che non s'è mai presentato che al momento del pericolo--e nel pericolo
sempre tra i primi, io l'ho veduto a Caserta--morente--col petto rotto
da una palla borbonica--e baciai cogli occhi umidi quella fronte
d'angelo!
Egli sorrise vedendomi--d'un sorriso che terrò scolpito nell'anima fino
alla morte--e pronunciò le ultime solenni parole: «Io sono felice d'aver
dato la vita al mio paese!».
E tutte le provincie italiane possedono i loro Cozzi da non esser
superati da nessuna casta nel mondo.
Cotesti superbi rappresentanti dell'abnegazione, del decoro, del
martirio, della dignità umana scaturiscono dalla folla di quella
moltitudine corrotta che serve di piedestallo alla menzogna ed alla
tirannide--e qualche volta la dominano e la guidano verso il bene--ma
spesso vi rimangono travolti, superchiati, sinchè i cilicii e le
battiture la riconducono ancora sulla via tracciata dai liberatori.
Ogni provincia possiede alcuno dei prototipi della nobile Legione--e
l'Italia ne può andar orgogliosa.--Essa mai è meno dei Mille, ma il
giorno in cui la gioventù italiana capisca, quanto sia grande il titolo
di militi di quella incomparabile Legione--in quel giorno: Addio
menzogna e tirannide.--La libertà riscalderà, vivificandola, questa
terra delle grandi glorie, e delle grandi sventure!
Era la mezzanotte, quando Cozzo, dopo di aver riunito i cinquanta
coraggiosi figli di Palermo, marciava risoluto all'assalto di
Castellamare, presidiato da cinquecento uomini--da molta artiglieria--e
colla parte del mare protetta dalla flotta borbonica, schierata a poca
distanza.
I Borbonici apprezzavano giustamente la posizione di Castellamare--sia
per la facilità di poter sbarcare al sicuro ogni specie di sussidio
d'uomini, armi e vettovaglie--sia per facilitare la ritirata delle
guarnigioni di Palermo sulla base dell'imponente flotta.
E perciò mantenevano quel propugnacolo della loro tirannide, molto
provvisto dei migliori soldati, d'armi, di munizioni, e d'ogni specie
di cose necessarie.
«Che importa!» aveano esclamato i cinquanta campioni della libertà
italiana «più ardua è l'impresa, e più gloriosa».
E qui mio malgrado devo ancora fermare i liberatori per un inaspettato
evento.
Un'illuminazione a giorno, pria a Palazzo Reale, poi a Castellamare, ed
in seguito ne' pubblici stabilimenti e nelle case di quanti impiegati
borbonici si trovavano in Palermo--e di quanti non poterono esimersi
dall'ordine d'illuminare--fermò i nostri mentre s'accingevano ad
attraversare la piazza che divide Castellamare dalla Città.
Un rovinío di cannonate dai forti e dalla squadra assordava la gente, e
più ancora le grida selvagge di tutta la ciurmaglia borbonica, con gli
_evviva_ a quel modello di monarca e _morte_ ai filibustieri!
In sostanza era giunta in Palermo la notizia che i valorosi generali
Bosco e Van Michel avean raggiunto i Mille presso Corleone, li avean
distrutti, preso l'artiglieria e fugati i pochi resti verso il mare
africano, ov'eran aspettati dai prodi della flotta per esser condotti in
quei certi ergastoli di S. Stefano e Favignano, che i patriotti
dell'Italia Meridionale ben conoscono, oppure per essere appiccati ai
pennoni di detta valorosa flotta: ricompensa generalmente assegnata ai
pirati o filibustieri, simili ai Mille, che si occupano di disturbar
l'ordine sì ben mantenuto dalle monarchie in generale e dalle italiane
in particolare.
Fra poche ore noi avremo un cenno certo della veritiera loquacità dei
dispacci governativi, che per la decima volta avean mangiato i Mille od
annientati.--Bosco e Van Michel avean bensì raggiunto, verso Corleone,
l'artiglieria nostra comandata dal generale Orsini, che con pochi
invalidi la difese valorosamente, ed a cui tolsero, credo, un pezzo
inutile. Ma la colonna principale dei Mille, prendendo a sinistra per
Marineo e Misilmeri, giunse a Gibilrossa, ove il generale La-Masa avea
riunito buon nerbo di squadre siciliane, e di là tutti riuniti si attuò
la famosa marcia di notte per sentieri asprissimi sulla capitale dei
Vespri presidiata tuttora da quindici mila soldati delle migliori truppe
dell'esercito borbonico.
