Dal primo al secondo trattato della Triplice Alleanza.
L'errore d'origine: l'Imperatore d'Austria non viene a
Roma. — I Reali d'Italia, per ciò, non possono andare a
Berlino. — Colloquio tra il principe di Bismarck e il duca
di Genova: il pericolo di guerra è rappresentato dalla
Francia e dalla Russia. — Il principe Federico Guglielmo a
Roma. — Il gabinetto italiano scontento degli alleati. — Il
generale Robilant ministro degli Affari esteri. — Un altro
giudizio del principe di Bismarck sulla situazione in
ottobre 1885. — I negoziati per la rinnovazione della
Triplice Alleanza. — Con quali argomenti il principe di
Bismarck indusse l'Inghilterra ad un accordo con l'Italia
per il Mediterraneo. — Il nuovo trattato del 20 febbraio
1887.
L'accessione all'alleanza austro-germanica, se tolse l'Italia
dall'isolamento e orientò la sua politica estera, non dette frutti
tangibili. Nessuno per qualche anno seppe nulla del trattato; i ministri
della Triplice sia dalla tribuna parlamentare, che nei ricevimenti
diplomatici, negarono l'esistenza di impegni scritti. D'altronde, se
niente esteriormente apparve mutato nelle relazioni fra i tre Stati —
tranne nell'intonazione dei giornali austriaci che divenne più cortese,
e ne fu dato il merito al viaggio di re Umberto — poco o nulla si fece
da parte nostra per rendere veramente intime quelle relazioni, e
vantaggiose. Già, nei rapporti con l'Austria l'impresa non era agevole;
il ravvicinamento degli animi non era stato spontaneo, la dominazione
austriaca in Italia era tuttavia ricordata con rancore da molti che ne
avevano sofferto; e dall'altra parte, a Vienna, si aveva poca fede in un
governo che si reggeva sui principii di libertà ed era debole, per
dippiù, coi partiti estremi.
Un errore del Mancini, commesso già prima della firma del trattato,
accrebbe gli ostacoli al miglioramento della situazione. Quando egli
fece annunziare al gabinetto austro-ungarico il desiderio del re Umberto
di visitare l'Imperatore, non richiese impegni per la restituzione a
Roma della visita; anzi non fece motto di restituzione; e non già per
oblio — che i suoi collaboratori, primo fra tutti l'ambasciatore
Robilant, l'avrebbero avvertito — ma perchè, conoscendo gli umori
dominanti nelle alte sfere austriache, sapeva che se avesse fatto
condizione della venuta a Roma dell'Imperatore, il viaggio progettato
sarebbe andato a monte.
Quell'errore danneggiò nell'opinione pubblica il clima dell'alleanza, e
ne durano gli effetti; poichè parve, e pare tuttavia, che l'Austria non
ci trattasse colla considerazione che ci era dovuta. Esso ebbe anche una
conseguenza a breve distanza, giacchè impedì che i Reali d'Italia si
recassero a Berlino nel 1883 a visitare il glorioso Guglielmo I.
Il principe di Bismarck aveva mosso per il primo la pedina,, facendo
dire alla Consulta dall'ambasciatore Keudell che i Sovrani italiani
erano desideratissimi in Germania e che l'Imperatore avrebbe accolto con
grande gioia una loro visita. Aveva, bensì, avvertito nello stesso tempo
che, sebbene Guglielmo non avesse difficoltà a recarsi a Roma, sarebbe
stato poco prudente fare intraprendere il lungo viaggio ad un vegliardo
di 86 anni. Il principe ereditario, Federico Guglielmo, avrebbe potuto
sostituire il padre.
Se fosse mancato il precedente austriaco, la proposta avrebbe potuto
accettarsi, perchè ragionevole sarebbe stato il motivo della
sostituzione; e del resto il principe Federico Guglielmo, già recatosi a
Roma pei funerali di Vittorio Emanuele, aveva lasciato in Italia ottimo
ricordo di sè. Ma dopo l'astensione di Francesco Giuseppe era
impossibile transigere.
