Il giorno della conferenza del professor Arlandi la sala del ridotto
della Scala si andava popolando di belle signore, di giovanotti
eleganti e di uomini serii e studiosi.
Era una settimana che i giornali parlavano dell'Arlandi e tutti
desideravano vedere il giovane professore che dava tante speranze per
l'avvenire della scienza.
Poi la conferenza era a beneficio di due istituzioni cittadine, utili
e benefiche, ed anche quelli che non si occupavano di studî serii
avevano voluto andarvi per moda, per filantropia e per trovarsi cogli
amici e conoscenti.
La ricerca dei biglietti era stata enorme e nella sala gremita di
pubblico si sentiva il bisbiglio foriero d'un'impaziente aspettazione.
Quando entrò il professor Ugo, pallido, alto, col volto giovanile e le
labbra velate da due baffetti biondi, elegante nel suo vestito nero,
inappuntabile, timido nei movimenti, ciò che lo rendeva ancora più
simpatico e interessante; gli sguardi del pubblico si posarono sopra di
lui, cessarono i bisbigli e tutti attesero attenti ad ascoltare.
Egli incominciò con voce chiara, tremante, incerta un po' sul
principio, ma mano mano che proseguiva si faceva più vibrante e
colorita a parlare delle meraviglie della scienza e dei mezzi che
permettevano di fare continuamente nuove scoperte. Parlò delle
irradiazioni potenti date da certe sostanze come il radio che si
trovano nascoste in diversi minerali e che sono tali da sconvolgere le
idee che si avevano fino ai nostri tempi sui movimenti della materia e
degli atomi.
Spiegò come quel metallo mandasse irradiazioni fortissime senza perder
nulla del suo peso e fosse d'una forza tale da distruggere tessuti
vitali anche attraverso a qualche ostacolo, ciò per mostrare come non
fosse un sogno la teoria per la quale avea sempre combattuto ed ora
desiderava esporre ad un pubblico così attento ed intelligente.
Egli avea sempre pensato ad un elemento racchiuso nel centro della
terra in un luogo inaccessibile agli uomini, ch'egli chiamava anima del
mondo, egli la imaginava una forza indistruttibile, eterna, tale da
far sentire la sua azione attraverso gli strati densi del nostro globo,
fino a spargersi in piccole particelle nell'etere che lo circonda.
—Io imagino,—disse,—il mondo come un corpo umano, i sassi sono le
ossa, le acque che lo bagnano nell'interno e alla superficie sono
il sangue che scorre nelle vene e le arterie del nostro organismo;
e come il cuore nell'uomo, così ci deve essere nel centro del mondo
un focolare di vita e calore, un fluido invisibile che partendo dal
centro avvolge la terra in una rete vibrante, come i nervi avvolgono il
nostro corpo; precisamente come l'elettricità, una forza che esiste, si
domina, ce ne serviamo, ma della quale non si riesce a spiegare la vera
essenza.
E dopo aver parlato delle caverne, una volta popolate da esseri
fantastici ed ora invece da esseri invisibili che il microscopio ci ha
rivelato, assicurò che quando altri strumenti più perfetti verranno in
aiuto dei nostri sensi più raffinati, si apriranno nuovi orizzonti alla
scienza e terminò dicendo essere convinto che nel mondo, in noi stessi
vi è una parte indistruttibile, eterna, e come da un rozzo minerale si
sprigiona una scintilla che non si consuma, come da certe vibrazioni
del cervello i pensieri si rinnovano continuamente e il mondo è
avvolto da onde eteree delle quali non si conosceva l'esistenza prima
di Hertz e di Marconi; così molte forze e molte verità devono ancora
esserci rivelate; ci sembra esser circondati da misteri che la scienza
infaticabile deve svelare e lo scienziato è come colui che ha trovato
le tracce d'un tesoro nascosto e non riposa finchè non lo abbia messo
alla luce del sole.
Animandosi nel suo dire divenne eloquente, aveva il dono di trasfondere
la sua persuasione nell'uditorio e di suggestionarlo.
Infatti tutti si sentivano trasportati nelle regioni elevate della
scienza e del pensiero come se da una corrente magnetica fossero legati
all'oratore. Quando ebbe terminato un lungo e clamoroso applauso
echeggiò nella vasta sala, alcuni conoscenti circondarono il professore
stringendogli la mano e congratulandosi della sua parola efficace e
colorita, altri s'avvicinavano per conoscerlo; egli era umile, confuso
nel suo trionfo e avrebbe voluto andarsene, quando vide farsi avanti
correndo, rovesciando le sedie, un signore rimasto tutto il tempo della
conferenza nascosto in un angolo senza parlare pendendo dalle labbra
dell'oratore.
