Il cancello di casa Arlandi s'aperse con impeto e un carro carico
di pietre, di colore e forme diverse, entrò con fracasso nell'ampio
cortile.
Una donna di mezza età, alta, dalle forme opulente, con una veste da
camera color melanzana, comparve sulla porta della casa e, vedendo il
carro, disse con modo dispettoso agli uomini che l'avevano guidato:
—Chi vi manda? È certo un errore; noi non abbiamo ordinato nulla.
—Scusi, signora Savina,—disse il conduttore del carro levandosi
rispettosamente il cappello,—è un carico che viene dalla Germania ed
è diretto al professor Ugo Arlandi.
—Infatti mio figlio mi annuncia una spedizione d'un minerale prezioso
per le sue indagini scientifiche,—disse un signore piccolo, tarchiato,
coi baffi brizzolati, che udite le ultime parole era uscito nel cortile.
—E dove dobbiamo mettere tutta quella roba?—chiese la signora Savina.
—Naturalmente nella stanza accanto al laboratorio, come scrive nella
sua lettera,—soggiunse il signor Carlo Arlandi.
—Ma sai che è pazzo davvero quel tuo figliuolo!... tutto quel peso
lassù, ti pare? cadrà la vôlta.
—Via, non c'è pericolo, la casa ha solide fondamenta; ma tu che fai,
Mario?—disse rivolto ad un ragazzo di undici anni, che era entrato
improvvisamente nel cortile e si era impadronito d'un mucchio di quelle
belle pietre variopinte e si preparava ad adoperarle per i suoi giuochi.
—Faccio un castello per divertirmi,—disse il ragazzo,—vedi? uno
scoglio alto alto, e poi, su, una torre ancora più alta.
—Lascia quella roba che non è per te,—gli disse il padre dandogli uno
scappellotto.
—Poverino, ha più ragione di Ugo che compra delle pietre per nulla;
almeno Mario si diverte.
—Non deve toccare la roba degli altri,—soggiunse impazientito il
signor Carlo.
Quella scena coniugale sarebbe certo terminata in litigio, se in quel
punto non fosse entrata dal cancello una donna ancor giovane, d'aspetto
simpatico, colla faccia illuminata da un sorriso buono, tenendo una
lettera aperta in mano.
—Sapete,—disse,—Ugo arriva questa sera, mi raccomanda il suo
minerale, ha dovuto raccoglierlo con gran fatica e pagarlo caro.
—Bene spesi quei denari,—disse la signora Savina.
—Pare sulla via d'una grande scoperta,—soggiunse la signorina,
continuando il suo discorso.
—Ecco un'altra allucinata,—borbottò Savina rivolta al marito,—tutti
e due della medesima razza.
La giovane finse di non udire quelle parole e, vedendo Mario che
continuava a trastullarsi colle pietre, si rivolse all'Arlandi e gli
disse:
—Ma, Carlo, perchè permetti a tuo figlio di sciupare quel minerale?
Sai bene a che alto scopo deve servire, e poi ha molto valore, lo ha
scritto Ugo.
Il signor Carlo andò tosto verso il figlio, lo prese per un braccio, e:
—Via,—gli disse colla voce irritata,—va' a giuocare in giardino,
ubbidisci, hai capito?
Il fanciullo si mise a strillare come se l'avessero bastonato, e la
signora Savina lo condusse fuori del cortile, dando un'occhiata feroce
al marito e alla signorina Giulia, che, come sorella della prima
moglie dell'Arlandi, era venuta ad intromettersi nelle loro faccende
domestiche.
Giulia crollò il capo in atto compassionevole e disse al cognato:
—Quanto ti compiango! e come devi soffrire nell'assistere al dissidio
che continua sempre fra tua moglie e il figlio della mia povera
sorella; eppure Ugo è così buono, intelligente e fa onore alla nostra
famiglia.
—Tu hai un debole per quel figliuolo,—disse il signor Carlo,—e vai
all'esagerazione; non nego che sia studioso, ma finora ha lavorato come
un bue, si è sciupato la salute, ha speso una quantità di denaro, e
non ha dato nessun risultato. Mia moglie non ha tutto il torto, è un
po' provinciale e certe cose non riesce a comprenderle, ma non mi pare
che Ugo sia del tutto equilibrato.
