L'Imperatore fu accompagnato a Roma dal conte Erberto di Bismarck, col
quale Crispi ebbe due colloqui:
_19 ottobre 1888 — 6 ½ pom._ — Visita di Bismarck Erberto.
Mi fa una relazione del colloquio con lo Czar del principe di
Bismarck. — Truppe russe alle frontiere (500 a 600 mila); lo Czar
non sapeva darne conto. — Influenze danesi sullo Czar. Tutte le
principesse, compresa la Regina, contrarie al governo imperiale
tedesco. Queste donne influiscono sullo Czar e gli han dato a
credere che la Germania vorrebbe attaccarlo. — Bismarck fece il
possibile per dissuaderlo, assicurando che la triplice alleanza ha
uno scopo puramente difensivo. Dopo la pubblicazione del trattato di
alleanza austro-germanico, nulla v'è di segreto. Le due Potenze non
hanno mire aggressive. Se la Russia attaccasse l'Austria, la
Germania è chiamata a difenderla.
La posizione della Germania e dell'Italia è identica. Bisogna che la
Francia attacchi una delle due Potenze alleate, perchè l'aggredita
possa invocare il _casus foederis_. Del resto ciò avverrebbe anche
se non ci fosse trattato. La Germania non potrebbe lasciare
aggredire l'Italia senza muoversi a sua difesa. Lo stesso farebbe
l'Italia verso la Germania se la Francia tentasse di passare il
Reno. Si è convinti che ove la Francia vincesse la Germania, si
rivolgerebbe subito contro l'Italia per abbatterla e riprendere in
Europa quella egemonia alla quale aspira. Farebbe lo stesso con la
Germania nel caso che l'Italia fosse vinta per la prima.
La triplice alleanza non ha alcun interesse a trarre con sè la
Turchia. Se questo proposito fosse in lei, si saprebbe subito, il
Sultano non essendo un principe che sappia mantenere il segreto. La
Turchia ha buone truppe, ma esse non hanno potenza che in una guerra
difensiva. È assurdo quindi il presumere che si voglia trarla nella
triplice; non vi sarebbe scopo.
Questo linguaggio crudo, ma leale del principe di Bismarck, fece
impressione sullo Czar, il quale partì da Berlino convinto delle
buone intenzioni del governo tedesco.
Lo Czar invitò l'imperatore Guglielmo alle grandi manovre militari
che nell'estate venturo saranno tenute in Russia. La convinzione
dell'imperatore Guglielmo e del principe di Bismarck è che per un
anno almeno è assicurata la pace.
Il giudizio su Alessandro III è ch'egli ami e desideri la pace. Le
sue abitudini, i suoi studi, la nessuna esperienza di governo, la
nessuna cura per l'esercito, il suo fisico stesso lo fanno bramoso
di calma. Egli però è circondato da qualche generale di cui il
Principe teme e che può influire sull'animo suo. Non andrebbero
meglio le cose col suo successore, giovine ancora e non abbastanza
educato alle arti del governo.
_20 ottobre — 1 pom._ — Secondo colloquio con Erberto Bismarck.
Ho esposto come l'Austria sia sempre la stessa nei suoi metodi di
governo. Costituita come essa è da varie genti, con lingue e civiltà
diverse, non può esser salda, nè sperare che non si disfaccia che ad
una sola condizione, cioè che rispetti tutte le nazionalità. Orbene,
nell'Impero, meno l'Ungheria, la quale, avendo un governo autonomo,
e grazie al buon senso di Tisza, si regge sicura, nell'Austria il
governo favorisce l'elemento slavo, vive con esso a danno delle
popolazioni tedesche e italiane. Or questo è male, e a noi crea
imbarazzi. Se gli italiani fossero ben trattati, se la loro
autonomia fosse rispettata, gl'italiani del Regno non avrebbero
ragione a doglianze e mancherebbe il pretesto all'irredentismo.
