_Signor Presidente,_
Ebbi ieri nel pomeriggio il mio primo colloquio, dopo la partenza
del generale Menabrea, col signor Ribot. Mi era proposto di non
tornare per il primo con questo signor Ministro degli Affari esteri
sul terreno tentato col signor di Freycinet e con lui
dall'Ambasciatore. Ma come io lo prevedeva, fu egli che dopo le
prime frasi tra noi scambiate subito vi scese mettendosi a
discorrere delle entrature fatte dal Generale e dicendo che nè
Freycinet nè egli stesso avevano potuto capire che cosa in fondo
volesse. Quindi una lunga e molto incisiva conversazione s'impegnò
tra noi, dopo ch'io aveva però premesso che su tale argomento le mie
parole non potevano avere che il carattere ed il valore di parole di
un amico e che per discorrerne dovevamo entrambi considerarci come
in colloquio non ufficiale, ma confidenziale e privato. Consentì con
premura ed esplicitamente.
Dissi in sostanza che se veramente il governo francese capiva il
prezzo di quei più cordiali rapporti tra noi, che per parte nostra
desideravamo, e se voleva addivenirvi, doveva anzitutto studiarsi a
rimuovere definitivamente le cause dalle quali era nato lo screzio
che ci divide; che in passato a Roma e poi a Tunisi ci furono fatte
le più profonde ferite; che il tempo, la nostra saviezza e
l'interesse presente del Governo repubblicano vanno sanando la
prima, ma che la seconda rimane viva; che nulla la Francia fece nè
fa per guarirla, che anzi per le tendenze che ogni tratto qui si
manifestano di dilatare il protettorato potrebbe da un'ora all'altra
inasprirsi e trascinare alle più gravi conseguenze. «Ogni passo che
in Tunisia voi tentereste oltre i limiti delle condizioni esistenti
ed oltre quelli del nostro stretto diritto, diss'io, ci troverebbe
tutti in piedi per contrastarvelo, e sappiate che non saremo soli.
Eliminare per sempre questa perdurante causa di attrito e di
sospetti tra noi mi pare dunque il primo mezzo per rimetterci in
condizioni di confidente e franca amicizia. Il rimedio vuole però
essere proporzionato alla gravità del male fattoci, nè lieve
dovrebb'essere il valore del servizio col quale la Francia volesse
chiudere la piaga tunisina. Cercare un compenso per l'Italia in sole
concessioni più o meno passeggiere d'ordine commerciale e
finanziario sarebbe un assunto vano».
Dal suo lato il signor Ribot, in progresso del colloquio, tornava di
continuo sul _quid?_; finchè, quasi rispondendo a sè stesso:
«Chiesi, disse, al generale Menabrea se mirasse a Tripoli, ma egli
troncò protestando che l'Italia non voleva mettersi male col
Sultano».
A questo punto ricordai anch'io, come le ricordò Menabrea a
Freycinet, le offerte di cooperazione che, prima a me stesso e poi
allo Ambasciatore, erano state altra volta fatte dal signor Giulio
Ferry e allora non accolte da Mancini, e aggiunsi che se proposte di
cooperazione per qualche _negoziazione simile_ oggi si producessero,
v'era a Roma tale Ministro col quale certo si potrebbe discorrerne,
attesocchè, malgrado tutte le calunnie, sapevo quanto gli stava a
cuore, se poteva giovare al proprio paese riconciliandolo ad un
tempo colla Francia, di farlo.
Usai le maggiori precauzioni di linguaggio e devo dire ad onore del
sig. Ribot che se io mi tenni in tutta la conversazione sulla punta
d'uno spillo, egli più volte battè sul pomo. Messosi a parlare il
primo senza ritegno di Tripoli, disse avere saputo che a
Costantinopoli manifestavansi inquietudini e che vi si subodorava
qualche cosa di progetti italiani, che d'altronde la questione d'una
cessione, ardua in sè, urterebbe contro un _non possumus_ assoluto
del Sultano. «E poi, l'opinione pubblica in Francia non seguirebbe
il Governo, se egli in una simile impresa prestasse la mano
all'Italia senza che questa rinunziasse con ciò alla triplice
alleanza».
Disfare la triplice alleanza: ecco la preoccupazione ardente,
incessante degli uomini di Stato francesi. «Finchè il trattato della
triplice alleanza, sì offensivo per lo Czar, più ancora che per la
Repubblica francese, non sarà stato denunziato, l'intimità non sarà
possibile fra la Russia e la Germania più che fra gl'italiani e noi.
Si potrà non trattarsi da nemici, ma considerarsi come amici, mai».
Queste parole che ritrovo nel _Matin_ d'oggi sono l'espressione pura
e semplice del sentimento di Ribot e di tutti i suoi colleghi, anzi
di tutti i francesi. È perciò naturale che tutta la politica
francese verso di noi, sia quella di Ribot o d'altri, se negli atti
ostili non eccederà mai quel limite ove sorgerebbe un pericolo serio
per la pace, commisurerà sempre qualunque maggiore ed efficace
concessione alla probabilità di raggiungere con essa quello scopo.
Il sig. Ribot mi parlò poi della situazione in Tunisia, rendendo
omaggio a Vostra Eccellenza che s'era mostrata conciliante nei
piccoli incidenti. (Protestò a questo proposito che non divideva le
ingiuste prevenzioni di molti suoi connazionali contro di Lei e che
le aveva sempre biasimate). Affermò di voler mantenere
scrupolosamente lo _statu-quo_ a Tunisi, mostrandosi propenso a
intendersi con noi per migliorare la sorte de' nostri pescatori,
poichè il generale Menabrea se n'era querelato. Accennando alla
scadenza che avverrà fra sei anni del nostro trattato di commercio
col Bey, egli domandò se non saremmo disposti a negoziare fino da
ora, com'egli ammetterebbe, pel suo rinnovamento, verso l'abbandono
d'alcuni nostri privilegi nella Reggenza.
In conclusione dunque, il signor Ribot non rinunzia alla speranza ed
al desiderio _di un qualche accordo_ con noi. Per procedere, io devo
aspettare da Vostra Eccellenza quelle nuove istruzioni che Ella
stimerà opportuno di darmi, perocchè ignoro il risultato degli
scandagli da Lei fatti altrove dopo la mia partenza da Roma e le sue
presenti intenzioni. Non posso in poche righe ripeterle tutto ciò
che in un colloquio durato più d'un'ora mi studiai di far
comprendere al mio interlocutore: avrei fede che il seme non sia
perduto se lo credessi uomo più risoluto e più ardito. Ma so che ad
ogni modo Ella non può dubitare che a seconda de' suoi concetti ogni
possibile sarebbe sempre da me tentato a fondo.
Mi augurerei che il comm. Mayor potesse ritornare qui, come
annunziava, per udire da lui le sue attuali idee e come meglio si
possa servirle. Nel prossimo settembre, il signor di Freycinet sarà
ad Aix-les-Bains, vicino al Generale, che potrà pure rivederlo in un
più tranquillo ambiente e più propizio ad espansioni che una camera
d'udienze ministeriali.
Voglia gradire, signor Presidente, gli attestati della mia più
profonda osservanza e della mia più cordiale devozione.