CAPITOLO XVII.
ANCORA IL TENTATORE.
Quel sottile velen--che nel virgineo
Cuore s'instilla--e paradiso umore
Ti sembra--E poi micidïali e tetre
Le miserie del mondo a te dischiude.
(_Autore conosciuto_).
Era la una della mattina, nel fatale 27 maggio del 60, e qualche cosa di
fatale veramente pesava nell'atmosfera.--Tu ne sentivi la soma e ne
andavi irrequieto.--Non era, come abbiam detto, l'alito appestato del
Simoùn[15], giacchè venti non se ne sentivano.--Afa?--non la so
descrivere!--Io l'ho sentito però quel fatale mal essere, perchè anch'io
in quella notte che precedeva un giorno di tempesta popolare contro la
tirannide, anch'io respiravo l'atmosfera di Palermo e l'ho respirata
coll'ansia di scorger l'alba che io bramavo--come la presenza della
fanciulla amata--e che presentivo liberatrice.
Se soffocati dal malore noi, all'aria aperta, e marciando a dovere
santo--a liberazioni di schiavi--che non soffrirebbero in quella pesante
notte i rinchiusi nell'afa micidiale di un carcere?
In Palermo certo i dormenti eran pochi. E i detenuti?--molti!
Gl'infelici precipitati nel fondo delle loro bolgie--senza colpe--e
sostenuti solo dall'intemerata coscienza, languivano privi d'alimenti e
d'un soffio d'aria libera!
Tiranni! a che tanto chiasso coi vostri cagnotti, se lo
schiavo--raramente, ma però qualche volta--dopo di aver tastato i solchi
troppo profondi che incisero i vostri ferri nelle sue carni, vi
scaraventa sopra un palco che si chiama guigliottina o nei fossi delle
casematte di Queritaro? Voi!... che tanto faceste e fate soffrire
l'umana famiglia di umiliazioni, di torture e d'omicidii!
Ed eran rinchiusi nelle celle della tirannide le nostre eroine, che
lasciammo nelle mani della polizia all'Albergo d'Italia.--Rinchiuse
nelle carceri più recondite dell'ergastolo di Castellamare--esse
morivano di quella morte lenta, lenta, che appassisce, appassisce sino
ad inaridire e troncare l'esistenza più florida e più robusta.
Esse furono prive del consorzio e divise ciascuna nella sua cella.
Gl'interrogatorî di queste famose delinquenti dovevano essere presi a
parte. Il despotismo nulla ignora di questa morte morale delle anime:
l'isolamento e le torture dello spirito.
Il selvaggio cavallo delle Pampas, i suoi primi passi verso
l'addomesticamento li fa con due giorni di corda corta e nessun alimento
od acqua. Tali sono tutte le specie di padroni, e la tirannide ben
conosce esser l'avvilimento dell'anima compagno dell'avvilimento del
corpo.
Era dunque la una della mattina del 27 maggio 1860, quando la cella
della Marzia fu semiaperta e l'orrida figura del tentatore--che già
abbiamo fiutato in Piazza Reale nel peristilio dell'Albergo d'Italia ed
in fondo di una carrozza alla passeggiata pubblica sulla sponda del
Tirreno--mostravasi alla derelitta.
Orrida figura, dico, perchè sapeva scendere nei penetrali di quell'anima
di Lucifero--e come Lucifero adorna di belle esterne forme.
Tale era questo demone a cui natura era stata prodiga di favori per
sventura dei suoi simili.
E qui col ginocchio piegato davanti alla bellezza umana, io, vecchio e
senza pretensione, devo un rimprovero o piuttosto un avvertimento alla
donna: essa sarebbe assai meno infelice, se si occupasse un po' più di
discernere sotto l'involto d'un bell'uomo, l'anima di un Lucifero!
Marzia trasalì, ebbe dei brividi--come le successe sul marciapiede di
Piazza Reale--riconobbe nell'ombra le sembianze del suo tentatore, e
sull'impeto primo essa fu per lanciarsi contro di lui e sbranarlo.
«Marzia!» esclamò il Gesuita. «Marzia» ricominciava il prete, e quella
voce risvegliando forse nella memoria della fanciulla chissà quali
reminiscenze, essa ricadde sul suo lettuccio con immobilità disperata,
«io sono venuto a liberarti, e tu sarai libera in questo momento, se
vorrai seguire i miei consigli.
