieri dei Mille,
e l'eroico figlio di Bergamo, Nullo, sollevando la marziale sua fronte,
e tendendo orizzontalmente la palma della destra, disse colla potente ed
eccitata sua favella: Io giuro, sino all'ultimo sospiro, di sostenere la
causa dei popoli oppressi, contro i preti e la tirannide». (E ben
mantenne il suo giuro, spargendo il sangue generoso sui campi della
Polonia, per la redenzione di quel nobile popolo).
A quel giuro solenne, tutti distesero la destra e gridarono unanimi:
«Giuriamo!»
Fra i trecento, posta dietro a Muzio, v'era una figura difficile a
discernere, perchè avvolta in un mantello somigliante all'antica toga
romana.--Essa avea nascosto il volto dal principio della conferenza sino
al punto in cui si favellò di Marzia;--ma da quel momento, chi l'avesse
bene osservata, avrebbe scorto una irrequietezza indomabile, un muoversi
continuo, una smania potente di favellare. Gettando sulla sinistra
spalla la grande toga e ponendo in libertà la destra, la persona che
sembrava albergarsi sotto l'usbergo del valoroso capo dei trecento,
esclamò, facendo un passo avanti, e mostrando uno di quei volti che,
veduti una volta, rimangono per sempre scolpiti nell'anima
«Ascoltatemi!»
La Contessa Virginia N..., perchè essa altro non era che la vittima del
gesuitismo, la salvata da Muzio, avea la fronte e le guance leggermente
solcate dalla sventura e dal pentimento, ma il suo volto
malinconicamente bellissimo infondeva ancora ammirazione tale, da
meritarsi il culto di qualunque uomo.
«Ascoltatemi!» essa esclamò, «o nobili figli della mia Roma infelice!
Voi qui vedete la vittima di quell'infame setta nera, a cui l'Italia
deve tutte le sue sventure! Ieri io era ancora nemica vostra, ma la
destra di questo vostro valoroso capo mi strappò dalle ugne della morte
ch'io bramavo, e mi redense dal vilissimo servaggio in cui la perversa
corruzione di codesta canaglia m'avea precipitato».
«Io qui in ginocchio (e si genuflesse) vi prego di credermi e di
perdonarmi! Vi prego di permettermi di condividere le gloriose vostre
fatiche, e di cancellare con una vita di devozione e di sacrifizio alla
patria tutta la nefandezza della mia vita passata».
«Io vi accompagnerò, ed accompagnerò questo mio salvatore, non perchè mi
senta degna di voi e di lui: troppo macchiata, troppo infamata fu la
passata mia esistenza.--Ma tanto santa, tanto umanitaria, è la causa da
voi impugnata, ch'io non dispero di redimermi! Non dispero del perdono,
e voglio in ogni modo consacrare questo infamato mio essere a servirvi,
ed a servire l'emancipazione degli schiavi, sino alla morte! Marzia, la
degna compagna di Lina, l'eroina dei Mille, fu da me travolta in inganno
ed in servitù! Io ho servito d'istrumento ai persecutori della sua
innocenza--e per prima prova del mio ravvedimento, io stessa vi condurrò
alla liberazione dell'esimia guerriera!»
Terminate queste parole, la bella testa della Contessa rialzavasi a
contemplare il consesso degli uomini da cui aspettava una sentenza di
vita o di morte. Tutta questa brava gioventù, però, non era altro che
commossa per l'abbiezione di tanta bellezza, e per tanta possanza della
romana patrizia. Stupefatto ognun contemplava ai suoi piedi la temuta
patronessa della terribile società di Loiola, ed ubbidendo ad un senso
di gentilezza comune nella gioventù, ognuno sentì nell'anima l'umile
posizione della bella infelice, e s'udì una tempesta d'esclamazioni da
tutti quei generosi: «Alzatevi! alzatevi!»
A quella voce lo sguardo della Contessa rianimossi, negli occhi
bellissimi si leggeva la contentezza, ma benchè dolcemente violentata
dalla Lina, essa non volle alzarsi, e con uno sforzo estremo, esclamò:
«Perdono! perdono! fatemi degna di seguirvi nella santa vostra
missione!»
«Alzatevi e conduceteci alla liberazione dell'eroina dei Mille»
ripeterono i valorosi. La nobile e generosa Lina, spinta dalla
gentilezza del suo carattere e più d'ogni altro commossa dalla scena
interessante, solcò la folla, si avvicinò alla genuflessa, le porse la
mano e l'aiutò a rialzarsi. Da quel momento la Romana fu consacrata per
la vita alla vezzosa figlia delle Alpi.
