Teresa Montalti, zia dell'ingegnere Arcelli, non era mai uscita da
Verona, sua città nativa. Abitava, colla figlia Giulia, in piazza Erbe,
un appartamento di quattro stanze, due con un grande balcone sopra la
piazza e due dietro, sopra un cortile. Quella piccola casa di quattro
piani, stretta ed alta come un campanile, l'aveva ereditata da suo
fratello, nonno di Lodovico. Occupava colla figlia il primo piano,
e affittava ammobiliati gli appartamenti superiori, ad impiegati,
militari o artisti di passaggio; e coll'aggiunta di una pensione
lasciatale dal marito le due donne vivevano bene conducendo una vita
alquanto modesta. La signora Teresa aveva passati i settant'anni, e
negli ultimi tempi era stata colpita da congestione cerebrale, che
le aveva lasciato paralizzato il lato destro del corpo. Di carattere
vivace, soffriva nel dover starsene inchiodata tutto il giorno su una
poltrona, e la sua sola distrazione era osservare quello che accadeva
nella piazza sottostante.
Conosceva per nome i venditori e le venditrici, e quando la mattina
collocavano sotto gli ampii e candidi ombrelli le ceste piene di
erbaggi e di frutta, si rallegrava di poter assistere al risveglio
della vita cittadina.
Era come uno spettacolo che le si offriva spontaneo e la distraeva
dai tristi pensieri. Conosceva le abitudini dei compratori, osservava
certi incontri voluti perchè avvenivano sempre alla medesima ora,
sorprendeva qualche idillio all'ombra dei bianchi ombrelloni, e gioiva
quando qualche piccola cesta di fragole profumate compariva timidamente
a rompere la monotonia delle frutta invernali; in seguito altre più
grandi, unitamente alle ceste di ciliegie e di lamponi, venivano a
rallegrare il mercato colla loro nota rossa fiammeggiante e attiravano
gli sguardi, lasciando nell'ombra gli erbaggi e le altre frutta più
modeste; godeva quando facevano la loro comparsa le belle pesche mature
che le piacevano tanto, e i grappoli d'uva grossi come quelli della
terra promessa; ogni nuovo frutto era una nuova gioia per lei, solo
si sentiva triste quando le mele, le pere e le castagne occupavano il
posto delle frutte estive, e pensava:
—Vedrò ancora le piccole ceste di fragole? Tornerò qui al mio posto
d'osservazione, quando il sole sarà più tiepido, e avrò l'illusione
che nelle mie vene faccia scorrere un sangue più caldo e più giovane?
E sospirava e si sentiva triste specialmente nelle ore nelle quali era
sola. E restava spesso sola perchè, quando la figlia l'aveva collocata
sulla poltrona accanto alla finestra, usciva per far le provviste e
s'indugiava a chiacchierare coi conoscenti o colle vicine. La Giulia
era una donna di quarant'anni, un po' fiacca e lenta nei movimenti,
ingrassava a vista d'occhio, ma si lagnava sempre di tutto e con tutti,
e aveva la voluttà di farsi compiangere. Si era maritata giovane
e finchè ebbe il marito se ne lamentava perchè lo trovava troppo
esigente; quando rimase vedova, si faceva compiangere per la sventura
d'essere rimasta sola ancor giovane, e per giunta colla madre inferma;
insomma non era mai contenta, quantunque facesse una vita abbastanza
calma e serena. Quando l'appartamento sopra di loro rimase libero, non
cessava di lamentarsi e raccomandarsi per trovar nuovi inquilini; era
stato accettato dagli Arcelli, ed essa si mostrava annoiata per il
disturbo che quei cugini sconosciuti le avrebbero recato e al pensiero
di doversene occupare.
La signora Teresa invece all'idea di conoscere i nipoti era contenta;
tutto quello che veniva ad interrompere la monotonia della sua vita
sempre uguale, le recava qualche consolazione, e quando entrò Giulia
col telegramma in mano che ne annunciava l'arrivo per quello stesso
giorno, dopo le quattro, ebbe un'esclamazione di gioia.
—Tu dici bene, ma ora come faccio,—esclamò la Giulia,—volevo
comperare un tappeto nuovo, qualche oggetto per rallegrare
l'appartamento, e invece mi capitano qui, tutto ad un tratto, come una
bomba.
—Non borbottar sempre,—disse la signora Teresa,—se è quasi un mese
che siamo in corrispondenza e che li aspettiamo; avevi il tempo di
pensarci se volevi fare nuovi acquisti.
—E poi, a che cosa servirebbe!—soggiunse Giulia.—Sono ricchi,
abituati a vivere a Torino in un palazzo, potrei cambiare di pianta i
mobili delle nostre povere stanze e le troverebbero sempre miserabili.
Abbiamo fatto male ad offrirgliele.