—Voi non capite nulla nè l'uno nè l'altra,—disse Giulia.—Sapete che
cosa devo dirvi? Che sono sola a comprendere quel figliuolo, e invidio
quel suo amore alla scienza, quella sua costanza nel desiderio di
riuscire, che se lo lascerete in pace gli apporterà gloria, quattrini
e vi farà onore.
—E se non riuscisse a far nulla?—disse il signor Arlandi.
—Non è possibile, ogni fatica deve avere la sua ricompensa; in ogni
caso non fa male a nessuno, mia sorella lo ha lasciato ricco e può
spendere il suo denaro come gli piace; preferireste che lo spendesse
al giuoco o in gozzoviglie? No certo; dunque dà retta a me, guarda le
cose come sono e non lasciarti suggestionare da tua moglie, che per lui
è una vera matrigna, specialmente dopo la nascita di Mario; ma tu devi
proteggerlo, difenderlo, il tuo Ugo, almeno per la memoria della povera
Ada che ti ha reso tanto felice.... Via, non commuoverti, ora, cerca
di far mettere a posto quel minerale; io vado a casa perchè, se Savina
ritorna, non posso tacere.... Verrò questa sera quando arriva Ugo.
Appena Giulia si fu allontanata, il signor Carlo diede ordini ai suoi
uomini di portare il minerale nel laboratorio del figlio, che occupava
tutta l'ala destra della casa, e stette assorto ripensando alla sua
vita passata. Dovea confessare a sè stesso che i più begli anni erano
stati quelli che avea vissuto colla prima moglie.
In quel momento, mentre collo sguardo seguiva gli uomini che salivano
le scale carichi di minerale, egli ripensava a quei tempi, che gli
sembravano tanto lontani ed erano passati per sempre. Egli rivedeva
la sua dolce Ada, più mite e timida della sorella, colla faccia
da madonnina, che quando la rievocava colla mente ancora gli si
inumidivano gli occhi, rivedeva Giulia ch'era allora una bimba e gli
riempiva la casa di allegre risate, e si divertiva a far giuocare il
piccolo Ugo, minore di lei di pochi anni, che come un raggio luminoso
era venuto a rallegrargli l'esistenza.
Giulia era orgogliosa d'essere la zia di quel bimbo roseo e paffuto,
dagli occhietti vispi e intelligenti. Essa abitava, col padre, il
villino Giulia, diviso dalla casa grande, villa Ada, soltanto da un
filare di ippocastani, ma ai tempi del suo primo matrimonio formavano
quasi una sola famiglia ed erano sempre uniti ed in adorazione del
bimbo.
Quel tempo felice era durato dieci anni.
Poi vennero i giorni tristi.
Ada fu colta da una malattia che i medici non riuscirono a
diagnosticare, ed egli ebbe lo strazio di vederla deperire tutti i
giorni, finchè reclinò il capo stanco sulle sue spalle, come un povero
fiore avvizzito, ed esalò l'ultimo respiro senza ch'egli potesse fare
nulla per tenerla in vita. Poi passò un lungo tempo accasciato, colla
mente senza pensieri, vivendo quasi in un sogno, facendosi forza
per amore del suo Ugo, poi anche il suocero si ammalò e Giulia, per
dedicarsi al padre, lo lasciò nell'isolamento.
Ne approfittò la signora Savina che abitava in paese ed era irritata di
veder passare gli anni senza trovar marito. Incominciò a frequentare la
casa dell'Arlandi, ad esser prodiga di parole di conforto per lui, di
premure e carezze per il bambino, e a poco a poco cercò di rendersi
utile, quasi necessaria, con modi graziosi, insinuanti, come sapeva
fare quando volea raggiungere uno scopo prefisso, ed egli quasi senza
accorgersene s'era lasciato soggiogare da quella donna, al punto che,
persuaso di non poter vivere nell'isolamento tutta la vita, che in casa
era necessaria una persona che s'occupasse delle faccende domestiche
e badasse al bambino, si decise a sposarla. S'accorse subito dello
sbaglio fatto quando, divenuta signora e padrona, Savina si mostrò
sotto il vero aspetto di donna imperiosa e senza cuore. Incominciò
subito a tormentare con rimproveri ingiustificati il povero Ugo, al
punto che l'Arlandi per aver pace fu costretto a metterlo in collegio.
Terminati gli studî, il figlio ritornò a casa timido, modesto, tutto
dedito alla scienza; ma la matrigna, che intanto aveva avuto un figlio,
Mario, e non vedeva che per i suoi occhi, divenne per lui più acre e
più ingiusta, il che dava origine continuamente a nuove questioni e la
quiete era scomparsa dalla sua casa.
