En attendant etc.»

Il principe di Bismarck mandò subito a scusarsi per mezzo del suo

segretario, che egli non poteva venir di persona per la sua malferma

salute e che mi avrebbe all'istante medesimo ricevuto.

Il principe di Bismarck dimora alla destra del fiume in una modesta

casa di proprietà dello Straubingen che raggiungemmo in pochi

minuti. Mi fecero salire al primo piano. Il principe era nel suo

gabinetto, il cui uscio dà sul pianerottolo rimpetto alla scala.

Nella camera erano poche sedie, un tavolo, una magnifica stufa di

porcellana e, sdraiato a poca distanza dal padrone, un superbo cane.

Sul tavolo era una piccola pistola col manico bianco.

Aperta la porta, il principe si levò in piedi e mi venne incontro

offrendomi la mano.

— Sono lieto, Altezza, di poter fare la vostra personale conoscenza.

— Noi ci conosciamo da molto tempo!

— Sì, Altezza, oggi però ho il bene di vedervi la prima volta e di

potervi stringere la mano.

Essendo venuto in Germania, io non potevo partirne senza avervi

recato i saluti del mio Re; e vi ringrazio cordialmente di avermi

concesso di venirvi a trovare sin qui.

— Che notizie mi portate d'Italia? Siete stato in Francia? Che

dicono a Parigi?

— In Roma si è preoccupati per le probabilità d'una guerra nel caso

che nelle prossime elezioni politiche in Francia vinca il partito

reazionario. E poi non si è sicuri dell'Austria, il cui contegno non

è punto amichevole verso il nostro governo.

Voi ci avete fatto dire dal barone Keudell che vorreste stringere

sempre più col nostro paese legami di amicizia, e pertanto io son

venuto d'ordine del Re a parlarvi di parecchie cose.

La primissima è d'interesse tutto particolare per l'Italia e la

Germania, le altre di natura affatto internazionale.

Comincio da quella che riguarda noi e voi.

Io non so se bisognerà ritoccare il nostro trattato di commercio del

dicembre 1865. Sono però convinto che con l'apertura del Gottardo le

relazioni fra i nostri paesi saranno più frequenti e che in

conseguenza sarà utile di mettere i cittadini delle due parti in

condizioni tali che non trovino ostacoli nei commerci ed in tutti

gli atti della vita privata. A tale scopo il mio governo vorrebbe

che Vostra Altezza accettasse un trattato mercè cui i tedeschi in

Italia e gli italiani in Germania fossero in uno stato di vera

uguaglianza coi nazionali nello esercizio dei diritti civili.

Andiamo ora agli argomenti di maggiore interesse e sui quali mi

spiegherò in poche parole.

Io sono incaricato di chiedervi se voi siete disposto a stipulare

con noi un trattato di alleanza eventuale, nel caso che fossimo

costretti a batterci con la Francia o con l'Austria.

Il mio Re vorrebbe inoltre mettersi d'accordo con l'Imperatore per

la soluzione della questione orientale.

— Accetto di tutto cuore la proposta per un trattato che metta gli

italiani in Germania e i tedeschi in Italia allo stesso livello dei

nazionali e che per gli uni e per gli altri vi sia una perfetta

uguaglianza nello esercizio dei diritti civili. Non posso però farlo

senza averne prima parlato ai miei colleghi. Un trattato di tal

genere mi conviene, perchè sarebbe una pubblica manifestazione del

nostro accordo con l'Italia.

Andiamo al resto.

Voi conoscete le nostre intenzioni. Se l'Italia fosse attaccata

dalla Francia, la Germania si riterrebbe solidale e si unirebbe a

voi contro il comune nemico. Per un trattato a codesto fine potremo

intenderci. Giova, però, sperare che la guerra non si renderà

necessaria e che potremo mantenere la pace. La repubblica non può

vivere in Francia che essendo pacifica; e se tale non fosse,

correrebbe rischio di perdersi. A mio avviso la guerra sarebbe

solamente possibile nel caso d'un ritorno della monarchia.

Le dinastie, in quel paese, sono per necessità clericali, e perchè

il clero vi è irrequieto e potente, e perchè i Re, onde illudere le

plebi, hanno bisogno di essere battaglieri, ne viene per conseguenza

ch'essi son costretti ad attaccar lite coi vicini. È stato sempre

così in tutti i tempi, e ne troverete esempi a cominciare dal regno

di Luigi XIV.

