LUIGI CAPUANA.
STUDI
SULLA
LETTERATURA CONTEMPORANEA.
PRIMA SERIE.
MILANO,
G. BRIGOLA E COMP.º EDITORI
2 · Via Manzoni · 2
1880.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Milano. — Tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C.
PREFAZIONE.
«La forma non è _a priori_, non è qualcosa che stia da sè e diversa dal
contenuto, quasi ornamento o veste, o apparenza o aggiunta di esso:
anzi è essa generata dal contenuto, attivo nella mente dell’artista:
tal contenuto, tal forma.
. . . . . . .
«Ma se il contenuto, bello, importante, è rimasto inoperoso o fiacco
o guasto nella mento dell’artista, se non ha avuto sufficiente virtù
generativa e si rivela debole o falso o viziato nella forma, a che vale
cantarmi le sue lodi?
«In questo caso il contenuto può essere importante in sè stesso: ma
come letteratura o come arte non ha valore.
«E per contrario il contenuto può essere immorale o assurdo o falso
o frivolo: ma se in certi tempi e in certe circostanze ha operato
potentemente nel cervello dell’artista ed è diventato una forma, quel
contenuto è immortale.»
DE SANCTIS.
«L’arte è una serie di forme estetiche l’una men perfetta dell’altra,
come quelle che sempre meno adempiono alle assolute condizioni
dell’arte; e sono sempre meno naturali e spontanee, meno epiche e
fantastiche, sempre più spirituali, liriche, filosofiche e vie più
reali; e sì l’intuizione dell’arte è sempre men lieta e bella e vie più
trasparente e immediata all’ideale. Ella è sempre una serie regressiva
e discendente.»
DE MEIS.
Il mio _credo_ critico è tutto in queste parole di così grandi maestri.
Milano, 5 Novembre 1879.
L. CAPUANA.
I.
GIULIO MICHELET.[1]
Gli scritti inediti del Michelet non aggiungeranno niente di nuovo a
quello che già sappiamo di lui. Qualche tocco di luce, qualche gentile
sfumatura, una più aggradevole fusione di tinte: ecco il poco che
guadagnerà la figura viva e parlante dell’illustre scrittore. «Ma vie
intime est partout mêlée à ma vie d’étude», egli scrisse nel suo primo
testamento del 1865. «Je ne laisserai que les materiaux qui ont servi
à preparer mes ouvrages», aggiunse nell’altro del 1872. Ma questo non
vuol dire che la pubblicazione dei suoi scritti inediti riuscirà di
poca importanza.
Il Michelet aveva l’abitudine di notare tutte le sue idee, tutti i
suoi sentimenti nel momento stesso che gli sbucciavano nel pensiero o
gli agitavano il cuore. Fogli volanti, segnati colla data dell’anno,
del mese, del giorno e dell’ora, buttati in uno dei cinquanta
portafogli di cartone che gli servivano pei suoi appunti, essi ci
daranno la cronaca fedele e non interrotta delle evoluzioni del suo
ingegno e della formazione del suo carattere. Come accade sempre di
tutto quello che serve più direttamente allo studio dell’uomo, non è
improbabile che molte e molte di queste pagine scritte senza pensare
al pubblico, confessioni, sfoghi, ricordi, scoraggiamenti, dolori,
speranze, allegrezze, lotte del cuore e della mente fissati con poche
righe, spesso con una sola parola, non è improbabile sopravvivano a
parecchi di quei lavori ai quali egli credeva affidare il suo nome per
l’avvenire.
Il giornale del Michelet va dal 1820 fino all’anno della sua morte. In
questo volume ne abbiamo soltanto un lungo brano che riguarda il suo
soggiorno nella Liguria nel 1853. Il _Banquet_ scritto, la più parte,
in un angolo della piccola riviera di Nervi e terminato a Torino, è
una delle solite utopie del cuore così facili per un carattere come
quello di lui, miscuglio di allucinazione e di chiaroveggenza. Vi si
mostrano tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, gli uni e gli altri
ingranditi, esagerati fino al sublime e fino al grottesco: sensibilità
femminile, nervosità d’ammalato, impeto giovanile, tenerezza da
vecchio, entusiasmo lirico che talvolta sembra artifiziato, commozione
per cose insignificanti che spesso diventa eccessiva... Ma, come in
ogni altro suo scritto, vi si trova anche, tutto intero, il Michelet
che affascina, che comunica rapidamente la sua commozione al lettore e
lo trascina seco in quell’ambiente quasi patologico entro cui mi pare
egli sia sempre vissuto con voluttuosa compiacenza.
Il Michelet è uno dei pochi francesi che abbiano amato l’Italia con
affetto profondo. Potremmo anzi dire che ci appartiene. Parlando d’essa
egli scrive nel suo giornale: «cette seconde mère et nourrice, qui,
jeune, m’allaita de Virgile, et, mûr, me nourrit de Vico, puissants
cordiaux qui tant de fois ont renouvelé mon coeur». Lasciarsi sfuggire
l’occasione di ricordarsi di lui ora che è venuto fuori il primo
volume delle sue cose inedite sarebbe per noi italiani una vera
ingratitudine. Inoltre il Michelet è di quegli scrittori estremamente
simpatici, dei quali si parla e si sente parlar volentieri. Più che
un pensatore è un uomo di cuore; più che uno storico o uno scienziato,
è un mistico, un poeta, un allucinato, come ho detto più su, ma anche
un divinatore; uno di quegli uomini insomma che ritengono meno degli
altri le caratteristiche più spiccate della propria razza e parlano
un linguaggio che qualche volta può parere od essere strano, ma che è
sentito da tutti, perfino quando non viene ben compreso da tutti.
Magro, debole, di piccola statura, con una testa sviluppatissima,
dove contrastavano la bianchezza della sua precoce canizie e il vivo
lampo degli occhi, il suo corpo pareva fatto a posta per lasciare
allo spirito piena libertà d’azione. Infatti la sua vita fu tutta
intera uno studio. Egli lavorava assiduamente dallo sei del mattino
fino al mezzogiorno. Consacrava il dopopranzo a qualche passeggiata
e allo relazioni amichevoli: andava a letto alle dieci. D’abitudini
regolatissime, soffriva a veder mutati, anche soltanto di posto, gli
oggetti che lo circondavano nella sua stanza da lavoro. Il panno del
tavolino da scrivere, il portafogli di cartone non poterono venir
rinnovati benchè sudici e laceri. Innamorato di quel suo vivere
laborioso, non si lasciò nemmen tentare dagli abbaglianti splendori
della vita politica. Chiuso in sè stesso, circondato da un’atmosfera di
raccoglimento claustrale, egli seppe così riuscire a mantenersi giovane
di spirito e di cuore fino a settantasei anni, benchè non avesse mai
gustato nessuna delle gioie proprie dell’infanzia e della giovinezza.
Nacque a Parigi il 21 agosto del 1789 nel coro d’un’antica chiesa
dov’era installata la stamperia di suo padre, e provò sin dai primi
anni le strettezze della miseria. Quando il suo corpicino aveva bisogno
d’aria, di luce e di movimento, egli fu costretto a passar le ore
della giornata inchiodato innanzi una cassa di caratteri tipografici
occupato a comporre. Però questo lavoro manuale gli lasciava
libera l’immaginazione, gli permetteva di viaggiare nel gran paese
dell’ignoto; ed è lì che cominciarono inconsapevolmente a svilupparsi
tutte le facoltà che poi servirono a quelle _resurrezioni storiche_,
a quelle meraviglioso ricostruzioni del passato vera gloria del futuro
scrittore della _Storia di Francia_.
Il Michelet rimpianse fino all’ultimo la tristezza di quei giorni. «Mon
enfance n’a pas eu de fêtes», egli scrive nel _Banquet_. «Elle ne s’est
jamais épanouie au grand jour dans l’expansion chaleureuse d’une foule
sympatique où l’émotion de chacun va s’augmentant, se centuplant de
l’émotion de tous, où la jeune âme fleurit sous un rayon bienfaisant.
Le vrai soleil de l’homme c’est l’homme!»
Lo scrittore così affettuoso dell’_Insecte_ cominciò ad amare a sette
anni uno di quest’innocenti animaletti ch’egli doveva poi celebrare con
tanta magia di stile e tanta poesia di sentimenti. Un ragno scendeva
tutt’i giorni dallo spiraglio della cappella dov’egli lavorava e
dondolavasi appeso al suo filo d’argento quasi amasse cullarsi al
tepore d’un raggio di sole. Il piccolo operaio aspettava con ansietà
la comparsa del compagno della sua solitudine e ne seguiva coll’occhio
i movimenti, senza interrompere il lavoro. Quell’insetto sospeso per
aria che scendeva e montava con celerità meravigliosa, divorando e
rivomitando il filo a cui stava attaccato, gli serviva di pretesto per
slanciarsi coll’immaginazione fuori di quella _grigia_ tristezza della
cappella che non dimenticherà mai più. «Singulier effet moral de la
misère de ces temps monotones... je n’ai aucun souvenir qu’il ait fait
beau un seul jour, ni que le soleil se soit levé brillant une seule
fois» scriveva nel 1874, dopo sessantaquattr’anni!
Dai sette ai quindici anni il Michelet non aveva appreso che un po’
di latino da un vecchio maestro di scuola ridotto a far lo stampatore.
Quando i suoi parenti, rassegnandosi a tutte le privazioni, lo fecero
entrare nel collegio Carlomagno, egli non sapeva nè leggere il greco,
nè scandere un verso di Ovidio. Ma aveva letto l’_Imitazione di
Cristo_, e ne aveva ricevuto una straordinaria impressione. Educato
senza nessuna idea religiosa, anzi nemmeno battezzato, egli aveva
trovato in quel libro la liberazione della morte, l’altra vita e la
speranza. Una voce paterna si era indirizzata al suo cuore. La sua
stanza fredda e senza mobili gli era parsa rischiarata da uno splendore
misterioso. Non aveva compreso il Cristo, ma aveva sentito Dio. Una
nuova rivelazione della vita gli venne fatta più tardi da Virgilio:
Quel che vi ha di tenero, di profondamente malinconico, di pensoso
nella poesia virgiliana, le _lagrimæ rerum_, il sentimento quasi
profetico di prossimi tempi, «ces larmes fixées, cristallisées en mots
incomparables, pleins de passé et d’avenir» che, come quelle di Geremia
«sont des formules sacrées qu’ont chantées, pleurées tous les âges»
rispondevano talmente a qualche cosa dell’intimo carattere del giovane
studente, ch’egli apprese a memoria tutto il Virgilio e non ebbe mai
bisogno di rileggerlo più.
Ma nè l’_Imitazione_, nè Virgilio gli fecero sentire meno le sofferenze
delle umiliazioni che la sua povertà gli procurava in collegio.
Assai poco gliele alleviò la benevolenza dei suoi maestri Villemain
e Leclerc. Timido «effarouché comme un hibou en plein jour», divenne
affatto misantropo. Ma un giorno, un giovedì mattina, ch’egli non
aveva nè fuoco per iscaldarsi, nè sicurezza di mangiare un boccon di
pane la sera, quando pareva che tutto fosse finito per lui, un’energia
gli scaturì dal cuore, _un sentimento da stoico_, com’egli stesso ha
notato: e picchiando colla mano screpolata dal freddo sul suo tavolo di
quercia (che poi conservò sempre) sentì una forza virile di giovinezza
e d’armonia, e iniziò quella sublime lotta drammatica ch’egli ha indi
veduta dappertutto, nella storia e nella natura, dentro o fuori di noi.
«La lotta tra la sensibilità e l’energia, dice il D’Haussonville, è
l’intera storia morale del Michelet. Questa lotta fu anche inasprita
dalle strettezze della sua fanciullezza, dal contrasto fra le
delicatezze della sua natura e le scabrosità della sua vita. Egli non
ha mai conosciuto la felice unione del riposo morale col benessere,
che agevola il dolce sviluppo delle facoltà e l’armonia del carattere
coll’ingegno. Non c’è mai stato equilibrio nella sua natura nervosa; e
questo disordine interiore che ha fatto soffrire l’uomo, ha esercitato
la sua influenza anche sui difetti dello scrittore.»
Entrato ben presto nell’insegnamento, il Michelet se ne fece una specie
di apostolato. Amò i giovani, e i giorni più felici della sua vita
furono quelli quando partivasi il mattino da casa, e infilava la via
Saint-Jacques per andare alla sua cattedra, in giubba e scarpine, senza
soprabito, insensibile al freddo e al tramontano, _tanto era vivace
il suo interno fuoco_. Professore al collegio Sainte Barbe, nel 1821,
supplente del Guizot nel 1833 alla _Faculté des lettres_, nel 1838 fu
chiamato alla cattedra di storia e di morale nel Collegio di Francia.
Qui si trovò innanzi un uditorio scelto, elevato che, insieme agli
avvedimenti politici, contribuì a sviluppare una nuova fase del suo
carattere; fase acre, battagliera, intollerante, piena d’entusiasmi
ciechi per tutto quello che riguardava la grande rivoluzione francese,
e d’odii non meno ciechi verso la monarchia e la chiesa.
Dal 1821 al 1848 Michelet aveva già pubblicato le sue grandi opere
storiche, l’_Histoire romaine_, l’_Histoire de France_, l’_Histoire
de la Renaissance et de la Réforme_ e l’_Histoire de la Révolution
française_; dall’ammirazione del medio evo, dall’idea che la chiesa e
la monarchia avessero civilizzato la Francia e formato la sua unità e
la sua potenza, era passato all’entusiasmo fanatico e partigiano d’ogni
atto della rivoluzione francese, fino alla deificazione di Danton, di
Saint-Just e di Robespierre, e alla guerra al cristianesimo.
Il carattere dell’uomo s’era inasprito in una solitudine impostagli
dalle sue condizioni di famiglia, da un’irragionevole fierezza di
conservare quella ch’egli chiamava la sua _virginité sauvage_, e da
profondi dolori, che la morte dei suoi più cari aveva alimentati con
crudele frequenza. Aveva sposato la figlia d’una signora d’alta nobiltà
legatasi in matrimonio con un attore, dal quale era divorziata per fare
un altro matrimonio più conforme al proprio stato. La figlia nata dal
matrimonio coll’attore, mal tollerata da una famiglia che arrossiva
della sua origine, viveva infelice, avvilita; e ci volle poco perchè
ispirasse dapprima pietà, indi amore al giovane Michelet. Egli credette
trovar la felicità nell’unione con lei. Ma l’indole assai strana di
questa donna contribuì invece a farlo molto soffrire e a segregarlo
dalla società. Sopravvenne la morte del nonno, poi quella di sua madre,
poi quella d’un amico d’infanzia e finalmente quella di suo padre.
Allora la solitudine che lo circondò fu completa; il mezzo con cui egli
solamente poteva sfuggire alla desolante realtà, lo studio, servì ad
accrescergli la tensione dello spirito e l’agitazione della fantasia e
dei sentimenti.
Le sue grandi opere storiche e i libri _Les Jésuites_, _Le Prêtre_,
_La Femme_, _La Famille_ furono tutti composti sotto l’influenza di
questo stato psicologico. Non era certamente il migliore per assicurare
ai lavori di storia la serena imparzialità che ne forma il pregio
principale, ma era il più appropriato per quelle qualità di vita e di
colorito che faranno di moltissime pagine del Michelet i capolavori del
genere.
Il Monod ha giudicato con intelligente libertà il lavoro dello storico.
«Egli ha lasciato un’impronta incancellabile in tutti i soggetti
trattati da lui. Coloro che se n’occuperanno dopo non potranno ignorare
quel che egli ne ha detto; ed è assai raro non abbia illuminato d’uno
splendore fiammeggiante alcuni punti oscuri che senza di lui sarebbero
rimasti nell’ombra... Egli vede con una potenza straordinaria, ma
non vede tutto, nè vede sempre giusto... Lo spirito di ciascuna epoca
di cui egli s’occupava, riviveva in lui con uno slancio di passione
irresistibile... Ma non ci può servir di guida; convien sempre
riscontrarlo, rettificarlo, spessissimo contraddirlo... Lo si ammira,
lo si ascolta ora con benevola emozione, ora con avida e qualche volta
indiscreta curiosità: ma non gli si può mettere in mano la direzione
del proprio giudizio e della propria intelligenza.» E il Monod è forse
indulgente. La critica e il metodo positivo rovesceranno per intero
l’edificio storico del Michelet; rimarranno però i frammenti puramente
letterari. Il Taine ha già annientato la _Histoire de la Révolution_,
ma la presa della Bastiglia e la festa della federazione sono delle
pagine immortali che avran sempre dei lettori.
Io, più che lo storico, amo il Michelet autore delle ibride opere di
scienza e d’immaginazione intitolate _L’Oiseau, L’Insecte, La Mère, La
Montagne, L’Amour_.
In esse mi sento in diretta comunicazione coll’uomo. La corda della
sua sensibilità vibra più forte. La ricchezza della sua fantasia si
spande attorno con rigoglio orientale. Ogni capitolo, ogni pagina,
spesso ogni periodo è un’orgia di filosofia, di psicologia, di poesia,
di sentimentalità, d’ingenuità infantili mescolate sproporzionatamente,
che commuovono, eccitano, esaltano come una bevanda esilarante.
Già si vede benissimo in essi come qualcosa di nuovo sia avvenuto nella
vita dello scrittore. La sua tenerezza per tutto ciò ch’è debole, il
suo entusiasmo per tutto ciò che vive, la sua religione per tutte lo
creature che amano (uomo, donna, uccello, insetto, pianta), mostrano
con evidenza che un influsso benefico e gentile fa sentire la sua
efficacia sopra il suo animo amareggiato. Infatti, dopo i tristi giorni
del 1847, quando gli venne chiusa la porta del Collegio di Francia per
le sue focose lezioni più da tribuno che da storico, egli aveva trovato
colei che fu la compagna fedele ed amorosa degli ultimi venticinque
anni della sua vita. Uguale intimità di cuore e di spirito raramente
potè esser vista. Quei libri citati più su sono sbocciati come tanti
fiori sotto i benigni raggi di questa felicità domestica che nemmeno
la miseria poteva turbare. Infatti la ricompensarono bene. _L’Oiseau_
fruttò ai due autori 19,750 franchi; _L’Insecte_ L. 18,000; _La Mère_
25,000 e altrettanti _La Montagne_. Ed ho detto due autori perchè
uno scandaloso processo ci ha svelato il mistero d’una collaborazione
che sarebbe stato bene fosse rimasta più sospettata e indovinata, che
saputa con certezza.
Fino agli ultimi anni della sua vita, in mezzo alle delusioni d’ogni
sorta, alle smentite che la inesorabile realtà diede ad ogni passo a
tutti i suoi sogni umanitari, il Michelet conservò intatta la sua fede
nella giustizia, nella libertà, in Dio e nella immortalità dell’anima.
Il raziocinio non entrava per nulla in queste sue convinzioni; il
sentimento era tutto. Le contraddizioni non lo imbrogliavano; un
soffio possente lo alzava in alto e gli faceva sfuggire la loro brutale
azione.
Il _Banquet_ è uno dei lavori dove questi sentimenti del Michelet si
manifestano con un’ingenuità colossale e con una sublimità che un po’
tocca il grottesco.
Costretto da una grave malattia a cercare un cielo più clemente, egli
lasciò la sua solitudine dei dintorni di Nantes e venne in Italia in
un’altra solitudine della Liguria a due leghe da Genova, a Nervi.
La sua salute era così distrutta ch’egli non poteva digerire più
di due soldi di latte al giorno. Questo digiuno forzato gli dà una
specie di allucinazione; egli scorge la fame dappertutto. A Nervi i
montoni gli appaiono così magri ch’egli crede non s’osi tosarli per
paura di farli vedere in pelle e ossa. «A chaque veille de dimanche,
religieusement deux ou trois boeufs nains de taille, noirs de robe,
au regard vif, viennent aux deux boucheries du village témoigner de la
sobre et spiritualiste nourriture qu’ils ont eue dans la montagne. Les
intelligents animaux, élevés aux déserts des Doria, des Spinola (les
nobles seuls ont des troupeaux), n’ont jamais alourdi leur existence
d’un rassesiement complet: ils vivent et meurent ayant faim.»
E scrive la _Filosofia del digiuno_ (capitolo VI), e parla del _gran
profeta_ Rabelais, il creatore di Gargantua; e rimpetto a quelle
montagne _chauves qui ne demandent qu’à redevenir fertiles_, subisce la
visione della meravigliosa fecondità del seno del mare; di quei banchi
di aringhe e di sardine che vogano come dune in movimento, secondo la
frase dei fiamminghi, e riempiscono di viventi atomi gelatinosi e di
animali microscopici i vasti paraggi dell’oceano.
Il libro è proprio un’antitesi del gran digiuno dell’autore. Egli che
non può mangiare vorrebbe convitar tutti i popoli al gran _Banchetto_,
all’agape universale della conciliazione e della riconciliazione.
Sarà un banchetto spirituale, ma anche materiale; i popoli verranno
a saziare la loro fame di virtù, di ideale, di sacrifizio, e la
terra apparterrà all’operaio, al lavoratore, come la Rivoluzione ha
proclamato. Pare incredibile che l’atto pratico lo faccia esitare e
lo arresti un qualche poco. Saint-Simon e Fourier si incaricheranno
del _banquet matérialiste_; ma chi penserà a quello dello spirito? Chi
scriverà i piccoli libri popolari? Chi organizzerà le feste popolari?
Invano Béranger gli disse un giorno: «Lasciate fare al popolo: troverà
la sua strada. Convien che crei da sè la sua nuova politica. I suoi
libri, i suoi canti l’improvviserà; nessuno sarà bono di farli per
lui.» — Il cuore del Michelet non fu pago di questa risposta. Il popolo
affamato non avrà mai vigor di pensiero, freschezza di spirito: e poi,
quando avrà il tempo di far qualche cosa? Il tempo gli manca. «Des
fêtes! Donnez-nous des fêtes!... La presse ne sera jamais en France et
en Italie qu’un moyen secondaire d’action. On n’agit sur ses peuples,
éminemment électriques, que par la voie vivante des communications
orales, des fêtes, des spectacles... Des fêtes! Donnez-nous des fêtes!
Que le peuple y voie, y écoute sa propre pensée, s’y nourrisse de
sa jeune foi, y communie de lui-même, de son coeur, y soit sa propre
hostie!...»
E l’ebbrezza monta, l’allucinazione s’ingrandisce smisuratamente.
Egli vede una tavola immensa rizzata dall’Irlanda al Kamtchatka, e
tutti i convitati uniti in una stessa communione: è il banchetto delle
nazioni. Ma questo non basta. Ci vuol altro! Occorre che il banchetto
dell’amicizia universale si distenda dalla terra al cielo, da una ad
un’altra sfera. Realizzato il paradiso umano, avremo ancora fame di
qualcosa più in là: avremo _la faim de Dieu_!