«I tuoi sono consigli di Satana» rispondeva la giovine rinvenuta dalla
prima impressione e ritornando al suo essere eroico, «via, tentatore
nefando, l'esistenza mi pesa solo per aver avuto la sventura di
conoscerti. E la libertà, per cui io darei cento vite, datami da te la
calpesterei come orribile dono, e me ne servirei soltanto per uscir da
una vita che tu hai reso infame.
«Eppure io t'ho salvata da una fede di perdizione, Marzia, e t'ho posta
sulla via del Signore e della santa sua Religione.
«Sappi, impostore, per confusione tua, ch'io tornai col pentimento alla
fede d'Israele, alla fede dei miei padri. Solo alla mia innocenza io non
potrò tornare--scellerato!--E tu ben lo sai; e sai quanti raggiri,
quante menzogne e seduzioni tu adoperasti per ingannare una giovinetta
tredicenne--prostituirla, e, quando sazie le tue libidini, chiuderla in
uno di quei postriboli da voi chiamati conventi, per isbarazzartene.
«Via, assassino dell'anima! la tua presenza mi è mille volte più
insopportabile di questo duro carcere».
A queste parole Marzia s'era rialzata, e l'occhio suo scintillava
nell'oscurità come quello della tigre.--Il Gesuita, con una lanterna
sorda nella sinistra, teneva colla destra la posterla semiaperta,
pronto a chiuderla in caso che la fanciulla si fosse precipitata su di
lui--azione di cui la credeva capace.
E veramente, dopo aver misurata la distanza collo sguardo, concentrate
le spossate sue forze, Marzia fu d'un balzo contro la porta, che trovò
chiusa dalla robusta mano del prete, ed il malvivente fu sollecito a dar
un giro di chiave per non esporsi una seconda volta all'assalto della
fanciulla.
Egli però aprì poco dopo una graticola da dove probabilmente si
conferiva coi prigionieri pericolosi, e da dove vi si faceva passare il
miserabile alimento.
«Marzia!» ripigliò la voce stridula del loiolesco, «il vecchio tuo
padre...»; qui si udì uno di quei lamenti che non si ponno descrivere, e
che l'antico fondatore della lingua italiana si contenta di accennare
con quei suoi versi immortali:
E se non piangi, di che pianger suoli!
Non era il rantolo del morente, ma uno di quegli accenti di dolore che
noi uomini non conosciamo, o di cui non racchiudiamo il tesoro. Solo la
donna e forse solamente la madre, il di cui cuore è il vero santuario
dell'amore, è capace di sì incomparabile dolore!--Ed il tonfo del corpo
di Marzia stramazzante si udì nel fondo della cella.
Un sepolcrale silenzio seguiva, e solo quando l'impassibile ministro
dell'inferno s'accorse che la vittima sua non era preda della morte,
esso ricominciò: «Marzia! il vecchio tuo padre, lo sai, giace tuttora
nei sotterranei dell'Inquisizione, sottoposto a giornaliere torture, e
basterebbe una tua parola per liberarlo, e renderlo alla sua primitiva
agiatezza».
Singhiozzi d'un'anima veramente travagliata erano la risposta
dell'infelice.
«I tuoi Mille, Marzia, su cui speri ancora per liberarti, sono
annientati. Essi furono distrutti dai generali Bosco e Van Michel:
questa notte istessa avrai intesa le salve d'artiglieria, e le grida di
vittoria, che echeggiarono dovunque in Palermo».
«Bugiardi! Bugiardi!» urlava la giovine profetessa, «i Mille
passeggeranno vittoriosi sui cadaveri dei vostri mercenarii, sino alla
distruzione della fucina infernale che mantenete in Roma, nel cuore
d'Italia, per la sventura di questo infelice paese, e del mondo».
L'ultima parte della profezia potea avverarsi, ove i nostri concittadini
fossero stati più solerti ad accorrere in sostegno dei Mille.
Nuovo silenzio seguì le ultime parole di Marzia, e raffreddato il
parossismo di sdegno, di collera, e di dolore che sinora l'aveva invasa,
essa ricadde spossata sul miserabile pagliericcio dominata dalle più
sinistre riflessioni.--Suo padre! suo padre nei sotterranei del
Sant'Officio! Questo pensiero l'uccideva!--Coi Mille che essa avrebbe
accompagnati a Roma, la liberazione del genitore era possibile. Ma ora,
rinchiusa in questa malefica bolgia, ove pochi giorni avrebbero bastato
a distruggerla!