Per l'Austria la posizione è tutta diversa. Io non oso supporre il

caso che essa ci possa essere nemica; e vi dirò francamente che non

voglio neanche prevedere codesta eventualità.

Domani dovrò trovarmi col conte Andrássy, e parlando con lui voglio

in fede mia assicurarlo che non ho impegni con alcuno e che gli sarò

amico.

La guerra russo-turca è proceduta contrariamente ad ogni previsione,

e però l'Austria non ha avuto bisogno di passare la frontiera. Spero

che questo bisogno non verrà, e che la lotta sarà limitata fra i due

combattenti e potrà rimanere localizzata.

Noi teniamo a che l'Austria e la Russia siano amiche e cerchiamo di

mantenerle tali.

Si possono discutere le varie ipotesi secondo le quali convenga

risolvere la questione d'Oriente, e si possono anche determinare

certi criteri onde procedere d'accordo. Bisogna però convenire che

l'esercito russo non è stato fortunato fin oggi e che ci è ignoto

per ora quale possa essere la fine della guerra.

Lo Czar deve fare grandi sforzi ancora. Se l'esercito russo

ritornasse sconfitto, lo Czar potrebbe avere fastidi in casa sua.

Comunque sia è un affare che lo riguarda, anzi dovrò confessarvi,

che in cotesta questione d'Oriente, la Germania non ha interesse

alcuno, e per noi qualunque soluzione la quale non turbi la pace

europea, sarà sempre accettata.

— Ammiro la vostra franchezza, e vi dico che se fossi al vostro

posto non parlerei diversamente.

Resta, dunque, inteso che faremo una convenzione per assicurare ai

tedeschi in Italia ed agli italiani in Germania l'esercizio dei

diritti civili, come ne godono i nazionali. Potrebbe alla

convenzione servir di base l'articolo 3.º del Codice Civile

italiano, il quale accorda questo beneficio agli stranieri.

Siamo pure d'accordo per quanto si riferisce alla Francia.

Permettetemi ora, pel resto, che io vi sottoponga alcune domande:

Credete voi che l'Austria vi sarà sempre amica? Per ora essa ha

bisogno di voi, dovendo riparare ai danni patiti al 1866 e voi soli

potendo assicurarle la pace senza la quale essa non potrebbe

riordinare le sue finanze e ricostituire il suo esercito. Ma

l'Austria non può dimenticare il passato, nè può vedere di buon

occhio il nuovo imperatore di Germania.

Voi dite che la Germania non ha alcun interesse nella questione

d'Oriente. Sia pure. Devo, intanto, ricordarvi che il Danubio per

una buona parte è fiume tedesco; esso tocca Ratisbona e vanno per la

via del Danubio le merci tedesche al Mar Nero.

Noi italiani non possiamo essere disinteressati come voi nella

soluzione della questione d'Oriente. Le voci che corrono ci fanno

temere che noi ne saremo danneggiati. Se le grandi Potenze

stabiliranno d'accordo di astenersi da ogni conquista nelle

Provincie balcaniche e converranno che il territorio tolto ai turchi

dev'essere lasciato alle popolazioni del luogo, noi nulla avremo a

ridire. Vuolsi però che la Russia, per assicurarsi l'amicizia

dell'Austria, abbia offerto a questa la Bosnia e la Erzegovina. Or

l'Italia non potrà permettere che l'Austria occupi quel territorio.

Voi lo sapete: al 1866 il regno d'Italia rimase senza frontiere

dalla parte delle Alpi orientali. Se l'Austria ottenesse nuove

provincie, le quali la rinforzassero nello Adriatico, il nostro

paese resterebbe stretto come entro una tenaglia e sarebbe esposto

ad una facile invasione tutte le volte che ciò convenisse al vicino

impero.

Voi dovreste aiutarci in questa occasione. Noi siamo fedeli ai

trattati e nulla vogliamo dagli altri. Voi dovreste domani

dissuadere il conte Andrássy da ogni desiderio di conquiste nel

territorio ottomano.

— L'Austria segue una buona politica, ed io devo credere che vi

persisterà. Un solo caso vi potrebbe essere che valga a rompere ogni

accordo tra l'Austria e la Germania ed è una differenza nella

politica dei due governi in Polonia.

In Polonia esistono due nazioni: la nobiltà ed il contadiname (_la

noblesse et le paysan_), di natura ed abitudini diverse. La prima è

irrequieta, faziosa; il secondo è tranquillo, laborioso, sobrio.

L'Austria accarezza la nobiltà.