Amara irrisione della realtà contro questo nobile sognatore! Egli che
sin dal 1848 vedeva già riunite in un fascio tutte le bandiere delle
Nazioni: il tricolore d’Italia (_Italia mater_) l’aquila bianca della
Polonia, la gran bandiera del santo Impero, della sua cara Germania,
nero, rosso e oro, egli è morto di dolore assistendo ai terribili
effetti d’una guerra che la sua voce non aveva potuto impedire, e
per la quale sperò l’intervento europeo. Le nazioni da lui convitate
al banchetto della conciliazione e della riconciliazione stettero a
guardare colle braccia in croce l’immenso disastro della Francia; ed
egli ne morì di dolore a Hyères il 9 febbraio 1874. Era di mezzogiorno;
il sole (come osserva il Monod), quasi per ricompensarlo del suo
culto appassionato, smagliava. Le labbra del venerando cadavere
pareva mormorassero l’ultime righe del suo testamento: «Dieu me donne
de revoir les miens et ceux que j’ai aimés. Qu’il reçoive mon âme
reconnaissante de tant de bien, de tant d’années laborieuses, de tant
d’œuvres, de tant d’amitiés!»
4 Agosto 1879.
II.
TEOFILO GAUTIER.[2]
I giornali francesi di tre settimane fa parlavano d’una sottoscrizione
iniziata per erigere un monumento a Teofilo Gautier in Tarbes sua città
natale; l’editore Charpentier riunisce in volume i migliori articoli
sparsi qua e là su pei giornali dalla prodiga fecondità di questo
scrittore, il quale parve nato apposta per ismentire il proverbio
che presto e bene non istanno insieme; un genero dei Gautier, Emilio
Bergerat, ce ne dà una nuova biografia, le conversazioni degli ultimi
anni, i ricordi e lo scarso epistolario, materiali preziosissimi per un
futuro studio di questo moderno pagano adoratore della forma; ecco una
bella occasione per tentar di delineare in pochi tratti il poeta, il
critico, il romanziere e, sopratutto, l’uomo.
I.
Teofilo Gautier, pei francesi, è rimasto fino all’ultimo l’uomo _dal
gilè rosso_ del 25 febbraio 1830 (una data indimenticabile nella storia
dell’arte). Non se ne sapeva dar pace. — L’indossai una sola volta e
l’ho portato per tutta la vita — soleva dire con tristezza. Ormai il
gilè rosso appartiene alla leggenda. Nè vale il sapere che non era
rosso, ma color di rosa; che non era un gilè, ma un _pourpoint_. Il
Gautier insisteva sul colore. Il rosso avrebbe avuto un significato
repubblicano e fra i romantici di repubblicani ce n’era appena un solo,
Pietro Borel. Il resto erano _medioevisti_, del partito dei _castelli
merlati_, e nient’altro: ecco perchè il _pourpoint_ era color di
rosa... Ma già è inutile: il Gautier del 1830 non sarà rappresentato
altrimenti.
La sera del il luglio 1867 il teatro della Commedia francese riprendeva
l’_Ernani_. Gautier trovavasi al suo posto come la sera del 25 febbraio
di trentasette anni addietro. La lunga capigliatura (la sola cosa
che gli restasse del suo esteriore romantico) lo additava alla folla.
Entusiasta come una volta, dava il segnale degli applausi nei punti
tradizionalmente famosi che gli spettatori seguivano col testo alla
mano. Ma la situazione dei due campioni del romanticismo era molto
cambiata. Vittor Hugo aspettava a sentire da Jersey l’esito della sua
nuova battaglia, ora più politica che letteraria, e Gautier scriveva
le rassegne drammatiche nel pianterreno del _Moniteur_. Il pubblico
di quella sera si domandava con curiosità in che maniera il critico
avrebbe parlato dell’autore dei _Châtiments_ nel giornale ufficiale
dell’Impero. La mattina dopo il Gautier recava egli stesso l’articolo
alla Direzione ove, naturalmente, fu pregato d’abbassare un po’ il tono
degli entusiastici elogi. Allora prese un foglio di carta, scrisse
la sua dimissione e si fece condurre dal ministro dell’interno.
Il marchese di Lavallette si vide deporre sul tavolo da una parte
l’articolo e la dimissione dall’altra. — Scelga — gli disse il Gautier.
L’articolo fu pubblicato senza cambiarvi una sillaba. Nè prima, nè dopo
egli è venuto mai meno ai puri principî di arte della sua giovinezza.
Il gilè rosso della leggenda potrebbe dirsene il simbolo.
Pochi hanno lavorato più di lui. I suoi scritti, riuniti, formerebbero
un trecento volumi. Monselet lo ha chiamato a ragione: _le martyre de
la copie_. Infatti è morto come una sentinella al suo posto. L’ultimo
suo articolo, scritto con la mano tremula d’un agonizzante, aveva per
soggetto l’_Ernani_: la morte l’arrestò al punto in cui descriveva la
signora Girardin ch’entrava nel palco del teatro.
Le eccentricità della sua giovinezza hanno influito terribilmente
sull’intiera sua vita. I _bourgeois_ e le mediocrità, così
spietatamente da lui maltrattati, non gli perdonarono mai il famoso
gilè e la non meno famosa prefazione della _Mademoiselle Maupin_.
Sul suo conto se ne inventarono d’ogni colore. Fu spacciato ch’era
un ubbriacone, un dissolutaccio, un fannullone. — Un fannullone! egli
diceva un giorno al Feydeau, ricordando quei tempi di lotte accanite;
un fannullone, mentre sudavo a un lavoro da ciclope come ho già sempre
fatto da che appresi a maneggiare la penna. Un fannullone! Ed io muoio
letteralmente di fatica! — Trop de copie dans mon existence! soleva
ripetere; e troppi libri rientrati! —
Infatti il lavoro giornalistico l’oppresse fino all’estremo momento;
lavoro duro, ingrato, perfettamente contrario al suo carattere
d’artista pieno di capricci e di paradossi. Negli ultimi anni che il
disgusto del suo mestiere veniva accresciuto da diverse circostanze,
egli non desiderava altro che una piccola rendita fissa per andare
a nascondersi in un paesetto di riviera, nel Mediterraneo, e lì
_estetizzare_ sulla riva coi piedi lambiti dall’onda marina, come
Socrate e Platone. — Un muricciuolo per fumarvi la mia pipa al sole,
diceva talvolta colla sua forma plastica, e la minestra due volte la
settimana... ecco tutto quel che io desidero. — Questa piccola rendita
fissa egli non la ebbe mai. Nell’ottobre del 1870 Edmondo de Goncour,
incontratolo a piè della scala del _Journal officiel_, gli domandò che
diavolo l’avesse fatto rientrare in quella sinistra babilonia. — Ve lo
dico in due parole, rispose il Gautier posandogli affettuosamente la
mano sulla spalla: la mancanza di quattrini. Voi sapete come sparisca
presto un biglietto di dugento franchi... Non avevo altro!...
Bisogna dire la verità: i comunardi gli usarono più cortesia
dell’Impero. Sotto l’Impero, il Gautier aveva desiderato d’essere
o ispettore delle Belle Arti o bibliotecario d’una delle tante
biblioteche governative; e non ottenne nulla. Aveva sperato di essere
dell’Accademia francese e senatore come Saint-Beuve e Merimée; e
non gli riuscì. Il Governo del 4 settembre sapeva benissimo ch’egli
non nutriva nessuna tenerezza per esso: intanto ebbe la generosità
di mantenerlo nella redazione del giornale officiale. Gautier,
confessando ingenuamente la sua sorpresa all’Hetzel, suo vecchio amico
repubblicanissimo, aggiungeva: Il ministero repubblicano si è servito
di tutto per aiutarmi, pretesti e ragioni: sua mercè posso esser malato
tranquillamente... Al suo posto, quant’altri non si sarebbero ingegnati
a farmi del male?
II.
il padre e la madre di Teofilo Gautier passarono la loro prima notte
di nozze e la loro luna di miele nel castello d’Artagnan appartenente
all’abate di Montesquieu, un amico di famiglia. Probabilmente il loro
primogenito fu concepito sotto il tetto ereditario del famoso eroe dei
_Tre Moschettieri_. C’è qualcosa di profetico in questa coincidenza.
Gautier ebbe del D’Artagnan nel suo carattere d’artista; fu un
combattente valoroso e un uomo di cuore fino agli ultimi giorni della
sua vita.
Nato a Tarbes il 30 agosto 1811 venne portato a Parigi appena di
tre anni, e non rivide la sua città nativa prima del l860. Quando la
visitò, i suoi concittadini gìà additavano con orgoglio ai forestieri
la casa ov’egli era nato. Facevano anche di più: mostravano un preteso
suo banco di scuola tutto guasto dai tagli del suo temperino. Gautier
raccontò molti anni dopo colla sua frizzante bonomia la visita
da lui fatta a questo famoso banco che, come assicuravano i suoi
compaesani, formava l’ammirazione di tutti i _touristes_. Un giorno
s’era presentato incognito al rettore del collegio ove il banco si
conservava. — Era la prima volta, egli esclamava terminando il suo
racconto, era la prima volta che noi due ci trovavamo faccia a faccia:
ma, infine, se non era il mio banco,... avrebbe potuto esserlo! —
Questo eccesso di ammirazione paesana non impedì intanto che il
municipio di Tarbes rifiutasse di concedere nel 1872 un po’ di largo
comunale per mettervi il monumento del celebre scrittore progettato in
quei giorni. È destino: il _bourgeois_ persecuterà il povero Gautier
fin dopo morto!
Terminati i suoi studi al collegio Carlomagno, il Gautier non pensava
punto a diventare un letterato. Voleva essere pittore, e frequentò
lo studio del Rioult, un uomo di spirito, bruttissimo e paralitico
della mano destra, il quale dipingeva colla sinistra come il Jouvenet.
L’incontro del Gautier con Vittor Hugo, Gavarni, Balzac, Dumas lo
trascinò nel gran vortice romantico e lo mutò (pel suo meglio, benchè
egli non volesse convenirne) in un pittore della parola. A dargli
retta, non era nato per la _scrittura_ (il suo motto di sprezzo
per l’arte di scrittore), e _il libro_ gli aveva rubati tutti i
soggetti dei suoi quadri. — Non sarei stato nè un Rembrandt, nè un
Veronese, diceva a chi mostrava dubitare della sua vocazione per la
pittura; però, a quest’ora mi troverei come il tale e il tal’altro,
dell’Istituto. — Certamente i saggi che ne rimangono non promettevano
molto. Un disegnatore freddo e corretto come uno scolare sgobbone, un
accademico alla Chênedolle e senza la menoma qualità di colorista: ecco
il Gautier pittore. Ma egli, al solito di tutti gli uomini d’ingegno,
s’ostinava ad attribuirsi un merito che non aveva; e nei momenti di
malumore se la prendeva contro la società nemica decisa di tutte le
vocazioni. — Sei tu nato calzolaio? esclamava. La società ti forzerà
ad essere un fabbricante di cappelli. — Ingres, secondo lui, era stato
creato espressamente dalla natura per suonare il violino. Il caso ne
aveva fatto un pittore ed egli, da uomo di genio, non se n’era cavato
tanto male. Infatti l’Ingres non affermava egli stesso d’essere,
innanzi tutto, un violinista? — E aveva ragione! aggiungeva il Gautier.
C’era un certo pastello (oggi appartenente al perito Haro), del quale
il Gautier parlava sempre con fierezza. Era stato venduto _trecento
franchi_ all’_hôtel Drouot_!
Nel 1858, andato ad abitare la casetta della via Longchamp a Neuilly,
egli si sentì ripreso dalla smania di avere uno studio di pittura
accanto al suo studio di scrittore; e lo fece costruire a proprie
spese, quantunque la casa non fosse sua. Era un gran stanzone che dava
sul giardino, con bella luce temperata dal fogliame degli alberi, con
uno scaffale circolare per la biblioteca artistica, mobili alla turca,
disegni, costumi, panoplie alle pareti, un vero studio da pittorone
con ricca clientela... Intanto in due anni c’entrò appena due volte. Lo
studio divenne prima una stanza da riposto per la biancheria sudicia,
poi un ricettacolo di libri vecchi, finalmente una gattaia (la parola
non c’è, ma la formo; non abbiamo topaia?) ove una torma di gatti
viveva e si moltiplicava colla più assoluta libertà.
Nel 1867 provò un altro eccesso di febbre pittorica. Voleva fare un
quadro allegorico, la _Malinconia_, e mandarlo al Salone. Le sue figlie
posarono per la figura... ma il quadro rimase lì, incompleto. Questo
entusiasmo e questo rimpianto per la pittura non gli vennero mai meno.
Pochi mesi prima di morire, pur di maneggiare pennelli e colori, s’era
messo a dipingere in rosso gli usci dell’appartamento d’uno dei suoi
generi, il Bergerat. Com’era felice! Com’invidiava le soddisfazioni
del decoratore! Prese la cosa tanto a cuore che la distrazione gli
produsse un’eccitazione pregiudicevole per la sua salute e bisognò
proibirgliela. — Via! Eccomi ricondannato a mettere del nero sul
bianco! esclamò, sorridendo mestamente.
III.
I più begli anni del Gautier furono quelli trascorsi dal 1830 al
1836. Viveva da _lion_, da _fashionable_ e vestiva a una foggia di sua
invenzione. Era alto, bello, maestoso, con una fisonomia dolce e con
degli occhi neri, d’un carattere merovingiano, come si compiacciono
a constatare il Feydeau e il De Goucourt. I capelli color castagno
chiuso gli scendevano proprio fino alla cintura, coprendogli tutto il
busto. Portava un largo abito di velluto nero, dei calzoni a calza
e delle pantofole di cuoio giallo: nessun cappello. Un ombrellone
spiegato trionfalmente nei giorni di pioggia serviva a metterlo più
in mostra quando se n’andava lentamente per la via, col sigaro in
bocca, fermandosi innanzi alle vetrine, pieno di nobile sprezzo pei
scandolezzati borghesi che lo guardavano con tanto d’occhi.
Non bisogna dimenticare che a quell’epoca il romanticismo aveva
sviluppato in Francia la mania dei travestimenti. La Doudevant
vestiva da uomo e prendeva il nome di Giorgio Sand; Romieu e il conte
di Saint-Cricq inventavano un travestimento al giorno, pur di far
parlare di loro; i sansimoniani andavano attorno vestiti da paggi
del Risorgimento. Le vie dei Martiri, di S. Lazzaro e di Clichy erano
chiamate il quartiere della _Novella Atene_, e formicolavano di poeti,
di pittori, di maestri di musica e di belle ragazze, gente ardita e
spregiudicatissima, che poi divennero quasi tutti celebrità nazionali e
portinaie.
I primi versi del Gautier furono poco gustati. _Albertus_ fece rumore.
Il buon successo dei _Jeunes-France_ determinò l’editore Reudel a
dargli la commissione d’un romanzo. Allora Teofilo Gautier concepì
e scrisse _Mademoiselle Maupin_; ma quasi di mala voglia. Nella sua
qualità di romantico ultra, odiava la prosa. Suo padre era costretto
a chiuderlo a chiave nella stanza di studio. — Non uscirai di lì, gli
urlava dal buco della serratura, se non avrai scritte dieci pagine.
— E il Gautier qualche volta si rassegnava; ma spesso scappava dalla
finestra, quando la sua mamma non veniva ad aprirgli di nascosto
del marito per timore che il figlio non si affaticasse di troppo.
_Mademoiselle Maupin_ fu pubblicata nel 1836. Destò un fracasso
infernale. Un critico parlò seriamente di mandar l’autore alla corte
d’assise. Feydeau racconta d’aver veduto un pasticciere della via Breda
mostrar i pugni rabbiosi al Gautier che gli voltava le spalle. Si vede
che in tutti i tempi e in tutti i luoghi certa gente è sempre impastata
della medesima creta. La prefazione della _Mademoiselle Maupin_ può
dare un’idea di quel che fosse la conversazione del Gautier; sono
pagine che vivranno ancora quando il romanzo sarà morto. Il Gautier
non smentì mai la sua teorica proclamata con tanto splendore di forma
e tanta novità di concetti. E quando il governo imperiale intentò un
processo al Flaubert per la _Madame Bovary_, s’arrabbiava in vedere
che il mondo del 1855 non era diverso di quello del 1836. Non è diverso
nemmeno oggi!
Alla _Mademoiselle Maupin_ tennero dietro novelle e romanzi e
la _Comédie de la Mort_, un capolavoro poetico che chiude il bel
periodo della giovinezza del Gautier. Poi cominciò l’ingrato còmpito
giornalistico, i lavori comandati, una catena da forzato che gli stette
attaccata al piede per 36 anni. Nessuno l’ha portata con maggiore
apparenza di gaiezza, di noncuranza, e senza che ne trasparisse mai
nulla da quella forma elegante, accentuata, piena di colorito e di
splendore ch’è una vera meraviglia.
Il Balzac gli invidiava la facilità. Il Gautier era sempre pronto a
scrivere il suo articolo in qualunque posto, a qualunque ora. La sua
prosa, una delle più ricche della lingua francese, colava dalla penna
colla fluidità dell’inchiostro, senza nemmeno una cancellatura. — Due
soli in Francia sappiamo il francese, soleva dire il Balzac, Gautier
ed io. — L’adorazione della forma era tale nel Gautier che arrivava
all’assurdo; per esempio, fino a fargli trascurare la punteggiatura
e gli accenti. Secondo lui, alcune parole avevano più carattere
senza ortografia, e gli doleva doverle correggere. — I più bei libri
stampati, affermava, sono quelli dove c’è più di carta bianca. —
La sua memoria era straordinaria e gli aiutava molto la facilità
di comporre. Letto un libro, visto un quadro o un paesaggio, non lo
dimenticava più. Il suo _Viaggio in Russia_ fu scritto quattr’anni
dopo d’averlo fatto, e senza il soccorso d’appunti. Si sa che tutte le
suo descrizioni di luoghi sono un miracolo d’esattezza. Quel prodigio
di _pastiche_ che è il _Capitain Francasse_, scritto nella lingua del
secolo XVI, fu composto sur un banco della libreria Charpentier di mano
in mano che occorreva ai fascicoli della _Revue Nationale_. Il Gautier
aveva ideato questo lavoro nei bei giorni del romanticismo e l’aveva
portato nella sua immaginazione quasi trent’anni, a traverso tanti
lavori, tanti viaggi, tante preoccupazioni della vita: un fiore della
sua giovinezza a cui era stato impedito di sbucciare. Quando il suo
editore glielo richiese, egli si mise a scriverlo come se non avesse
pensato ad altro durante tutta la vita. Non ebbe bisogno di rileggere
un libro, di consultare un dizionario, e scrisse, al suo solito, senza
fare una cancellatura e senza gli sfuggisse una sola parola che non
fosso del secolo XVI. Intanto attorno a lui quattro o cinque commessi
lavoravano all’imballaggio delle spedizioni librarie.
IV.
Critico di arte e critico drammatico al _Moniteur_, il Gautier vi
si mostrò sempre d’una benevolenza straordinaria. Un po’ questa
benevolenza era nel suo carattere così facile all’ammirazione; ma il
più egli se l’era imposta per la sua qualità di critico ufficiale.
Temeva che la severità dimostrata in quel posto potesse nuocere alla
carriera d’un artista e togliergli il pane. E poi la critica egli la
capiva incoraggiante, cortese, e non tutta accanita a trovare i difetti
d’un lavoro. — A questo modo, diceva, si disseccano le vive fonti
d’ogni produzione artistica e intellettuale. — Infatti egli ammirava
con una straordinaria espansione. Un giorno fu visto entrare nelle
stanze della redazione dell’_Artiste_ col viso raggiante di gioia. — Ho
scoperto un capolavoro! rispose ai suoi amici che gli domandavano quale
felicità gli fosse caduta dal cielo. E cavò di tasca il volumetto _Un
été dans le Sahara_ di Fromentin. Nell’articolo che subito ne scrisse,
il Fromentin era chiamato semplicemente: _uno dei re del pensiero_. —
È dolce il lodare! — lo ripeteva spesso. Ma la sua benevolenza non lo
fece mai transigere colle cose triviali. Delarôche, Delavigne e Scribe
furono da lui attaccati senza misericordia e senza tregua. Gautier non
pativa i mediocri.
Uno dei suoi bei progetti degli ultimi anni era una serie d’articoli da
intitolarsi: _Ceux qui seront célèbres_. Voleva andare scovando qua e
là dei veri ingegni e proclamarli, metterli in vista, come aveva fatto
col Fortuny. Ma rimase un progetto. La sola vanità letteraria ch’egli
avesse era a proposito delle sue divinazioni critiche e artistiche.
Affermava che, in trent’anni, non s’era ingannato una sola volta, che
tra i suoi mille articoli non ce n’era un solo ch’egli non potesse
tornare a firmare senza cambiarvi una sillaba. Aveva indovinato
Delarôche, Gérôme, Fortuny, Regnault quando la grande e la piccola
critica parigina ne dicevano roba da chiodi. Voleva chiudere la sua
vita _battezzando per l’eternità_ qualche genio nascente ed oscuro: già
ne conosceva parecchi.
Come critico drammatico il Gautier godeva al _Moniteur_ meno libertà
di giudizio che come critico di arte. E poi per lui l’arte drammatica
contemporanea era un’arte abietta, grossolana, un’arte inferiore,
un giuoco di combinazioni meccaniche, qualcosa che somigliava alle
sciarade: il suo compito quindi gli diventava insopportabile. Bisogna
confessare che su questo conto le suo idee erano, per lo meno, troppo
incomplete. Il suo ingegno plastico lo trascinava a preoccuparsi
soltanto della forma, dell’esteriore; il suo istinto artistico gli
dava la nausea della realtà. — Molière, egli diceva, innanzi tutto
è un poeta e un poeta _fantaisiste_. Con quattro arlecchini tolti ad
imprestito dalla commedia italiana, egli vi dà l’_impressione della
vita_; ma la vita, no, mai; è troppo brutta, lo sa bene e se ne guarda!
Oggi si scrivono forse delle commedie? Si fanno dei corsi di patologia.
— E malgrado queste idee, il più delle volte era costretto a lodare. E
quando se ne rifaceva sfogandosi a quattr’occhi cogli amici, o qualcuno
d’essi gli domandava perchè non manifestasse quei giudizii nei suoi
_feuilletons_: — Ecco una storiella, soleva rispondere. Un giorno
il Waleski mi disse che d’allora in poi ero libero, assolutamente
libero nel giornale: potevo bandire ogn’indulgenza, subissare chi
volevo. Ma, gli soffiai in un orecchio, in questa settimana avremo
al teatro francese la commedia del X... — Ah!... Sarà per l’altra
settimana, rispose sua Eccellenza. — Quest’altra settimana l’aspetto
tuttavia! —
In ogni modo la vera critica drammatica, secondo me, non ha perduto
nulla per questa sua mancanza di libertà. Il Gautier era troppo
esteriore da poter intendere quel che più importa nell’arte, la vita.
Per lui non esistevano che la forma e il colorito: il sentimento, il
carattere gli parevano cose secondarie. La sua guerra allo Scribe
e al Delavigne fu, sopratutto, una questiono di forma. La forma!
Il colorito! I suoi viaggi, le sue novelle, i suoi romanzi, le sue
poesie, si può dire non siano altro. Gautier non lascia una sola
creatura vivente, come n’ha lasciate a centinaia il Balzac: lascia dei
quadri. Il bello egli lo trovava soltanto nella natura e nelle arti.
