21 agosto 1890.

_Signor Presidente,_

Ebbi ieri nel pomeriggio il mio primo colloquio, dopo la partenza

del generale Menabrea, col signor Ribot. Mi era proposto di non

tornare per il primo con questo signor Ministro degli Affari esteri

sul terreno tentato col signor di Freycinet e con lui

dall'Ambasciatore. Ma come io lo prevedeva, fu egli che dopo le

prime frasi tra noi scambiate subito vi scese mettendosi a

discorrere delle entrature fatte dal Generale e dicendo che nè

Freycinet nè egli stesso avevano potuto capire che cosa in fondo

volesse. Quindi una lunga e molto incisiva conversazione s'impegnò

tra noi, dopo ch'io aveva però premesso che su tale argomento le mie

parole non potevano avere che il carattere ed il valore di parole di

un amico e che per discorrerne dovevamo entrambi considerarci come

in colloquio non ufficiale, ma confidenziale e privato. Consentì con

premura ed esplicitamente.

Dissi in sostanza che se veramente il governo francese capiva il

prezzo di quei più cordiali rapporti tra noi, che per parte nostra

desideravamo, e se voleva addivenirvi, doveva anzitutto studiarsi a

rimuovere definitivamente le cause dalle quali era nato lo screzio

che ci divide; che in passato a Roma e poi a Tunisi ci furono fatte

le più profonde ferite; che il tempo, la nostra saviezza e

l'interesse presente del Governo repubblicano vanno sanando la

prima, ma che la seconda rimane viva; che nulla la Francia fece nè

fa per guarirla, che anzi per le tendenze che ogni tratto qui si

manifestano di dilatare il protettorato potrebbe da un'ora all'altra

inasprirsi e trascinare alle più gravi conseguenze. «Ogni passo che

in Tunisia voi tentereste oltre i limiti delle condizioni esistenti

ed oltre quelli del nostro stretto diritto, diss'io, ci troverebbe

tutti in piedi per contrastarvelo, e sappiate che non saremo soli.

Eliminare per sempre questa perdurante causa di attrito e di

sospetti tra noi mi pare dunque il primo mezzo per rimetterci in

condizioni di confidente e franca amicizia. Il rimedio vuole però

essere proporzionato alla gravità del male fattoci, nè lieve

dovrebb'essere il valore del servizio col quale la Francia volesse

chiudere la piaga tunisina. Cercare un compenso per l'Italia in sole

concessioni più o meno passeggiere d'ordine commerciale e

finanziario sarebbe un assunto vano».

Dal suo lato il signor Ribot, in progresso del colloquio, tornava di

continuo sul _quid?_; finchè, quasi rispondendo a sè stesso:

«Chiesi, disse, al generale Menabrea se mirasse a Tripoli, ma egli

troncò protestando che l'Italia non voleva mettersi male col

Sultano».

A questo punto ricordai anch'io, come le ricordò Menabrea a

Freycinet, le offerte di cooperazione che, prima a me stesso e poi

allo Ambasciatore, erano state altra volta fatte dal signor Giulio

Ferry e allora non accolte da Mancini, e aggiunsi che se proposte di

cooperazione per qualche _negoziazione simile_ oggi si producessero,

v'era a Roma tale Ministro col quale certo si potrebbe discorrerne,

attesocchè, malgrado tutte le calunnie, sapevo quanto gli stava a

cuore, se poteva giovare al proprio paese riconciliandolo ad un

tempo colla Francia, di farlo.

Usai le maggiori precauzioni di linguaggio e devo dire ad onore del

sig. Ribot che se io mi tenni in tutta la conversazione sulla punta

d'uno spillo, egli più volte battè sul pomo. Messosi a parlare il

primo senza ritegno di Tripoli, disse avere saputo che a

Costantinopoli manifestavansi inquietudini e che vi si subodorava

qualche cosa di progetti italiani, che d'altronde la questione d'una

cessione, ardua in sè, urterebbe contro un _non possumus_ assoluto

del Sultano. «E poi, l'opinione pubblica in Francia non seguirebbe

il Governo, se egli in una simile impresa prestasse la mano

all'Italia senza che questa rinunziasse con ciò alla triplice

alleanza».

Disfare la triplice alleanza: ecco la preoccupazione ardente,

incessante degli uomini di Stato francesi. «Finchè il trattato della

triplice alleanza, sì offensivo per lo Czar, più ancora che per la

Repubblica francese, non sarà stato denunziato, l'intimità non sarà

possibile fra la Russia e la Germania più che fra gl'italiani e noi.

Si potrà non trattarsi da nemici, ma considerarsi come amici, mai».

Queste parole che ritrovo nel _Matin_ d'oggi sono l'espressione pura

e semplice del sentimento di Ribot e di tutti i suoi colleghi, anzi

di tutti i francesi. È perciò naturale che tutta la politica

francese verso di noi, sia quella di Ribot o d'altri, se negli atti

ostili non eccederà mai quel limite ove sorgerebbe un pericolo serio

per la pace, commisurerà sempre qualunque maggiore ed efficace

concessione alla probabilità di raggiungere con essa quello scopo.

Il sig. Ribot mi parlò poi della situazione in Tunisia, rendendo

omaggio a Vostra Eccellenza che s'era mostrata conciliante nei

piccoli incidenti. (Protestò a questo proposito che non divideva le

ingiuste prevenzioni di molti suoi connazionali contro di Lei e che

le aveva sempre biasimate). Affermò di voler mantenere

scrupolosamente lo _statu-quo_ a Tunisi, mostrandosi propenso a

intendersi con noi per migliorare la sorte de' nostri pescatori,

poichè il generale Menabrea se n'era querelato. Accennando alla

scadenza che avverrà fra sei anni del nostro trattato di commercio

col Bey, egli domandò se non saremmo disposti a negoziare fino da

ora, com'egli ammetterebbe, pel suo rinnovamento, verso l'abbandono

d'alcuni nostri privilegi nella Reggenza.

In conclusione dunque, il signor Ribot non rinunzia alla speranza ed

al desiderio _di un qualche accordo_ con noi. Per procedere, io devo

aspettare da Vostra Eccellenza quelle nuove istruzioni che Ella

stimerà opportuno di darmi, perocchè ignoro il risultato degli

scandagli da Lei fatti altrove dopo la mia partenza da Roma e le sue

presenti intenzioni. Non posso in poche righe ripeterle tutto ciò

che in un colloquio durato più d'un'ora mi studiai di far

comprendere al mio interlocutore: avrei fede che il seme non sia

perduto se lo credessi uomo più risoluto e più ardito. Ma so che ad

ogni modo Ella non può dubitare che a seconda de' suoi concetti ogni

possibile sarebbe sempre da me tentato a fondo.

Mi augurerei che il comm. Mayor potesse ritornare qui, come

annunziava, per udire da lui le sue attuali idee e come meglio si

possa servirle. Nel prossimo settembre, il signor di Freycinet sarà

ad Aix-les-Bains, vicino al Generale, che potrà pure rivederlo in un

più tranquillo ambiente e più propizio ad espansioni che una camera

d'udienze ministeriali.

Voglia gradire, signor Presidente, gli attestati della mia più

profonda osservanza e della mia più cordiale devozione.

Politica estera: memorie e documenti · 第 192 / 215 题