Se scoppiasse un movimento polacco, se l'Austria lo aiutasse, noi

dovremmo opporci. Noi non possiamo permettere la ricostituzione di

un regno cattolico alle nostre frontiere. Sarebbe la Francia del

Nord. Oggi, ne abbiamo una; allora avremmo due Francie, le quali

naturalmente sarebbero alleate e noi saremmo in mezzo a due nemici.

La risurrezione della Polonia ci nuocerebbe anche per altri motivi;

essa non potrebbe avvenire senza la perdita di una parte del nostro

territorio. Ora noi non possiamo rinunziare a Posen e a Danzica,

perchè l'impero tedesco resterebbe scoperto dalla parte dei confini

russi e perderebbe i suoi sbocchi nel Baltico.

L'Austria sa che non può ritornare indietro e sa che noi siamo amici

leali. Essa è in una buona via e non ha interesse di abbandonarla.

Se mutasse, se si facesse protettrice del cattolicismo, muteremmo

anche noi, ed allora, per conseguenza, saremmo con l'Italia. Per ora

nulla ci dà a credere che questo avvenga.

Non cerchiamo coi sospetti di dar pretesto a che l'Austria cangi

politica. Vi sarà sempre tempo a provvedere.

Il Danubio non ci riguarda. Esso è navigabile da Belgrado in poi; a

Ratisbona non vi sono che alcune zattere (_quelques radeaux_).

L'Austria al 1856, nel Congresso di Parigi, per suo proprio

interesse trascurò la Confederazione germanica nella Commissione pel

Danubio ed in verità non ce ne era bisogno. L'Austria fa i suoi

commerci per la via di Trieste e di Amburgo.

La Bosnia, come tutta la questione orientale, non tocca gli

interessi tedeschi. Se potesse esser causa di dissidi tra l'Austria

e l'Italia ce ne dorrebbe, perchè vedremmo combattersi due amici,

che vogliamo siano in pace.

Del resto, se l'Austria prenderà la Bosnia, l'Italia si prenda

l'Albania o qualche altra terra turca sull'Adriatico.

Io spero che le relazioni del vostro governo con quello di Vienna

diverranno amichevoli e col tempo anche cordiali. Nulladimeno, se

v'impegnaste contro l'Austria me ne dorrebbe, ma non faremmo la

guerra per questo.

A questo punto si apre la porta ed entra il conte Erberto di

Bismarck con un fascio di telegrammi. Egli li dà al padre, il quale,

dopo averli letti, ordina le relative risposte e l'altro se ne

parte.

Quasi immediatamente dopo si presenta la principessa di Bismarck, la

quale porta al marito una limonata minerale.

Mi alzo ed egli:

— Mia moglie.

Presento alla signora i miei complimenti. Il Principe beve e la

Principessa esce. Rimasti di nuovo soli riprendo la parola.

— Comprendo il vostro contegno verso la Corte di Vienna e lo

rispetto.

Permettetemi, però, di farvi osservare che l'unità germanica non è

ancora compita. Dal 1866 al 1870 avete fatto miracoli, ma avete

molte popolazioni tedesche fuori del territorio dell'impero e

certamente presto o tardi saprete attirarle a voi.

A voi non dispiace il territorio austriaco. Voi venite qui ogni

anno, e Gastein, che segna con le Alpi la vera frontiera della

Germania, ha per me un significato; può essere anche una

predizione....

— Ah! no, voi v'ingannate. Io son venuto qui anche prima del 1866. E

poi ascoltate:

Noi abbiamo un grande impero da governare, un impero di 40 milioni

di abitanti, con vaste frontiere. Esso ci dà molto da fare, e non

vogliamo, per ambizione di nuove conquiste, rischiare quello che

abbiamo. L'opera alla quale ci siamo dedicati assorbe la nostra

mente ed il nostro tempo.

Noi abbiamo molte difficoltà da superare. Il Re, alla sua età, non

può ricevere grandi scosse. Ha fatto moltissimo per la Germania e

bisogna che riposi.

Abbiamo, nel nostro territorio, parecchi principi cattolici, una

regina cattolica ed anche francese, un clero irrequieto che a tener

tranquillo bisogna sottoporre a leggi speciali. Noi siamo

interessati al mantenimento della pace. Se ci offrissero qualche

provincia cattolica dell'Austria, la rifiuteremmo.

Ci venne imputato che vogliamo l'Olanda e la Danimarca.