L’intelligenza dell’uomo voleva ammirarla nei suoi prodotti senza
preoccuparsi dei segreti del loro destino. Una città l’interessava
unicamente pei monumenti. Gl’importava assai fosse sporca, oppure un
covo di delitti! — Purchè non mi si ammazzi mentre sto ad ammirare!
— Tutto il Gautier è in queste parole. La _féerie_, un turbinìo, un
bagliore di luce e di colori: ecco l’ideale di lui pel teatro.
V.
Il suo carattere era simpatico. La sua conversazione brillante,
argutissima, piena di frasi e di parole d’un piccante rabelesiano
erudissimo, non si potrebbe stampare. Parlava volentieri; il sigaro gli
si spegneva cento volte in un’ora, e le cose dette sembravano più belle
per l’espressione della sua magnifica voce di gorgia, calda, vellutata,
limpidissima. Malgrado questo, egli stonava cantando: ma sosteneva
che l’essere intonati sia un’anomalia, e la voce musicale sviluppata
nei Conservatorî una malattia della laringe. Gli uccelli stonano a
detta dei maestri di musica, ma il canto degli uccelli è il canto per
eccellenza. I cani abbaiano sentendo un vero cantante. Io che stono,
aggiungeva, non li sveglio nemmeno; sono dunque nel vero. Il solfeggio
perverte l’orecchio. —
Da giovane amò molto gli esercizi ginnastici. La sua forza erculea
gli permetteva di far dei prodigi. Si vantava di poter traversare a
nuoto l’Ellesponto come Lord Byron, e raccontava di aver fatto la prova
d’andare così da Marsiglia al castello d’If e viceversa. Certamente il
suo appetito eguagliava la sua forza muscolare. A tavola diluviava,
e due ore dopo domanda _qualche cosettina un po’ sostanziosa_. Non
mangiava pane colle vivande, e non beveva mai tra un piatto e l’altro;
tracannava all’ultimo due, tre bicchieri di seguito. Come Dumas il
vecchio, il Gautier la pretendeva un po’ a cuoco. La sua specialità
era il risotto: nessuno (affermava) sapeva cuocerlo meglio di lui. Si
vantava di aver dato una bella lezione al cuciniere dell’imperatore
di Russia a proposito d’un certo piatto ove dovevano entrare come
ingredienti le mandorle peste, e quegli vi metteva invece dei
maccheroni tritati. La lezione gli fruttò la gran ricetta del risotto.
Buono, casalingo, negli ultimi anni aveva perduto ogni traccia
d’eccentricità. Si divertiva a costrurre dei teatrini di marionette
pei suoi bambini e ne dipingeva le decorazioni con un piacere
straordinario. Quando tornava da Parigi col denaro dei suoi lavori
giornalistici, rientrava in casa contentissimo e si vuotava le tasche
sul suo tavolino da studio. Poi faceva colle monete tanti mucchietti
disuguali e diceva: questo pel fitto della casa, questo per le spese
di famiglia, questo per le sorelle, questo pei bimbi, questo pel sarto,
questo pel calzolaio, questo per le tasse, questo pel giardiniere... —
E per voi? gli chiese un giorno il Feydeau presente a questa scena. —
Per me? Oh! pochino, rispose il Gautier dolcemente.
Quest’uomo che pareva un gran scettico era superstizioso come una
femminuccia. Credeva al mal d’occhi, alla jettatura, al venerdì; aveva
un orrore delle cose morte e una grande paura della morte. La più
piccola indisposizione lo scoraggiava. Nell’ultima sua malattia la
famiglia dovette prendere mille precauzioni per non fargli sapere il
nome del male che lo uccideva. I giornali erano letti da cima a fondo
prima di darli a lui pel timore che l’indiscretezza d’un _reporter_
non gli riuscisse fatale. Finalmente queste precauzioni furono un po’
tralasciate, fidandosi del disgusto ch’egli mostrava pei giornali. Ma
un giorno, a tavola: — Dunque ho una malattia di cuore! egli dice. Lo
sospettavo! — Lo aveva letto in un foglio del mattino.
Povero Gautier! Prima che avesse questa certezza faceva mille progetti
di lavori: un romanzo _feuilletton_ interminabile, _Le vieux de la
Montagne_; un dramma tragico, _Fedra_, apoteosi d’Ippolito, il casto
adoratore di Diana; un romanzo storico su Venezia; un libro sul Gusto
che doveva dimostrare come qualmente il pane ne sia uno dei corruttori
supremi, e come qualmente l’umanità debba dividersi in frugivori o
carnivori, se vuolsi trovare sul serio una filosofia della storia; un
altro libro su Vittor Hugo, il suo grand’idolo; e finalmente un volume
di pensieri da pubblicarsi dopo la sua morte, testamento di verità
all’umanità intiera. — Sarà una cosa terribile! soleva dire parlando di
questo. Vi si rizzeranno i capelli sulla testa! —
Ma già le gambe gli si gonfiavano e lo servivano male. La sua
conversazione sembrava uno sforzo penoso; la parola era restìa sulle
sue labbra: le idee gli si confondevano nel cervello. Una sonnolenza
continuata gli aggravava le pupille.
La mattina del 23 giugno 1875, allo 8 e 35 minuti il Gautier
spirava senza nessuna sofferenza visibile, come un uomo che si fosse
addormentato per non risvegliarsi più.
Il Gautier confessava volentieri d’essere panteista. Ma lo era più per
sentimento che per vera e ragionata convinzione.
— Hai tu mai potuto sapere quel che veniamo a fare quaggiù? domandò un
giorno al Feydeau.
— Io? Niente affatto, rispose questi.
— Forse lo sapremo quando non ci servirà a nulla, riprese il Gautier:
cioè, quando rosicchieremo le radici degli alberi al cimitero.
— In tal caso, replicò il Feydeau, chi di noi due sarà costretto a
fare pel primo questo bel lavoro dovrà venire a rivelarne qualcosa
all’altro.
— Sta bene! disse il Gautier.
— Ma finora non ha mantenuto la promessa! esclama tristamente il
Feydeau nei suoi _Souvenirs intimes_.
E non ha nemmeno aspettato che la mantenesse: è sparito anche lui!
25 Agosto 1879.
III.
LIONARDO VIGO.
Lionardo Vigo, morto in Acireale sua patria il giorno 14 dello scorso
aprile, era una delle più vigorose e più attraenti figure isolane della
generazione letteraria del 1848.
Notissimo in Europa a tutti gli studiosi di canti popolari per la
sua ricca raccolta dei _Canti popolari siciliani_, il Vigo è poco
conosciuto nel continente italiano. Nel 1802 fu fatta in Torino
dall’Unione tipografico-editrice un’edizione della sua _Lirica_...
«Abbiamo voluto dare un amplesso alla Sicilia, dicevano gli editori,
nella persona di uno dei suoi più gentili ed immaginosi poeti
viventi.» Ma, benchè il volume faccia parte della _Nuova biblioteca
popolare_, il Vigo non ha mai ottenuto nel continente la notorietà
d’alcuni suoi contemporanei siciliani, dell’Amari, per esempio, e
dell’Emiliani-Giudici, che furono legati con esso da un affetto quasi
fraterno.
Non è un’ingiustizia del pubblico. Le liriche del Vigo e il suo poema
epico il _Ruggiero_ hanno molti pregi poetici ed un grandissimo valore
come documenti di storia, ma difettano del pregio essenzialissimo
d’un’opera d’arte, della squisita fattura della forma. Inoltre, il
principale, anzi l’unico sentimento che li domina è un sentimento di
così profonda _sicilianità_ (mi si perdoni la parola) che oggi non
trova più eco nemmeno nella stessa Sicilia.
La forma del Vigo non è trascurata. Ho riletto in questi giorni il suo
volume delle liriche. Esse hanno un sapore aspro, una muscolosità che
fa impressione in mezzo al flaccidume poetico diventato di moda. Nel
Carme a Bellini c’è tutto lui, colla sua anima, col suo cuore. Egli
dice al Maestro della _Norma_ e della _Straniera_, non ancora autore
dei _Puritani_:
Vision de’ tuoi sogni e di tue veglie
Primo pensiero sia la patria. Oh pèra
Nel seno infausto della madre il vile
Condannato a tradirla; un fulmin colga,
E il cenere ne sperda il vento e il mare,
Chi vita ebbe in Sicilia, e non l’adora
E non piange al suo pianto!...
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Mentre a me questo cittadino carme
Spira la musa, tutte il ciel spalanca
Le cateratte e neve e grando e piova
«Per l’aer tenebroso si riversa,»
Che le speranze del cultor diserta.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Aperti l’Etna i fianchi, in ciel colonna
Di fiamme estolle e di putido fumo
Che cener piove, il firmamento oscura.
Trema la terra, che ondeggia dagl’imi
Cardini scossa, e van tra le cruente
Macerie pesti, semivivi e spenti
D’ogni età e sesso. Fiumi di cadente
Liquida brace rotola mugghiando
Dalle dirotte viscere il vulcano.
Eternalmente di fuse montagne
I còlti accieca; e boschi e vigne e case
Vorando, spinge le pietrose terga
Vêr la città cui Bronte il nome impose,
D’onde di preci e lai si alza infinito
Ululato di morte. E quindi vedi
Fuggir ondante il popolo perplesso.
Con lo sgomento de’ perduti in viso;
Lasciar le sacre vergini i giurati
Asili, e misti alle squallide torme
Volger da lunge a quelle mura un guardo,
E novo il pianto universal levarsi;
Quinci fiumi, burroni, argini, valli
Travalicando impetuosamente
La fiumana precipite appressarsi
All’atterrite mura... Oh quanti un nume
Fabbricò mali a la gentil mia terra!
Non sono dei più belli del Vigo, ma ho voluto trascrivere questi versi,
perchè la recente eruzione dell’Etna e i tremuoti e i disastri di
Santavenerina Guardia danno ad essi in questi giorni il tristo colorito
dell’attualità.
Belli davvero mi paiono i seguenti che descrivono una notte ed il
_simoun_ del deserto egiziano:
Pei superni azzurri
Lucidissima, bianca e senza veli
In tutta sua rotondità la luna
Si fea specchio al vital disco del sole;
E dall’alto parea volger pietosa
La mestizia dei rai su l’inarata
Nudità de’ deserti, a cui sta presso
Damiata e la barbara Mansura.
Senz’orma o aspetto per le desolate
Sabbie errava il Silenzio: immenso, tetro,
Come l’ombra che allunga al dì che more
Il gigante Imalaia. E rado e triste
Un palmizio, un gibboso arbore a gomma
Sorgea, qual funeral cippo pel nudo
Orror di un cimitero; e il guair bieco
Di jene e tigri e sciaccàli pel morto
Aere, senz’echi, si perdea. Da lunge
Le inghirlanda la zona, ove un’eterna
Primavera verdeggia, infra i zampilli
Di scorrevoli argenti, e decrollate
Piramidi, delubri e sfingi e tombe
Insculte in sacre note al vulgo arcane.
. . . . . . . . . . Appena il sole
Dalle niliache conche erse la fronte,
E indorò i cieli e i monti, ad ora ad ora
Dalla torrida zona il tifon destasi
Col moto dell’elettrico, la vampa
D’arsa fornace ed il scrosciar del tuono.
Alba d’inferno! La natura pavida
Trema a’ rugghi del mostro: a lui dinanzi
Sterminio e morte; e senza nubi, il cielo
Di turbinata polve s’intenebra.
Siccome mare fremita e commuovesi
L’arenoso deserto; alzansi all’etera
Le sabbie, ed in ricciute onde s’insieguono
Fra i vortici, le raffiche e le ignite
Reflue correnti, e il reboar del vento,
Che i colli schianta, i piani apre in voragini,
Accieca, intomba i viandanti a mille,
E diserta il deserto.
Questi tratti non sono rari nel Vigo, e se la ristrettezza dello
spazio non me lo impedisse citerei quel brano smagliante di luce che
descrive il viaggio della regina Costanza in Sicilia (_A Giovanni
Procida, carme_). Ma egli sdegnava troppo i lenocini della forma; li
chiamava _meschine concessioni all’effeminatezza del secolo_. Voleva la
poesia tutta piena di fatti, di pensieri; e quanto più nudi, secondo
lui, tanto meglio. Non amava l’Arte per sè stessa: ma come un mezzo
politico. Non è quindi da meravigliarsi se l’arte gli tenne un po’ il
broncio.
Il suo volume delle liriche, intanto, benchè non abbia un valore
artistico, rimarrà senza dubbio un vero documento di storia. Le
aspirazioni, i fremiti, i dolori della Sicilia prima del 48 gridano lì
da ogni pagina, da ogni strofa, da ogni verso. Il suo _Ruggiero_, un
lavoro di lunga lena, si può dire la glorificazione dell’indipendenza
del regno di Sicilia e delle libertà parlamentari della _nazione_
siciliana. «È il ruggito di una gente ferita al petto da un despota, la
quale si sforza risorgere per immergergli nel cuore il pugnale con cui
la percosse» com’egli dice nella prefazione; un atto politico, insomma,
non un’opera d’arte.[3] Un altro atto politico è la _Raccolta dei canti
popolari siciliani_, pubblicata nel 1857.
Io conobbi il Vigo quand’egli curava la stampa della prima edizione di
essa. M’ero presentato a lui con un centinaio di canti popolari da me
raccolti fra i contadini di Mineo e questo bastò per farmi avere la
più festosa accoglienza. Era pieno di entusiasmo. L’idea che quella
raccolta avrebbe _affermato in Europa la personalità della nazione
siciliana con un tesoro di canti_ dava un’animazione giovanile alla sua
severa fisonomia.
Ogni due giorni egli veniva colla sua carrozza da Acireale in Catania.
Il tipografo Galatola aveva dovuto metter su, in un locale a parte,
una sezione della sua tipografia dedicata unicamente alla composizione
ed alla stampa della raccolta, e le correzioni diventavano un affare
seriissimo. Una virgola di più, un dittongo sbagliato della mal sicura
ortografia del dialetto addoloravano il Vigo come un delitto di leso
amor patrio. Alla tiratura d’ogni foglio, egli ne aspettava impaziente
la prima copia, la piegava da sè, la metteva in serbo entro la sua
tuba per evitare di maltrattarla e ritornava in Acireale, ove gli si
spedivano colla posta le prime bozze dei nuovi fogli di stampa.
Il giorno della pubblicazione doveva essere una vera festa; ma
l’edizione fu sequestrata dalla polizia prima che se ne fosse potuto
dar fuori una sola copia. L’intendente Panebianco, il braccio diritto
di Ferdinando II nella provincia di Catania, vi aveva subito scoperto
un canto rivoluzionario, sfuggito alla meticolosa oculatezza del
regio revisore. Il corpo del delitto erano due ottave che ora non
mi è riuscito di pescare nella nuova edizione dei Canti popolari.
Uno schiavo rivolgevasi al crocifisso onde esser liberato delle sue
catene. — «Sei tu forse inchiodato in croce al pari di me? rispondeva
il Cristo; non puoi tu sbattere coteste catene sulla testa dei
tuoi padroni?» — Col Panebianco non si canzonava. Il revisore, un
canonico, era mezzo morto dalla paura di perdere il posto. Non sapeva
spiegarsi in che modo quelle _diaboliche_ ottave si fossero ficcate nel
manoscritto: avrebbe giurato, mettendo una mano sul fuoco, che quando
egli l’ebbe esse non c’erano affatto. Ma il manoscritto lo smentiva;
portava in ogni pagina la firma di lui e tanto di bollo dell’ufficio.
Il povero canonico aveva ragione. Il Vigo presentando il manoscritto
alla censura aveva lasciato in bianco lo spazio e, ottenuta
l’approvazione, v’aveva aggiunto quell’ottava, ritenuta maggiormente
rivoluzionaria perchè messa in bocca del Cristo. Per placare le furie
del Panebiarico bisognò ristampar la pagina e rifare l’ottava. Nella
nuova lezione, il Cristo rispondeva allo schiavo: «Rassegnati e prega.»
La polizia, così ombrosa per pochi versi perduti fra più migliaia
di ottave, lasciò intanto passare inosservate alcune righe
dell’introduzione che avrebbero dovuto darle assai più da riflettere.
Sostenendo gagliardamente l’opinione che tutti i dialetti della
penisola siano derivati dall’antica lingua italiana esistente in Italia
sin dai tempi preistorici, il Vigo paragonava questa lingua ad una
sorgente da cui prendono origine tanti rigagnoli che poi si raccolgono
in un fiume. Il fiume significava naturalmente la lingua italiana
odierna che «disseta 30 milioni di uomini i quali, se Dio raccoglierà
altra volta sotto un’unica bandiera, non daranno, egli è vero, leggi,
religione e lingua alla terra dalla sommità del Campidoglio, ma non
saranno secondi a nessuna delle nazioni che popolano la superficie
della terra.» Si vede bene che nel 1857 nè i regi revisori nè le
autorità borboniche sospettavano nulla della futura unità italiana.
Però, con tutta la riverenza che sento pel Vigo, io credo che
neanch’egli no sospettasse nulla e prima del 1848, quando quello parole
furono scritte, e nel 1857 quando esso vennero pubblicate. No, non si
tratta d’una predizione, com’egli assicura in una nota della nuova
edizione della sua _Raccolta_ (pag. 32). ma semplicemente d’uno di
quei platonici voti da erudito, che allora sfuggivano dalle penne degli
scrittori come sprazzi rettorici. E ciò sia detto non per offendere la
memoria dell’illustre patriota siciliano, ma per iscrupolo di storica
esattezza. Ai meriti del Vigo non aggiunge nulla il farlo bello del
senno di poi: gli toglie anzi qualche cosa della sua schietta e fiera
personalità che io qui m’ingegnerò di porre nella sua vera luce.
Discepolo del Nascè, amico dello Scinà, del Palmieri e della numerosa
schiera di valorosi ingegni siciliani che parte perirono nel colera
del 1837, parte prepararono ed attuarono la rivoluzione del 1848,
il Vigo fu educato a quel culto quasi idolatra della sua isola che
dà gli ultimi guizzi nel piccolo strascico di _regionisti_ tuttora
esistente in Palermo. Egli fu dei più attivi nell’opera d’unificazione
morale delle diverse provincie siciliane per cui fu possibile la
rivoluzione del 48. Viaggiò a questo scopo da un capo all’altro della
Sicilia, tentò rianimare l’Accademia Palermitana sotto il pretesto
della compilazione di un vocabolario della _lingua siciliana_, ma col
vero scopo di far convergere e di annodare in Palermo tutte le forze
intellettuali dell’isola; e le sue poesie a _Palermo_, a _Messina_, a
_Trapani_, a _Catania_, il suo carme sulle _Rovine di Agrigento_, l’ode
a _Ruggiero primo re di Sicilia_, le canzoni _Al mare di Sicilia_, ai
_Sapienti_, ad _Archimede_, il poema epico _Ruggiero_ ideato nel 1828,
terminato nel 1839 e rimasto inedito sino al 1885, non sono altro che
gridi di riscossa, dove l’archeologia serviva a sviare i sospetti della
terribile polizia borbonica. Convien però confessare ch’egli mostrò di
avere vedute politiche assai più larghe di tutt’i suoi contemporanei
del 48. Infatti nel Parlamento siciliano, nelle memorabili tornate
dell’aprile, fu il solo che osasse dissuadere i deputati dal votare la
decadenza dei borboni. E quando la prevista invasione napoletana gli
diede ragione, il Vigo si chiuse nella solitudine delle sue campagne ai
piedi dell’Etna e tornò scoraggiato ai suoi studi linguistici e storici
e alle sue piantagioni dei vigneti di Baddu.
Nel novembre del 1858 io visitai il Vigo in Acireale insieme al povero
Beppino Macherione (un vero ingegno poetico, morto di tisi a Torino nel
1871, che il Vigo amava come un figlio), al Beritelli, un altro giovane
che allora prometteva molto coi suoi studî serî e dopo si è contentato
di fare unicamente il professore di storia, al Tenerelli ora deputato
al Parlamento che non ha ancora data la misura di quel che possa
il suo ingegno. La casa del Vigo è una casa severa, dello stile del
secolo passato. In una sala c’è il suo busto in marmo e quello della
sua prima moglie Carlotta Sweeny, che visse con lui soltanto due anni.
Ricordo una bella testa dipinta a fresco su tavola da quell’Emmanuele
Grassi che aveva trovato il metodo di dipingere a fresco su tavola e
su tela. Oggetti d’arte antichi e moderni ingombravano le pareti ed i
mobili, disposti in armonia collo stile architettonico della stanza.
La biblioteca era ricca. In uno scaffale a parte, disposta in cartoni
segnati colla data d’ogni anno, stava la voluminosa corrispondenza
del Vigo cogli uomini più illustri di questo secolo, italiani o
stranieri, che è d’una grandissima importanza. Il Vigo ebbe anche, per
più anni, una relazione epistolare esclusivamente letteraria colla
regina Vittoria e col principe Alberto. Egli ignorava l’inglese, ma
non faceva tradurre le sue lettere. La regina Vittoria e il principe
Alberto scrivevano in inglese. La loro corrispondenza non è autografa:
l’etichetta di corte lo vietava. Tutto quell’immenso tesoro di lettere
era accuratamente ordinato per settimane, per mesi, per anni; e ogni
cartone aveva il suo indice. Il Vigo metteva in questo la stessa
meticolosa esattezza che nell’amministrazione del suo patrimonio. Il
vigneto di Baddu aveva un catalogo, preciso come la biblioteca. Egli
poteva dirvi lì per lì qual genere di vitigno si trovasse in un dato
filare, e il giorno della piantagione e dell’innesto di esso.
Il Vigo, che amava i giovani con cordialità proprio rara, quasi con
tenerezza, quel giorno ci accolse con più affabilità del solito.
Cominciava allora a manifestarsi in Sicilia l’irrequietezza foriera
della rivoluzione del sessanta. Ma i tempi erano mutati. Balbi,
Gioberti, Azeglio, Guerrazzi, Niccolini avevano esercitato anche là
la loro efficace influenza. Ferdinando II era riuscito a fabbricare
tra l’isola e il continente una specie di muraglia della China, ma le
idee e i sentimenti passavano di sopra d’essa. E poi il quarantotto
non c’era stato per nulla: i tempi erano mutati. Noi giovani amavamo
la Sicilia ma, assai più d’essa, l’Italia. Palermo aveva cessato
d’essere la nostra stella polare. L’idea d’un regno di Sicilia, d’un
Parlamento siciliano ci faceva sorridere come una cosa stravecchia
e inconcludente. Si parlò dunque di politica, a fior di pelle, per
accenni: il terrore della polizia ci rendeva cauti anche fra le
quattro mura della piccola stanza ove ci trovavamo. A un tratto il
Vigo ci disse che voleva leggerci l’introduzione alla sua storia
della rivoluzione siciliana del 48, alla sua _testimonianza_ come l’ha
intitolata, perchè vi parla sopratutto dei fatti ch’egli vide e nei
quali prese parte. La proposta fu molto gradita, ed egli cominciò a
leggere con una certa solennità. La sua voce era commossa. Il _regno_
siciliano, la _nazione_ siciliana sopratutto, vi facevano capolino ad
ogni periodo. Noi ascoltavamo riverenti ma ci guardavamo di tanto in
tanto negli occhi: ci pareva di sentire un linguaggio dell’altro mondo.
