Il convento dei benedettini, a cui ricorrevano in quell'istante i
pensieri dei duca, era un vasto e comodo edifizio situato nel centro
di Catania.
Là vivevano quei padri nella più completa pace, dedicandosi allo
studio dei libri antichi ed alle ricerche scientifiche e storiche.
Attiguo al convento eravi un bellissimo giardino, che gli stessi
monaci lavoravano, ciò che loro serviva di distrazione, di riposo.
Nella città e nei dintorni si aveva per quei religiosi grande
considerazione e rispetto, e si ricorreva sovente a loro per consiglio
ed ajuto.
Molte volte taluno di essi aveva consolato degli infelici, rasciugate
delle lagrime ed impedita qualche prepotenza.
Anche i cavalieri avevano talora, talora fingevano avere dei riguardi
per quei frati.
Malgrado tutto questo però, don Francesco credeva facilissimo ridurre
il benedettino, ch'ei ricercava, al silenzio.
Era questo per lui come il primo passo che farebbe in una via la quale
doveva divenire aspra soltanto procedendo.
Donna Livia, il cavaliere di Malta gli sembravano i soli, i veri
ostacoli, nei quali avrebbe forse ad inciampare.
Il suo amore per la sposa gl'impediva non solo di punir lei, ma ben
anche di punir donna Rosalia, come lo avrebbe voluto, come lo aveva
detto. Ciò gli allontanerebbe troppo, lo sentiva, donna Livia, La
sapeva capacissima di qualunque più forte risoluzione, ed anche
avveduta tanto da mandarla ad effetto.
La sofferenza da lui avuta quella notte, i rimproveri sopportati dalla
duchessa lo facevano arrossire di sè medesimo. Cedere, riparare la
colpa del padre gli sarebbe sembrato una gran debolezza; come se fosse
debolezza il saper vincere i pregiudizii creati da un amor proprio
eccessivo.
Il potere, che donna Livia aveva sopra di lui, umiliava il duca; ma
era grande, immenso: tale che, se ei non fosse stato sì orgoglioso, sì
ostinato soprattutto, sarebbe caduto a' suoi piedi quella notte; sì,
quella notte istessa in cui ella aveva sì arditamente distrutta la
pergamena.
Grazie alla di lui alterigia però, colla quale in apparenza soffocava
la sua passione, nessuno, donna Livia istessa, sapeva fino a qual
punto egli l'amasse.
Quell'amore era una specie di tormento per un uomo del carattere del
duca.
In un tempo in cui le donne non sapevano opporre ai voleri ed anche
alle ingiustizie dei mariti, dei padri, dei fratelli che una barriera
di eterne lagrime, il carattere eccezionale della duchessa poteva
spiegare in parte l'ascendente ch'ella aveva su don Francesco. Per
altro, se non ne fosse stato tanto innamorato, è certo che la temerità
di donna Livia, com'ei la chiamava, avrebbe potuto costarle assai
cara: e questa volta, nell'affrontare la volontà del marito, ella
aveva pensato poter correre pericoli reali.
Dopo averla lasciata, il duca si era dunque occupato del padre
benedettino.
Ma il monaco poteva essere ancora al capezzale del morto: e prima di
recarsi al convento, don Francesco se ne informò dai domestici.
Gli fu risposto che il frate era partito da qualche tempo per un
paesello vicino, che gli nominarono, e ch'ei doveva essere ancora per
via.
Don Francesco pensò che con un buon cavallo gli sarebbe facile
raggiungerlo. Preferiva parlargli sulla strada, anzichè entrare nel
convento, ove la sua presenza farebbe un chiasso che non si curava di
provocare. Poi il segreto sull'affare, che tanto gli premeva, verrebbe
certo più facilmente serbato.
Ordinò dunque gli si sellasse tosto un cavallo, e quando questo fu
pronto, gettatosi sulle spalle un ricco mantello, partì.
Era nel mese di gennaio, come fu detto. L'aurora, spuntava appena;
sicchè il freddo era abbastanza vivo.