—Ma via, Giulia, un po' di calma, se non si troveranno bene andranno
all'albergo, non siamo poi in un villaggio, infine sono nostri parenti
e non è male mostrar un po' di buona volontà d'averli vicini.
—Sì, ma intanto io devo pensare a tutto.
—Vorrei poter muovermi io,—disse la vecchia,—e come sarei contenta
di occuparmi di questi sposi! Ecco, per esempio, metterei un bel mazzo
di rose in mezzo alla tavola.
—È un'idea,—disse Giulia,—così aiuteranno a nascondere una macchia
d'inchiostro che ho veduto sul tappeto; me ne occupo subito.
E sì dicendo mandò a comperare i fiori e salì nell'appartamento per dar
l'ultima mano e metterlo in assetto.
Aveva disposto i mobili secondo la sua idea ed i suoi gusti; in una
delle stanze che aveva un grande balcone verso la piazza, aveva fatto
collocare due letti uguali di ferro molto semplici, un armadio e
due cassettoni; nell'altra aveva formato una specie di salotto, con
una tavola nel mezzo, un divano e qualche poltrona. I mobili erano
semplici, anzi modesti, e avevano l'aspetto molto usato; essa fece il
possibile di rallegrare gli ambienti con cuscini, tappeti e tovagliette
guernite di trina, ma soltanto il mazzo di rose avea posto una nota
allegra su quelle vecchie cose.
Quando discese, trovò la madre in piedi che girava, eccitata
dall'impazienza, trascinando dietro a sè la gamba inferma, attaccandosi
ai mobili per non cadere, e tendendo l'orecchio ad ogni carrozza che
si fermava. All'annuncio del prossimo arrivo dei nipoti le pareva di
ringiovanire, si sentiva la mente più lucida come se l'arrivo degli
sposi giovani fosse l'ultimo raggio di sole che venisse a rallegrare la
sua vita che ormai volgeva al tramonto.
—Ma che cosa hai, mamma, che sei tanto irrequieta?—chiese la
Giulia.—Non possono essere ancora arrivati; è troppo presto.
—E se non trovano la casa?—disse la vecchia.
—Ho dato l'indirizzo giusto; sarebbe inutile andar ad incontrarli: non
ci siamo mai veduti, non so nemmeno che faccia abbiano. Vedrai che ci
troveranno.
—Non avrei mai pensato di poterli conoscere,—disse la signora
Teresa, ritornando al suo posto.—Mia nipote, la mamma di Lodovico,
era una bimba quando è partita, aveva due begli occhioni azzurri
intelligenti e una corona di riccioli biondi; deve aver sofferto
col carattere di suo padre: meno male che poi è stata fortunata, ha
fatto un buon matrimonio, e se fosse vissuta avrebbe ora la gioia di
vedere suo figlio stimato e sposo felice; perchè, sai, Lodovico è un
personaggio conosciuto, un grande ingegno, tutti i giornali ne parlano.
—È quello che mi dà pensiero,—disse Giulia.—L'ingegnere Arcelli
troverà miserabile l'alloggio che possiamo offrirgli. E la moglie, la
dottoressa, sono certa che sarà antipatica, e poi chissà che superbia
e come ci guarderà dall'alto in basso, noi misere mortali che non
abbiamo studiato all'università.
—Forse sarà meglio di tutte le pettegole che conosciamo,—disse la
signora Teresa;—se poi trovasse un rimedio al mio male, benedirei la
sua venuta e la sua scienza! Tanto i medici non hanno capito nulla, può
darsi che una donna sia più intelligente.
—Eccoli!—esclamò Giulia sentendo fermarsi una carrozza,—vado ad
incontrarli.
Ma non era ancora sulle scale che Lodovico e Valentina erano già presso
all'uscio.
—Sono vostra cugina,—disse la Giulia, stendendo loro le mani.—Ben
arrivati, sono lieta di conoscervi.
—E la zia Teresa come sta?—chiese Lodovico.
—Vi aspetta! Non può camminare, ma è molto contenta che siate venuti;
se volete entrare.
—Sì, entriamo un momento,—disse Valentina,—dopo andremo a mettere in
ordine le nostre camere.
—È un appartamento molto modesto,—disse Giulia scusandosi,—non so se
vi piacerà.
—Abbiamo gusti semplici, e andrà tutto bene.... Ah, ecco la zia Teresa!
E Lodovico s'avvicinò alla vecchia, dicendole:
—Se mi permette le presento la mia sposa.
—Siate benedetti,—disse la vecchia, tirandoli a sè colla mano
sana.—Qui,—disse,—qui alla luce, Lodovico, voglio vederti bene, hai
gli stessi occhi della tua mamma, sono contenta, e poi mi rallegro del
tuo ingegno, e anche della tua sposa.—E sì dicendo la fece sedere
vicino a lei e la baciò sulla fronte.