Il _regno_ di Sicilia, la _nazione_ siciliana, il conte Ruggiero,
la costituzione e da capo la _nazione_ siciliana risuonavano più
insistenti in quei periodi scabrosi, marcati d’un sigillo personale
che la voce e l’accento del Vigo rendevano più evidenti. Ma dopo dieci
minuti la nostra sincerità giovanile ci fece scoppiare in una risata
che cercammo di reprimere invano. Il Vigo capì subito, i suoi occhi
s’aggrottarono severamente, il suo volto divenne pallido.
— Matricidi! — ci urlò in viso, lanciando il manoscritto sulla sedia
accanto.
E non volle andare avanti, quantunque noi gli si chiedesse scusa,
mortificatissimi, e lo si pregasse insistentemente di continuar la
lettura.
Il Vigo non aveva torto. Quel riso ammazzava la Sicilia come _nazione_,
ed egli non poteva perdonarcelo. Gli avevano ferito il cuore nella sua
cosa più cara.
Dopo la guerra del 59, l’opera dei _comitati segreti_ ferveva. Quei che
parlano delle ostilità del Cavour all’impresa del Garibaldi non sanno
quel che si dicano. Il movimento siciliano era diretto dal La Farina e
dal Cavour: posso affermarlo con piena sicurezza perchè vi presi un po’
di parte: la parola di ordine di tutto quel lavoro d’insurrezione ci
veniva da Torino. Avevo scritto in quei mesi una poesia unitaria che,
come arte, valeva pochino ma che fece il giro dell’isola da comitato
a comitato. Un giorno che il Vigo era venuto da Acireale in Catania,
mentre andavamo in carrozza a visitare lo stabilimento agricolo
impiantato allora dal Sacchero, presi a recitargli quei versi senza
dirgli che erano miei. Egli stette ad ascoltarmi scrollando sempre la
testa con profonda tristezza.
— Siete tutti matti! — mi disse, quando ebbi terminato — siete matti da
legare!
Però, dopo i fatti del sessanta, il Vigo fu preso da un entusiasmo
giovanile. In Palermo gli vidi stringere la mano del re Vittorio
Emanuele con uno slancio in cui la sua Sicilia, come _nazione_, fu
completamente dimenticata. Ma egli non rientrò nella vita politica.
Rifiutò la candidatura di diversi collegi. — Chi ha primeggiato in
una rivoluzione e declina cogli anni — mi disse un giorno — non deve
spingersi nuovamente nella palestra; è bello cedere il posto ai più
giovani. —
Bastarono intanto quattro anni perchè le condizioni della Sicilia
lo rendessero triste. Le sue speranze in un risorgimento economico
dell’isola erano state completamente deluse, e la sua fede nella
saldezza dell’unità italiana diminuita di molto. Andando io nel 1864
per la prima volta in Toscana, egli mi diede una lettera pel Guerrazzi.
Rammento ancora il viso che faceva, leggendola, l’autore dell’_Assedio
di Firenze_ nello studio a pian terreno della sua villa alla Torretta.
Era una lettera di quattro grandi pagine, piena di scoramenti e di
paure. — Oh, perchè suonar a morto mentre tutti suonano a vivo? esclamò
alla fine il Guerrazzi, ripiegando il foglio con un po’ di stizza.
E _sor Domenico_, come lo chiamavano a Livorno, non era dei più
contenti delle cose di allora!
Il Vigo fu un lavoratore prodigioso: _Nulla dies sine linea_ era la sua
insegna, e credo non vi abbia mancato un sol giorno.
Il largo censo gli permetteva facilmente di stampare a proprie spese
e di regalare a molti i suoi libri. Socio d’una infinità d’accademie,
credeva suo dovere far omaggio a ognuna d’esse d’una copia dei propri
lavori, sicchè gran parte delle edizioni veniva assorbita da questa
generosità principesca. Io credo che le solo edizioni dallo quali
abbia ricavato un po’ di frutto siano le due della _Raccolta dei canti
popolari Siciliani_.
Voleva chiudere i suoi studî e la sua vita elevando un monumento di
bronzo alla sua diletta Sicilia; e spese gli ultimi anni lavorando alla
_Protostasi siculo-italiana_, ove intendeva dimostrare che il motto _la
luce vien dall’Oriente_ è applicabile alla Sicilia nella storia della
civiltà italiana. Le idee, i sentimenti della sua giovinezza erano già
rifioriti con maggior rigoglio dentro di lui. La _Protostasi_ forma due
grossi volumi che la morte non gli ha permesso di pubblicare. È il suo
testamento politico.
Il Vigo insieme ad altri scritti lascia inedite le sue _Memorie_. «Ivi
i miei amori, le mie persecuzioni — mi scriveva anni fa, — le calunnie
che mi hanno attristato, le ingiurie e le ingratitudini del mio sangue.
Le iniquità che vi saranno smascherate faranno un giorno rabbrividire i
lettori.»
Nella sua giovinezza egli conobbe in Palermo Marianna Segato, una delle
amanti di lord Byron, e strinse relazioni molto intime con essa. Dalla
Segato ebbe in dono un anello coi capelli del Byron, regalo del gran
poeta inglese alla sua amante, e lo portava sempre al dito. La Segato
era un po’ invecchiata quando il Vigo la conobbe.
— Ma, capisci, — mi disse una volta — Byron era passato per là! Anche
vecchia decrepita l’avrei amata lo stesso!
Il Vigo è morto a 80 anni. Era sempre vegeto e vigoroso.
16 Giugno 1879.
IV.
EMILIO ZOLA.
I.
_L’Assommoir._[4]
Il nuovo romanzo d’Emilio Zola in men di due mesi è già alla sedicesima
edizione.
Nel _Ventre de Paris_ egli ci aveva messi in contatto col basso
mondo della società parigina. Ortolani, fruttaiuoli, pescivendoli,
pollaiuoli, pizzicagnoli, ispettori dei Mercati, quanti insomma
lavorano da mattina a sera per colmare l’immenso, insaziabile ventre
della grande città, e a sorvegliare e regolare l’approvigionamento dei
viveri; tutti v’eran dipinti con una potenza di colorito tizianesco che
non rendeva soltanto l’immagine delle persone e degli oggetti, ma dava
perfino la sensazione degli odori. C’eravamo quasi sentiti soffocare
dalle esalazioni degli ortaggi ammonticchiati, dal puzzo acre delle
scaglie di pesce e dalle emanazioni particolari alle piume di pollo in
fermento. Il lezzo dello strutto, il tanfo dei caci, il sito irritante
dei salami, quel che di nauseabondo che fa subito impressione entrando
in una bottega di pizzicagnolo per pulita che sia, si sprigionava dalle
pagine del libro come dalla diretta realtà, e produceva l’effetto di
farci sostar dalla lettura per annusarci le mani e per guardare se i
vestiti non avessero preso una macchia d’unto.
V’erano delle pagine proprio esalanti un puzzo di verdura marcita;
dell’altre ove il puzzo del cacio olandese, del _roquefort_, del
parmigiano, dello _chester_, del burro di Bretagna e di Normandia si
mescolava al rancido dei budini, dei salsicciotti, delle lingue di
Strasburgo, dei zamponi, delle cervellate, delle teste di maiale in
gelatina, e davano insieme alla testa.
I personaggi non istonavano su questo fondo di una verità così
sorprendente. Bottegaie e bottegai grassi, rotondi, dalla pelle
untuosa e lucente; pescivendole dall’ardito e pittoresco linguaggio
che lanciano il motto sudicio colla stessa facilità con che si danno
addosso co’ pugni; bassi impiegati; comari bracone e speculanti per
miseria sul ribasso delle carote e delle interiora di pollo; ragazzi
viventi come nomadi nell’immenso edificio dei Mercati; e quindi tutto
il meschino viluppo di cupidigie, d’invidie, di maldicenze, di passioni
quasi animalesche, suscitato e prodotto dal corrotto ambiente ove quei
personaggi vivono e agiscono;... ecco il mondo che lo Zola ci aveva
aperto col suo _Ventre de Paris_.
Eppure eravamo in uno strato superiore di quel vasto _caos_ umano che
è la capitale della Francia. Nel caffè Labigre, per esempio, ove la
sera radunavansi dietro un paravento una dozzina di persone, si beveva
tuttavia il _mazagran_, o il poncino, o la birra. Il Logre, pollaiolo,
vi discuteva cogli altri spoliticanti il discorso del trono. La Rosa e
la Clemenza erano bensì delle donnettine, ma leggevano i giornali; e la
Clemenza dava perfino delle lezioni a una mantenuta che voleva imparar
l’ortografia senza farsi scorgere dalla sua cameriera.
Nell’_Assommoir_ scendiamo ancora più basso.
L’ardito romanziere ci dipinge il triste spettacolo della vita degli
operai nei sobborghi parigini, e il suo polso è assai più fermo che non
sia stato nel tratteggiare gli altri aspetti della società francese del
secondo Impero. Nel _Ventre de Paris_ l’artista si era abbandonato con
vera voluttà a quelle descrizioni dello cose esteriori che dimostravano
quasi una sfida, una scommessa, una gara della parola coll’evidenza del
pennello. Come il suo pittore Claudio, lo Zola era rimasto estasiato
innanzi al mare di legumi su cui il sole nascente gettava un’onda di
grigio-dolce, una tinta chiara da acquarello. I cavoli, le lattughe,
gli spinaci, i piselli, i carciofi, le cipolle _chantaient_ anche
per lui tutto il gamma basso e sostenuto del verde: e il giallo delle
carote e il bianco lordo delle radici rispondevano, da un’altra parte,
il loro gamma acuto assieme al rosso-feccia e al carminio scuro dei
cavoli, al rancio delle zucche e al rosso sanguigno dei pomidoro. Pari
al suo pittore, a descrizione finita, il romanziere aveva dovuto batter
le mani dalla contentezza ed esclamare alla sua volta: _c’est crânement
beau tout de même!_
Lo stesso abbandono a cotesto _tour de force_ di artista aveva
mostrato lo Zola nella sua _Faute de l’Abbé Mouret_. Nella descrizione
dell’immenso parco del _Paradou_, ove Sergio ed Albina tornavano a
rappresentare le scene primitive del paradiso terrestre, egli s’era
inebriato del suo soggetto fino a spingersi oltr’il segno. Pareva si
tuffasse con una sensazione speciale in quell’oceano di foglie che
stendevasi a perdita d’occhio facendo pompa al sole della sua _sacra
verginità_, della sua _innocente solitudine_. Le piante arrampicavansi
pei muri, allacciavansi agli alberi, pendevano a festoni, inondavano le
scalinate, le terrazze, si levavano su come zampilli, si accostavano
a masse, a piramidi, si diradavano a guisa di ventagli, si fondevano
unite come siepi di bronzo. E poi venivano i fiori, il gelsomino
stellato, le clematidi, le cappuccine, le volubili, colle foglie a
cuore che tintinnivano come dei sonaglini...; e poi nel frutteto i pomi
dai rami contorti e dai tronchi colla corteccia ruvida e screpolata; i
peri dai rami lisci, diritti come piccole antenne; i peschi rossastri
che si slargavano in giro con aria pacifica...; e poi la foresta, coi
suoi alberi silenziosi, immobili, coperti di licheni, coi suoi tronchi
atterrati, sopraffatti dalle erbe e da un popolino di piccole foglie
parassite; e così via via, fino a quel trionfale coro d’amore cantato
dall’intiero parco quando l’Albina abbandonavasi nelle braccia di
Sergio. «Le jardin entier s’abîma avec le couple, dans un dernier cri
de passion... Et c’était une victoire pour les bêtes, les plantes, les
choses qui avaient voulu l’entrée de ces deux enfants dans l’éternité
de la vie. Le parc applaudissait formidablement!»
Quello che innanzi tutto sorprende nell’_Assommoir_ è la completa
assenza di cotesta velleità di fare del colorito quasi pel solo gusto
di farlo. Il tocco è di una sobrietà incredibile, proprio scultoria, e
dà una nettezza di rilievo e di contorni meravigliosa davvero. Entrati
appena nell’ambiente _appestato_ ove si annodano e si sciolgono i
terribili drammi della vita operaia, che cominciano coll’amore illegale
in una catapecchia e finiscono col _delirium tremens_ all’ospedale,
ci sentiamo come legati da un fascino maligno che ci fa provare gli
stessissimi effetti della lenta degradazione dei personaggi messi in
azione dall’artista.
Lo Zola ha avuto ragione di dire ai suoi detrattori: «io non penso a
difendermi, mi difenderà il mio libro, un libro di verità, il primo
romanzo che dipinga il popolo senza mentire o che abbia l’odore di
popolo.» Egli ha studiato così profondamente il suo soggetto, si è
talmente connaturato coi pensieri, colle passioni, col linguaggio dei
suoi operai, ch’anche quando parla per conto proprio continua ad usarne
la parlata vivace, espressiva, insolente, becera, diremmo noi, e fino
alla sguaiataggine, e fino all’indecenza. Questo ha scandalezzato gli
schifiltosi, gli amanti del _press’a poco_ tanto nella vita quanto
nell’arte. Ma lo Zola gli ha lasciati urlare al sordo, convinto che
in una opera d’arte la forma sia tutto, e che quella sia la forma più
appropriata al suo soggetto; convinto che senza quella lingua piena
di rigoglio, di novità, ricca d’imagini e di libera poesia, il quadro
non avrebbe raggiunto nemmeno un terzo della sua efficacia; convinto
finalmente che qualunque indecenza, qualunque nudità della vita non
è più nè indecente nè nuda quando giunge a penetrare nella sublime
atmosfera dell’arte.
Che tipi! Che scene!
La povera Gervasia è fuggita da Plassans pei cattivi trattamenti del
padre. Il Lantier, un lavorante da cappellaio di diciott’anni, l’aveva
resa madre quando ella n’aveva appena quattordici. Un altro figliolino
era venuto quattr’anni dopo, senza che nè il vecchio Macquart nè la
madre del Lantier pensassero a farli sposare. Poi la madre del Lantier
era morta lasciando al figliuolo un’eredità di mille e settecento
franchi, e questi pensò subito di andare a Parigi. La Gervasia che
non poteva più vivere in casa perchè il vecchio Macquart le allungava
_toujours des giffles sans crier gare_, s’accompagnò al Lantier coi
due bimbi. A Parigi presero una stanza all’albergo Montmartre. Vetture,
scarrozzate, teatri, un orologio per lui, una veste di seta per lei: in
due mesi i quattrini erano già bell’e andati.
Il Lantier e la Gervasia furono costretti a rincantucciarsi in una
stanzuccia nell’albergo _Boncoeur_.
Fannullone, egoista, egli da qualche tempo in qua non rientrava in casa
che per dar la via a quel po’ di stracci rimasti ancora.
La povera Gervasia l’aspettava delle intere nottate, alla finestra,
tremante di freddo, in camicia, dormicchiando, piangendo, disperandosi,
mentre i due bimbi dormivano tranquilli sullo stesso guanciale, l’uno
col braccio passato sotto il collo dell’altro, il sorriso sulla bocca e
respirando dolcemente.
Un giorno finalmente il Lantier non ritornò più. Aveva messo in tasca
gli ultimi soldi ricavati al Monte di Pietà da uno scialle bucherellato
e da un par di calzoni tutti rosi dal fango, ed era scappato con una
brunitrice da parecchie settimane sua nuova amante.
Per la Gervasia fu un gran dolore, ma anche una liberazione. Si mise
a lavorare presso la stiratrice lì accanto e guadagnava giusto quanto
occorreva per non morir di fame coi due bimbi. Bastava. Oramai era
rassegnata; non voleva pensare ad altro. Si riteneva già vecchia; non
intendeva più fare delle sciocchezze. Aveva avuto una gran lezione,
ella rispondeva al suo vicino Coupeau, un lavorante in zinco, che le
insinuava la proposta di far vita insieme.
Il Coupeau era un buon giovane. Lavorava come un bue, non beveva, e
poi le voleva proprio bene. Ma la Gervasia non sapeva decidersi; aveva
paura d’incappar peggio, con tutte le belle promesse. Il giorno che il
Coupeau le fece la proposta di sposarsi, ella gli parlò con una gravità
ed una serietà proprio insolite: riflettesse, maturasse bene la cosa.
Ma alle insistenze dell’operaio finì per dire di sì.
Passarono quattro anni tranquilli, laboriosi. Ella lavorava dodici
ore al giorno presso la stiratrice; egli presso uno stabilimento del
suo mestiere di stagnaio. Guadagnavano insieme quasi nove franchi al
giorno; spendevano il puro necessario e accumulavano dei risparmi. Il
Coupeau non si dava altro svago fuori di quello d’una fumatina alla
finestra prima d’andare a letto; marito e moglie facevano una girata
ogni domenica nei pressi di _Saint Ouen_; ed era tutto. Una bimba
venuta dopo un anno cementava più solidamente la pace della famiglia e
rischiarava d’un nuovo raggio la loro vita.
I risparmi continuavano ad accumularsi. La Gervasia che già aveva
soddisfatto la sua ambizione di massaia comperando dei mobili di
mogano nuovi e perfino un orologio a pendolo da mettere sul marmo del
cassettone, ora non dormiva più pensando a una bottega di merciaiuola
in via della _Goute-d’Or_ che era sempre d’affittarsi. Avrebbe potuto
stabilirvi un amore di bottega da stiratrice, con delle ragazze ai
proprî ordini, con una larga clientela. I quattrini eran pronti;
il libretto della Cassa di risparmio stava riposto sotto la campana
di cristallo dell’orologio a pendolo. Il Coupeau, vedendo la smania
ch’ella ne aveva, la spingeva a decidersi combattendo le finte esitanze
di lei che, facendo e rifacendo i conti, pareva restasse ancora
incerta. Il fatto era che, se il marito si fosse opposto, _elle en
serait tombée malade_.
Ma il giorno in cui la Gervasia e il Coupeau dovevano andare a visitar
insieme il locale della bottega, ecco una terribile disgrazia! Egli
aveva terminato di saldare le ultime lastre di zinco sul tetto di una
casa nuova a tre piani, e stava per adattare un capitello ad una canna
da camino quando, nel voltarsi per ischerzare colla sua bimba che gli
gridava _papà!_ dalla strada, scivolò, s’imbrogliò, ruzzolò e cadde giù
dal tetto col sordo rumore d’un fagotto di panni! Gervasia diè un urlo,
istupidita, piangendo a stento.
Ella non volle permettere che suo marito fosse portato all’ospedale.
Lo curò in casa, e siccome la malattia fu lunga e la convalescenza più
lunga ancora, i risparmi del libretto sparirono. Ma il peggio fu che il
Coupeau, stato due mesi a letto bestemmiando e facendo arrabbiar tutti,
risanato non trovò più un gran gusto al lavoro. Era diventato parolaio,
filosofante. — Che mestiere! Passar la giornata, come un gatto, su
pei tetti, sempre col pericolo di fiaccarsi l’osso del collo, mentre
i borghesi se ne stanno in panciolle a scalducciarsi al fuoco! Bella
giustizia! Han paura di bagnarsi? O che vadano a saldarsi le lastre di
zinco da per loro! — La povera Gervasia lavorava per quattro, scusava
il marito, e gli metteva qualche franco in tasca perchè si svagasse
un pochino e si rinforzasse bene prima di riprendere il mestiere. Il
Coupeau andava attorno a veder lavorare gli altri, entrava in qualche
bettola, beveva un mezzo litro di vino, finchè un giorno, bevi di qua,
bevi di là, ritornò a casa, per la prima volta, _émeché_. La Gervasia
perchè i vicini non se ne accorgessero, chiuse l’uscio colla scusa
ch’ella aveva un gran mal di capo!
Il suo bel sogno della bottega da stiratora non si era però dileguato.
Ella calcolava, sommava, rifaceva il conto; ci volevano per lo meno
cinquecento franchi. Un giovine operaio, certo Goujet (onesto, buono,
laborioso, un cuor d’oro che amava segretamente la Gervasia) indovinato
perchè ella stesse così sovrappensiero, si offerse a prestarle la
somma occorrente; gliel’avrebbe resa in rate mensili di venti franchi
ciascuna. Alla Gervasia non parve vero. La bottega fu affittata. La
clientela non si fece aspettar troppo; il benessere affluì in casa
sua, e in men d’un anno ella ingrassava, prendeva un’andatura di
dolce lentezza, diventava un po’ ghiotta. Intanto il Coupeau fingeva
d’essersi rimesso al lavoro; ma, in verità, bazzicando tutto il santo
giorno con Mes-Bottes ed altri di simile risma, per le bettole e gli
spacci di bibite e di liquori, tornava a casa cotto, ogni sera, e si
metteva subito a letto. La Gervasia, felice del suo sogno avverato,
non badava molto ai conti. Gli arretrati col Goujet s’accumulavano. Le
mesate del fitto non erano più pagate con puntualità. Per soprammercato
ecco riapparire il Lantier. Lo avevano visto nelle vicinanze; ronzava
lì attorno: meditava qualche colpo! La Gervasia era atterrita. Le
pareva che il Coupeau già ne sapesse qualcosa e che la minacciasse
quando bestemmiava e dava dei pugni nel muro mentre, avvinazzato, si
spogliava per andare a letto.
Era un terrore infondato. Un giorno che la Gervasia dava il suo pranzo
di compleanno (un pranzo famoso; l’odore inondava il quartiere;
la gente si affollava sulla panchina per guardare; il fruttaiolo,
la trippaia del canto facevano l’acquolina e si leccavan le dita;
l’intiera via _crêvait d’indigestion_) quei giorno lo stesso Coupeau
introduce il Lantier in casa sua, stringendogli la mano, senza
accennare al passato, senza timori per l’avvenire. Dov’è stato il
Lantier tutti quegli anni? Di che è vissuto? Non si sa. Ma è ben
vestito, ha l’aria signorile, e parla a mezze frasi. Ha dei progetti!
Ha degli affari! Ed ecco che con la sua faccia tosta s’installa in casa
del Coupeau prendendo in affitto la stanzuccia dove la Gervasia teneva
i panni sudici, promettendo di pagare, non pagando mai, mangiando,
bevendo, spadroneggiando senza parere, togliendo ad imprestito dalla
cassa della Gervasia, aiutando così anzi accelerando il crollo di
quella povera casa. La Gervasia non aveva più la forza di lottare
contro la tentazione del Lantier. Il marito, ubbriaco fradicio un
giorno più che l’altro, la stomacava. Nei primi momenti d’auge, appena
istallata nella bottega, ella s’era consolata di quella triste realtà
con un po’ di luce serena che le scendeva nell’anima al sapersi voluta
bene, senza secondo fine, dal buon Groujet. Arrossiva pudicamente
sentendolo nominare; provava un gran piacere al vedersi amata
_pareillement à une sainte vierge_. Quella tenerezza savia, tranquilla
non avrebbe mai pensato _aux vilaines choses_! Ma il Coupeau diventava
più bestiale di settimana in settimana; gli affari andavano a rotta di
collo; la clientela, mal servita, si dileguava; il Lantier dominava in
casa di lei con una franchezza eguale alla mancanza d’ogni senso morale
del marito; ed ella soprafatta, istupidita, inorridita della rovina
che vedeva già arrivata dietro all’uscio, non si sentiva più forza per
resistere e lottare.