Il duca cavalcava pensieroso, colla maggior rapidità che consentisse
il terreno ineguale: poichè il villaggio additatogli era situato nella
direzione dell'Etna, di cui il sole cominciava a colorire la vetta.
Ma tratto tratto don Francesco si arrestava, onde osservare innanzi a
sè. Cominciava ad impazientarsi di non scorgere il frate. Finalmente
lo vide; mise il cavallo al galoppo, ed in pochi istanti gli fu
vicino.
Quegli si era già rivolto, e si scosse riconoscendo il duca. Che
vorrebbe da lui? Ahi, che temeva d'indovinarlo! Indirizzò al cielo una
muta e calda invocazione, e salutò rispettosamente don Francesco.
Questi rispose con un leggiero cenno del capo; indi:
--Devo parlarvi, padre, gli disse, e con accento alquanto imperioso,
senza perdere tempo continuò:--Mi risponderete come vi parrà; ma,
rammentatevelo bene, con precisione, con chiarezza.
In quell'istante il povero benedettino aveva a sopportare non soltanto
l'abituale alterigia del duca, ma anche tutta la collera che questi
sentivasi in cuore per tante cagioni, e che desiderava sfogare contro
qualcheduno.
Quel frate non poteva davvero trovar don Francesco in un'ora peggiore.
--Vi ascolto, Eccellenza, rispose.
--Voi, riprese il duca, avete confessato mio padre, ed egli vi ha
confidato un segreto.
--Ebbene?
--Ebbene, quel segreto io voglio sia sepolto per sempre: sicchè, mi
comprendete.... Guai a voi se lo aveste a svelare!
--Ma la mia coscienza....
--Che coscienza! interruppe don Francesco: cosa c'entra la vostra
coscienza in un affare che riguarda soltanto la mia famiglia? Vorrei
vedere che ve ne immischiaste!...
E volse sdegnosamente il capo.
--Vostro padre dopo la confessione, disse il benedettino, mi aveva
incaricato di svelare quel segreto; dunque....
Anche questa volta il marito di donna Livia non lo lasciò continuare,
e:
--Questo non è affar vostro, ve lo ripeto: d'altronde il povero duca
non ragionava più: era fuori di sè:... e voi dovete convenirne, se vi
preme la vostra vita: od almeno dovete obbedirmi.
--La mia vita è consacrata a Dio, e nulla mi dorrebbe perderla in
servizio suo,--rispose il frate con qualche esaltazione.
--Oh, non declamazioni, ve ne prego! Vi ho già prevenuto; vi ho detto
di rispondermi con precisione, con chiarezza. Alle corte, tacerete?
Il benedettino rimase silenzioso.
--Che? pensò il duca, avrei dato anche in un frate che non ha paura?
Non so cui mi tenga dal finirla a dirittura con costui!... Ma....
Ei seppe contenersi.
Don Francesco non era uno di quei signori scapestrati che si
gloriavano delle loro prepotenze. Egli invece desiderava coprire con
un velo abbastanza fitto le sue. Sino ad allora non aveva avuto
occasione di usarne molte, grazie al suo carattere freddo e pochissimo
inclinato ai piaceri. Assai gli premeva d'altronde esser tenuto per
degno capo di una casa illustre: e siccome la venerazione, che
circondava i benedettini, e quella in particolare che si aveva per
quel predicatore era grandissima, ei non volle per allora porre le
minacce ad effetto, benchè ne sentisse gran voglia.
Pertanto non rinunciava certo allo scopo che si era prefisso. Solo
pensò tentare altra via; poichè non era riescito subito, come lo aveva
sperato, ad atterrire il frate.
Si volse a lui con una certa benevolenza mista di ironia, e:
--Credo comprendere, padre, le vostre reticenze, gli disse: voi non
volete mancare alla promessa fatta al duca moribondo, senza che ciò
torni.... a profitto di Dio--non è così!
--Che intendete? chiese il monaco un po' confuso.
--Intendo che con una buona somma data a voi.... perchè....
l'adoperiate.... come crederete.... in servigio del Signore.... vi
disfereste dei vostri scrupoli.
--No, Eccellenza! esclamò il benedettino con indignazione.
Don Francesco fece un gesto di vivissima impazienza.
