VI.

Il salotto della zia Teresa non era mai stato così animato come in

quella sera in cui gli Arcelli erano infervorati a raccontare le

impressioni della giornata e la lugubre scoperta.

Tutti insieme cercarono di ricostruire il dramma che si era svolto

nella vecchia casa. Non dubitarono che i due scheletri avessero

appartenuto alla piccola Elisa ed a qualche suo innamorato.

Certo il marito, tornato a casa dopo una lunga assenza, forse irritato

di non esser riuscito nella sua missione patriottica e col cuore

d'italiano ferito vedendo che gli avvenimenti non erano favorevoli,

trovando la moglie in stretto colloquio con uno dei giovani che egli

aveva mandato dal Veneto, acciecato dall'ira, li aveva uccisi entrambi

e poscia nascosti nel sotterraneo che serviva di ripostiglio alle carte

politiche e compromettenti.

La zia Teresa aggiungeva delle notizie preziose che mostravano la

verità del fatto. Essa era entrata per la prima in casa del fratello

dopo la partenza di lui; dal disordine trovato, da alcune macchie di

sangue sul terreno, dalla scomparsa dei due giovani e dalla fuga del

fratello, aveva intuito la verità; ma per non accusare nessuno, l'aveva

tenuta sepolta nel cuore, come il sotterraneo aveva tenuto nascosti i

cadaveri: ora non c'era più dubbio, doveva essere accaduto precisamente

come pensavano; ma quello che imbarazzava la zia Teresa era che

Lodovico avesse scoperto quel segreto custodito con tanta cura.

Egli allora raccontò il male che fino dall'infanzia l'aveva

travagliato, e come la sua medichessa, Valentina, con una divinazione

quasi soprannaturale, fosse riuscita a colpire nel segno.

—E vedete,—soggiunse tutto pieno d'entusiasmo per la giovane

sposa,—i migliori medici avevano sbagliato, nessuno aveva trovato

l'origine del mio male; ci voleva una medichessa per veder giusto,

e poi ci sono ancora quelli che vorrebbero tener la donna rinchiusa

fra le domestiche pareti, quando può adoperare l'intelligenza con

tanto vantaggio dell'umanità! Anch'io, vedete, forse per atavismo,

nel vedere il sesso gentile invadere il nostro campo, ero contrario

alla donna indipendente; ma mi sono ricreduto; non so se essa potrà

riuscire in ogni scienza, ma nella medicina potrà raggiungere delle

altezze inesplorate; è una scienza nella quale ci vuole una specie di

divinazione, e la donna la possiede meglio di noi, sicchè può far

molto bene. Valentina ha questa qualità in sommo grado, e ne ho avuto

la prova, sicchè io spero che vorrà esercitare la sua professione per

il bene dell'umanità.

Valentina era orgogliosa della stima e degli elogi del marito ma crollò

il capo e disse:

—Per ora regnano ancora i vecchi pregiudizi; non potrei esercitare la

mia professione per mancanza di clienti!

—Ma ci sono i poveri e quelli che hanno perduta la fede nel loro

medico e amano le cose nuove, poi, quando sapranno il mio caso ch'io

proclamerò al mondo intero, vedrai....

—In ogni modo verrà pubblicato questo fatto che prova una delle

mie teorie,—disse Valentina,—è un trionfo per me, che chiamavano

romanziera della scienza; sarà sempre un documento storico; soltanto

non basta trovare una malattia, bisogna guarirla e ancora non possiamo

cantar vittoria.

—Tu sei più incontentabile di me,—disse Lodovico.—Ero talmente

avvilito del mio male incomprensibile, che soltanto l'idea che ne

conosco l'origine e che io espio una colpa del nonno mi fa più

tranquillo.

—Ma e come può aver conosciuto un fatto accaduto molti anni prima

della sua nascita?—chiese Giulia.

—È questa la prova della mia teoria,—disse Valentina,—i centri

cerebrali impressionati da un fatto atavico. Egli non vide nè

seppe nulla, ma sua madre bimba di quattro anni è stata testimone

inconsapevole della scena, che non poteva comprendere, ma che s'è

infissa nel cervello infantile incancellabilmente e forse sarà stata

un'ossessione per tutta la sua esistenza; quell'immagine l'ha trasmessa

nel cervello del figlio, dove non si sa in che modo si è mutata in

incubo opprimente.

—Quante cose sapete,—disse la zia Teresa.—Se poteste guarirmi!

—Tenteremo un po' d'elettricità,—rispose Valentina,—insegnerò a

Giulia a dare la corrente e potrà portare un po' di calore e di vita

alle membra intorpidite: ciò vi recherà certo qualche sollievo.

Poi parlarono del passato e del modo di ottenere il permesso per poter

dare sepoltura alle ossa dissepolte. Giulia aveva molte conoscenze fra

gl'impiegati del municipio e se ne sarebbe incaricata con tutto il

piacere per essere utile ai cugini pei quali incominciava a sentire un

po' di simpatia.

Con quei discorsi era già passata l'ora in cui la zia Teresa soleva

coricarsi, e Valentina si alzò per salire al suo appartamento affinchè

la vecchia potesse riposare.