Una sera, rientrando sul tardi da un caffè ove era stata col Lantier,
trovò il Coupeau steso per terra, annegato in un mar di sconcezze che
il vino gli aveva fatto vomitare. «Il s’était vautré comme un porc,
une joue barbouillée, soufflant son haleine empestée par sa bouche
ouverte, balayant de ses cheveux déja gris la mare élargie autour de
sa tête.» Fu quello il momento che il Lantier scelse per vincerla.
Ma ella si dibatteva, pregava: la lasciasse andare; la bimba dormiva
lì accanto;... avrebbe potuto svegliarsi!... E cercava coll’occhio
il marito perchè la salvasse anche dalla fiacchezza della sua carne.
Il marito giaceva lì come morto, ruttando il suo vino. — _C’est sa
faute!_ balbettò la infelice! — E mentre il Lantier l’attirava nel
suo stanzino, dietro un cristallo dell’uscio appariva la testa della
Nana, la bimba della Gervasia, che si era svegliata al rumore. In
camicia, pallida dal sonno, diè un’occhiata a suo padre sdraiato in
mezzo al vomito, e poi zitta, col viso incollato al cristallo, stette
a guardare, tinche la veste di sua madre non sparve entro l’uscio del
bugigattolo del Lantier. «Elle était toute grave. Elle avait des grands
yeux d’enfant vicieuse, allumés d’une curiosité sensuelle.»
La catastrofe precipita. La Gervasia è costretta a cedere la bottega
diventata già un peso, e il Lantier rimane nella sua stanzuccia per
rifare colla nuova inquilina quel che aveva fatto colla Gervasia. Per
la famiglia Coupeau comincia allora una vita di miseria, di stenti, di
rancori, di bisticci, di letichii accompagnati da qualche calcio...
Il Coupeau, che si avvelenava all’_Assommoir_ del _Colombe_ con dei
litri di acquavite, ha i primi tocchi del _delirium tremens_. La
Gervasia, che da padrona di bottega era stata costretta a mettersi
operaia, si fa rimandare per la trascuratezza con che guasta la roba:
e per istordirsi, beve anch’essa; e per vivere, fa viaggiare quel
po’ rimasto in casa o al Monte di Pietà o dal rigattiere. Il Coupeau,
ricaduto parecchie volte, muore finalmente della sua terribile malattia
all’ospedale. La Gervasia, invecchiata, imbruttita innanzi tempo,
sudicia, stracciona, vive facendo i più vili servigi agli inquilini di
casa; va perfino a lavare il pavimento della bottega ch’era stata il
suo trono, pur di guadagnare qualche soldo. Poi, patendo il freddo,
la fame, ogni avvilimento, cacciata dalla misera catapecchia che non
può pagare, e alloggiata per carità in un sottoscala sur uno strame
di paglia, si consuma lentamente. Un giorno vien trovata morta e quasi
in putrefazione. — _Elle creva d’avachissement!_ — Fu la sua orazione
funebre! La portarono via colla bara dei poveri.
Ma questo è appena lo scheletro del libro dello Zola. I particolari
sono un miracolo d’osservazione, d’analisi, di potenza di stile.
Quel pranzo di nozze a un tanto per testa! E quella visita al Museo
e alla colonna Vendôme! E il battesimo! E il pranzo onomastico nella
bottega della Gervasia! E il terribile episodio della piccola Rosalia
di cui si è tanto parlato, cara figurina che insieme al bravo Goujet fa
penetrare un fil di luce, soave nella sua tristezza, su questo quadro
dalle vaste dimensioni e dalle tinte forti e violente!
L’impressione che si prova alla lettura è straordinaria davvero.
L’opera d’arte sparisce: rimane una sensazione immediata. Si vive
la vita di quella gente ci si sente viziare con essa. Giacchè il
_realismo_ dello Zola (diciamo pure questa brutta parola) non
è precisamente quale l’intendono i _realisti_ di progetto. Del
particolare, del colore, delle minuzie egli non si serve per uno scopo
puramente esteriore, ma soltanto perchè gli giovano a far penetrare
il lettore nell’intimo spirito dei suoi personaggi. Infatti non resta
indifferente, freddo o ironico e canzonatore come, per esempio,
il _Flaubert_ innanzi al soggetto del suo studio; anzi n’è tocco,
n’è commosso. La sensazione non rimane in lui al semplice stato di
sensazione, ma s’innalza, si purifica, diventa sentimento, poesia.
Poesia! Pare una parola fuori di proposito quando si parla dello Zola.
Eppure il sentimento elevato, quasi sdegnoso, che si sprigiona in ogni
pagina da quelle descrizioni inappuntabili per verità e per colorito,
da quell’analisi minuta, inesorabile, d’un’esattezza quasi scientifica;
questo sentimento, vero soffio di vita delle sue opere, è schietta e
profonda poesia.
Ed ecco perchè egli non indietreggia innanzi ad alcun spettacolo della
vita, di qualunque natura esso sia; ecco perchè lo vediamo egualmente
commosso, della bella, della nobile commozione artistica, tanto
innanzi l’incesto di Renata (_La Curée_), quanto innanzi il misticismo
cattolico di Sergio (_La faute de l’Abbé Mouret_), soggetti i più
disparati che si possano imaginare; ecco, in ultimo, perchè in questo
_Assommoir_ ha cercato (e trovato, e non era facile impresa) la frase
viva, cruda, imaginosa, quasi impudente dell’operaio, e perchè si è
vantato di aver dato al suo libro l’_odor di popolo_! Ma la folla non
bada a queste distinzioni e mette in un fascio lo Zola, il Flaubert, lo
Champfleury; intendo dire la folla dei critici, specialmente fra noi.
Giacchè in quanto alla folla dei lettori, nemmeno quest’_Assommoir_
è un libro che possa, letterariamente, venir gustato da loro.
L’eccellenza della forma rendendolo un’opera d’arte elevata, lo riduce
nello stesso tempo un lavoro destinato alla più eletta aristocrazia
intellettuale. L’arte, checchè se ne voglia dire, è roba assolutamente
aristocratica.
11 Marzo 1877.
II.
_Une Page d’Amour._[5]
Elena Mouret e sua figlia, la piccola Giovanna, appartengono alla
famiglia dei _Rougon-Macquart_, famiglia tragica che lo Zola ha
incaricato di dipingerci la storia del secondo impero. L’ambiente di
questo nuovo episodio (l’ottavo) è la borghesia parigina. C’è in tutto
il volume un silenzio raccolto, una calma che dopo le terribili scene
della _Curée_ e dell’_Assommoir_ sembra fin troppa. Le stesse passioni,
anche lì dove il turbamento attacca i sensi, non hanno nulla che
rassomigli neanche dalla lontana ai furori della Renata nella _Curée_,
o alle indolenti rilassatezze della Gervasia nell’_Assommoir_. Elena
Mouret cede, quasi inconscia, ad un’ebbrezza passaggiera. Trascorso
quel momento fatale, ella non saprà rendersi ragione della sua
debolezza e rammenterà i tre anni da lei vissuti in una stanza della
via Vineuse come il passato di un’altra persona, la condotta della
quale le ispirasse sorpresa e disprezzo.
E coll’ambiente, è anche mutata l’intensità dell’influenza ereditaria,
la chiave del vasto edifizio dei _Rougon-Macquart_. In Elena è
accaduta la rassomiglianza fisica del padre e quella che i fisiologi
chiamano l’_elezione paterna_ pel carattere. La nevrosi originaria, che
inficierà tutta la razza da Adelaide Fouqué a Carlo Rougon, è stata
provvisoriamente attenuata per le mescolanze avvenute col Macquart
e col Mouret. Ed ho detto provvisoriamente perchè nella piccola
Giovanna abbiamo già il caso d’una _eredità di ritorno_. L’eccessiva
sensibilità di questa bimba d’otto anni, senza tali precedenti, sarebbe
proprio inesplicabile. Quando si sa e si tiene a mente che la sua
strana gelosia per l’affetto della mamma è un vero caso patologico, il
carattere di quella piccina, stavo per dire isterica innanzi tempo, non
solamente non sorprende ma diventa interessantissimo.
Non si meravigli il lettore di tutto questo tecnicismo fisiologico; i
_Rougon-Macquart_ sono un trattato di fisiologia in azione. L’autore
lo ha annunziato con la più esplicita chiarezza sin dal primo volume:
«Io voglio spiegare come una famiglia, un piccolo gruppo di esseri
si comporti in una società, svolgendosi per dar vita a dieci, a venti
individui che sembrino, a prima vista, profondamente differenti, ma che
l’analisi scopre legati intimamente gli uni agli altri.... La famiglia
che mi propongo di studiare ha per caratteristica gli strabocchevoli
appetiti, il largo ribollire dell’età nostra avida di godimenti
materiali. Fisiologicamente, essa è la lenta successione d’accidenti
nervosi e sanguigni, che sviluppansi in una razza in seguito ad
una prima lesione organica, e determinano, secondo gli ambienti, i
sentimenti, i desiderî, le passioni, tutte le manifestazioni umane,
naturali ed istintive, i prodotti delle quali prendono i nomi convenuti
di virtù e di vizio.»
Par di leggere l’introduzione d’una monografia scientifica, o una
delle rigide prefazioni del Taine dove la razza, l’ambiente, il
momento storico, ecc., formano un sistema di critica che porta nello
studio delle cose letterarie il metodo d’investigazione delle scienze
naturali.
Questo infiltrarsi dell’elemento scientifico nell’opera d’arte è un
vero _segno del tempo_. L’arte tende a ritemprarsi, a rinnovellarsi per
mezzo della osservazione diretta e coscienziosa. Il difficile sta nel
mantenere la giustezza delle proporzioni fra gli elementi della scienza
e quelli della fantasia, in guisa che la libera natura dell’arte non
ne sia tarpata, e il processo della creazione artistica si sottometta
a tutte le esigenze del metodo positivo. Bisogna confessarlo: l’arte,
in questo connubio, ha perduto qualcosa della sua fresca e virginea
spontaneità. Ha già un’aria severa, quasi trista. Non può presagirsene
nulla che rassicuri per la sua esistenza nell’avvenire.
La cosa non è di data molto recente. Il Balzac, nella sua celebre
prefazione alla _Comédie humaine_, ne diede il primo accenno sin
dal 1842. Il suo immenso lavoro doveva essere un saggio della
futura _storia naturale dell’uomo_. Ma questo concetto che, per la
sua vastità, presentava qualcosa d’indeterminato, nei particolari
dell’opera avvertivasi appena. Tutti quei romanzi legati poi insieme
sotto il gran titolo di _Comédie humaine_, dapprima erano stati scritti
senza nessuna preoccupazione di un metodo scientifico qualunque. Unica
cura dell’autore era stata il soffiare nel personaggio e nell’azione
lo _spiraculum vitae_, il far _concurrence_, com’egli diceva, _à l’état
civil_; il resto diventava un mezzo per raggiungere più facilmente quel
supremo scopo dell’arte.
Nello Zola, che discende in linea retta dal Balzac, passando alcun poco
pei fratelli De Goncourt, la teorica scientifica si annunzia con tutta
la precisione del vocabolo tecnico. E quasi non sentisse tranquilla la
sua coscienza di scrittore nemmeno dopo la così esplicita dichiarazione
citata, eccolo con una Nota messa in testa a questa _Page d’amour_
e coll’albero genealogico dei _Rougon-Macquart_ ad affermare più
risolutamente il vero carattere del suo lavoro.
I _Rougon-Macquart_ saranno, innanzi tutto, quello che vogliono
essere, un’opera d’arte, un vero monumento che, meno vasto della
_Comédie humaine_, avrà su questa il pregio d’una più rigorosa
unità di concetto; e il valore dell’esecuzione certamente non se ne
rimarrà inferiore all’idea scientifica che ne forma l’ossatura. I
criteri dunque coi quali i _Rougon-Macquart_ vanno giudicati sia nei
particolari, sia nel loro insieme debbono esser precipuamente dei
criterî d’arte. Però non è possibile tagliare in due un’opera d’arte
e mettere da un canto la forma e dall’altro il concetto, specie poi
in un lavoro grandioso e complesso dove la creazione artistica, per
decisa volontà dell’autore, è perfettamente subordinata al concetto
fisiologico dell’_eredità naturale_.
Infatti, fuor della cerchia dei _Rougon-Macquart_, questa _Page
d’amour_ non avrebbe quasi ragion di essere o dovrebbe essere
altrimenti. Parrebbe un capriccio, una bizzaria d’artista per provare
una volta di più che l’ingegno, colla prepotenza della forma, può
riuscire a rendere accettabili anche le cose più assurde. Nell’insieme
dei _Rougon-Macquart_ essa diventa una nota che non era lecito di
sopprimere.
Questa _storia naturale e sociale di una famiglia sotto il secondo
impero_ si comporrà di venti volumi dei quali otto soltanto hanno visto
la luce. L’albero genealogico dà il filo per raggirarsi con facilità in
mezzo al labirinto di tante azioni e di tanti personaggi, e delinea il
cómpito che ancor rimane allo scrittore. Con esso si scorge chiaramente
l’intima ragione dei caratteri finora studiati, e il grado da essi
occupato nella grande scala ereditaria, e il perchè della maggiore o
minore loro importanza nell’azione di ciascun romanzo. Dei caratteri
da studiare già s’indovinano all’ingrosso i principali lineamenti.
Dagli uni e dagli altri ricavasi tanto da misurare con anticipazione
il complicato disegno che l’autore segue strettamente. «Il est, egli
scrive, en même temps, ma force et mon régulateur.»
Sono state mosse all’autore molte obbiezioni su di esso. Gli si è
detto: Volete voi fare un lavoro scientifico? Ma qual valore possono
avere le vostre deduzioni se fondansi sopra fatti che sono soltanto una
realtà nella vostra immaginazione? Obiezione, in verità, più speciosa
che solida. La legge dell’eredità naturale non è inventata dallo Zola.
Si trova nettamente formulata in moltissimi volumi di solida scienza
che il dottor Lucas ha riassunto nel suo famoso libro sull’_Hérédité
naturelle_. Le varie modificazioni organiche o spirituali di diverse
razze sono state studiate con la scrupolosa esattezza della moderna
scuola fisiologica, e i fatti sono risultati così abbondanti che se n’è
già ricavata una _legge_.
Che accade nella natura? Data una lesione organica nel sistema nervoso
o nel sanguigno, date queste o quelle circostanze che ne attenuiscano,
ne sviluppino, ne sviino il processo, le conseguenze sono inevitabili,
infallibili: si potrebbero prevedere, se fosse possibile stabilire
anticipatamente l’ambiente entro cui dovrebbe raggirarsi un individuo.
L’importante, l’incontestabile è la _fatalità della legge ereditaria_.
Ammessa questa, il compito dell’artista diventa meno arduo e meno
illusorio di quel che sembri a prima vista.
I germi ereditarî inoculati in un organismo si sviluppano (e possono
anche non svilupparsi) a seconda dell’intensità della loro forza
e delle varie circostanze fra le quali esso può vivere e crescere.
Quando le circostanze sono favorevoli, il resultato non fallisce.
Anzi, allorchè la virtù germogliativa del male ereditario è molto
forte, le più piccole circostanze sono sufficienti per favorirne il
rapidissimo svolgimento. Nella vita reale la legge ereditaria spesso
vien attraversata dall’accidente; o vi si attua a sbalzi; o non compie
sempre il suo processo. In questo caso è innegabile la superiorità
dell’arte. Raccogliendo attorno ad un individuo tutte le possibili
circostanze per produrre inesorabilmente lo scoppio della forza
fatale dell’eredità, l’arte non mentisce rimpetto alla scienza. La sua
_possibilità_ diventa quasi più vera della stessa _realtà_. Eliminando
il cieco accidente, creando una serie di circostanze simili a quelle
che in altri _casi reali_ hanno prodotto questo o quel resultato,
l’arte raddoppia di valore; acquista un valore scientifico.
L’albero genealogico dei _Rougon-Macquart_ si è uniformato alle
esigenze della scienza con straordinaria severità. La _nevrosi
originaria_ d’Adelaide Fouqué, a seconda degli ambienti, della
mescolanza e della fusione d’altri elementi (i Macquart e i Mouret),
prende tutti gli aspetti possibili di rassomiglianze fisiche o morali,
di salti di generazioni, di equilibrî, di saldature che la scienza ha
constatato in migliaia di casi.
La pazzia della Fouqué riappare in Marta Rougon (_La Conquête de
Plassans_) sotto l’aspetto di esaltazione mistica che finisce colla
tisi, col delirio e colla morte. Saltando due generazioni, torna a
riapparire nella piccola Giovanna Grandjean, sotto la l’orma d’un
precoce esaltamento nervoso, che termina anch’esso colla tisi e
la morte (_Une page d’amour_). Col Macquart entra nella famiglia
l’eredità dell’ubbriachezza e del vizio; fa le prime prove in Gervasia
(_L’Assommoir_) si ripresenterà sotto l’aspetto d’isterismo in Nana, la
figlia di Gervasia che abbiamo un po’ conosciuta; e in forma di pazzia
omicida in uno dei figli che la Gervasia ebbe dal Lantier (episodio
ancora inedito). Finalmente la nevrosi originaria assumerà la forma
di _genio_ nel pittore Claudio Lantier, l’altro figlio della Gervasia,
che ha già fatto una breve apparizione nelle prime pagine del _Ventre
de Paris_ (episodio anch’esso inedito). Marta, Gervasia, la piccola
Grandjean sono state poste nell’ambiente più scientifico mai ideato
da un artista. Ammesso che le particolarità dei romanzi potessero
ripetersi esattamente nella vita reale, il resultato sarebbe preciso
quale è stato dipinto dall’autore con mano sicura ed ardita.
Come vittoriosa obiezione contro il suo sistema scientifico è stato
detto allo Zola: Ma i vostri personaggi più importanti, Silverio della
_Fortune des Rougon_, l’abbate Faujas e sua madre della _Conquête de
Plassans_, Renata della _Curée_, non hanno nulla che fare coll’eredità
naturale, e sono dei caratteri di prim’ordine![6] — Ma forse l’autore
aveva promesso che i personaggi della famiglia _Rougon-Macquart_
terrebbero assolutamente un posto principale nell’azione dei suoi
romanzi? Il sistema scientifico richiedeva soltanto ch’essi fossero
al loro posto; e nessuno, mi sembra, potrà provare che non ci siano.
Silverio (il Topin si inganna) è un figlio dell’Orsola Macquart ed
entra direttamente nella cerchia del sistema; l’abbate Faujas è la
causa efficiente dell’esaltazione religiosa della Marta; Renata è
la causa efficiente dello sviluppo del fiacco carattere di Massimo.
L’artista non ha voluto presentare soltanto dei personaggi nudi,
stecchiti, diseccati per servire ad un’esposizione da museo. Ha voluto
darci tutta la ricchezza del mondo ove i suoi personaggi vivono,
s’appassionano, agiscono; e in questo egli ha fatto bene di rammentarsi
unicamente della sua precipua, della sua essenziale qualità di
artista, alla quale già dobbiamo due capolavori: _Le Ventre de Paris_ e
l’_Assommoir_.
È ridicolo il credere che lo Zola voglia dare al carattere scientifico
del suo lavoro un’importanza maggiore di quella che gli se ne può
accordare in un’opera d’arte. S’egli insiste sul concetto scientifico,
lo fa per non venir frainteso (precauzione che non gli è valsa); lo fa
perchè spesso è il concetto scientifico quello che può somministrare
il giusto criterio con cui giudicare esattamente un avvenimento o un
carattere. Concesso anche che lo Zola su questo punto esageri un poco,
tale esagerazione si trasforma in un solido pregio del suo lavoro.
Scrittore che ha dell’arte un’idea nobilissima, la convinzione di
fare nello stesso tempo un lavoro d’arte e di scienza, lo porta a dare
alle proprie creazioni la minuta e meticolosa esattezza d’uno studio
scientifico. Ed ecco perchè lo vediamo rimpetto al suo tema compreso di
una severa imparzialità che i così detti _realisti_ non sanno nemmeno
ideare. Coupeau che rece e si rivolta nel brago della sua ubriachezza;
l’abate Mouret che dice la messa e si esalta in estasi mistiche innanzi
alla statuina della Madonna; l’Elena di questa _Page d’amour_ che
assiste alle sacre funzioni del mese di Maria, per lui, innanzi tutto,
sono dei fatti da osservare e da studiare; e la sua prima cura è di
renderli tali o quali essi dovettero, o avrebbero dovuto esistere in
rapporto a loro medesimi ed agli altri personaggi. La stessa eccessiva
compiacenza dello scrittore nelle lunghe descrizioni, è la conseguenza
(non sempre giusta) del suo scrupolo di scienziato. Non difendo, ma
spiego.
Il _realismo_ del Zola è assai ben diverso da quello che una certa
scuola si sbraccia a predicare in Italia, dando così buono in mano
agli strilloni della morale nell’arte. Lo Zola non cerca le nudità
ad ogni costo, non se ne compiace. Ma quando il suo soggetto gliele
presenta, non volge gli occhi a terra e non li chiude per non
vedere. Anche qui, principalmente, è il suo concetto scientifico
che gl’impedisce di esser _prude_. Si confrontino però due identiche
situazioni nella _Curée_ e nella _Page d’amour_. Ecco due donne che
cedono in un momento di abbandono preparato di lunga mano da un seguito
incalzante di circostanze: Renata a Massimo nello stanzino riserbato
del caffè Riche; Elena Mouret al dottor Deberle nella stanza della via
Raynouard, ove un’imprudenza l’ha condotta. Che differenza di tinte e
d’intonazione! «Derrière eux l’autre rideau de la portière s’échappa de
son embrasse!» Egli lascia cadere un velo su quest’ultima scena! Tutti
ricordano l’inesorabile nudità della scena dell’incesto al caffè Riche.
Il _realismo_, inteso a questo modo, ha un senso: è un processo. I
campioni della morale avranno un bel dire, ma non riusciranno a fargli
fare un sol passo indietro. Inteso nel modo che mostrano di propugnarlo
a parole ed a fatti molti fanatici tra noi, sarà _artifizio_ (per non
dir altro), ma arte no davvero!
La _Page d’amour_ non ha suscitato le strida, gli urli, le maledizioni
che certi critici cacciarono fuori contro le terribili pitture
dell’_Assommoir_. «Une oeuvre intime et de demi-teinte» per confessione
dell’autore! Eh, via! Non c’era da emettere nessun _grido_, non c’era
da arrossire per conto delle pudiche lettrici e dei lettori di fibra
delicata. Si può dire che quei signori abbiano tenuto broncio allo Zola
per aver tolto ad essi il pretesto (e l’aspettavano!) di sciorinare al
sole le tante frasi bell’e fatte contro il _realismo_ e i suoi fautori!
Un’occasione mancata! Datevi pace, signori! Potrete rifarvene fra otto
o dieci mesi quando apparirà in pubblico il vizio in persona, _Nana_!
20 Giugno 1878.
V.
E. DE GONCOURT[7] e JEAN LA RUE.[8]
I.