Che mai ne faremmo? Abbiamo abbastanza popolazioni non tedesche, per

non doverne volere delle altre. Con l'Olanda siamo in buoni termini

e con la Danimarca le nostre relazioni non sono cattive. Finchè sarò

ministro sarò con l'Italia, ma pur essendo vostro amico non intendo

romper con l'Austria.

Al 1860, io mi trovava a Pietroburgo, ma ero con voi di cuore.

Seguendo i vostri successi, n'ero contentissimo, perchè i vostri

successi convenivano alle mie idee.

Dopo tutto ciò dovrò ripetervi che noi desideriamo voi siate amici

dell'Austria. Nella soluzione della questione d'Oriente, si può

trovare un accordo, prendendo voi in compenso una provincia turca

dell'Adriatico, qualora l'Austria prendesse la Bosnia.

— Una provincia turca sull'Adriatico a noi non basta, non sapremmo

che farne.

Noi verso l'Oriente non abbiamo frontiere; l'Austria è al di qua

delle Alpi e può entrare nel regno quando a lei piaccia. Noi nulla

vogliamo dagli altri; saremo fedeli ai trattati, ma vogliamo essere

sicuri in casa nostra.

Parlatene al conte Andrássy.

— No, non voglio toccare la questione della Bosnia e molto meno

quella delle vostre frontiere orientali. Lasciamole per ora. Io non

voglio trattare argomenti che possono dispiacere al conte Andrássy,

perchè voglio tenermelo amico.

— Va bene; fate come meglio credete.

Ora ditemi un poco.

Voi tenete alla pace e sperate che questa possa durare.

Abbiamo trattato l'ipotesi che in Francia possa vincere il partito

reazionario e che possa ritornarvi la monarchia. Contro questo

avvenimento, abbiamo convenuto che bisogna provvedere.

Ma facciamo un'altra ipotesi:

Se dalle elezioni generali in Francia riuscissero vincitori i

repubblicani, non potreste trovare il modo d'intendervi?

Questa domanda non ve la fo a caso.

Io vidi a Parigi il deputato Gambetta, il quale ha molta influenza

nel suo paese. Abbiamo discorso a lungo sulle condizioni politiche

della Francia e sulla necessità della pace europea, anche pel

consolidamento della repubblica. Io non gli nascosi che sarei venuto

da voi ed egli mi manifestò il desiderio di un accordo con voi e

volle che io ve ne parlassi.

Io comprendo che un'alleanza tra la Francia e la Germania non è

ancora possibile, perchè gli animi in quel paese sono troppo

inaspriti _(aigris)_ dopo le sconfitte patite. Ma havvi un punto sul

quale potreste intendervi, e l'Italia vi seguirebbe; è quello del

disarmo.

— Un'alleanza con la Francia repubblicana sarebbe senza scopo per

noi.[4] Il disarmo dei due paesi non sarebbe possibile. Questo

argomento prima del 1870 fu trattato con l'imperatore Napoleone, e

dopo tanto discutere fu provato che il concetto di un disarmo non

può riuscire nella pratica. Non furono trovati ancora nel dizionario

i vocaboli che fissino i limiti del disarmo e dell'armamento. Le

istituzioni militari sono diverse nei varii Stati, e quando avrete

posto gli eserciti sul piede di pace, non potrete dire che le

nazioni, le quali hanno aderito al disarmo, siano in eguali

condizioni di offesa e di difesa. Lasciamo questo argomento alle

Società degli amici della pace.

[4] Cfr. _Memorie del principe di Hohenlohe_, II. 407: «5 settembre

1877. Gastein. Quant à la France il [Bismarck] compte l'écarter de

toutes les combinaisons de grande politique et veut eviter tout

rapprochement.» _(N. d. C.)_

— E allora limitiamoci al trattato di alleanza pel caso che la

Francia ci attacchi.

— Prenderò gli ordini dell'Imperatore per trattare in via ufficiale

un'alleanza eventuale.

L'ora essendo tarda ed essendo esauriti gli argomenti che dovevo

trattare, mi levai per congedarmi.

— Resterete ancora a Gastein? — chiese il Principe.

— No, Altezza. Ogni permanenza in questi luoghi sarebbe inopportuna.

Non ho dato il mio nome nè all'albergo di Europa a Salisburgo, nè

qui all'albergo Straubingen.

— Allora, arrivederci.

— Arrivederci.