Il principe di Bismarck desiderava tanto la visita dei Sovrani d'Italia
che, il 1.º marzo 1883, conversando col duca Tomaso di Savoia, il quale
si trovava in Germania pel suo matrimonio con la principessa Isabella di
Baviera, portò il discorso sul vagheggiato viaggio reale, del quale il
Duca nulla sapeva.
È interessante, a proposito di questo incontro, riferire il giudizio
espresso al duca di Genova dal principe di Bismarck circa la situazione
internazionale di allora.
“Egli disse che i buoni rapporti tra la Germania e l'Italia erano una
conseguenza naturale del fatto che gl'interessi di queste due Potenze
non divergevano, anzi cospiravano al mantenimento della pace generale.
Lo stesso è a dirsi delle relazioni del Gabinetto di Berlino con quello
austriaco; l'Austria aveva completamente rinunziato alla sua antica
politica di lotta e di dominazione in Germania come in Italia, politica
che era stata nel passato cagione di grande debolezza per la Casa degli
Asburgo. Per ciò la Germania si trovava allora in una intimità perfetta
col vicino impero, la quale non poteva non influire sui rapporti
italo-austriaci. L'accordo di queste tre Potenze — soggiunse il Principe
— offre una solida e mutua garanzia dal punto di vista difensivo. Il
Gabinetto di Berlino non pensa ad attaccare nessuno, ma è pronto e
risoluto, offrendosene l'occasione, a respingere energicamente qualsiasi
aggressione. Il pericolo viene dalla Francia, dove le passioni sono
sempre in ebollizione, e dalla Russia, dove, per non citare che un solo
dettaglio, l'esercito è malcontento. Le truppe sono sparse su di un
territorio vasto: l'ufficiale, relegato nelle piccole guarnigioni, si
annoia, e preferisce la guerra ad una vita non solamente manchevole di
ogni distrazione, ma circondata da molte privazioni.„
I Reali d'Italia non andarono a Berlino, e tuttavia Federico Guglielmo
venne ufficialmente a Roma nel dicembre di quell'anno 1883 per
ringraziare — si disse — il Re delle accoglienze straordinarie ricevute
in Genova, ma in realtà perchè il Bismarck volle dare una pubblica
prova, ammonitrice per i presunti nemici della Germania, degli
eccellenti rapporti che questa teneva con l'Italia. Della qual cosa si
fu scontenti a Vienna, perchè le feste tributate al principe ereditario
germanico fecero risaltare la freddezza delle relazioni
italo-austriache, e ricordare che Francesco Giuseppe era in debito di
una visita doverosa.
Il Ministero Depretis-Mancini, timoroso di irritare la Francia, già in
allarme per la voce corsa sui giornali dell'esistenza di una alleanza,
era piuttosto imbarazzato che contento delle ostentazioni dell'intimità
italo-germanica. E la sua condotta ispirò a tale preoccupazione,
commettendo l'errore, che è stato di poi ripetuto, di rinunziare a
trarre dall'alleanza i vantaggi che essa poteva dare, per correre dietro
alla fisima di una amicizia con la Francia, chiaritasi chimerica per
l'impresa di Tunisi, e ad ogni modo allora incompatibile coi legami
stretti con la Germania.
Così, mentre l'alleanza austro-germanica diveniva sempre più cordiale e
raggiungeva lo scopo di fronte alla Russia, la quale nel marzo 1884 si
riavvicinava ai due imperi centrali, l'Italia era in sospetto a tutti, e
negletta dagli alleati.
Alle Delegazioni, il ministro Tisza, rispondendo ad una interpellanza
Helfy, aveva parlato delle relazioni estere dell'Austria-Ungheria senza
accennare all'Italia; e nel Parlamento austriaco il ministro Taaffe
aveva mantenuto un'attitudine passiva a fronte del linguaggio offensivo
verso l'Italia di un deputato dalmata di razza slava. Le diffidenze e il
malvolere delle classi dirigenti austriache apparivano ad ogni
occasione. Nè migliori disposizioni si notavano nel governo germanico,
chè anche il principe di Bismarck ci manifestava marcatamente la sua
noncuranza.