Il libro di Edmondo De Goncourt lascia nel cuore un profondo sentimento
di tristezza. Leggendo la storia dei due fratelli acrobati non si può
fare a meno di pensare a due altri fratelli, veri acrobati letterarî,
la collaborazione dei quali sarà uno dei più curiosi fatti della
moderna letteratura francese. La morte ha separato questi due esseri
che pensarono, sentirono e scrissero com’una persona sola. I libri
pubblicati dal fratello superstite _La Fille Elisa_ e questi _Frères
Zemganno_, hanno talmente le stesse qualità di forma, di stile e di
concezione, gli stessi difetti d’eccesso di colorito, di ricercatezza
e d’affettazione di quelli precedentemente scritti insieme al fratello
morto, che riesce quasi impossibile il misurare la parte che spetta
all’uno ed all’altro in lavori d’arte come la _Germinie Lacerteux_
(predecessora dell’_Assommoir_), la _Manette Salomon_, la _Renée
Mauperin_ e la _Soeur Philomène_.
La storia dei fratelli Zemganno è di una semplicità straordinaria.
«J’ai fai cette fois de l’imagination dans du rêve mêlé à du souvenir»
dice l’autore; e aggiunge d’essersi trovato in una di quelle ore della
vita nelle quali ci si sente invecchiati, ammalati, vigliacchi nella
lotta terribile col lavoro della creazione artistica; in una condizione
di spirito in cui la verità troppo vera era antipatica anche a lui che
su tal conto non ha mai provato scrupoli di sorta. I _Frères Zemganno_
sono il frutto di questa prostrazione d’animo che si comunica al
lettore.
L’autore ha tentato di contornare il suo _rêve_ di tutti i particolari
della realtà. La vita nomade della compagnia diretta dal signor Tommaso
Bescapè (un italiano che ha fatto mille mestieri in tutte le parti
del mondo) è descritta con cura minuta, e ci fa proprio vivere entro
quell’ambiente di miseria, di stoicismo, di corruzione e di allegria
spensierata ove Gianni e Nello entrano nell’_arte_ come nel loro
vitale elemento. I ritratti sfilano uno appresso all’altro finamente
dipinti: — la bella testa della zingara Steucha colla sua folta chioma
di capelli neri o ricciuti, il viso d’un ovale delicato e soave, gli
occhi scintillanti fiammelle elettriche; creatura rimasta orientale e
quasi in dormiveglia in mezzo al gran chiasso della civiltà europea;
— l’_Ercole_ della compagnia dai movimenti da poltrone, o dal viso di
perpetuo affamato; essere in embrione, con degli occhi che parevano
_colati_ fra palpebre mal disegnate, con un naso formato da un pezzo di
carne schiacciato e appiccicato lì, con una bocca da scambiarsi per un
veggione slabbrato e la carnagione d’un bigio sudicio; — il trombone,
l’amico della cagnetta della compagnia, «dont la personalité était
faite de l’absence de chemises, et de vetêments où il y avait encore
plus de graisse que de laine feutrisé, et de souliers dont les semelles
disjointes et traversée de gros clous lui donnaient l’air de marcher
sou des mâchoirs de requins entrebâillés,» un uomo felice fra tanta
miseria; — la _Talochée_, la vecchia cuciniera, il corpo grinzoso della
quale raccontava «les misères, les souffrances, les fringales, les
refroidissements, les coups de soleil, les courbatures de la femme avec
un passé de jeune fille ou l’eau-de-vie avait bien souvent remplacé le
pain manquant»; — e poi tante piccole macchiette, e poi il ritratto
in piedi della cavallerizza del circolo, l’americana Tompkins che
l’autore accarezza con tutte le seduzioni del suo pennello. La scena
varia spesso, prima ad ogni stazione della compagnia ambulante, poi da
un circo di Londra e di Manchester a un circo di Parigi; dal chiasso
luminoso delle rappresentazioni equestri e ginnastiche, alla modesta
abitazione ove i due fratelli covano amorosamente il sogno della loro
ambizione di artisti, una trovata acrobatica.
Ma il lettore non si lascia illudere o meglio l’autore non ha
intenzione d’illuderlo neppure un momento. Il suo libro è come un
quadro trasparente. Dietro le smaglianti figure che si muovono sul
davanti appariscon le figure velate, sfumate, la vera realtà del suo
pensiero d’autore. Quei due fratelli acrobati materiali fanno pensare a
quegli altri due cercatori di nuovi _tours de force_ di forma, di stile
e di concetti artistici da presentare all’avida curiosità d’un pubblico
appassionato, aristocratico, ghiotto delle leccornie raffinate della
parola e del romanzo. Le ansie di Gianni nella ricerca del suo _tour_,
la gioia febbrile quando credeva d’aver raggiunto la realizzazione del
suo sogno, i subiti scoraggiamenti quando trovavasi d’un colpo innanzi
ad uno di quegl’imprevisti ostacoli che paiono chiuderci brutalmente
sul viso la porta dell’avvenire, e quel silenzioso corrispondere
dell’anima di Nello a tutti i passaggi più impercettibili dell’anima
del fratello maggiore, sono rivelazioni d’ansie, di gioie, di
scoraggiamenti, di corrispondenze di sentimenti e di pensieri accaduti
in regioni più nobili e in lotte più spirituali che quelle provate
nella ricerca di un _tour de force_ da acrobata.
«I due fratelli non s’amavano soltanto, ma erano stretti l’uno
all’altro da mistici legami, da giunture fisiche, dagli atomi uncinati
della loro natura gemella, benchè fossero differentissimi d’età, e di
caratteri diametralmente diversi. I loro primi movimenti istintivi
erano proprio identici. Provavano delle simpatie e delle antipatie
egualmente improvvise, e uscendo da un posto portavano via dalle
persone che v’avevano viste la stessissima impressione. Nè soltanto
gli individui, ma anche le cose coll’irragionevole perchè delle
loro attrattive o delle loro ripugnanze parlavano per tutti e due il
medesimo linguaggio. Finalmente, le idee, queste creazioni del cervello
che nascono così bizzarramente e che ci sorprendono spesso col _non si
sa come_ del loro apparire, le idee ordinariamente così poco simultanee
e così poco parallele nei legami di cuore tra uomo e donna, le idee
nascevano in comune tra i due fratelli; talchè sovente dopo un po’ di
silenzio, essi si voltavano l’uno verso l’altro per dirsi la stessa
cosa, senza potere spiegarsi quel singolar caso di trovare sulle due
bocche due frasi che ne formavano una... Il loro lavoro era tanto e
così confuso, i loro _esercizî_ talmente mescolati l’uno coll’altro, e
quel ch’essi facevano sembrava così poco appartenere a ciascun di loro
in particolare, che le acclamazioni s’indirizzavano sempre a tutti e
due (_à l’association_), e nessuno separava la coppia negli elogi o nel
biasimo. Così quei due fratelli erano giunti ad avere insieme (fatto
quasi unico nella storia delle amicizie umane) un amor proprio, una
vanità, ed un orgoglio che venivano accarezzati o feriti nello stesso
momento in tutt’e due.»
È la pagina più trasparente.
L’autore riprende subito la sua pretesa realtà, il suo preteso _rêve_
e vi mescola i suoi ricordi in maniera che è proprio impossibile
distrigare questi da quelli. Coloro che si attendevano delle
rivelazioni sono rimasti delusi. Ma c’è intanto l’accento, c’è un
che di vago, di sfumato che accresce la poesia di questo lavoro e gli
dà un’impronta elevata. E quando il povero Nello si spezza le gambe
nell’eseguire la prima volta il gran _tour_ trovato dal fratello, e
la loro esistenza artistica vien chiusa, un sentimento di tristezza
c’invade il cuore. Quelle ultime pagine paiono bagnate di lagrime:
i periodi brevi e nervosi hanno qualcosa del singhiozzo. Si direbbe
che il fratello superstite senta venire dalla tomba una voce di
rimprovero. Con che animo può egli tentar di nuovo le lotte dell’arte
ora che l’altro non è più? Il morto è geloso, il morto è un egoista
inesorabile. Nello, ridotto impotente agli esercizi ginnastici, non
può soffrire lo scricchiolìo degli anelli del trapezio su cui Gianni
dà sfogo alla sua inerzia forzata. In quest’amara invidia dello storpio
c’è come un’eco di quella voce segreta (rimpianto, o delicato rimorso)
che deve certamente rattristare le ore di studio d’una assistenza
abituata a sentire, a imaginare e a pensare sempre in due. Quante volte
il fratello superstite non si sarà visto affacciare nel consapevole
studio la pallida figura del suo caro estinto allo stesso modo che
accade nell’ultima scena del romanzo!
Una notte Nello si sveglia. Non sentendo la respirazione di suo
fratello, pieno delle irragionevoli paure che ci assalgono nelle ore
notturne, lo chiama più volte, ma invano. Allora salta giù dal letto, e
senza prender le grucce, aggrappandosi ai mobili, strascinandosi, va a
trovare tastoni il letto di Gianni. Gianni non c’era.
Un lampo di sospetto gli traversa la mente. Strisciando, strascicando
sulle mani e sui ginocchi, scende giù, nella bottega del falegname
tolta in affitto prima della disgrazia; l’uscio era socchiuso: Gianni
s’esercitava sul trapezio al lume d’un mozzicone di candela posato
per terra. Nello, entrato non visto, stette un po’ ad osservare gli
agili voli del fratello, e pensando che questi non avrebbe mai saputo
rinunziare alla vita del Circo, scoppiò in singhiozzi strazianti.
Gianni s’arrestò sorpreso, poi staccò il trapezio, lo lanciò in istrada
rompendo i vetri della finestra, corse da suo fratello e lo sollevò
stringendolo al petto.
«Et tous deux, dans les bras l’un de l’autre, se mirent à pleurer
longtemps, sans dire une parole.
«Puis l’aîné, jetant un regard qui enveloppa toutes les choses de
son métier et leur dit adieu dans un renoncement suprème, s’écria:...
Enfant, embrasse moi..., les frères Zemganno sont mort... il n’y a plus
ici que deux racleurs de violon... et qui maintenant en joureront... le
derrière sur des chaises.»
II.
E poichè quest’impasto d’imaginazione, di sogno e di ricordi autorizza
a fare tutte le supposizioni, e tutte le interpretazioni possibili, io
cerco a qual _tour de force_ letteraria era rivolto l’animo dei due De
Goncourt quando la loro collaborazione ferveva nella più irrequieta
attività. Quello che ci vien rivelato in questo volume è un accenno
involontario? Mi piace supporlo.
Nella prefazione ai _Frères Zemganno_ l’autore comincia dal dichiarare
che l’_Assommoir_ e la _Germinie Lacerteux_ non sono altro che dei
brillanti combattimenti d’avanguardia del naturalismo, del realismo,
per servirmi _du mot bête, du mot drapeau_ com’egli lo chiama. La gran
battaglia della nuova scuola sarà data il giorno che un ingegno potente
adopererà l’analisi positiva «per decifrare colla _scrittura artistica_
ciò che è elevato, ciò che è gentile, ciò che ha buon odore, e anche
per dare gli aspetti e i profili degli esseri raffinati e delle cose
ricche.»
Tentar questo studio da naturalista sull’alta società francese,
decomporre colla chimica dell’arte tutte le gradazioni, tutte le
mezze tinte, tutti quei piccoli nonnulla, quei nonnulla civettuoli
e neutri che formano il carattere dello spirito e delle toelette di
una parigina, ecco forse il gran _tour de force_ letterario che i
due fratelli sognavano, e pel quale avevano già ammassato tutti gli
elementi delicati e fuggevoli. Ma la morte è venuta a sparpagliare
i loro fogli, a dimezzare la loro attività. Il superstite non ha più
fiducia nelle sue forze, come quando erano in due. Si sente vecchio,
abbattuto e svela il suo segreto per chi vorrà riprendere con la forza
e col coraggio necessarî questa battaglia finale contro il classicismo
idealista. «Le succès du réalisme est là, soulement là et non plus
dans le _canaille littéraire_ épuisé à l’heure qu’il est, par leurs
devanciers.» (È una frecciata alle _Madames Beccart_ ed alle _Soeurs
Vastard_ dell’estrema sinistra del realismo francese.)
Ma _Germinie Lacerteux_? Ah! ecco una legittimazione che vale per
tutti, anche per noi piccoli e slombati fantaccini dell’arte moderna.
L’uomo e la donna del popolo, l’uomo della bassa borghesia ha
dell’animale, del selvaggio; è più dappresso alla natura. L’organismo
del suo sentimento, l’embrione dell’organismo del suo spirito sono
di un’estrema semplicità e possono afferrarsi facilmente. Di mano
in mano che la scala sociale s’eleva, le complicazioni aumentano e
le difficoltà dello studio diventano maggiori. Gli agenti esterni ed
interni che servono alla formazione d’un carattere s’intrecciano, si
avviluppano con inattese relazioni: l’individualità è più spiccata, le
differenze più notevoli, e ogni persona diventa un originale che non
si riproduce più. In cima alla scala sociale le differenze dall’uomo
del popolo sono così enormi che può dirsi addirittura si tratti non
di un’altra razza, ma di un’altra umanità. Questa cima è dove tutti
gli elementi della coltura moderna hanno la loro sviluppata funzione
normale.
La predilezione dei moderni per la parte più animalesca, per la
passione sensuale del fondiglio umano proviene dunque un po’ dalla
difficoltà che l’artista incontra per via quando vuol inoltrarsi in
un ambiente più elevato; un po’ (e questo è un mio parere) da una
legge fatale che regola il processo dell’arte come il processo della
Natura. Si va dal più materiale al più spirituale, allo stesso modo
che da una forma più semplice e inferiore ad una forma più ricca e
superiore. L’arte moderna tenta la sua via, procede riguardosa; è il
suo metodo scientifico che le impone d’inoltrarsi con mille cautele.
Ma le prime esperienze oramai sono un trionfo. Gli strilli delle oche
del classico Campidoglio non salveranno nulla. L’arte è trasformata,
è peggiorata, se così piace; è corrotta anzi; chi lo nega? I suoi
primitivi elementi, imaginazione e sentimento, si sono già mescolati
ai nuovi elementi della riflessione scientifica. Ma è l’arte quale può
esistere al giorno d’oggi entro quest’atmosfera positiva, avvelenata (è
la frase sacramentale) da miasmi d’analisi e di scettiche curiosità.
— Non è l’arte antica! Non è la grand’arte! — Lo sappiamo benissimo.
Perchè non rimpiangerò che noi italiani, anzi, che noi europei del 1879
non si sia più gli europei di tre, di quattro secoli fa, medio-evo,
risorgimento, o anche semplicemente secolo XVIII? Non si capisce in che
maniera quel che non s’osa desiderare per la storia dell’umanità possa
invece volersi per la storia dell’arte. Come se l’arte fosse fuori
dell’umanità! Come se l’arte non fosse l’umanità che riproduce in forma
immortale i diversi momenti della sua divina esistenza!
L’arte si è trasformata, o per dire più esattamente ha trasformato
il suo metodo. Anche quando è esteriore, come nella _Germinie
Lacerteux_, come nell’_Assommoir_, è intanto più intima della più
intima arte antica. Il suo occhio è armato del microscopio, la sua
mano del bisturino dell’anatomista e del disseccatore. Restar arte,
cioè infondere la vita alle sue creature nello stesso tempo che le
disarticola e le scompone con spietata e serena freddezza, ecco l’arduo
problema che deve risolvere ad ogni momento la vera arte moderna.
La ricerca, che par capricciosa, dell’eccezione dei suoi soggetti è
un’antica necessità che il metodo analitico odierno rende soltanto
più appariscente, quasi fosse cosa nuova. Non è solo da oggi che
l’arte va in busca di eccezioni. Tutta la storia delle sue più
splendide creazioni è una storia non interrotta d’eccezioni, una più
grande dell’altra. La differenza sta in questo: una volta la scelta
veniva fatta quas’inconsapevolmente; oggi la eccezione è ricercata
di proposito. Coloro che se ne meravigliano, ignorano certamente che
significhi un’eccezione.
Carattere eccezionale (nel romanzo si tratta di caratteri) è quello
dove tutte o quasi tutte le forze naturali chiuse in germe dentro
d’esso si son potute sviluppare con una larghezza e con una ricchezza
che le mille influenze sociali consentono di rado. Ordinariamente un
germe prende il sopravvento e aduggisce gli altri colla sua rapida
crescenza. Poi le circostanze propizie vengono meno: gli altri germi
o non si svegliano o crescono su rachitici, intristiscono, muoiono
assai prima del tempo; e il carattere comune, volgare si strascica
a questo modo lungo la vita, ingombrando la famiglia, la città, la
nazione, diventando la forza bruta e brutale che contrasta e combatte
l’eccezione, quasi fosse venuta fuori per negarlo e per farsi beffa
di lui. Ma quello che pel volgo è unicamente una stranezza o una
mattezza, per l’artista, per lo scienziato (che oggi sono sul punto
di confondersi in uno) diventa un _caso_ artistico o scientifico
di grande importanza. C’è in esso del rigoglio, dell’esuberanza di
forze e di vitalità; c’è un accidentale ma fortunato accumulo di
_casi_ sparpagliati, disposti in riscontro e quasi in lotta tra loro;
raziocinî che la vita comune non architetta mai; conseguenze che il
carattere volgare non saprebbe tirar fuori nemmeno a provarcisi mille
anni; errori, colpe, illogicità di sentimenti e di passioni che per
l’arte e per la scienza hanno un immenso valore. E siccome l’arte
è creazione più elevata della creazione naturale, così l’eccezione
artistica riesce più ricca, dirò anche più facilmente scientifica.
Giacchè spesso l’artista per produrre l’effetto voluto, non deve far
altro che esagerare certe proporzioni, e l’eccezione (uno dei caratteri
naturali e primordiali dall’arte) vien tosto alla luce. Bisogna essere
molto superficiali per non capirlo.
Ma se l’eccezione sarà sempre uno dei più grandi elementi dell’arte,
non persisterà questa ricerca del basso, del brutto, del deforme
fisico o morale che ora ci attrae tutti, grandi e piccini. Quando il
romanzo moderno avrà il polso più franco e l’occhio più esercitato,
i fondiglioli umani saranno abbandonati alle indiscrete compiacenze
dell’arte inferiore; e tutti, grandi e piccini, saremo presi dalla
smania dell’aria pura, delle passioni elevate, dei vizî più spirituali
ma non meno terribili di questi d’ora, delle virtù più generose e
certamente più consolanti, delle passioni più raffinate e non meno
umane e drammatiche. Intanto, durante l’attesa, durante le prove e
gli studî, leviamoci il cappello e salutiamo riverenti l’arte moderna
nelle sue più schiette manifestazioni. Salute _Germinie Lacerteux_!
Salute _Assommoir_! Salute _Jacques Vingtras_ nuovo arrivato, che pei
sacrosanti diritti dell’arte hai fin dimenticato d’esser figlio!
III.
_Jacques Vingtras_ è uno studio inesorabile! L’autore lo dedica _à tous
ceux que crevèrent d’ennui au collège, ou qu’on fit pleurer dans la
famille, qui, pendant leur enfance furent tyrannisés par leurs maîtres
ou rossés par leurs parents_.
Siamo in una sfera più elevata dell’_Assommoir_ e della _Germinie
Lacerteux_, ma tutto vi è ancora basso, triviale, volgare e quindi
cattivo e malefico. Ecco le prime righe del libro:
«Sono stato allevato da mia madre? O fu una contadina quella che mi
diede il suo latte? Non ne so nulla. Ma qualunque sia stato il seno
che io abbia succhiato, non mi ricordo una sola carezza di quand’ero
piccino. Non sono mai stato accarezzato, lisciato, baciucchiato: sono
stato picchiato.
«Mia madre diceva che non conviene viziare i ragazzi, e mi picchiava
tutte le mattine. Quando le mancava il tempo la mattina, mi picchiava a
mezzogiorno, raramente più in là delle quattro.
«La signora Balandreau mi ungeva di sugna.
«Era una buona zitellona di cinquant’anni. Abitava sopra di noi.
Dapprincipio ella era contenta. Siccome non possedeva un orologio, così
le mie busse le indicavano le ore. — Puff! Paff! Puff! Paff! — Ecco il
cosino che le tocca! È tempo di farmi il caffè e latte!»
Come si vede di primo tratto, non è soltanto la figura della madre che
rompe e calpesta tutti i classici ideali delle solite mamme candite;
c’è anche l’accento ironico, quasi ringhioso del figlio che strapazza
e vilipende, come qualcosa di vigliaccamente supino, la tradizionale
carità filiale da cui pare non sia sorta nè una buona mamma di più, nè
un cattivo figlio di meno.
I pretesi moralisti grideranno allo scandalo? Forse no.
Che non si tratti di un’eccezione? Anzi! Le gretterie della
signora Vintgras sono proprio sconfinate. Ma benchè eccezionali per
l’intensità, i caratteri di questo libro del comunardo francese
sono intanto assai comuni per la loro qualità, e non ripugnano
punto. Inconsciamente cattivi, inconsciamente malefici, la loro
irresponsabilità da bestie non riesce a sdegnarci. Lo stesso Jacques,
che pur prova la nausea della sguaiata trivialità da cui vedesi
oppresso, lo stesso Jacques è quasi irresponsabile anche lui in questa
postuma vendetta dei suoi patimenti di bimbo. L’ambiente arido e freddo
dove è nato e cresciuto gli ha lasciato un’impronta nel carattere che
sussiste suo malgrado.
Vedetelo all’ultimo. Egli è già grande, si è battuto per difendere il
suo babbo ed è rimasto ferito alla gamba. Il babbo neppure in questa
occasione sa perdere la sua aria dura, da professore; non gli riesce di
intenerirsi rimpetto al figlio per paura di _blesser la discipline_.
«J’ai été pion et il m’en reste dans le sang.» Perciò dice alla
moglie di abbracciare il figlio per lui e di dirgli, ma _en cachette_,
ch’egli, il babbo, gli vuol bene. Il figlio, dal suo letto di ferito,
sente per caso il dialogo tra il babbo e la mamma. Come è felice di
questa rivelazione! Ma nello stesso tempo come lamenta che gli abbiano
a restar sempre _des trous de mélancolie et des plaies sensibles dans
le coeur_! Guarito, sul punto di partire per Parigi, sua madre lo
abbraccia singhiozzando. Nel preparar la valigia, ella scorge in un
calzone uno sdrucio e una macchia di sangue: era il calzone del duello.
Quella macchia anderà via? La signora Vingtras vi passa e ripassa la
spazzola e un pannolino bagnato. «Tu vois, ça ne s’en va pas... Une
autre fois, Jacques mets, au moins, ton vieux pantalon!»
Sono le ultime righe del libro.
E arte? C’è il famoso _splendore del vero_ messo in bocca a Platone
dagli estetici di strapazzo? Io vi trovo una forte sovraeccitazione
del cuore, un sollevarsi di mille sentimenti confusi insieme, lagrime,
sorrisi, ironie, sdegni repressi e, sopratutto, un rilievo, una vita e
una ricchezza di particolari evidenti.
Volgarità, grettezza, trivialità comica e grottesca; ridicolo che
scaturisce dal fare pesante e impacciato; vita affatto materiale che si
dibatte com’impigliata nella stoppa delle più comuni esigenze; afa di
animalità che da ogni pagina monta alle nari e soffoca lo spirito col
suo sito di selvaggiume; ecco il libro. Nulla di consolante, nulla di
nobile, nulla che faccia contrasto...
