X.

Il giorno della conferenza del professor Arlandi la sala del ridotto

della Scala si andava popolando di belle signore, di giovanotti

eleganti e di uomini serii e studiosi.

Era una settimana che i giornali parlavano dell'Arlandi e tutti

desideravano vedere il giovane professore che dava tante speranze per

l'avvenire della scienza.

Poi la conferenza era a beneficio di due istituzioni cittadine, utili

e benefiche, ed anche quelli che non si occupavano di studî serii

avevano voluto andarvi per moda, per filantropia e per trovarsi cogli

amici e conoscenti.

La ricerca dei biglietti era stata enorme e nella sala gremita di

pubblico si sentiva il bisbiglio foriero d'un'impaziente aspettazione.

Quando entrò il professor Ugo, pallido, alto, col volto giovanile e le

labbra velate da due baffetti biondi, elegante nel suo vestito nero,

inappuntabile, timido nei movimenti, ciò che lo rendeva ancora più

simpatico e interessante; gli sguardi del pubblico si posarono sopra di

lui, cessarono i bisbigli e tutti attesero attenti ad ascoltare.

Egli incominciò con voce chiara, tremante, incerta un po' sul

principio, ma mano mano che proseguiva si faceva più vibrante e

colorita a parlare delle meraviglie della scienza e dei mezzi che

permettevano di fare continuamente nuove scoperte. Parlò delle

irradiazioni potenti date da certe sostanze come il radio che si

trovano nascoste in diversi minerali e che sono tali da sconvolgere le

idee che si avevano fino ai nostri tempi sui movimenti della materia e

degli atomi.

Spiegò come quel metallo mandasse irradiazioni fortissime senza perder

nulla del suo peso e fosse d'una forza tale da distruggere tessuti

vitali anche attraverso a qualche ostacolo, ciò per mostrare come non

fosse un sogno la teoria per la quale avea sempre combattuto ed ora

desiderava esporre ad un pubblico così attento ed intelligente.

Egli avea sempre pensato ad un elemento racchiuso nel centro della

terra in un luogo inaccessibile agli uomini, ch'egli chiamava anima del

mondo, egli la imaginava una forza indistruttibile, eterna, tale da

far sentire la sua azione attraverso gli strati densi del nostro globo,

fino a spargersi in piccole particelle nell'etere che lo circonda.

—Io imagino,—disse,—il mondo come un corpo umano, i sassi sono le

ossa, le acque che lo bagnano nell'interno e alla superficie sono

il sangue che scorre nelle vene e le arterie del nostro organismo;

e come il cuore nell'uomo, così ci deve essere nel centro del mondo

un focolare di vita e calore, un fluido invisibile che partendo dal

centro avvolge la terra in una rete vibrante, come i nervi avvolgono il

nostro corpo; precisamente come l'elettricità, una forza che esiste, si

domina, ce ne serviamo, ma della quale non si riesce a spiegare la vera

essenza.

E dopo aver parlato delle caverne, una volta popolate da esseri

fantastici ed ora invece da esseri invisibili che il microscopio ci ha

rivelato, assicurò che quando altri strumenti più perfetti verranno in

aiuto dei nostri sensi più raffinati, si apriranno nuovi orizzonti alla

scienza e terminò dicendo essere convinto che nel mondo, in noi stessi

vi è una parte indistruttibile, eterna, e come da un rozzo minerale si

sprigiona una scintilla che non si consuma, come da certe vibrazioni

del cervello i pensieri si rinnovano continuamente e il mondo è

avvolto da onde eteree delle quali non si conosceva l'esistenza prima

di Hertz e di Marconi; così molte forze e molte verità devono ancora

esserci rivelate; ci sembra esser circondati da misteri che la scienza

infaticabile deve svelare e lo scienziato è come colui che ha trovato

le tracce d'un tesoro nascosto e non riposa finchè non lo abbia messo

alla luce del sole.

Animandosi nel suo dire divenne eloquente, aveva il dono di trasfondere

la sua persuasione nell'uditorio e di suggestionarlo.

Infatti tutti si sentivano trasportati nelle regioni elevate della

scienza e del pensiero come se da una corrente magnetica fossero legati

all'oratore. Quando ebbe terminato un lungo e clamoroso applauso

echeggiò nella vasta sala, alcuni conoscenti circondarono il professore

stringendogli la mano e congratulandosi della sua parola efficace e

colorita, altri s'avvicinavano per conoscerlo; egli era umile, confuso

nel suo trionfo e avrebbe voluto andarsene, quando vide farsi avanti

correndo, rovesciando le sedie, un signore rimasto tutto il tempo della

conferenza nascosto in un angolo senza parlare pendendo dalle labbra

dell'oratore.

Il rumore delle sedie fece volgere Ugo da quella parte e lasciando gli

ammiratori che lo circondavano s'avviò in fretta ad incontrare quel

signore che veniva verso di lui.