L'on. Mancini fortemente si lagnava di tutto ciò. All'infuori dei
termini del trattato, dei casi previsti, non derivava dal fatto stesso
dell'alleanza l'obbligo dell'assistenza fin là dove cominciasse per
avventura il conflitto d'interessi tra l'uno e gli altri alleati? Così
egli aveva interpretato il patto in ogni circostanza, ma diversamente
gli alleati si regolavano nelle questioni d'interesse italiano. Perchè?
L'on. Mancini restò al Ministero sino al 29 giugno 1885; gli successe,
dopo un breve _interim_ del Depretis, il Robilant, il quale il 6 ottobre
di quell'anno passò dall'ambasciata di Vienna alla Consulta. Aveva fatto
buona prova come diplomatico e acquistato prestigio presso le
Cancellerie d'Europa pel suo carattere diritto, per i suoi nobili
sentimenti, per la sua intelligenza. Questo prestigio personale giovò al
paese, perchè conferì al nuovo ministro l'autorità necessaria presso il
principe di Bismarck ed il conte Kálnoky per fare includere nel trattato
della Triplice Alleanza la tutela di taluni interessi italiani.
Si può dire che l'esistenza ministeriale del conte di Robilant sia stata
tutta dedicata alla rinnovazione del trattato. Poco soddisfatto delle
stipulazioni del 1882, pur da lui negoziate a Vienna in momenti nei
quali l'Italia si offriva, l'esperienza gliene avea dimostrate le
lacune, e si propose di colmarle.
I due gabinetti di Vienna e di Berlino gli manifestarono subito il
desiderio di continuare l'alleanza; ed egli, consentendo in massima,
prese tempo per aprire le trattative. Scartava l'idea di non
continuarla, come quella di rinnovarla tale e quale; ma per proporre
nuovi patti bisognava pensarvi, e l'Italia non doveva far vedere che
avesse fretta.
Il 19 ottobre il principe di Bismarck, rispondendo al saluto dal conte
di Robilant inviatogli nell'assumere il nuovo ufficio, gli fece sapere
che le sue parole avevano prodotto in lui la migliore impressione, e che
per fargli cosa gradita avrebbe ricevuto a Friedrichsruh l'ambasciatore
di Launay.
Il conte di Launay fece la visita il 24; il giorno precedente era stato
dal Gran Cancelliere l'ambasciatore francese. Il Principe accennò al
nuovo trattato, si disse disposto a renderlo più pratico ed intimo, non
fece obbiezioni all'osservazione del di Launay che per allora non si
chiedeva altro che preparare il terreno, migliorando la pratica dei
patti esistenti. Poi, con evidente sincerità, gli parlò della
situazione:
“Allo scopo di mantenere la pace egli aveva cercato, dal trattato di
Versailles in poi, di rimanere in buoni termini con la Francia, di non
ostacolarla nella sua politica di espansione in Tunisia, in Cina, nel
Madagascar e sulla costa occidentale d'Africa. Le dava così qualche
indennizzo, qualche soddisfazione d'amor proprio; ma le aveva anche
fatto comprendere chiaramente che doveva rinunziare per sempre
all'Alsazia. Seguendo lo stesso ordine di idee, egli era divenuto in
certo modo, specialmente in Egitto, l'ausiliario degli interessi
francesi. Ma i suoi sforzi erano stati sterili. La sua assiduità, la sua
quasi servilità nel corso degli ultimi quindici anni, era stata una
delusione. La Francia, nelle sue grandi correnti d'opinione pubblica,
pensa sempre alla rivincita, e se la prende con tutti coloro che non
partecipano ai suoi rancori. Essa ne ha data l'ultima prova nell'affare
delle Caroline. Le recenti elezioni generali avranno, d'altronde, come
risultato la tendenza del suo governo verso il radicalismo. E in tali
circostanze il Cancelliere riconosceva l'accresciuta importanza
dell'accordo fra i tre Imperi e l'Italia. Egli aveva destinato allora
all'ambasciata di Londra il conte di Hatzfeldt, che sarebbe riuscito
meglio del Münster a stabilire anche un ravvicinamento con
l'Inghilterra„.