Sì? Ma quando esso vi ha dato la nausea di tutto questo, quando dalla
miseria dello spettacolo che vi ha messo spietatamente sotto gli occhi,
vi ha costretto a sollevarli in alto, e vi ha fatto sentire il bisogno
d’una boccata d’aria pura?... Ma io già dimenticavo che non sono un...
_moralista_!
12 Agosto 1879.
VI.
GIOVANNI PRATI.
I.
_Armando._[9]
Un’opera d’arte non è un fatto isolato. L’artista ne respira gli
elementi nell’atmosfera che lo circonda, e se li assimila da ogni
parte ordinariamente a sua insaputa. Qualche volta però essa non
risulta da un processo positivo che le communica con precisa esattezza
tutti i caratteri delle cose esteriori dai più severi e costanti a’
più frivoli e passeggieri. È un processo negativo quello che le dà
vita. L’artista o non si sente soddisfatto o si sente offeso dalla
realtà, e tenta rifugiarsi col pensiero in un ideale perfettamente
opposto che lo consoli e l’esalti. Quel mondo d’immagini che allora
gli scaturisce inaspettatamente nella fantasia alla contemplazione
d’una idea appassionata e gentile, non tarda a tradursi luminoso e
pieno di vita nella parola o nelle note, nel marmo o nella tela; e da
questa potenza di contraddizione vien fuori tal fiata il capolavoro
che muta d’un tratto l’ideale del secolo. Tale miracolo accade tutte le
volte che l’artista riesce o ad imprimere nella sua opera un carattere
d’antitesi eccessivo ma potente, o a reintegrarvi caratteri dell’umana
natura, sconvolti e rabbuiati dagli avvenimenti politici e sociali.
Nel primo caso l’opera d’arte vive finchè i cuori e gl’intelletti non
sentano un bisogno d’equilibrio tra gli eccessi dei due termini di
contraddizione; poi rimane un semplice documento di storia e nulla più.
Nel secondo invece, poichè i caratteri reintegrati e messi in luce sono
i più intimi, anzi gl’immutabili dell’umana natura, potrà forse subire
momentanei oscuramenti di culto e di fama, ma vivrà eterna cogli eterni
elementi dai quali essa è composta.[10]
L’_Armando_ del Prati è un lavoro d’antitesi. Mentre il pensiero
italiano si versa con foga smaniosa fuori di sè, impegnandosi in una
lotta con le cose materiali la quale per poco non gli fa dimenticare
quanto non sia cifra o moneta sonante, ecco il poeta che tenta
trasportarlo nelle più pure e più elevate sfere dell’intelligenza,
e rapirlo lungi dalla vista d’ogni oggetto materiale ed estraneo
a sè stesso. Il termine contradditorio ch’egli presenta non è, per
dire il vero, di perfetta relazione, cioè non abbraccia esattamente
l’estensione dell’opposto. Quel breve angolo del pensiero da lui voluto
illuminare colla luce dell’arte, sorpreso per di più in un momento
morboso, rende circoscritta l’azione e l’influenza del suo lavoro.
Ma questo non ne muta il carattere e non ne altera la fisonomia. Se
l’antitesi non vi è perfetta, non occorreva del rimanente che vi fosse
tale. Sta a vedersi s’egli ha côlto in uno spazio così ristretto gli
elementi più intimi e più costanti dell’umana natura, o se invece ha
dato alla sua opera una vitalità affatto effimera che lasceralla ben
presto un corpo inerte.
Da qualche tempo in qua il pensiero del Prati ama rivelarsi con
creazioni alle quali la fantasia cerca di dare fibre, nervi e sangue,
insomma vita propria e distinta. Questa seconda fase o maniera, più che
dalla costituzione del suo ingegno, sembra venire da impulsi esteriori
che gli facciano violenza. Pur troppo l’ingegno non è sempre libero
nella scelta di una forma letteraria. E quando il gusto e lo stato
morale della nazione gliene impongono una che repugna affatto alla sua
natura, esso perde metà del proprio vigore, della propria efficacia e
s’intristisce come un fiore sotto cielo inclemente. Qualche volta, è
vero, la tempra molto rubusta gli permette non solamente di resistere
a questa specie di soverchieria morale, ma di farla subire invece di
subirla; però, di solito, la vittoria rimane al gusto predominante e
alla moda.
Convien rammentarselo: la natura dell’ingegno del Prati è lirica per
eccellenza.
Chi non fu affascinato dai primi canti di questa anima armoniosa che
sapeva rendere così bene lo stato vago ed incerto del nostro spirito,
e appagarne i bisogni? La fortunata coincidenza di un’organizzazione
prepotentemente lirica con lo stato morale della sua nazione fu senza
dubbio la cagione principale della voga grandissima del Prati.
Lo stato morale del popolo italiano di un ventennio fa non era un
sincero prodotto dell’indole nazionale; infatti mutò. Gli entusiasmi
mistici, generosi, fervidissimi furono un esercizio preparatorio
all’eroica e gigantesca azione che dovevamo tentare. Quando il momento
suonò, il nostro spirito discese parecchi gradini di quella sublimità
ideale a cui si era elevato, accostossi maggiormente alla terra,
divenne più attivo, più pratico; e l’arte che nota tutte le minime
variazioni dello spirito sentì la necessità di conformarsi allo nuove
esigenze. Ma vuoi che non fossero intieramente scancellate le vestigia
del primo ideale, vuoi che non sia corso il tempo necessario per
prendere francamente l’abitudine del nuovo, il resultato non ha ancora
corrisposto alla moltiplicità degli sforzi.
L’acutissimo sentimento artistico, che nessuno saprebbe negare al Prati
senza taccia d’assurdo, non poteva tenergli nascosta questa tendenza
del concetto poetico verso una più solida manifestazione; doveva anzi
facilmente tentarlo a provarvisi. Ed ecco come son nate le tre figure
che la sua Musa ha cantate l’una dopo l’altra, cioè: il _Rodolfo_,
l’_Ariberto_ e l’_Armando_. Nulla impediva che le validissime forze
dalle quali veniva sostenuto nell’impeto lirico si piegassero a
reggerlo nella nuova palestra (dico nuova senz’ombra d’offesa per
l’_Edmenegarda_). Nulla impediva che ciò avvenisse; ma però non
avvenne. Il Prati non potè spogliare completamente l’uomo vecchio; non
potè vincere e soggiogare il suo carattere lirico. Non già ch’egli non
sia riuscito a salire anche nel genere narrativo ad un’altezza da tener
facilmente il primo posto o uno dei primi nella nostra letteratura
contemporanea. Ma il rimanere a gran distanza dalla perfezione ha
nociuto in qualche modo alla sua fama di poeta, ed ha contribuito a
rompere qualcuno di quegli anelli che facevan passare, come elettrica
corrente, il pensiero dell’artista nella mente del pubblico.
Il suo processo creativo in questo genere poetico riman sempre
incompleto. La figura dei personaggi da principio si presenta con
nettezza e con vigore che illudono. Sembra che il sangue scorra davvero
sotto quelle carni rosee; che quei muscoli tesi diano forza e movimento
ad un corpo ridondante di giovinezza e di vita. Ma a poco a poco la
figura si trasforma, perde consistenza e nettezza, e diventa così
trasparente da farci scorgere sotto la sua falsa veste la persona del
poeta. Allora tutto è finito. Accadrà che procedendo nella lettura
il fenomeno si rinnovi; che, come la prima volta, un’ispirazione
potente arrivi ad infondere un altro alito di vita in quel fantasma
dileguatocisi così prestamente d’innanzi. Però la nuova impressione
riesce inefficace per colpa del primo disinganno. L’andamento del
lavoro, da lì a non molto, fa ragione alla diffidenza del lettore.
Il _Rodolfo_ ha due o tre scene di questo genere. La passione vi
scoppia arditamente violenta. Nel personaggio non sentesi soltanto
l’impeto della fantasia, ma la foga della carne con tutte le incoerenze
e la logica degli affetti veri. A un tratto la corrente si arresta:
un gelido soffio ci trasporta dalla viva realtà nelle fantastiche
regioni d’un ideale importuno. Nè solamente il personaggio, ma persino
quanto lo circonda diventa vago, sfumato. E appena si accheta il celere
palpito che ci s’era destato nel cuore, proviamo la tentazione di
deporre il libro e lasciar solo il poeta nella sua corsa lontana.
L’_Ariberto_, come orditura, è lavoro più vasto; ma come verità e come
sentimento rimane anche indietro dal _Rodolfo_, in onta della lucida
vernice di realtà apprestata dai fatti e dalle passioni politiche del
1859 innestativi dentro. Questa volta l’istinto lirico ha preso la mano
al poeta, e l’ha trascinato in una sfera circonfusa di luce, dove le
sue figure s’agitano senza posa, mandando lampi stupendi. Ma l’occhio
si stanca presto a fissarle, poco secondato dal cuore che s’inchina
alle cose troppo ideali, ma le ama di rado.
Che sarà dunque di quest’_Armando_ il quale vive unicamente di pensiero?
«Per una moltiplicità di cagioni (avverte il poeta) inerenti all’indole
umana ed esistenti nel mondo esterno, parecchie nature, anche forti,
a certi tempi e in mezzo a certe condizioni di società, cascano in
ozî, in tedî, in sogni, che hanno il carattere di morbi: ai quali se
va accoppiato o il ricordo di qualche fiero disinganno patito, o la
tendenza della mente alla negazione, o l’abito della fantasia alle
tetraggini, questi mali possono avere esiti dolorosi e qualche volta
orrende catastrofi.[11]»
Non occorre dire di più perchè si presenti alla memoria del lettore
una delle più straordinarie creazioni dell’arte, l’_Amleto_ dello
Shakespeare.
Armando, come il giovine principe di Danimarca, è un’anima gentile, una
fantasia appassionata. Vissuto fino a un certo tempo nella più completa
felicità, tutto intento ai più nobili esercizî della mente e del corpo,
eccolo di repente sotto il peso d’un terribile disinganno che gli
avvelena le pure sorgenti della vita e lo lancia in un caos d’immagini
e di sogni, su cui si riflette di quando in quando la luce sinistra del
suo doloroso ricordo. La tempra di lui è assai più delicata di quella
d’Amleto. Gli è stato sufficiente amare ed essere ingannato, e il morbo
d’Amleto gli si è trasfuso rapidamente fin nel midollo delle ossa. Ed
eccolo errante da un capo all’altro dell’Italia, solo, chiuso nel suo
dolore, beffardo, irrequieto, stanco di vivere e indeciso di troncare
il debole filo che l’attacca all’esistenza. Però il suo male non sembra
ancora ridotto incurabile. «A questi morbi dell’intelletto e dell’anima
son preparati i naturali rimedî delle varie operosità e necessità
della vita comune; ma altri e più potenti risiedono nell’ordine della
religione e in quello della scienza. Per il più piccolo poi e più
delicato numero di questi infermi, i farmachi dotati di maggior virtù
sono riposti nella grandezza dell’amore e nella gloria dell’arte.[12]»
E l’arte e l’amore tenteran di salvarlo. Per un momento le nebbie
della sua mente parranno messe in fuga dalla bellezza e dall’affetto
dell’angelica Arbella. È una tregua fallace! Il disquilibrio avvenuto
in lui tra il pensiero e l’azione è proprio immenso. Quel suo fuoco
divoratore ha bisogno di larga, di continua preda, e non s’arresterà
prima d’aver tutto consunto. Già l’intelletto d’Armando non obbedisce
più ad alcun freno nei suoi movimenti; gira, gira senza posa, come
una ruota furibonda. Un turbine di strane immagini gli pullula nella
fantasia con tutta la schiettezza della realtà. Il passato, il presente
gli si confondono nella memoria con stravagante miscuglio. E l’azione
di questo stato morboso sarà così energica, ch’egli non giungerà più a
guarirne per intero. Dato che il potesse, il destino glielo impedirà
con una delle sue misteriose ed atroci vendette. Armando infatti
capirà finalmente che la medicina, le benigne influenze dei luoghi, le
distrazioni dello studio, non solo non varranno a liberarlo dalla sua
ossessione, ma neanche ad apprestargli un lieve conforto; e che solo
l’affetto dell’Arbella potrebbe recargli, se non il completo oblio,
un qualche balsamico refrigerio. Ma neppur questo affetto si troverà
così forte e previdente da difenderlo dalle «maligne insidie del Caso,
il quale non par del tutto straniero agli andamenti e, talvolta, anco
alle conclusioni della nostra vita.[13]» Il giorno che dovrebb’essere
l’inizio d’un men faticoso e men torbido procedere della sua sorte,
quel giorno sarà il principio del suo eterno riposo.
Il Prati ha profuso in questo poema tutta la magica potenza del suo
colorito. In nessuna delle sue opere lo stile del poeta s’è forse
innalzato a tanta elevatezza (fatta un’eccezione pei larghi brani di
prosa che si è piaciuto incastrarvi).
Il lettore non s’aspetti citazioni; si ridurrebbero inutili non potendo
esser lunghe. Il poema è lì, stampato in così elegante edizione che,
se il nome dell’autore non bastasse (come basta di certo), saprebbe
vincere con essa la ritrosia del più schivo. L’apra dunque volentieri e
si persuada da sè.
Ma lo stile, per eccellente che sia, riman sempre una parte quasi
accessoria nella tela d’un poema; sicchè io ripeto qui la mia timorosa
interrogazione: che sarà di quest’_Armando_, il quale vive tutto di
pensiero? Il poeta ci ha già avvertiti:
Non ti narro, o lettor, drammi o romanzi
Contessuti di casi e di vicende,
Fila volanti per diverso ordito
A formar tela di commedia o pianto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ti narro un tristo sognator: ti narro
Il suo tetro fastidio; e se talvolta
Cosa mormora in lui che ti somigli
Non mi chieder di più.
L’_Armando_ è lo studio d’una infermità della nostra mente. Ha colto il
poeta in questo studio i caratteri della verità? E, còltili, è riuscito
a manifestarli secondo le leggi che distinguono la verità pura dalla
verità dell’arte?
Il quesito si racchiude intieramente qui: convien provarsi a risolverlo.
Per la natura della malattia, che ha voluto descrivere, il poeta
era liberissimo di sceglierne i sintomi più bizzarri e più fuori
dell’ordinario senza temere da questo punto un rimprovero fondato. Egli
s’è servito di tale libertà colla maggiore larghezza possibile. Il modo
come si sviluppa la pazzia d’Armando, se si trattasse d’un caso reale,
sarebbe forse nuovo nella cronaca della scienza; ma non può dirsi
inverisimile. Per un istante sembra che l’influenza d’un sentimento
soave o benefico sia riuscito a spegnere nel suo pensiero i tetri
fantasmi del passato. La dolcezza dell’inattesa commozione gli agisce
anche sul fisico, ed il sonno scende a ristorarlo lungo e profondo come
da gran tempo più non faceva. È durante il sonno, che il male latente
riprende il suo corso, reagisce contro la nuova impressione e coglie
una facile vittoria. Armando destasi matto.
Ripeto che come fenomeno patologico non trovo nulla da ridire contro
l’invenzione del poeta. Egli ci fa assistere soltanto poche ore al
disordine mentale del suo protagonista. Ma il sogno-allucinazione
d’Armando non ha il carattere patologico proprio di questo genere
di morbo. È troppo coerente, troppo regolare, troppo assennato,
e lascia intravvedere l’intenzione del poeta di mettervi un senso
pieno di arcani, qualcosa d’allegorico, di mistico, di grandioso che,
contenendo la quintessenza di tutti gli elementi accumulati dagli
studi e dai casi della vita nel pensiero del suo eroe, accennasse
alla soluzione d’un grave problema e facesse pensare. Questo scorgesi
dall’impiego delle _personificazioni_, figure rettoriche, che, per
la loro astrattezza, non si presentano mai nè ai sognanti, nè ai
matti. L’artifizio è assai palese da non produrre cattive conseguenze.
Infatti dispiace il vedere che il poeta abbia dato ad imprestito le
sue fantasmagorie al cervello ammalato d’Armando, o meglio ch’abbia
sostituito la propria all’individualità del suo eroe. Manca, in
tutto quel viluppo di figure e di casi il vero carattere del sogno,
e dell’allucinazione reale. Nessuna leggerezza, nessuna vaporosità
nelle figure, nessun’indecisione, nessun’ombra nel fondo del quadro;
nessun’esaltazione nervosa nel movimento dell’insieme. Qui la poesia
doveva essere tutt’una colla scienza per riuscire efficace, commovente,
sublime. Occorreva il coraggio di sacrificare qualunque più splendida
fantasia, per non togliere alla narrazione tre quarti d’interesse
e di pregio come verità e com’arte; occorreva che il poeta non si
lasciasse indurre, per iscopo di varietà, a vestire d’una forma grave
e strascicante un concetto, pel quale bisognava quell’impalpabilità (mi
si permetta la parola) ch’egli sa spesse volte comunicare al suo stile.
La prosa del Prati non mostra nel dialogo, la snellezza e la vigoria
del suo verso; e tal disaccordo tra il concetto e la forma contribuisce
certamente a rendere più visibile la natura artifiziosa del primo.
Nulla di più freddo, di più convenzionale delle personificazioni e
delle allegorie, quando non velano la propria astrattezza sotto una
figura vivente. Peggio poi se hanno la disaccortezza di venir fuori fra
tali circostanze che sono in perfetta contraddizione colla loro natura.
Ma io così m’inoltrerei nella seconda parte del quesito, e mi rimane
ancora da osservare qualch’altro punto nello sviluppo del concetto.
Fra i principali caratteri della lipemania, la scienza nota
l’irresistibile tendenza al suicidio. Armando non è sottratto dal poeta
a questa tristissima inclinazione; il disgusto della vita ve lo conduce
gradatamente. Dapprima ei non pensa d’attentare ai suoi giorni, ma non
pensa a difenderli nemmeno da un evidente pericolo. Una sera, mentre
giace solitario in una vallata delle Alpi, gli esce incontro un enorme
lupo che si ferma mugolando a poca distanza da lui. Armando non porta
la mano alle sue armi, nè si leva da terra. Chiusi gli occhi,
Senza mutar di polso e di respiro,
sta ad attendere immobilmente quel che avverrà. Il lupo gli s’accosta,
gli fa sentire il suo alito ed il fiuto, poi torna a imboscarsi.
«Prendi il saluto d’un immortale!» esclama beffardo Armando rivolto al
sole che tramonta.
Era tutto in lui morto? Anco l’istinto,
Il terribile istinto, onde l’amico
All’amico aggrappandosi lo tira
Giù nell’abisso? o naufraghi sull’onde
Si guerreggian da belve il figlio e il padre
Il fratello e il fratel, se la ghermita
Tavola è scarsa ad amendue?[14]
Da un tale stato all’idea precisa del suicidio non ci corre gran
tratto. Armando, dopo qualche tempo, sente parlare più forte dentro di
sè questo nemico invisibile che opprime il più vivo dei nostri istinti,
la conservazione di noi stessi. La voce nella natura però non ha ancora
ceduto interamente in lui, e si fa schermo di scettiche ragioni:
Di mia man disfarmi?
Ma che siam noi se non disfatte cose,
Se non vacue sembianze, una nell’altra
Senza tempo fluenti? O forse alcuna
È dolcezza a provar dopo il supremo
Punto del flusso? E questa errante, immensa
Fatuità si cheterebbe in grembo
D’Opi e di Giove? Ambigui fati; oscure
Sfingi, sfingi e non altro.[15]
Armando non ha paura, com’Amleto, di quel che avverrà dopo morto. È
del secolo XIX e non crede più nell’inferno. Appena dunque il disegno
fatale arriverà ad impossessarsi completamente di lui, nessuno potrebbe
impedirgli che lo ponga in atto; egli dovrebb’essere suicida.
Ecco un altro luogo, dove il poeta ha disertato dalla verità per
seguire una fantasmagoria da opera in musica. È il punto più debole
del poema. Perchè non tirare la logica e naturale conseguenza delle
proprie premesse? O, se il suicidio gli spiaceva, perchè non ricorrere
ad un secondo partito che lo studio del vero gli avrebbe certamente
suggerito, la recidiva della malattia? Nell’uno e nell’altro caso
l’arte poteva guadagnar molto prendendo consiglio dalla scienza, e
nulla rischiava di perdere.
Per non curarsi dell’attenta osservazione della natura, il poeta si è
lasciato sfuggir di mano un altro mezzo, che avrebbe comunicato alla
seconda parte del suo lavoro larghissima vena d’affetto. Parlando della
guarigione d’Armando, si contenta di dire:
Varcàr tre lune; e fosse, o di natura
La benefica forza, o l’intervento
Di portentose deità che Arbella
Supplicava tremando ai piè dell’are
O lacrimando nei paterni alberghi,
L’egro fiorì novellamente.[16]
Ed egli aveva nell’Arbella una gentile infermiera, da farle
intraprendere la parte più difficile della cura del suo ammalato, cioè
la psichica o morale, come la dicono i medici! Una stupenda occasione
per metterci sotto gli occhi di quai miracoli sia capace l’amore nella
lotta con le misteriose potenze della natura. Non è forse la donna la
più portentosa delle Dee per combattere e raddolcire, con delicate
premure, con assidui riguardi, le nostre mille infermità? L’Arbella
del poeta invece, assorta nei suoi studî artistici, sembra non avere
neppur l’ombra di questo prezioso istinto del suo sesso. Agisce anzi in
opposizione al più volgare senso comune, rammentando al convalescente
un passato ch’ella avrebbe dovuto ingegnarsi di fargli sparire dalla
memoria. Gli avvenimenti della vita d’Armando, da lei posti sulla
tela, son legati così intimamente con lo stato d’incubazione, del quale
egli ha recentemente sofferto lo sfogo, che il ridestarli può riuscire
un’imprudenza fatale.
Noto questo non tanto per additare una volontaria ommissione di lui,
quanto per dimostrare che, con essa, si viola una legge fondamentale
dell’arte. Ed entro, senz’altro, nella parte estetica del quesito.
La legge fondamentale, alla quale accenno, è questa: la creazione
ideale deve conservare intatti i caratteri più strettamente essenziali
della cosa reale a cui corrisponde. Per esempio: l’essere artista
non può dirsi un carattere così strettamente essenziale nell’Arbella
quanto l’esser donna. La donna dunque dovrebbe mostrarsi predominante
sull’artista, se non vuolsi che l’ideale sfiguri il reale in guisa
da ridurlo irriconoscibile. Al poeta è piaciuto di invertire le
proporzioni di questi due caratteri; e, secondo me, n’ha raccolto quel
frutto ch’era da attendersi. La sua Arbella, più che una creatura
vivente, è riuscita un’ombra di creatura. Ella sa dire delle frasi
eleganti, argutissime, galvanizzato da un appariscente lirismo, ma non
sa mai trovare l’accento vero della passione, che rimescola il profondo
del petto. Così per Mastro Pagolo. In lui il carattere predominante
non doveva essere nè quello d’artista, nè quello d’uomo in generale,
ma l’altro di padre. Per non aver dato a quest’ultimo una notevole
superiorità sui primi due, vien tolta egualmente a Mastro Pagolo
quell’espressione evidente che fa esclamare: egli è vivo! Infine, la
mancanza di vera vitalità in tutti i personaggi (Armando apparisce
alquanto diverso soltanto in grazia del suo male che lo concentra tutto
nel pensiero) produce il difetto di movimento drammatico nell’intiero
poema. Così dicendo non dimentico di nulla chiedere al poeta, che non
fosse disposto a concederci.