«Dio mio! che m'importa morire! non son io capace di affrontar la morte
le mille volte come a Calatafimi!--La morte!--cos'è la morte? Ma la
tortura! Dio mio! il mio povero padre sì amoroso, sì buono! alla
tortura! colle sue carni strappate! la veneranda sua chioma insozzata,
aggrumata da mortale sudore, e da sangue! in patimenti indescrivibili!»
Povera giovane!--tale era il soliloquio che ti straziava.--Ed il tuo
tentatore?.....
Eppure avea delle belle forme, quel mostro--quel parto dell'inferno!--Il
tuo tentatore? come se avesse tenuto la mano sul tuo cuore, egli ne
contava le pulsazioni egli, come nel giorno in cui ti prostituiva il
corpo, non disperava a forza di diabolica pertinacia, di prostituirti
l'anima!
Piangi--singhiozza--struggiti--che importa a gente di tal tempra! Tu
commoverai le iene, ma costui! non rinnegò egli i sensi più squisiti
della natura--ogni affetto di figlio, di padre, di congiunto?--Costui,
che vedrà con sangue freddo distruggere dalle fiamme un'infelice
creatura, chi deve sperare di vederlo intenerirsi, commuoversi alla tua
disperazione?
Maledetti coloro che non ripugnano di vivere su questa terra venduta!
nel consorzio di questi corruttori, barattieri di popolo! Maledetto chi
non si risente degli oltraggi e delle umiliazioni a cui abbassano
l'Italia, questi impostori in connivenza colla tirannide!
«Io chiedo poco, Marzia: dimmi soltanto ciò che tu sai di quei
disgraziati che si chiamavan Mille, e che ora son morti per la maggior
parte, o fuggenti verso l'Africa».
Spossata la sventurata fanciulla dalle privazioni, dalla scellerata
scena, e più dall'aura mefitica dell'angusto e putrido suo carcere, non
rispondeva alle infami insinuazioni del Gesuita, che con alcune mal
articolate maledizioni. Poi tacque assolutamente per ciarlar che facesse
lo iniquo.
Il prete--colla perseveranza che distingue questa razza di
lupi--credendo Marzia sopita, o svenuta, riapriva; e diretto il chiarore
della lanterna, verso il volto di lei, credè veder gli occhi chiusi da
sonno, o da sincope, e si avventurò nella cella--non certo con onesto
divisamento.
Ma il fulmine non colpisce con più velocità l'altiera quercia od il
campanile della bottega, quanto colpì la nostra eroina il malvivente
tentatore.--Essa volò sulla parte superiore del gesuita, lo squilibrò,
rovesciollo, e come se fossero d'acciaio, conficcò le sue dita nel collo
del giacente.
Era bello e spacciato monsignor Corvo, se un baccano che successe quasi
contemporaneamente, non gettava l'allarme tra la dormente guarnigione
di Castellamare.--E veramente una grandine di fucilate udivasi in tutte
le parti del castello, dal di dentro però al di fuori. E chi ha fatto la
guerra sa che ove basterebbe una fucilata, di notte se ne tirano mille.
Un diavolío poi, un correre con lanterne, e senza per ogni dove. E ciò
valse al gesuita, poichè anche nella cella di Marzia capitarono birri
che liberarono quello scellerato, con gli occhi già fuori dell'orbita.
Marzia da quella svelta e coraggiosa che era, non si smarrì di mente, ma
presentendo che qualche cosa di nuovo dovea accadere al di fuori, con
tale finimondo di fucilate, cannonate, grida, ecc.--e fiutando l'odor
della polvere--come i generosi della sua specie--elettrizzata,
precipitossi sulla posterla semiaperta, e frammischiossi nella turba
confusa, che correva in ogni direzione.
NOTE:
[15] Vento del gran deserto Africano.
CAPITOLO XVIII.
L'ASSALTO DISPERATO.
Alle donne Italiane, che noi
Vinceremo, o morremo, direte!
(_Autore conosciuto_).
A Mentana non abbiamo vinto, nè rifiutata la vita! Vi ponno essere dei
popoli più _steady_, direbbero gl'inglesi, e ch'io tradurrò forse male,
con _impassibili_, cioè che marciano in colonna serrata al passo verso
delle batterie, che ne fanno macello e quelle colonne si serrano a
misura che il ferro ed il piombo nemico le dirada. E sventuratamente per
noi, ve ne sono varii, classificando certamente tra i primi i Britanni.