Il ministro Robilant, deciso a non prendere l'iniziativa dei negoziati,
fu contento dell'accoglienza fatta dal Principe al concetto che il nuovo
trattato dovesse dare soddisfazione alle legittime e modeste esigenze
dell'Italia, ed attese. Finalmente, in ottobre 1886, il principe di
Bismarck fece il primo passo, dichiarandosi pronto ad aprire le
trattative tanto a Roma che a Vienna. Il Robilant dapprima nicchiò,
dichiarando che _con_ o _senza_ alleanza, l'Italia avrebbe proceduto
d'accordo con la Germania e con l'Austria-Ungheria; poi disse che
l'opinione pubblica italiana non vedeva i benefici dell'alleanza, che
gli alleati non avevano mai dato all'Italia una prova di fiducia
completa, che Bismarck non trovava mai tempo per conferire personalmente
con l'ambasciatore d'Italia. Queste lagnanze e la riluttanza, più
apparente che reale, a rinnovare il trattato, fecero il loro effetto. In
realtà, grave impressione avrebbe prodotto la cessazione dell'alleanza,
e la Germania, tra la Francia nemica e la Russia poco benevola, non
sarebbe stata tranquilla: disse ciò spontaneamente il Keudell. Onde le
condizioni poste dappoi dal Robilant, le quali si riassumevano nella
garanzia dello _statu-quo_ nel Mediterraneo e nella Penisola Balcanica,
furono accettate.
La redazione dei nuovi patti, dopo un lungo scambio di proposte e
contro-proposte, fu pronta il 19 febbraio 1887; l'indomani essi furono
firmati a Berlino.
L'esigenza del conte di Robilant che l'Italia fosse garantita nel
Mediterraneo, ispirò al principe di Bismarck l'idea di un accordo con
l'Inghilterra. Deciso a tenersi avvinta l'Italia e fermo nella sua
politica d'isolare la Francia per renderla impotente a far la guerra, il
Principe vide la doppia utilità che sarebbe derivata alla Germania da
una intesa anglo-italiana: l'Inghilterra avrebbe offerto quella sicurtà
marittima che la Germania non poteva dare, e, impegnandosi con l'Italia,
si sarebbe preclusa la possibilità di appoggiare la politica della
Francia.
Non era facile indurre i ministri della Regina, in un tempo nel quale lo
“splendido isolamento„ aveva tanti fautori, a legarsi con una Potenza
continentale, sia pure mercè un accordo che sarebbe rimasto segreto. Ma
per il principe di Bismarck la cosa fu facilissima.
Il 1.º febbraio 1887 egli si recò a far visita all'ambasciatore
britannico a Berlino, sir E. Malet. “Il gabinetto italiano — disse — gli
aveva chiesto di voler appoggiare la domanda fatta a Londra di una più
stretta amicizia dell'Inghilterra con l'Italia; egli pensava che il
governo inglese avesse ogni motivo per fare buon viso a tale domanda.
Esisteva _una specie_ [!] di alleanza fra la Germania e l'Italia, ma
aveva scarso pregio per la Germania, l'Italia non potendo essere la sua
vera alleata efficace che alla condizione di essere in grado di
trasportare le proprie truppe per mare. I valichi delle Alpi essendo
irti di fortificazioni, sarebbe impedito ogni efficace aiuto attraverso
a queste. Se l'Italia potesse trasportare le sue truppe per mare, allora
soltanto essa sarebbe una considerevole alleata. Ma ciò potersi solo
effettuare con una cooperazione dell'Inghilterra, per mezzo della quale
il predominio del Mediterraneo sarebbe assicurato a queste due Potenze.
Il Principe disse di comprendere le difficoltà che sovrastano ad ogni
presidente dei ministri britannico il quale tenti di stringere
un'alleanza con una Potenza estera; nel caso attuale però non era
necessario che di venire ad un accordo basato sulla permanenza al potere
del presente governo. Egli riteneva che le trattative amichevoli con
l'Italia avrebbero favorevole accoglienza in Inghilterra, giacchè
sarebbero in armonia con le tradizioni popolari dei due paesi. Credeva
poi che la sua esistenza durante la crisi presente sarebbe stata un
potentissimo fautore per il mantenimento della pace in Europa, mentre la
sua mancanza avrebbe potuto fomentare la guerra.