Le durezze usate a Trieste sono inopportune, non giovano all'Impero
e nuocciono a noi. Aggiungete gl'indugi nel compimento dei processi.
Il processo di Ulmann si protrae da oltre cinque mesi; era meglio
non lo avessero fatto, ma ora è opportuno che lo conducano a termine
rapidamente.
Il conte di Bismarck, rispondendo, consente nelle mie idee. Egli
incolpa il Taaffe, il quale per rimanere al governo non guarda al
modo. L'Imperatore ha fiducia nel suo ministro, e fa male. Erberto
mi afferma di aver di ciò scritto a suo padre affinchè ne parli al
Kálnoky, il quale fra giorni si recherà a Friedrichsruh.
L'argomento è di una grande importanza, io replicai. L'Austria non è
amata in Italia, essa non ha saputo far obliare il suo dominio sulle
terre italiane, anzi lo ricorda pel modo come si regola a Trieste.
Noi dobbiamo tenerci stretti all'Impero austriaco. L'Italia non può
avere due nemici, l'uno a destra e l'altro a sinistra delle sue
frontiere. L'Austria deve però considerare che anche la nostra
alleanza è a lei di vantaggio. Il Bismarck fece eco a queste mie
considerazioni ed io soggiunsi:
— Non vi nasconderò che l'alleanza più simpatica all'Italia è quella
con la Germania. Io non so se il Principe vostro padre vi abbia mai
parlato dei nostri colloqui a Gastein nel 1877. Allora io non aveva
altro desiderio che quello di congiungere in stretto vincolo
l'Italia e la Germania, anche in previsione di ostilità che ci
potessero venire dall'Austria. Il Principe in quel tempo preparava
con Andrássy l'alleanza dei due Imperi, e vedeva lontana l'ipotesi
che l'Austria, la quale ha in Polonia interessi opposti ai vostri,
potesse divenirvi nemica. Allora contrastai che l'Austria ottenesse
la Bosnia e l'Erzegovina. È vero che vostro padre proponeva di dare
all'Italia compensi territoriali che non ebbe, ma il fatto provò che
l'Austria uscì dal Congresso di Berlino più forte nell'Adriatico di
quello che era prima, e le mie speranze andarono deluse.
— Voi avete ragione! ma al 1878 non eravate più al governo, e le
sorti d'Italia erano affidate ad un ministro il quale amoreggiava
con la Francia.
— Su questo non ho che dirvi. Ma la Francia anch'essa fu aiutata e
le fu permesso di occupare a tempo opportuno la Tunisia.
— Mio padre credeva che aiutando la Francia in Africa, avrebbe
potuto distrarla dall'Europa.
— Comprendo. È storia passata, e non la ricorderemo che per trarne
insegnamento per l'avvenire. Il certo si è che l'Italia non ha
frontiere sicure, e che alla prima occasione bisognerà che la
Germania ci aiuti a ricuperarle. Per ora teniamoci uniti; teniamo
per quanto è possibile stretta l'alleanza delle tre monarchie e non
avremo nulla a temere.
— Le tre monarchie unite basteranno a mantenere la pace. Bisognerà
però non distrarci l'amicizia del governo inglese, le cui forze sono
tanto necessarie a voi nel Mediterraneo.
— Per parte mia ho fatto quanto potevo per coltivare l'amicizia di
lord Salisbury.
— E vi siete riuscito. Non sarò indiscreto rivelandovi le cose dette
da lord Salisbury all'Imperatore nell'ultimo viaggio di questi in
Inghilterra. Salisbury dichiarò che nel Mediterraneo egli agirà
d'accordo col governo italiano. Soggiunse che in conseguenza Sua
Signoria aveva dato speciali istruzioni al comandante della flotta
inglese nelle vostre acque.
A questo punto il colloquio è interrotto dall'arrivo del Re e
dell'Imperatore.