Una volta erano i nostri padri di Roma, _steady_ come le loro colonne di
bronzo.
Ho detto: vi ponno essere dei popoli più fermi, più impassibili degli
Italiani; ma certo nessuno più intraprendente.
Anche in tempi di depressione italiana, tra i più grandi scopritori di
mondi nuovi primeggiano certamente Colombo, Americo e Caboto.
Una sola provincia dell'Italia, la Liguria, vessata in tutti i modi, da
uno dei governi più abbietti del mondo--mantiene la marina mercantile
nostra, fra le prime.
Camogli, paese di cinque mila anime, senza porto, e con poco favorevole
posizione nautica, possiede seicento bastimenti d'alto bordo--ciocchè
non può millantare paese al mondo.
Il nostro popolo si getta con alacrità inarrivabile a qualunque
pericolo, e non smentisce il proverbiale suo valore. La causa ch'ei
propugna è santa! Ei va--ne potete esser sicuro. Ma ciò che vorrei dai
miei giovani concittadini, sarebbe un po' più di costanza nei disagi
della vita del campo, e nel portare a compimento definitivo questa
rigenerazione patria, già per noi vergognosa, lasciata così a metà
strada.
Cattivo Governo, infingardía nostra, e massime educazione pretina, sono
i motivi del nostro abbassamento fisico e morale. Ma per Dio! ci vuol
poi la scienza d'Archimede per capire che un prete è un impostore e che
non si deve soggiacere a tanta infamia d'esser il ludibrio del mondo!
Cozzo e i suoi cinquanta assaltavano il forte di Castellamare--la
posizione più importante del nemico, perchè proteggeva la comunicazione
della flotta col quartiere generale--e lo assaltavano come i Genovesi
nel 1746--i Bolognesi nel 49--e come i Bresciani assaltavano gli
Austriaci dietro i loro baluardi--col pugnale!....
E non avendo altra arma, anche col pugnale ponno assalirsi i mercenari
della tirannide!
Ed i cinquanta Palermitani eran giovani degni dei loro antenati--da non
indietreggiare davanti a qualunque pericolo.--Ma troppo ineguale era la
pugna!
Il fosso e la prima trincea furon varcati dai valorosi figli di Palermo,
verso le due del mattino, e le sentinelle colla guardia esterna eran
cadute sotto il loro ferro.
Chiuso però il gran cancello, che metteva nell'interno del forte, il
procedere avanti divenne impossibile, e ripigliato coraggio, i Borbonici
grandinarono sui cinquanta eroi tale una furia di palle, da uccidere la
maggior parte, e metter quasi tutti i restanti fuori di combattimento.
Giungevano le fucilate direttamente dal cancello di ferro, dalle
feritoie laterali, e da qualunque punto, o finestra, ove potevansi
collocare tiratori.
E che potevano i nostri senza armi da fuoco?
In un momento lo spazio occupato dai cinquanta tra la trincea esterna ed
il cancello, fu un mucchio di cadaveri e di feriti.--E i mercenari
borbonici non cessavan dal fuoco.
Noi abbiam lasciato, nel capitolo anteriore, Marzia furibonda, correndo
per i corridoi del castello, ed aprendo, con tutta la sveltezza di cui
era capace, tante celle quante ne trovava, e così pervenne a veder i
volti amati della sua Lina e di Lia: molti furono pure i detenuti
patriotti in tal modo liberati.
Poche furono le parole d'intelligenza tra i liberati, ma quelle poche
bastavano per intendersi, e formando un gruppo compatto, precipitaronsi
sui difensori del cancello, li assaltarono alle spalle, li disarmarono,
ed aprirono al residuo dei compagni di fuori.
Era veramente molto piccolo il residuo dei nostri prodi assalitori.
Comunque, non essendo gravemente ferito, Cozzo, ed alcuni dei rimasti,
al grido di: Viva l'Italia! che partiva dai liberatori capitanati dalle
nostre eroine, si precipitarono sul cancello, riunironsi ai nostri, e
tutti insieme, lanciaronsi nell'interno, sulla guarnigione, la quale,
benchè numerosa, fuggiva spaventata in tutte le direzioni.
I liberati in quel trambusto eran pervenuti ad armarsi tutti--chi con
armi da fuoco, chi con sciabole, e chi con altre armi tolte ai caduti ed
ai fuggenti--e la partita diventava assai sfavorevole ai Borbonici, già
disposti di abbandonare il forte, e gettarsi in mare, cercando la
protezione della flotta.