Accennando alla questione della pubblica opinione e al dovere
riconosciuto in un ministro inglese di seguirla, il Principe disse che
qualunque fosse la consuetudine, stava sempre nel potere del ministro,
anzi nella cerchia dei suoi doveri, di formare questa pubblica opinione.
Questa non è, soggiunse, che un fiume formato da una quantità di piccoli
ruscelli, uno dei quali è il ruscello governativo. Se il governo
alimentasse sufficientemente il suo ruscello, concorrerebbe
efficacemente a formare la grande corrente pubblica; se invece aspetta
di giudicare delle forze di tutti gli altri ruscelli, separatamente meno
potenti del suo, pur dalla unione loro rimarrebbe sopraffatto. Agire in
tal guisa sarebbe una imperdonabile mancanza di precauzione.
Il Principe insistette poi sui reciproci vantaggi di una alleanza fra
l'Inghilterra e l'Italia, asserendo che nessun desiderio di quest'ultima
avrebbe mai potuto verificarsi in antagonismo con gl'interessi di
quella. Nel Mediterraneo le aspirazioni dell'Italia convergono verso
Tunisi e Tripoli, sul continente al ricupero di Nizza„.
Sir Malet osservò che concepiva un'alleanza fra l'Italia e l'Inghilterra
per gli affari d'Oriente, ma dubitava che l'Inghilterra contraesse
un'alleanza che potesse porla in ostilità con la Francia.
Tutte le volte che il gran Cancelliere consigliava l'accettazione di una
proposta, faceva osservare quali avrebbero potuto essere le conseguenze
di un rifiuto.
Secondo le sue vedute era dovere dell'Inghilterra di assumere la sua
parte di responsabilità, per assicurare la pace d'Europa. Egli sapeva
dell'esistenza di una scuola che predicava la astensione di quella
Potenza da ogni ingerenza nella politica europea; ma egli pensava che
l'Europa avesse ragione di desiderare la cooperazione inglese per il
mantenimento dell'equilibrio fra le Potenze. Se l'Inghilterra si
rifiutasse, e se tutti i tentativi per indurla ad assumere la sua quota
di pericolo e di responsabilità che incombe ad ogni Potenza europea,
fallissero, le Potenze interessate si vedrebbero costrette a cercare
altre combinazioni. “Per esempio — disse il Principe — con tutta
facilità potrei rendere più intimi i rapporti della Germania con la
Francia accondiscendendo alle incessanti sollecitazioni di questa
riguardo all'Egitto. E potrei allontanare ogni apprensione da parte
della Russia, riducendo la nostra alleanza con l'Austria al puro impegno
letterale di garentire l'integrità del territorio dell'impero austriaco,
o permettendo alla Russia di occupare il Bosforo e lo Stretto dei
Dardanelli„.
Naturalmente, a questo punto sir Malet osservò che ogni tentativo di tal
natura da parte della Russia implicherebbe una guerra con l'Inghilterra,
e che perciò la pace, che sembrava essere l'unico obbiettivo del
Cancelliere, non sarebbe stata certamente assicurata con simili
combinazioni.
Un sorriso di soddisfazione passò sul volto del Principe, il quale
soggiunse che aveva additato soltanto combinazioni possibili, che
tuttavia sperava non si sarebbero mai verificate.
Il colloquio finì con un giudizio del Principe sul pericolo di guerra
con la Francia. Egli disse che fino a quando fossero al potere uomini
come Ferry e Freycinet nulla vi era da temere, ma che se invece il
generale Boulanger dovesse diventare presidente del consiglio dei
ministri o della repubblica, ciò che già si prevedeva, il pericolo
sarebbe stato imminente, essendo egli già compromesso dalla sua
attitudine generale e non avendo altro modo di mantenersi al potere che
continuando a rappresentare la parte assuntasi.