--Osereste rifiutare? chiese con alterigia anche maggiore del solito.
--Ma io non devo, non posso mancare a' miei doveri!
In quell'istante il duca riflettè che il monaco non era presente
quando donna Livia aveva dato alle fiamme la pergamena: pensò
approfittare di tal circostanza.
--Del resto, disse quindi al religioso, voi non potete far nulla. Mio
padre ha dovuto dirvi che sta in mia mano un atto importantissimo,
indiscutibile, e che senza il mio assenso....
--È vero! mormorò il frate.
--Dunque non comprendete che il vostro silenzio non mi è necessario,
benchè ve lo abbia chiesto e lo desideri, onde evitare scandali
inutili? Voi non volete tacere? Ebbene, sarete voi responsabile di
quanto potrà accadere di male!... Se veramente vi premesse servire a
Dio, come dite, capireste che vale assai meglio serbare un segreto,
che non vi appartiene, anzichè mettervi sulla coscienza tutto ciò che
io sarò forse costretto a fare, onde sostenere le mie ragioni ed il
decoro della mia casa. Parlate pure!... Oh, farete la grand'opera
meritoria!... aggiunse con motteggio sprezzante.
Il povero benedettino rimase interdetto: ignorando la distruzione
della pergamena, trovava le parole del duca di una logica inesorabile.
Volle provarsi ad impietosirlo, benchè nulla sperasse.
--Non abusate, eccellenza, della vostra posizione elevata, gli disse:
perdonate la mia arditezza, ma è a nome di Dio che vi parlo... Egli...
--Tacerete sì o no? È questo che vi domando.
--Io tacerò: tacerò con tutti, se voi stesso riparate a quella
ingiustizia.
Chiamare ingiustizia ciò ch'ei voleva fare!...
Il duca si sentì tentato di far tosto pentire il frate d'aver
pronunziata quella parola. Donna Livia l'aveva pronunziata anch'ella,
è vero: aveva detto anche assai più; ma certo don Francesco non
sopporterebbe dal benedettino ciò che aveva a suo dispetto sofferto da
lei. Quel vecchio frate, coperto da un povero sajo, benchè fosse
rivestito d'un carattere sacro, non faceva sul duca la centesima parte
d'impressione della vezzosa sua sposa.
Don Francesco si guardò attorno adirato, e certo, se non avesse scorto
alcuno, non avrebbe tardato ad insegnare al frate il modo di
contenersi con uno dei più potenti baroni di Sicilia. Ma il mattino si
avanzava: il sole appariva sull'orizzonte, e molti contadini passavano
lì presso per avviarsi alla città.
Si propose dunque di rimandare la sua vendetta a tempo migliore, se il
benedettino non avesse voluto assolutamente promettergli il silenzio:
quel silenzio che, ad onta di quanto aveva detto, gli era
indispensabile.
--Vi accordo una dilazione di quattro giorni, disse seccamente al
religioso, grazie al vostro abito soltanto.
--Una dilazione!
--Sì: vi do tempo a decidervi; la riflessione vi persuaderà a tacere,
giacchè comprenderete benissimo che il parlare, mentre non gioverebbe
ad alcuno, e sarebbe affatto inutile, vi esporrebbe a funeste
conseguenze. Guai se parlerete in questo frattempo! aggiunse con
piglio minaccioso.... Guai!... Dunque?
Il frate riflettè un istante: indi:
--Per quattro giorni tacerò, disse.
--Bene, rispose il duca.
Volse la briglia al cavallo; lo mise al galoppo, e si allontanò come
un fulmine.
.................................................................
.................................................................
In breve giunse a Catania: entrò inosservato nel suo palazzo per una
porta segreta, nascosta da un gruppo d'alberi del giardino, e di cui
egli solo da lungo tempo teneva la chiave.
Diede il cavallo ad un palafreniere; indi si recò nel gabinetto ove
suo padre serbava le carte d'importanza, e dove cavaliere di Malta
aveva tolta la pergamena da uno scrigno.
Rinchiuso in quella stanza, don Francesco cominciò un minuto esame di
tutto quanto essa conteneva; rovistando in ogni mobile che avesse dei
cassetti, in ogni suppellettile che potesse nascondere qualche cosa.