Muzio, commosso, e cogli occhi umidi, porse anche egli la sua destra a
quella donna già cara al suo cuore, e ritemperandosi nella virile sua
natura, disse ai compagni: «È tempo che ci moviamo, e siccome pericoloso
o imprudente sarebbe di uscire in massa, noi andremo alla spicciolata, e
per diverse vie ci riuniremo nelle vicinanze del convento di S.
Francesco per la liberazione di Marzia: ciò che deve eseguirsi prima
delle 2 antim. per aver tempo di prendere la campagna».
Ad uno ad uno uscirono i fieri campioni della libertà romana, dalla
catacomba; e, giunti tutti all'aperto, e congedate le sentinelle, Muzio
disse ai quattro compagni, le due donne, Nullo, e P...:
«Ora a noi, senza bisogno di dividerci di più, noi possiamo camminare
per coppie, ad una certa distanza, perchè non si smarriscano coloro che
meno di me sono pratici di Roma».
NOTE:
[44] Mi piace qui ricordare anche i miei giovani trecento
dell'Università Romana del 49 che tanto si distinsero nel glorioso 30
aprile di quell'anno.
CAPITOLO XLII.
LIBERAZIONE.
Il rumore d'infrante catene
Sulla fronte di truce tiranno,
D'ogni suono è il più grato.....
(_Autore conosciuto_).
I trecento erano gente a tutta prova, e certo per essi il rischio
sorrideva come il bacio d'un'amante. Tutti però essendo giovani e non
pratici d'ardue imprese, Muzio, che voleva assicurarsi il successo della
liberazione, volle incaricare Nullo e P.... della parte ove abbisognava
maggior perizia e sangue freddo. I due bellicosi figli delle Alpi,
avanzi di cento pugne, palpitarono di soddisfazione e di gioia
all'annunzio dell'onorevole incarico e della fiducia del capo, e senza
millanteria, lo accettarono volenterosi.
«L'impresa ch'io vado a compiere, disse Muzio, di liberare la Marzia dal
Convento, sarà la più facile, e con un terzo della nostra gente, spero
portarla a buon fine:--la parte più aspra sarà la vostra, che dovrete
proteggere la nostra uscita dal chiostro, ed aver da fare con più
numerosi sicari del Papato».
«Mantenetevi quindi divisi il più possibile, per ispirare meno sospetto.
Le due centurie a voi affidate sono comandate da ufficiali intelligenti,
su cui potete contare come sulle vostre daghe, ed essi hanno ordine di
tenersi alla vista, ed ubbidire al vostro minimo cenno. I miei cento ad
un fischio si concentreranno all'ingresso principale e lo forzeranno».
Ogni cosa combinata, e comunicati gli ordini ad ogni capo delle
centurie, e decurie, quei veri figli di Roma, disciplinati come le
vecchie avite legioni, prendevan posto lunghesso la via Giulia, e la
maggior parte sulle sponde del Tevere, tenendo come centro il convento
che racchiudeva la valorosa eroina dei Mille.
Lina bruciava di assaltare il convento, e contribuire per la prima alla
liberazione dell'amatissima compagna, ma Nullo e P... avrebbero ceduto
il mondo, piuttosto che la vezzosissima guerriera, e così la gentile e
bollente Alpigiana, dovette cedere alle ammonizioni de' suoi cari.
Un convento! ma che? mi si dirà, assaltare un convento di monache, non
dev'esser poi la fine del mondo. Un convento!..... Ma quando considerate
un convento essere una fortezza, e massime in Roma, la cosa non è poi
così facile[45].
La vicinanza del Tevere lo facea quasi inespugnabile da quella parte, e
dalle altre parti v'erano altissime mura, guernite di torri ad uso
castello del Medio Evo, in cui le monache tenevano una sentinella in
ogni direzione, fornite da una compagnia di guardia, composta di
mercenari stranieri, stanziati nel perittero del convento[46].
Da via Giulia e sponda sinistra del Tevere i romani avviavansi a poco a
poco, passando i ponti Gianicolense e Fabrizio, sulla sponda destra per
la Lungara, la Lungaretta, via S. Francesco, sino a tutta Ripagrande, e
per la una, ora destinata all'assalto, essi tutti stavano al loro posto,
divisi, ma pronti a concentrarsi al primo segnale.