_18 settembre._ — Alle 9 ¾ del mattino lasciai Wildbad-Gastein,

prendendo posto in un carrozzino, il quale in tre ore mi portò a

Lend. Il treno non era ancora giunto e bisognò attendere qualche ora

alla stazione.

Cotesta di Lend è la ferrovia che viene dal Tirolo e conduce in

Germania. Alle 2 p. partimmo; alle 5 p. eravamo a Salisburgo e a

Monaco alla mezzanotte. — Scesi all'albergo delle _Quattro

Stagioni_.

_Monaco di Baviera, 19 settembre._ — È a Monaco un Inviato

straordinario e ministro plenipotenziario del Re d'Italia. In verità

io non comprendo perchè debba tenersi una rappresentanza diplomatica

in Baviera. Dopo la costituzione del grande impero, i principotti

tedeschi non hanno più voce in capitolo nella politica europea. I

trattati si fanno a Berlino ed il Gran Cancelliere pensa ed agisce

nell'interesse di tutti i popoli e di tutti gli Stati tedeschi.

La legazione a Monaco è tenuta dal conte Rati-Opizzoni. Il suo

ufficio è una vera «sine cura». Ancora non ha casa e vive in

albergo, dove lo trovai. Il foglio prediletto che a lui giunge

d'Italia, è l'_Unità Cattolica_.

Da Monaco telegrafai al Re e al presidente del Consiglio i risultati

del mio colloquio col principe di Bismarck.

Al Re, col quale avevo la cifra in francese, scrissi così:

«J'ai parlé avec Bismarck. Il accepte traiter alliance défensive et

offensive dans le cas où la France nous attaque. Il prendra les

ordres de S. M. l'Empereur pour traiter officiellement.

«Je retourne à Berlin, toujours aux ordres de V. M.».

Il dispaccio all'on. Depretis fu nei termini seguenti:

«Ebbi a Gastein conferenza due ore con Bismarck. Accetta trattare

alleanza eventuale, qualora Francia attacchi. Accetta art. 3 Codice

Civile quale dimostrazione politica. Rifiuta trattato eventuale

contro l'Austria. Questione Orientale non tocca interessi Germania.

Prenderà ordini dell'Imperatore onde trattare ufficialmente. —

Scrivimi Berlino».

Alle 3 ¼ p. sono partito da Monaco. Il conte Rati-Opizzoni ebbe la

cortesia di accompagnarmi alla stazione.

_Berlino, 20 settembre._ — Arrivo a Berlino alle 7,45. Trovo una

lettera del dottor Giovanni Valeri, professore di lingua e

letteratura italiana della principessa imperiale Vittoria, moglie

del principe Federico Guglielmo, erede del trono germanico. Il

Valeri, che era venuto personalmente all'albergo nella mia assenza,

mi scrive che avrebbe a parlarmi di qualche cosa d'importante e però

chiede di vedermi. Lascia il suo indirizzo: Deutsch Haus — Potsdam.

Gli telegrafo che poteva venire in giornata, in quella ora che a lui

sarebbe parsa opportuna.

Verso le 11 ant. gli onorevoli Ludwig Loewe e Federico Dernburg,

deputati al Reichstag, vengono a nome dei colleghi e dei membri del

Landtag a manifestare il loro desiderio di tenere un banchetto

parlamentare per me. Consento, lasciando ai medesimi la scelta del

giorno.

Il Loewe è progressista, il Dernburg è del partito

nazionale-liberale.

Il conte di Launay viene a visitarmi e mi reca due telegrammi del

Re. Annunzio al nostro ambasciatore che il principe di Bismarck

aveva accolta favorevolmente la proposta di un trattato che accordi

ai cittadini italiani in Germania l'esercizio dei diritti civili

alle uguali condizioni dei nazionali.

I telegrammi del Re sono uno del 17, in risposta alla mia lettera da

Parigi dell'11 settembre, e l'altro del 20, in risposta al mio

dispaccio da Monaco.

Il primo è così concepito:

«Merci pour votre lettre, qui m'a fait beaucoup de plaisir parce que

je vois que vos idées sont parfaitement d'accord avec les miennes.

Je remarque cependant que vous ne me parlez pas des aspirations

ministerielles.

«Faites moi le plaisir de me télégraphier si je dois écrire quelque

chose au prince de Bismarck, ou si vous ferez de vous-même sans moi.

Je vous souhaite bonne réussite dans tout et je me fie entièrement

dans votre expérience et habileté. Bien des amitiés

Politica estera: memorie e documenti · 第 22 / 215 题