Infatti vi potevano essere altre carte, delle lettere, che senza avere
l'importanza della pergamena, riguardassero quel segreto, e gli
convenisse conservare, o distruggere.
Ma nulla trovò che avesse rapporto col cavaliere dell'Isola.
Allora si assise dinanzi ad uno scrittoio, e vi rimase immobile,
pensieroso. La sua fisonomia in quell'istante, tetra e cupa oltre ogni
dire, faceva un singolare contrasto collo splendido sole che penetrava
a larghi sprazzi nel gabinetto.
Sì!... mormorò finalmente: io voglio ottenere il silenzio di tutti, e
l'otterrò!... Voglio che il fratello di mio padre, od i suoi eredi non
vengano mai a reclamare ciò che... ciò che loro appartiene!.. direbbe
donna Livia ed anche quel benedettino temerario.... Se veramente colui
non vuole obbedirmi, se ne pentirà, lo giuro!... Ah! se il pensiero di
alienarmi troppo donna Livia non mi trattenesse, avrei forse già
castigato quel frate; ed in un modo o nell'altro obbligata donna
Rosalia al silenzio!... Ed il conte, che questa notte osò quasi
minacciarmi... Anche per lui lo troverei il mezzo!... Oh, sì lo
troverei!... Eppure niuno è colpevole come mia moglie!... nessuno
avrebbe ardito fare ciò che ella fece.... Ah, perchè sono io costretto
ad essere seco lei tanto diverso da quello che sono con tutti gli
altri?... Perchè mio malgrado sono trascinato ad amarla? più che ad
amarla anzi; giacchè non è amore soltanto che io sento per lei... è
delirio, è frenesia!... Arrossisco in pensarlo; ma... che fare?... Oh
la ingrata!...
Egli si alzò.
Ma io non devo accusarla, aggiunse tra sè: non l'ho sposata forse
contro il suo volere?... Non sapevo, non mi disse ella stessa che...
Ah! ma come mi sorprendo ad occuparmi di lei sì sovente... per non dir
sempre?... Ma sia pure che io l'ami: non per questo, lo giuro, sarò il
suo trastullo.... E questa volta ella dovrà obbedirmi... Non sarà mai
che io ceda su tal punto... giammai!... Quantunque colei abbia su di
me il potere di una maliarda.... Poi.... se mi fosse dato abbassare la
sua alterigia riuscendo nel mio progetto, ne avrei doppia
soddisfazione!... D'altronde che direbbero di me coloro, innanzi ai
quali ricusai a mio padre di rendere al cavaliere dell'Isola il nome e
le sostanze? Mi deriderebbero, vedendomi cedere a donna Livia... Poi,
chi sa quali scandali si provocherebbero? quali vergogne forse ne
verrebbero alla mia casa?.... Sì: tutti dovranno tacere: lo voglio!...
Il gabinetto, nel quale si trovava il duca, era diviso dalla camera
mortuaria da una gran sala soltanto. Egli, dopo qualche altro momento
di riflessione, aperse l'uscio: traversò quella sala: socchiuse
leggermente la porta della camera ove giaceva cadavere suo padre.
Vide dei religiosi e molti servi in orazione. Nessuno si accorse di
lui, ed egli rientrò inosservato nel gabinetto, ove rimase fin verso
la sera.
Non temeva che nè donna Livia, nè il conte di San Giorgio prendessero
per quel giorno risoluzione alcuna: aveva saputo dal suo cameriere che
entrambi avevano passato gran parte della giornata nella stanza del
defunto, unendosi alle preghiere della gente ivi raccolta.
Mentre usciva dal gabinetto, per recarsi nel suo appartamento, fu
arrestato da donna Maria.
--Che volete? le chiese egli.
--Devo comunicarvi una cosa importantissima, rispose la sorella.
--Venite, disse don Francesco.
E la condusse nel gabinetto.
Con lei sola il duca non era adirato; perchè comprendeva ch'ella lo
asseconderebbe intieramente: sola lo aveva approvato nella notte
precedente.