A questo pensava il signor Carlo, egli che tutto avrebbe sagrificato
per amore della pace e adorava Ugo che gli rammentava la sua
dolce Ada, e desiderava rivederlo dopo la sua assenza; ma nello
stesso tempo temeva che l'arrivo del figlio fosse causa di nuovi
litigi ed inquietudini. Aveva in animo di proteggerlo e difenderlo
dall'ingiustizia della moglie, si proponeva di uscire dalla sua
apatia e far sentire la sua voce autorevole, ma quando vedeva davanti
a sè Savina, coll'aspetto altero e la faccia arcigna, non osava più
dir nulla, oppure parlava timidamente, a bassa voce, nel timore di
esacerbarla, come uno scolaretto che teme le ire del professore.
E in quel momento, quando dopo aver ricondotto Mario, la vide davanti
a sè, ritta, colla faccia accesa e lo sguardo tagliente come una
lama, non seppe dirle nulla e guardò verso la strada bianca fuori dal
cancello come assorto ad osservare gli uomini che avevano portato il
minerale e s'avviavano verso la stazione.
Fu la signora Savina che incominciò a parlare, e:
—Povero bambino,—disse,—se non ci fossi io a proteggerlo, lo faresti
morire di noia.... Nemmeno giuocare gli si permette alla sua età.
—Non c'è bisogno di toccare quello che non gli appartiene, può ben
giuocare coi suoi giuocattoli; ne ha tanti!
—Dio mio! Quanto chiasso per un po' di sassi.
—Ma sono di valore; poi Ugo gli ha comprati per i suoi studî ed ha
diritto di ritrovarli, quando arriva.
—Ben spesi quei denari,—mormorò la signora.
—Meglio spenderli per la scienza che in gozzoviglie,—disse il signor
Carlo, ripetendo una frase della cognata.
—Per conto mio, preferirei che spendesse il suo denaro per divertirsi;
sarebbero cose più adatte alla sua età, invece quelle sono pazzie, e
finirà per recare lo scompiglio nella nostra casa tranquilla. Perchè
non l'hai lasciato andar ad abitare dalla zia Giulia?
—Perchè un figlio deve stare col padre, e poi questa è casa sua.
—È vero; lui è ricco e noi finiremo nella miseria, quando gli avrai
lasciato sprecare la fortuna colle sue meravigliose invenzioni.
—Basta!—disse l'Arlandi un po' irritato,—non voglio che tu dica
male di Ugo, hai capito? Pensa piuttosto a fargli mettere in ordine
le stanze e a dire a Vincenzo di andar questa sera alla stazione a
mettersi agli ordini del suo padrone.
Savina non fiatò più; non era abituata a veder il marito assumere
quell'aria di comando e rimase sorpresa, e pensava di star zitta per
poi ritornare alla carica in un momento più opportuno.
Le dava anche noia doversi privare dei servigi di Vincenzo, che Ugo
avea scelto come assistente e nello stesso tempo come suo domestico
particolare, avendolo trovato un ragazzo intelligente che s'interessava
alle sue scoperte e lo aiutava con amore. Essa però si mostrò premurosa
di dar ordini, affinchè Ugo trovasse al suo arrivo ogni cosa al suo
posto, e per rabbonire il marito disse:
—Infine Ugo non dà noia a nessuno; basta che non si lasci montare il
capo da quella pazza di sua zia; non sai che si è fitta in mente di
dividere le rendite delle sue terre coi contadini che le coltivano e,
dopo qualche anno, lasciargliele in proprietà?
—Sono idee socialiste, ma delle sue terre può fare quello che vuole;
sono cose che non mi riguardano.
—Ma, è l'esempio per i nostri?
—Lascia fare,—disse il signor Arlandi,—non occupiamoci degli affari
altrui, pensiamo piuttosto a ricevere degnamente il nostro Ugo; mi
raccomando che il laboratorio sia in ordine, perchè è impaziente di
riprendere i suoi esperimenti.
Sì dicendo, entrò in casa non volendo continuare un discorso che lo
turbava; e la signora Savina lo seguì collo sguardo, crollando il capo
e cantarellando a bassa voce.
—Sono una razza di squilibrati, di pazzi! Basta, speriamo che Mario
abbia giudizio per tutti e che finisca per esser lui il padrone.