Il sinistro genio d'Italia vegliava però sulla sorte della tirannide, e
le conservò con le sue malizie per pochi giorni ancora, quel baluardo
importante che, perduto il giorno 27 maggio, avrebbe sommamente servito
all'impresa dei Mille su Palermo.
Il lettore ricorderà d'aver lasciato il gesuita rovesciato, ed in
deplorevole condizione, nella cella di Marzia. Per la sventura del
mondo, questa razza di vipere ha la pelle dura, e fattosi riconoscere
dal birro che invase la cella, al rumore della lotta che vi era seguíta,
questi lo aiutò a sollevarsi e lo accompagnò alla sponda del mare, ove
il Monsignor--pezzo grosso--avea sempre un palischermo da guerra a sua
disposizione.
Il settario di Loiola, per quanta poca pratica avesse delle cose
militari, avea capito che un assalto era stato dato dalla parte di terra
al castello, e conoscendo quanta importanza avea lo stesso, come
veicolo, e protezione delle comunicazioni tra la flotta ed il quartier
generale, corse immediatamente dall'ammiraglio, per prevenirlo del
pericolo, e sollecitarlo a non abbandonare Castellamare.
Un avviso del Gesuita valeva un ordine, e ben lo sapeva il comandante
della flotta; quindi tutte le compagnie di sbarco di tutti i bastimenti,
furono con ogni celerità gettate sul forte per proteggere il presidio.
E ben era tempo! quando le prime barche da guerra approdavano, i
fuggenti della guarnigione eran già affollati sul mare per precipitarsi,
e tale confusione e trambusto succedeva tra questi mercenari, da far
paura.
L'uomo di mare è un essere curioso: assuefatto a disprezzare il pericolo
sull'onda, gli sembra che alacremente egli possa affrontar qualunque
pericolo, e vi si getta il più delle volte con una gaiezza tutta sua,
poi legato dal dovere tra quattro pareti di legno--a lui divenute
monotone--egli è sempre contento d'esser inviato in terra, sia anche
col pericolo della vita. Dal bordo della sua fregata, o vascello ove
trovasi agglomerato con centinaia di compagni poco fortunati come lui,
il marino vede sempre in terra un paradiso.
Fatale fu ai nostri valorosi tale propensione marinaresca,
e le compagnie di sbarco--colla celerità propria di quella
gente--internaronsi nel forte, incontraronsi coi vittoriosi, e per
sventura nostra fecero cambiar la sorte delle armi.
Cozzo, ruggendo come un leone, con allato le tre guerriere, e seguito da
un pugno di coraggiosi, assalì i nuovi sbarcati, e per più volte li
ricacciò indietro; ma questi continuamente sostenuti da gente fresca,
finirono per soperchiare i nostri e quasi distruggerli.
CAPITOLO XIX.
L'ASSALTO FORTUNATO.
Datemi l'arme, all'insidioso acume
Delle volpi di corte, i miti accenti,
A me l'acciaro! dell'oppresse genti
Dal furor dei tiranni è questo il nume.
(PALMI D'AREZZO).
Dopo alcune scaramuccie coi Borbonici a Renne, i Mille impresero quella
famosa marcia di notte verso Parco, che li mise in facili comunicazioni
coll'interno, e la parte orientale dell'Isola--marcia che io non ricordo
d'aver veduto simile, e tanto ardua, nemmeno nelle vergini foreste
dell'America.--Marcia che, senza la cooperazione di quei magnifici
picciotti delle squadre siciliane, sarebbe stato impossibile di
eseguire, o almeno di trasportare i pochi cannoni nostri e le munizioni.
L'alba del 22 maggio trovava i Mille a Parco, grondanti d'acqua
piovana--e molli di fango dalla più disastrosa delle marcie di fianco--e
se avessero avuto da fare con un nemico più diligente, quel giorno
poteva essere funesto ai nostri Argonauti.
I cannoni erano smontati, e forse i loro affusti trovavansi a varie
miglia di distanza. I cattivissimi moschetti infangati, e molti fuori di
servizio, e la spossatezza della gente, avrebbero agevolato ai Borbonici
la distruzione dell'egregia schiera.
Il 22 però passò senza novità.--I Mille ebbero tempo di rinfrancarsi,
asciugar le loro scarse vestimenta, metter in ordine le loro armi, e
prepararsi a qualunque avvenimento.