--Donna Livia, cominciò ella a bassa voce....
--Ebbene?
--Ha chiesto un abboccamento al conte nella prima sera che seguirà i
funerali di nostro padre.
--E dove?
--Al suo castello: certamente ella conta ritornarvi subito dopo le
cerimonie funebri.
Il duca durava fatica a frenare la sua agitazione, a contenersi.
--È lo zelo per l'onor vostro, che mi consigliò ad avvisarvene,
continuò la giovane.
--Spiegatevi più chiaramente, disse don Francesco con fuoco: voi
offendete la duchessa.
--Che io mi spieghi?... riprese donna Maria un po' sconcertata.... Un
abboccamento... la notte... in quel castello isolato, non è forse
abbastanza?
--No: e voi v'ingannate nelle vostre temerarie supposizioni.
--Come?
--Questo abboccamento, disse il duca, benchè alquanto alterato, questo
abboccamento non deve avere altro scopo che di consigliare al
cavaliere il silenzio.
--Ma se donna Livia ha gettato ella stessa sul fuoco la pergamena!
Don Francesco fece un vivissimo movimento di rabbia insieme e di
dispetto.
--Che importa? disse quindi; se io voglio che tutti tacciano.
Donna Maria rifletteva.
--Basta, riprese dopo un momento: sarà come dite; ma io avevo pensato
il contrario.
--E perchè?
--Perchè so che il cavaliere....
E si arrestò un istante, come se non osasse proseguire. Indi:
--Perchè l'ama, disse.
--Ama donna Livia?... E voi credete ch'ella lo riceverebbe per...
domandò il duca alterato... Voi mentite! esclamò poi: la vostra è una
perfida insinuazione.
--No, non mento; e non è questa una perfida insinuazione... Del resto
sta in voi l'accertarvene.
E fece per allontanarsi.
Ma suo fratello la trattenne con un cenno.
--Che vi fece pensare che il conte ama donna Livia?--le chiese a voce
bassissima e concitata.
Donna Maria in quell'istante era un po' pentita di aver ceduto al suo
odio per la duchessa; ma era troppo audace per iscoraggiarsi tosto:
per altro, siccome aveva sempre avuto gran soggezione di suo fratello,
tremò un momento, temendo averlo irritato contro di lei, ora ch'egli
era il capo della famiglia. Così prese una scappatoja.
--Me ne avvidi io, rispose, già da molto tempo. Però non intendo con
questo offendere la vostra sposa.--Ella forse lo ignora....--aggiunse
con un mezzo sorriso.
Vi fu un breve silenzio, che il duca ruppe primo, dicendo seccamente a
donna Maria:
--Lasciatemi, e scacciate sì ingiuriosi sospetti.
Ella escì dal gabinetto poco soddisfatta, molto indispettita.
Che? pensò: ei le ha dunque perdonato la distruzione della pergamena,
l'insulto ricevuto innanzi a tutti?... Egli!... così violento,
superbo, irascibile?... L'ama dunque a tal punto?... Non vuole che si
sospetti di lei nemmeno in questo giorno?... Oh! ma avrà dissimulato;
è sì geloso, sì diffidente;... le mie parole non saranno perdute....
Si recherà certo segretamente al castello, ed io potrò senza periglio
dare un abboccamento al principe.... Se colei perdesse la sua
influenza su don Francesco, sarebbe meglio per me. Mia sorella, ne
sono sicura, l'avrà pregata di sollevare ostacoli al mio matrimonio
col principe, ed ella forse glielo ha promesso... Per altro ogni
speranza di donna Rosalia è vana: egli mi ama tanto!... Mai ella sarà
sua sposa... Mai!... Ma io ho d'uopo di vederlo solo una volta
almeno... Egli è sì debole!... Se non avessi detto al duca che il
cavaliere è invaghito di donna Livia, non sarei stata certa ch'ei si
sarebbe assentato.... D'altronde pensava poterla in questo giorno
accusare audacemente... Speravo che l'abboccamento da lei dato al
conte bastasse solo a perderla... Ma, chi sa?... il cavaliere l'ama...
Posso lusingarmi ancora!...