—Babbo,—disse,—come, tu qui?

—Ho letto nei giornali,—rispose il signor Carlo, ma era tanto

commosso che non potè trovar la voce per dire di più e si gettò fra le

braccia del figlio.

Quando potè riavere il fiato, gli disse:—Come hai parlato bene! Non

avrei creduto mai, ma mi perdoni, non è vero? Non mi serbi rancore di

quello che è avvenuto?

—Non parliamo di queste malinconie, ho tutto dimenticato,—disse Ugo.

E lo presentò a quelli che lo circondavano, che gli fecero feste

dicendogli che doveva essere orgoglioso di avere un simile figliuolo.

Poi l'invitarono ad un banchetto che volevano dare per festeggiare il

professore.

Il signor Carlo non sapeva quasi più d'esser su questa terra, provava

un'ebbrezza, una gioia come non aveva mai provato nella sua vita, e

sarebbe stato completamente felice se non avesse sentito il rimorso

di aver fatto rinchiudere il figlio, che avea mostrato tanto ingegno,

in una casa di salute. Quel rimorso offuscava la sua gioia e avrebbe

dato parecchi anni di vita perchè quel fatto non fosse avvenuto. Egli

seguiva il figlio glorioso come attratto da una forza superiore,

lo vedeva stimato e ammirato, gli pareva fino di trovare in lui un

mutamento, circondato come era dall'aureola del trionfo.

Anche Giulia s'era unita al crocchio che circondava Ugo, tutta

orgogliosa di aver contribuito a quella giornata trionfale.

Quando la sera si ritrovarono riuniti al Cova, al banchetto che gli

ammiratori avevano voluto offrire ad Ugo, al signor Carlo pareva

d'esser nel mondo dei sogni; con quella sala illuminata, la tavola

scintillante di cristalli e d'argenti e coperta da lunghe corone di

fiori che la rendevano allegra. Quelli che non potevano avvicinarsi

al professore s'accostavano a lui e gli domandavano ragguagli

sull'infanzia e giovinezza del figlio, quasi quasi gli pareva d'essere

un uomo importante e d'entrarci per qualche cosa nella riuscita di

Ugo; era espansivo, parlava del professore con entusiasmo esagerandone

le doti del cuore e dell'ingegno, voleva stordirsi per far tacere il

rimorso che l'opprimeva.

Al momento dei brindisi si acclamò il professor Ugo come speranza della

scienza, ed egli rispose poche parole ringraziando d'esser stati tutti

tanto buoni ed indulgenti per lui, e brindò alla scienza che toglie il

velo che offusca la verità e al padre che avea lasciato la pace della

casa tranquilla per venire alla sua festa.

Un evviva dedicato al signor Carlo fece eco a quelle parole, e quando

il figlio gli fu vicino e gli toccò il bicchiere due lagrimoni gli

scendevano sulle guance.

—È troppo, è troppo,—diceva,—mi fa male.

Ma il professore non dimenticò nemmeno la zia Giulia che se ne stava in

un angolo quasi nascosta fra le giubbe nere e si avvicinò a lei con un

sorriso chiamandola il suo buon genio, il suo angelo tutelare.

Tutti gli sguardi si posarono sopra la fanciulla che avea il volto

raggiante dalla gioia contenta della vittoria ottenuta.

Quando più tardi si ritrovarono riuniti nella camera dell'albergo, Ugo

affermava che non sarebbe riuscito a far nulla senza l'aiuto di Giulia,

e il signor Carlo nell'entusiasmo di quella giornata trionfale diceva:

—Questa è la vita! sono stato fin'ora un cattivo padre; ma voglio

farne ammenda; senti, Ugo, voglio essere il tuo aiutante ed essere

iniziato nei misteri del tuo laboratorio.

—E se succede uno scoppio?

—Ebbene, moriremo assieme.

—Ma non sai che c'è laggiù qualcuno che non te lo permetterebbe?

—Chi? Mia moglie? Me n'ero dimenticato, ma essa è stata ingiusta con

te ed ora per castigo verrà a Milano con Mario e noi resteremo liberi.

Giulia ed Ugo si diedero un'occhiata espressiva, ma non osarono dir

nulla, nè pensare a malinconie; tutto in quel giorno doveva andar

loro a seconda, e forse sarebbero stati tutta la notte a parlare

dell'avvenire che si mostrava adorno di promesse.

Ma Giulia alzandosi tutto ad un tratto disse:

—Ed io che dimenticavo la mia missione? Non devo far conoscere al

mondo il professor Ugo? Vado subito a scrivere pei giornali la

relazione della conferenza da spargere ai quattro venti, e vi assicuro

che la prima copia sarà mandata alla signora Savina Arlandi.

Verso il mistero: Novelle · 第 33 / 52 题