Messe insieme tre anime appassionate, il dramma si sviluppa da sè,
come dal contatto delle nuvole si sviluppa l’elettrico. Potrà variare
d’intensità, dal minimo al massimo grado, ma questo non influisce per
niente sulla sua intima natura. Perchè intanto il poeta non è riuscito
a cavare da tre anime appassionate il menomo movimento drammatico?
Unicamente perchè la passione d’essi è più esteriore che reale, e le
basta uno sfogo di parole. A che mettersi in azione? E il dramma soave,
commovente e grandemente tragico ch’era, in potenza, nel soggetto è
rimasto lì in istato latente. Ma parte del difetto va attribuito, senza
fallo, alla costituzione assolutamente lirica dell’ingegno del Prati.
Ho avvertito sin dal principio che l’ingegno perde metà del proprio
valore quando il gusto predominante lo costringe a manifestarsi
con una forma ripugnante alla sua natura. L’_Armando_ è una prova
eloquentissima di questo principio. Il lirismo vi trabocca da ogni
parte con foga irresistibile; ed allorchè, quasi per mascherarsi,
prende la veste del fantastico, giunge perfino a far smarrire al poeta
il delicato senso dell’arte e a trascinarlo nell’artifizio, il più gran
nemico di questa.
Il fantastico è un elemento naturale della poesia.
Ora vi ha dei soggetti che, come i terreni speciali alla vegetazione di
certe piante, gli consentono una fioritura meravigliosa per ispontanea
virtù, o con poco aiuto dell’arte: esempio, le leggende. In esse
il fantastico è, come suol dirsi, a casa propria, e vi regna con la
più perfetta autocrazia. Ma la leggenda non nasce dalla testa d’un
poeta, come l’antica Minerva dalla testa di Giove. È il popolo che la
crea con un complicato processo. Goethe, con quel senso poetico che
lo distingue sovra tutti i grandi ingegni dell’età nostra, accettò
infatti la leggenda del _Fausto_ tal quale gli veniva presentata
dalla fantasia popolare. E padronissimo di svolgerla in tutti i
sensi, con le dimensioni che più gli convennero, potè dar fuori quel
grandioso poema che forma la più invidiabile gloria della Germania
moderna. Le creazioni fantastiche, ed anche, se così vuolsi, le strane
esuberanze della fantasia goethiana non riuscirono quindi un semplice
ornamento poetico, sotto di cui si nasconde il concetto filosofico
dello scrittore; ma, indipendentemente da questo, presero corpo reale
in relazione con l’ambiente del mondo leggendario, ove erano uscite
all’esistenza; e malgrado la loro estrema bizzarria, non ci scoprono
mai la persona del poeta affannata a concretizzare l’idea astratta
del suo tema; al contrario, ci appariscono esseri viventi, necessari
abitatori di quel mondo novello, creature immortali.
Il fantastico, allorchè non iscaturisce spontaneo dal seno del
soggetto, riducesi ad un più o men abile artifizio rettorico e a
null’altro. Quello che il Prati ha introdotto nell’_Armando_ mi sembra
di questo. È il lirismo del pensiero che si mette la maschera; lo
stesso poeta non teme di dirlo. Egli evoca le tre Parche e loro fa
mormorare sinistri presagi sull’avvenire dei due amanti:
La notte istessa in quel verzier di Roma
Sceser tre dee; non so se dalle sedi
Della luce o dell’ombra. Avea ciascuna
Un telaio d’argento: e il piè di rosa
Premea la ruota. E mentre ogni pupilla
Della terra e del cielo in dolci sonni
Dormia sepolta, le tre dee, con voci
Conscie e compagne all’opra, ivan cantando.[17]
Appena non avrà più bisogno d’esse le chiamerà _imagini mendaci del
greco genio_. Ed è naturale. Per lui le Parche non sono persone
viventi, ma velo d’un concetto lirico che ama prendere per un
momento la loro sembianza. Nel _Fausto_, al contrario, fino i
concetti astrattissimi della _Cura_, del _Delitto_, della _Fame_ e
della _Miseria_ assumono compiuta realtà d’individui. Nulla serve
a disingannarci, nemmeno la cruda schiettezza con cui il poeta
ce n’indica i nomi. Egli è sicuro del fatto suo. L’incerta e cupa
atmosfera che lo circonda gli permette ogni cosa. Infatti la stretta
di cuore, che ci danno quei quattro personaggi col loro atroce dialogo
nell’avvicinarsi al palazzo di Fausto, è così profonda come se si
trattasse d’esseri formati solidamente di polpa e d’ossa.
Trovansi molti punti nell’_Armando_ (e per fortuna sono assai
frequenti) ove il pensiero può mostrarsi veramente qual è, in tutto lo
splendore della sua lirica forma; e allora il poeta ritorna il Prati di
una volta. Le sei voci dell’Aria, della Terra, del Fuoco, dell’Acqua,
del Tutto e dello Spirito; la voce di un’Ape, d’una Farfalla, d’una
Rosa e dello Spirito dell’amore; quasi tutte le liriche poste in
bocca di Mastragabito; il canto d’Igea e l’epitalamio d’Armando sono
componimenti che mostrano come, con gli anni, la potenza dell’artista
sia diventata matura senza perder nulla dell’ispirazione giovanile.
In esse non sai se sia più da lodare la profondità del concetto o la
severa bellezza dello stile. Quando i due amanti si son detti quella
parola che racchiude il più gran tesoro di consolazioni che possa
idearsi, e tacciono perchè il linguaggio non sembra più sufficiente
alla manifestazione del loro affetto, il poeta ci fa entrare col suo
pensiero nel pensiero di quei felici. Tutta la natura favella e canta
d’amore. E mentr’essi perdonsi tra i fogliami del giardino assorti in
un’estasi di paradiso, egli, con un’onda di vivificante armonia, ci
rivela tutta la luce, tutti i profumi, tutta la voluttà onde quelli
sentonsi quasi oppressi; e la sua parola spande tale profusione di
melodie, di profumi e di luce che non sappiamo, dopo averla udita,
invidiare i due amanti.
Il _canto d’Igea_ è ben altra cosa. Vi si respira in ogni strofa
un’aura di piena salute. In Grecia, ai tempi di Pericle, sarebbe
diventato un inno sacro o popolare: e merita di diventarlo anche fra
noi. Pochi di quelli che amano la vera poesia non lo impareranno
a memoria. La lira del Prati non ha mai dato un suono altrettanto
solenne.
L’_Armando_, oltre a questi canti lirici, presenta moltissime parti
di narrazione degne d’esser lette e studiate. Gli stessi difetti che
vi si notano non sono senza il loro pregio; potranno rammentare ai
nostri giovani poeti le parole d’un antico: «Si j’étais du métier je
naturaliserais l’art, autant comme ils artialisent la nature.[18]»
24 Maggio 1868.
II.
_Psiche._[19]
Il Prati, non pago d’essere il più grande dei nostri poeti
contemporanei, vuol anche rimaner sempre il più giovane. In questo
volume c’è qua e là tale forza, tal rigoglio, tale freschezza di
colorito da far tornare alla memoria il poeta di trent’anni fa. Con
questo per giunta: che il suo sentimento poetico si è allargato, si è
purificato, ha lasciato in gran parte il vago, lo sfumato, l’indeciso
che sembrava essere il particolar carattere dei suoi canti, sia
nel concetto, sia nella forma. Leggendo alla ventura questi brevi
componimenti, colla difficoltà dei quali egli ama scherzare,
(Gli arcavoli hanno torto, e noi si dice:
Il letto di Procuste è un sogno vano!)
tu senti ad ora ad ora come un buffo di profumo, come un’ala fresca
di venticello che agiti l’aria tiepida, e provi quasi di prima mano la
stessa impressione del poeta.
Oh madre glorïosa, oh madre pia,
Se tu mi arridi e di tua man mi tocchi,
Natura, alta Natura, un’armonia
M’agita immensa...
È il grido, è l’aspirazione dell’arte moderna. E il succo nuovo che
s’infonde nell’arida scorza del plasticismo della nostra poesia. È il
raggio di luce che dissipa le nebbie delle forme vuote troppo a lungo
adorate dai nostri poeti e scambiate per forme piene di bellezza e di
vita.
Natura, alta Natura!
Non oso affermare che tutti i componimenti del presente volume siano
una rivelazione di questo sentimento profondo, di quest’elemento
vivificatore che stenta a penetrare nell’arte italiana combattuto un
po’ dal nostro carattere, un po’ dalle vecchie abitudini di scuola.
Anzi, dico addirittura che le vecchie abitudini vi fan capolino un po’
spesso con le incertezze di colorito, colle bizantinerie di concetto,
con le solite vacuità che non hanno nemmen la scusa della novità della
forma... Ma che importa? Potremmo citare una cinquantina di sonetti uno
più splendido dell’altro, i quali rimarranno nella storia dell’arte
come testimonianza di questa fase d’assimilazione ove oggi trovasi
la poesia italiana; assimilazione di quella vita moderna che ha già
ricevuto in Francia, in Germania, in Inghilterra un più precoce ed un
più vasto sviluppo.
Cinquanta non parranno pochi, se si rifletterà che di canzonieri ricchi
quanto questo, e riputati meritamente classici, rimangono vivi appena
una trentina di sonetti.
Avrei voluto esaminare largamente questa _Psiche_, questa storia
dell’anima e del pensiero del poeta, per notare in che modo e fino
a qual punto, per opera sua e d’altri minori ingegni, le influenze
dell’arte europea contemporanea abbiano già modificato il nostro
sentimento poetico e fin dove potranno arrivare; ma è un lavoro che
richiederebbe dieci volte di più dello spazio di che posso disporre.
Mi contenterò d’accennare al lettore che il componimento dove il Prati
si leva di più all’altezza del sentimento poetico moderno, dove la
vita è incarnata in una forma _quasi_ perfetta, è il componimento a cui
forse lo stesso poeta non accorda una particolare benevolenza, e che la
maggior parte dei lettori lascerà passare inosservato.
Lo citerò intero.
Fra le nuore ser Lio, mentre che avampa
Di faggi a vegghia il focolar paterno,
Le man stropiccia, e novellando campa,
Ingannata la morte, un altro verno.
Loda i costumi dell’antica stampa,
Trinca in ruvido nappo il suo falerno,
E sul piè ritto e sul codin s’accampa
Spargendo sali di piacevol scherno.
Sindaco, e’ s’alza a primo suon di squilla,
E, incurante di ghiaccio o di rovajo
Va i casetti a raccor della sua villa.
Noje e balzelli ai sudditi sparagna:
Per trono un guscio, ed ha per manto un sajo:
Pare un picciolo re dell’Alemagna.
Pian piano, a la campagna,
Fruga le siepi, quando Marzo torna,
E il giubboncin di vïolette adorna:
Palpeggia in fra le corna
La vaccherella che gli porge il latte,
E i purpurei corbezzoli a le fratte
Con la sua canna sbatte:
Scontra al crocicchio il Parroco; e, una presa
Di tabacco, anzi tutto, offerta e resa,
Gli parla o della chiesa
Che va in rottami: o del ponte che casca:
O del bisogno di pulir la vasca:
O della nova frasca
Che ha messo l’oste: o d’altro. E così cheta
Passa l’ora a ser Lio, come una lieta
Acquicella segreta,
Che scende appunto dal vicin verziero
Per le mente odorate, e fa sentiero
Da canto al cimitero.
E un dì, senza ch’assai gli ne rimorda,
Scorderà di svegliarsi e trar la corda
Del campanel. Chi scorda
In qualche parte, di memoria raso,
O la scatola o i guanti o puta caso
La pezzuola da naso,
Torna indietro a cercarli. Ed egli invece,
Contento e lasso del cammin che fece,
Nè un soldo nè una prece
Darà, credete, per rifarne l’orme.
Dormir, come che sia, piace a chi dorme.
Ecco la vita! Ecco il senso dell’arte che vorremmo vedere più frequente
fra noi! Che occorre alla forma di questo componimento per poterla dire
perfetta? Secondo me, occorre lo scambio di due, tre frasi e parole
che, attinte alle fonti della lingua parlata, gli darebbero un completo
rilievo e un andare più spigliato. Ma ecco una quistione spinosissima!
Ah, se anche per questa parte il pregiudizio e l’astrattezza ci
governassero meno! Una lingua è un vero organismo. Bisogna persuadersi
che ci sono delle leggi le quali regolano non solo i grandi rapporti
della sintassi e delle forme idiomatiche, ma le collocazioni di parole
e di sillabe le più apparentemente insignificanti. Il Manzoni, filosofo
e grandissimo artista, lo aveva capito bene. Ci volevano i pedanti
senza un’oncia di cervello, i pedanti cucitori di morte frasi, per
sostenere che c’è una lingua italiana la quale si scrive e non si
parla. (Già, pur troppo, ce ne avvediamo dalle loro scritture.)
In Italia poi abbiamo il guaio grosso delle due lingue, quella della
prosa e quella della poesia: questa un gergo dove ogni poeta s’ingegna
di apportare quanto più può del suo, per aumentarne la ricchezza.
È il caso di esclamare: O santa povertà, beato chi ti possiede!
Che ci accade con tanta ricchezza? Il nostro stile poetico risulta
così gonfio, così artificiato, così stentato da far strabiliare
dalla sorpresa e dar ragione a quel tale che diceva: scrive in
versi solamente chi ha delle inezie nel cervello che detto in prosa
muoverebbero a riso.
Io stesso (forza dello abitudini!) mi son già lasciato trascinare
a lodar troppo il _rigoglio di colorito_ del Prati. Ebbene,
schiettamente, amerei meglio un colorito più parco, ma più preciso...
La precisione! Ecco quel che ordinariamente ci manca in Italia, sia nel
modo di concepire il soggetto sia nel modo di renderlo. La questione
della lingua entra per tre quarti in questo difetto. Al Prati, che
senza dubbio è un vero artista (una misera fatuità può farci trattare
d’alto in basso, con un sorriso di sprezzante ironia, il _solo
poeta_ ch’oggi abbia l’Italia) al Prati oserò domandare con tutta la
sommissione d’un discepolo: crede Ella che, se invece di scrivere nel
sonetto ora citato: _Ser Lio_ per _Sor Lio_, e _codino_ per _sedere_;
se invece di dire:
Va i _casetti_ a raccor della sua villa,
avesse detto più umilmente
Va le _brache_ a raccor della sua villa,
e così per qualche altra parola, cred’Ella che il tono del sonetto
rimarrebbe lo stesso, e che l’espressione non ci guadagnerebbe proprio
nulla?
25 Dicembre 1875.
VII.
L. VIGO[20] e M. RAPISARDI.[21]
I.
Il _Ruggiero_ e la _Palingenesi_ sono due opere che hanno un
significato morale e letterario di non lieve importanza. La prima
compendia in sè tutta l’azione degl’ingegni siciliani nella scorsa metà
del secolo presente; la seconda inizia un nuovo movimento il quale,
per le mutate condizioni dell’isola e per l’intrinseco suo valore, non
rimarrà certamente circoscritto in brevi confini e quasi ignorato al di
là dello stretto.
La stampa italiana, meno qualch’eccezione che conta poco, non ha fatto
alcun cenno della pubblicazione del _Ruggiero_. Intanto questo poema,
opera d’un ingegno di tempra robusta, è un monumento che lo storico
dovrà consultare quando vorrà scrivere delle cose siciliane moderne
con conoscenza profonda. L’agitazione che mantengono negli spiriti
gli avvenimenti politici; lo scarso prestigio, anzi la cattiva fama
(non ingiusta di certo) che le tipografie siciliane dividono colle
napoletane, e nuoce più che non si creda alla diffusione de’ libri
stampati laggiù; la mole dell’opera (537 pagine in 16.º di carattere
compatto, cioè 1926 ottave e venti componimenti lirici intramezzati
ai canti del poema); finalmente la natura del soggetto, d’interesse
affatto siciliano anche pel lato civile, sono state senza dubbio le
ragioni che han contribuito a far mantenere sul lavoro del Vigo un
ingiusto silenzio.
Meno le preoccupazioni politiche che distolgono ancora dalla tranquilla
religione degli studî buona parte de’ vecchi e dei giovani ingegni, il
Rapisardi non ha da temere nessuno di questi ingrati contrattempi. La
mole del suo libro è quella d’un giusto volume in 18.º; il tema dei
suoi canti non tanto italiano quanto universale, e la pubblicazione,
fatta da una delle più benemerite e più famose tipografie fiorentine,
elegante e corretta.
Io credo che pochissimi, anche dopo quel che ora dirò, saran tentati
di leggere un poema con cui si celebra la fondazione della spenta
monarchia siciliana; pochissimi avranno il coraggio d’affrontare
l’ardua asprezza d’un ingegno che ispira una specie di simpatia mista
ad un indefinito sentimento di paura. Ma credo però che questi pochi,
i quali, sprezzando le faticose disuguaglianze del terreno, non si
stancheranno di seguire il poeta dalla battaglia di Cerami all’assedio
ed alla presa di Palermo, saranno lieti alla fine d’aver letto un’opera
d’arte che, coi suoi pregi e i suoi difetti, è la personificazione più
completa dello spirito siciliano degli ultimi anni.
Il Rapisardi già corre con favorevole accoglienza per le mani di molti,
e da qui a poco sentiremo pronunziare il suo nome fra quei rari, che
porgono alle nostre lettere sfinite e moribonde qualcosa di più che le
solite belle speranze. Anch’egli è una viva espressione del carattere
siciliano. Pieno dello spirito greco sempre alitante sulle rive del
Jonio, differisce notabilmente da quanti fra noi coltivano la poesia
con amor vero e profondo. Sicchè mi è parso giusto mettere insieme
questi due nomi non solamente perchè onorano una provincia a me sacra
per indelebili affetti, ma anche perchè segnano due diversi periodi
dello svolgimento letterario e politico di essa.
Il poema del Vigo può paragonarsi ad uno di quei magnifici tramonti che
si osservano spesso dall’alto delle montagne nell’interno dell’isola.
Il cielo è coperto di nubi dense e basse che corrono, radendo la
cima dei colli, trasportate dal vento. Sentesi ancora da lungi il
brontolìo del tuono che si disperde. Cade ancora qualche goccia di
pioggia che luccica per l’aria come un pezzettino di cristallo iridato.
L’atmosfera è umida e grave. Le campagne smosse dagli aratri son già
diventate di color nerastro per aver bevuto troppo acqua. Le viottole
e gli stradoni risplendono con mille giri tortuosi come tanti rivoli
d’argento. All’orizzonte le nuvole tingonsi di porpora con masse forti,
in linee trasversali, e lasciano appena vedere una striscia di cielo
che sembra un mar d’oro. Finalmente ecco il sole che si affaccia cogli
ultimi raggi a quell’angusto finestrino; ed ecco una scena delle più
pittoresche e più fantastiche che mai si possano immaginare! I raggi
scappano lontan lontano sotto quella tettoia di nuvole la quale serve
a rifrangerli giù. Le nebbie basse e sballottate dal vento si colorano
di strane tinte, assumono figure più strane, mentre le linee cupe ed
incerte del paesaggio si mostrano ad un tratto con una così minuta
precisione, che ti fa credere o sparita la distanza o centuplicata la
virtù della pupilla. Che fuga sterminata di pianure, di colline, di
vallate, di montagne, di paesetti e di città, dove pochi momenti prima
appariva una striscia di vapore nerastro! È l’illusione d’un istante.
Appena il sole tramonta, l’oscurità copre fitta il cielo e la terra
senza gradazione veruna, rotta da qualche lampo, che minaccia pel
domani una tempestosa giornata.
I dieci canti del Rapisardi, al contrario, sono un’alba deliziosa di
primavera. In riva al mare i pescatori affaccendati preparano i loro
arnesi cantando e celiando con rozza semplicità. L’orizzonte è colorito
da mille tinte sfumate. Le acque tranquille si riversano sullo sponde
con amorosa carezza. Un’aura fresca e sottile ricerca i polmoni,
purifica il sangue e fa più libera la respirazione. Seduto sugli scogli
della riva, tu aspetti incantato il levarsi del sole, guardi in fondo,
ed esclami sospirando di dolcezza: che bella giornata vuol essere!
II.
Dirò prima qualcosa intorno al concetto autonomico del poema del Vigo.
Gli avvenimenti politici ch’ebbero luogo in Sicilia dalla proclamazione
della Costituzione del 1812, fino alle insurrezioni e reazioni del
1821 e del 1837 ne sono il naturale e indispensabile commento. L’autore
fa bene ad avvertire non si dimentichi che vi si contiene il _ruggito
d’una gente ferita al petto da un despota, la quale si sforza risorgere
per immergergli nel cuore il pugnale con cui la percosse_. Se volessi
tradurre in linguaggio preciso i personaggi storici e le fantasie del
poeta, vedrebbesi tosto significata in Ruggiero e nei suoi baroni
l’indipendenza siciliana; nei saraceni, gli odiati napoletani che
la tenevano oppressa; nella presa di Palermo e nella proclamazione
del Gran Conte a capo supremo dell’isola, il trionfo del diritto del
popolo calpestato dai Borboni. I siciliani, allora e nel quarantotto,
respingevano ogn’idea nazionale; la credevano assurda. Pieni dei
ricordi della loro grandezza politica al tempo dei normanni e degli
svevi, eransi ostinati a non riconoscere che, restando immobili mentre
tutto si trasformava, facevano una stolta resistenza alla forza delle
cose, e un gran male al loro presente o al loro avvenire; e per un
calcolo d’egoismo, che ripeterono con più infauste conseguenze nel
1848, avevan veduto crollare, senza dispiacere e senza rimorsi, la
rivoluzione napoletana del 1821. Le idee autonomiche erano in quel
tempo un vero furore laggiù. Letterati e poeti soffiavano ardentemente
ne’ facili pregiudizi del volgo, ora falsando il passato (come l’Amari
colla sua _Guerra del Vespro Siciliano_, ove chiama _stranieri_
Ruggiero di Loria e Giovanni da Procida); ora cantando ed ingrandendo
con idee partigiane fatti, che già ricevevano dalla filosofia della
storia un significato men nobile di quello ad essi attribuito (come
la conquista dei normanni celebrata dal Vigo). E se non mancavano
gl’intelletti più veggenti, i cuori più larghi, cioè i discepoli
_d’una scuola accesa di fede apostolica_ (AMARI) che osavano pensare
_alla perniciosa chimera dell’italica unione_ (LANZA, _Considerazioni
sulla storia del Botta_), la maggioranza però non sognava che un regno
di Sicilia, una costituzione di Sicilia, una _nazione_ siciliana.
Nè l’idea unitaria vi era rifiutata solamente nelle cose politiche.
Si faceva distinzione (si fa spesso tuttora da persone coltissime)
tra _siciliani_ ed _italiani_, come tra _siciliani_ e _francesi_ ed
_inglesi_; e il Vigo, in tre luoghi del suo poema, che in avvenire
saranno citati, dice parlando de’ pisani venuti in aiuto dei Normanni:
Vuol che l’_italo_ esercito e il _sicano_.
Canto XIII, 32.
_Itali_ e _Franchi_.