_Sire!_
Prima di lasciar Parigi sento il dovere di dar conto a V. M. della
prima parte del mio viaggio, e per lo meno di riferirle le
impressioni che io ne porto.
Giunsi in questa città alle 6 pom. del 28 agosto, e ne partirò
domani. Vidi il ministro Decazes, ed i principali uomini politici
della Francia, dinastici e repubblicani.
Tutti rendono giustizia alla lealtà ed alla grande saggezza di V.
M., alla bontà ed alla prudenza del nostro popolo. Tutti ritengono
gli italiani dotati d'un gran buon senso politico, fortunati di
avere un Re il quale ha saputo comprenderne le tendenze e che, in
mezzo a tante difficoltà, li ha mirabilmente condotti a buon porto.
Ma in fondo a questo splendido quadro appare un punto nero, sul
quale dev'essere richiamata la nostra attenzione.
I francesi diffidano di noi, ed al tempo stesso sospettano che noi
diffidiamo di loro.
Diffidano di noi, e più d'uno crede o finge di credere che l'Italia
ha l'intenzione di far la guerra alla Francia. Lo stesso sig.
ministro Decazes non espresse chiaramente siffatta opinione, ma
parlò con molto interesse dei nostri armamenti e delle
fortificazioni di Roma, e parve considerare coteste fortificazioni
come aventi uno scopo anti-francese.
Ragionando col detto sig. ministro e con gli altri signori che me ne
avean tenuto discorso, dichiarai che l'Italia ha bisogno di pace, e
che riordinando l'esercito e fortificandoci non abbiamo punto
l'intenzione di far la guerra, ma di provvedere ai mezzi di difesa
del nostro territorio.
«Il Re d'Italia» — ho detto e ripetuto — «fedele ai trattati ed agli
impegni internazionali, non ha dato nè darà mai l'esempio di mancare
al suo dovere, ma forte del suo diritto esige solamente che sia
rispettato».
I francesi sospettano che noi diffidiamo di loro, ed a dileguare i
dubbii che credono possano essere nell'animo nostro, si sforzano a
testimoniarci la migliore amicizia. Il duca Decazes fu molto
esplicito in tale argomento, e mi disse e mi ripetè che nissuno dei
partiti politici, i quali possono pretendere al governo della cosa
pubblica, commetterebbe la follìa di far la guerra all'Italia. Vi
sono — egli soggiunse — i partiti estremi i quali oserebbero
tentarlo, ma costoro non hanno probabilità di dominio, e poi non
avrebbero alcun seguito nel paese.
A quali partiti S. E. accennasse, io non ho bisogno di ricordarlo a
V. M. Sono pur io dell'opinione del signor ministro, che la Francia
in questo momento non li seguirebbe; ma nella storia di questo paese
l'ignoto è un mostro del quale dovremo temere, e siccome qui non si
può essere sicuri dell'indomani, la prudenza c'impone di pensare ai
casi nostri.
La Francia subisce una crisi la cui soluzione è ancora incerta.
Repubblicani e governativi si dicono sicuri del fatto proprio e gli
uni e gli altri usano i mezzi di cui possono valersi onde riuscire
vincitori.
Non mi occuperò dell'ipotesi del successo dei governativi. Le
conseguenze sono prevedibili: Mac-Mahon andrebbe sino al 1880, cioè
compirebbe il settennato, col proponimento di chiedere nell'ultimo
anno della sua presidenza una revisione della costituzione in senso
monarchico. Esaminerò quindi il caso in cui la vittoria toccasse ai
repubblicani.
Se i repubblicani vincessero, quale sarebbe il contegno di coloro
che furono gli autori dell'atto del 16 maggio? Faranno essi un colpo
di Stato? E se lo tentassero e vi riuscissero, chi ne raccoglierebbe
i beneficii?
Il gabinetto è composto di orleanisti e bonapartisti, e se tutti
cospirano concordi per la distruzione della repubblica, ciascuno dei
due partiti lavora per il trionfo della dinastia prediletta.
Nel paese però il partito, il quale ha maggiore vitalità dopo il
repubblicano è il bonapartista, il quale parimenti è il più audace.
Ma poco importa di ciò, e siccome uno dei due bisogna che soccomba
nel caso in cui il colpo di Stato deve esser fatto, il più furbo dei
due saprà disfarsi del suo competitore.
Chiunque dei due vinca, e mettiamo che vincendo possa assumere senza
contrasti il governo della Francia, dovrà il suo trionfo
all'esercito ed al clero. L'esercito ed il clero — essendo le due
forze di cui si sarà valso il vincitore — avranno delle pretese alle
quali bisognerà dar soddisfazione.
Quello che domanda il clero, tutti lo sanno: il ritorno al passato,
ed in questo è prima condizione il ristabilimento del potere
temporale del papa. L'esercito alla sua volta vorrà rifare con
qualche vittoria il prestigio perduto nell'ultima guerra con la
Germania.
È facile il comprendere che il terreno che meglio conviene alla
reazione, e nel quale essa crede trovar facile successo, è l'Italia
nostra.
Coteste mie congetture svanirebbero, qualora la Francia abbandonasse
le sue male abitudini, giungesse a costituire un regime di libertà,
e smettesse per sempre il brutto giuoco delle rivoluzioni e dei
colpi di Stato, dai quali nulla può sorgere di stabile e duraturo,
la violenza ai tempi nostri non potendo essere buona arte di regno.
Noi però dobbiamo regolarci e provvedere come se fosse possibile
l'attuazione delle ipotesi da me contemplate. Guai, se un mutamento
di governo in Francia non ci trovasse pronti a difendere il trono
italiano e l'indipendenza nazionale!
Non nascondo a V. M. che i repubblicani ritengono impossibile un
colpo di Stato. Essi son d'avviso che a Mac-Mahon mancherebbero
l'ingegno ed i mezzi morali per un atto così audace, e che
l'esercito non si presterebbe a tanto. Era pur di cotesto avviso il
signor Thiers che vidi il 31 agosto, cioè tre giorni prima della sua
morte e che mi parlò con molta devozione di V. M.
Dopo tutto quello che le ho rassegnato ho adempiuto al mio ufficio.
Nei 29 anni di regno, V. M. ha saputo con la sua intelligenza e col
suo coraggio superare difficoltà più gravi di quelle da me
prevedute, ed ha saputo evitare pericoli di maggiore entità. Il suo
senno, la sua esperienza le suggeriranno quello che converrà fare in
previsione degli avvenimenti, intesi i consiglieri responsabili
della Corona.
Mi permetta ora, Sire, che chiuda la presente, dicendomi con tutta
devozione e con affettuoso rispetto della M. V.