Il rumore delle sedie fece volgere Ugo da quella parte e lasciando gli
ammiratori che lo circondavano s'avviò in fretta ad incontrare quel
signore che veniva verso di lui.
—Babbo,—disse,—come, tu qui?
—Ho letto nei giornali,—rispose il signor Carlo, ma era tanto
commosso che non potè trovar la voce per dire di più e si gettò fra le
braccia del figlio.
Quando potè riavere il fiato, gli disse:—Come hai parlato bene! Non
avrei creduto mai, ma mi perdoni, non è vero? Non mi serbi rancore di
quello che è avvenuto?
—Non parliamo di queste malinconie, ho tutto dimenticato,—disse Ugo.
E lo presentò a quelli che lo circondavano, che gli fecero feste
dicendogli che doveva essere orgoglioso di avere un simile figliuolo.
Poi l'invitarono ad un banchetto che volevano dare per festeggiare il
professore.
Il signor Carlo non sapeva quasi più d'esser su questa terra, provava
un'ebbrezza, una gioia come non aveva mai provato nella sua vita, e
sarebbe stato completamente felice se non avesse sentito il rimorso
di aver fatto rinchiudere il figlio, che avea mostrato tanto ingegno,
in una casa di salute. Quel rimorso offuscava la sua gioia e avrebbe
dato parecchi anni di vita perchè quel fatto non fosse avvenuto. Egli
seguiva il figlio glorioso come attratto da una forza superiore,
lo vedeva stimato e ammirato, gli pareva fino di trovare in lui un
mutamento, circondato come era dall'aureola del trionfo.
Anche Giulia s'era unita al crocchio che circondava Ugo, tutta
orgogliosa di aver contribuito a quella giornata trionfale.
Quando la sera si ritrovarono riuniti al Cova, al banchetto che gli
ammiratori avevano voluto offrire ad Ugo, al signor Carlo pareva
d'esser nel mondo dei sogni; con quella sala illuminata, la tavola
scintillante di cristalli e d'argenti e coperta da lunghe corone di
fiori che la rendevano allegra. Quelli che non potevano avvicinarsi
al professore s'accostavano a lui e gli domandavano ragguagli
sull'infanzia e giovinezza del figlio, quasi quasi gli pareva d'essere
un uomo importante e d'entrarci per qualche cosa nella riuscita di
Ugo; era espansivo, parlava del professore con entusiasmo esagerandone
le doti del cuore e dell'ingegno, voleva stordirsi per far tacere il
rimorso che l'opprimeva.
Al momento dei brindisi si acclamò il professor Ugo come speranza della
scienza, ed egli rispose poche parole ringraziando d'esser stati tutti
tanto buoni ed indulgenti per lui, e brindò alla scienza che toglie il
velo che offusca la verità e al padre che avea lasciato la pace della
casa tranquilla per venire alla sua festa.
Un evviva dedicato al signor Carlo fece eco a quelle parole, e quando
il figlio gli fu vicino e gli toccò il bicchiere due lagrimoni gli
scendevano sulle guance.
—È troppo, è troppo,—diceva,—mi fa male.
Ma il professore non dimenticò nemmeno la zia Giulia che se ne stava in
un angolo quasi nascosta fra le giubbe nere e si avvicinò a lei con un
sorriso chiamandola il suo buon genio, il suo angelo tutelare.
Tutti gli sguardi si posarono sopra la fanciulla che avea il volto
raggiante dalla gioia contenta della vittoria ottenuta.
Quando più tardi si ritrovarono riuniti nella camera dell'albergo, Ugo
affermava che non sarebbe riuscito a far nulla senza l'aiuto di Giulia,
e il signor Carlo nell'entusiasmo di quella giornata trionfale diceva:
—Questa è la vita! sono stato fin'ora un cattivo padre; ma voglio
farne ammenda; senti, Ugo, voglio essere il tuo aiutante ed essere
iniziato nei misteri del tuo laboratorio.
—E se succede uno scoppio?
—Ebbene, moriremo assieme.
—Ma non sai che c'è laggiù qualcuno che non te lo permetterebbe?
—Chi? Mia moglie? Me n'ero dimenticato, ma essa è stata ingiusta con
te ed ora per castigo verrà a Milano con Mario e noi resteremo liberi.
Giulia ed Ugo si diedero un'occhiata espressiva, ma non osarono dir
nulla, nè pensare a malinconie; tutto in quel giorno doveva andar
loro a seconda, e forse sarebbero stati tutta la notte a parlare
dell'avvenire che si mostrava adorno di promesse.
Ma Giulia alzandosi tutto ad un tratto disse:
—Ed io che dimenticavo la mia missione? Non devo far conoscere al
mondo il professor Ugo? Vado subito a scrivere pei giornali la
relazione della conferenza da spargere ai quattro venti, e vi assicuro
che la prima copia sarà mandata alla signora Savina Arlandi.