Le leggi sull'insegnamento e sulle associazioni in Tunisia promulgate il
15 settembre 1888 da Alì Bey, “possessore del reame di Tunisi,„ furono
un tentativo di rivincita del Goblet per lo scacco subito nella
questione delle tasse a Massaua. Quelle leggi, sebbene sotto una forma
generale, non riguardavano che le associazioni e le scuole italiane. Un
giornale ufficioso della Residenza francese, il _Petit Tunisien_, lo
diceva esplicitamente.
Allorchè la Francia impose il suo protettorato al Bey di Tunisi, nel
trattato di Casr-el-Saïd si dichiarò che il governo della Repubblica
francese garentiva l'esecuzione dei trattati esistenti tra il governo
della Reggenza e i diversi Stati europei. Il trattato dell'8 settembre
1868 tra l'Italia e la Tunisia stabiliva all'art. 1 che “tutti i
diritti, privilegi e immunità„ conferiti agli italiani nella Reggenza
dagli usi e dai trattati erano confermati. Il governo della Repubblica,
quindi, si rendeva garante dei diritti derivanti dalle Capitolazioni e
acquisiti in favore degli italiani.
È ben vero che nel 1884 i gabinetti di Parigi e di Roma presero degli
accordi per regolare l'esercizio della giurisdizione a Tunisi, e il
gabinetto di Roma consentì la _sospensione_ della giurisdizione
consolare italiana, ma fu espressamente convenuto nel protocollo
relativo (25 gennaio 1884) che tutte le altre immunità, vantaggi e
garenzie assicurate dalle Capitolazioni, dagli usi e dai trattati
rimanessero in vigore.
Data cotesta situazione di diritto non poteva non sembrare strano
all'on. Crispi che il Bey avesse promulgato le suddette leggi, e che
esse portassero anche la firma del rappresentante del governo della
Repubblica.
La legge, la quale voleva: sottoporre le scuole italiane all'ispezione
del direttore dell'insegnamento pubblico nella Reggenza o dei suoi
delegati, — fare di costui il giudice della validità dei diplomi, —
rendere obbligatorio l'insegnamento della lingua francese, — imporre
condizioni arbitrarie all'istitutore italiano che volesse aprire una
scuola privata, — proporre pene ed ammende, — era evidentemente un
attentato alle nostre prerogative e ledeva i nostri diritti. Altrettanto
deve dirsi dell'altra legge che pretendeva imporre condizioni
agl'italiani che volessero riunirsi in associazione, sciogliere le
associazioni esistenti, ecc. Infatti nelle “immunità vantaggi e
garenzie„ che ci erano assicurati dalle Capitolazioni, dagli usi e dai
trattati con la Reggenza, erano: 1.º l'immunità delle associazioni e
delle scuole italiane in Tunisia di non dipendere che dal diritto
italiano; 2.º il vantaggio per i nostri connazionali di fare educare ed
istruire i loro figli nelle istituzioni italiane o regolate dalle nostre
leggi, — quello di associarsi, come si erano sempre associati, con fini
di solidarietà, di beneficenza, di mutuo soccorso, ecc.; 3.º la garanzia
che lo _statu-quo_ non sarebbe stato turbato durante i trattati
esistenti.
Le proteste di Crispi e la questione che ne seguì sono chiarite dai
documenti che qui sotto riassumiamo:[25]
[25] Il conte de Moüy nei suoi _Souvenirs_ (pagg. 264-266) riconosce
che il Goblet cercò, col creare la questione della quale ci
occupiamo, una rivincita dello scacco subito per le tasse di
Massaua, ma riferisce molto inesattamente lo svolgimento di essa.
Egli afferma che l'on. Crispi «avait un esprit trop fin et trop
pratique pour soulever la moindre objection(!)». I documenti che
pubblichiamo dimostrano quante e quali obiezioni sollevasse l'on.
Crispi, e come riuscisse a vincere il punto. Deve avvertirsi, a
spiegazione dell'errore del de Moüy, che egli non era più a Roma
quando l'incidente delle scuole della Tunisia si svolse. _(N. d.
C.)_