Data la buona notte, raggiunsero le loro stanze, ma non avevano voglia

di dormire; erano troppo eccitati dagli avvenimenti della giornata e

avevano la mente infiammata e rigurgitante di pensieri e d'imagini.

Apersero la finestra e uscirono sul balcone per respirare l'aria fresca

della notte.

La piazza era deserta e silenziosa; la colonna col leone di San Marco e

Madonna Verona e il capitello veneziano s'ergevano in mezzo all'ombra

come fantasmi. La luna presso al tramonto mandava una luce diafana e

pallida, rischiarando un angolo della piazza.

Nessun essere vivente rompeva quel silenzio solenne. La città vetusta

era immersa in un sonno tranquillo.

Valentina e Lodovico godevano quella tranquillità, riposavano da una

giornata piena di avvenimenti e respiravano con voluttà l'aria fresca

che pioveva come una carezza sulla loro faccia infocata.

Parlavano del solito argomento di quella giornata memorabile e della

tomba che dovevano erigere alle vittime della tragedia passata. Essi

decisero per una semplice arca di marmo che racchiudesse tutti e due

gli scheletri e sopra scolpire semplicemente il verso: _Amor condusse

noi ad una morte_, senza nome e senz'altra indicazione.

Forse avrebbe colpito l'imaginazione di qualche anima innamorata

e sarebbero venuti a visitare la tomba misteriosa come ad un

pellegrinaggio o come andavano a quella di Giulietta. Poi trovavano che

come le frutta della terra, l'amore in quella città doveva essere più

intenso; anche a loro pareva di amarsi meglio là in quella quiete, in

quella piazza addormentata, vedendo disegnarsi nell'ombra la casa dei

Capuleti. Si tenevano abbracciati come se fossero nel primo giorno del

matrimonio e parlavano incessantemente facendo progetti per l'avvenire.

Dovevano tutti e due lavorare con tutte le loro energie per inalzarsi

sopra la moltitudine, lasciare una traccia luminosa nella scienza ed

essere degni l'uno dell'altro. Egli avrebbe voluto coll'elettricità

tramutare la faccia del mondo, e lei colla scienza sollevare l'umanità

sofferente. Egli confessava che il suo per Valentina non era soltanto

amore, ma ammirazione, dopo che essa era stata tanto chiaroveggente;

gli pareva d'aver accanto un essere superiore e n'era orgoglioso e

avrebbe voluto che tutti s'inchinassero ad adorare la sua Valentina.

Erano in quello stato estatico che fa dimentichi di tutto e di tutti;

furono scossi da un rintocco che partì dall'orologio della torre

dei Lamberti e si sparse nel silenzio della notte come una sfida;

tacquero, trattennero il fiato per contar l'ora.

Uno, due, tre, quattro.

I due giovani si guardarono in faccia esterrefatti. Un solo pensiero

attraversò il loro cervello. Erano proprio le quattro, l'orologio

dovette ribattere i rintocchi perchè ne fossero persuasi. Già da due

ore l'ora fatale era passata e Lodovico per la prima volta non aveva

avuto la crisi del male.

Non trovarono la voce per esprimere il loro pensiero, tanta era la

commozione che provavano nell'anima; ma si gettarono nelle braccia

l'uno dell'altro colle lagrime agli occhi.

La malattia era vinta inaspettatamente, la sorpresa era stata troppo

imprevista e la gioia tanto grande che quasi la sua intensità diventava

una sofferenza. Quando potè parlare, Lodovico chiese a Valentina:

—E sarà vinta per sempre? Tu che sai tutto, dimmi che cosa succede

dentro di me.

—Quello che speravo, che la scienza mi suggeriva, ma, sai bene, in

tutte le cose recondite che avvengono nel nostro organismo c'è la parte

misteriosa, imprevista, e perciò non è così certo l'esito come quello

dei vostri calcoli matematici. Una piccola parte del tuo cervello

era piena della tragedia degli avi, e ad una cert'ora quell'imagine

prendeva il sopravvento, e scoppiava come una bomba al contatto colla

miccia infocata; oggi tutto il tuo cervello è stato riempito da quelle

imagini, ed è avvenuto l'equilibrio; un masso compatto schiaccia,

diviso in piccoli frammenti riesce leggero; ora non c'è alcuna ragione

per cui il tuo male si rinnovi; è svelato il mistero e più non esiste.

—È vero,—così deve essere,—rispose Lodovico,—mi sento mutato,

mi pare che una vita nuova incominci per me; è strano, non mi sento

stanco, non ho voglia di dormire, i pensieri lieti mi riscaldano il

cervello. Valentina, restiamo qui per vedere spuntare l'alba d'un

giorno che segnerà un'era nuova nella mia vita.

La giovane medichessa, sorpresa del suo trionfo, che non s'aspettava,

chinò il capo in segno di assentimento, e rispose:

—Sì, restiamo pure, le ore felici bisogna viverle e non obliarle nel

sonno.

Verso il mistero: Novelle · 第 16 / 52 题