—Mi dispiace,—disse poi con un sospiro,—che mi trovate in questo
stato; qualche anno fa ero vispa come se avessi vent'anni.
—Ma guarirà,—disse Valentina.
—Dite davvero!—esclamò la vecchia con un lampo negli occhi.—Siete
medichessa e dovete sapere se si può guarire da queste malattie.
Valentina ebbe timore d'aver fatto sorgere una speranza fallace, e
soggiunse:
—Forse, migliorare certo, vedremo, non bisogna mai disperare;
se permette, ora andiamo a prender possesso delle nostre stanze;
ritorneremo questa sera.
—Se voleste dividere il nostro pranzo modesto....—disse la vecchia.
—Grazie,—rispose Lodovico,—ma abbiamo le nostre abitudini come voi
avrete le vostre, e preferiamo esser liberi, anche per conoscere la
città. Verremo dopo pranzo, staremo spesso insieme, e diventeremo
amici, non è vero? Intanto se volete guidarci nel nostro appartamento!
—È qui sopra,—disse Giulia,—vi accompagno.
E salita una scala entrarono nelle stanze a loro destinate.
Giulia mostrò come avea creduto bene di disporle.
—Però,—disse,—voi potrete accomodarle secondo i vostri gusti e le
vostre abitudini.
—Sarà meglio fare due camere da letto,—disse Valentina,—qualche
volta Lodovico è inquieto la notte e non mi lascia dormire.... Che
belle rose!—soggiunse, vedendo il vaso di fiori nel mezzo della
tavola,—come siete buona di aver pensato anche a questo! grazie.
Poi affacciandosi al balcone esclamò:
—Ma qui è un incanto! Che vista! guarda Lodovico questa piazza! Quanto
è pittoresca!
Giulia si scusava della povertà degli arredi. Lodovico ammirava la
piazza in silenzio.
—Questo spettacolo vale una reggia,—disse Valentina;—ci troveremo
benissimo. Se mi potrete mandar un facchino che possa trasportare
qualche mobile.... non abbiamo bisogno d'altro.
—Vado a raggiungere la mamma,—disse Giulia,—se vi abbisogna qualche
cosa, sono a vostra disposizione. Arrivederci.
E sì dicendo scese nel suo appartamento, dove la madre l'attendeva con
impazienza.
Le chiese se gli sposi fossero rimasti contenti, e continuava a
ripetere:
—È una bella coppia, sembrano felici, ci porteranno un po' d'allegria.
—Come sono questi sposi moderni!—disse Giulia,—io non li capisco;
avevo fatto mettere due letti in una camera, e invece no.... vogliono
stanze separate.... e sono ancora nella luna di miele; ai miei tempi
non si usavano queste cose.
—Sai, nell'alta società è sempre stato così,—disse la signora
Teresa,—facciano loro; però mi sembrano semplici e alla mano.
—Infine siamo parenti, della stessa razza, e non ci sarebbe una
ragione che fossero superbi con noi.
Intanto Valentina aveva incominciato a disfare i bauli e a mettere a
posto un po' di roba negli armadi.
—Non è un palazzo,—avea detto al marito,—ma ci si potrà accomodare,
e poi basta guardare dalla finestra per vedere uno spettacolo che
compensa di tutto quello che manca.
Coll'aiuto d'un uomo aveva fatto trasportare gli armadi nella cucina
dell'appartamento che doveva servirle da gabinetto di toeletta. Le due
camere da letto accomodate bene, libere dai mobili inutili, riuscivano
più godibili e spaziose; diede una disposizione piacevole e comoda alle
sedie e ai tavolini, sui quali collocò qualche ninnolo portato seco,
alcuni libri rilegati e parecchie fotografie incorniciate con gusto, e
le stanze presero subito un aspetto più gaio e più piacevole.
Lodovico stava estatico appoggiato alla ringhiera di ferro del balcone
e guardava la piazza in silenzio.
—Perchè sei così taciturno?—gli chiese Valentina.—Sei forse pentito
d'esser venuto?
—Oh, tutt'altro, ma non so come avvenga, che più guardo questa piazza,
più mi persuado che è una mia vecchia conoscenza, eppure non ci sono
mai venuto a Verona, ne sono certo.
—Forse avrai veduto qualche fotografia.
—È un'impressione differente da quella che si ha da un'imagine
dipinta o fotografata, ma che non so spiegarmi; mi par di trovarmi
in mezzo a vecchi amici, qualche cosa mi fa pensare, come se vedessi
vecchie conoscenze con nuovi abbigliamenti. Basta, ho bisogno di
concentrare le mie idee, di risvegliare come dei ricordi assopiti; ecco
perchè sono silenzioso, però mi sento bene e mi par di vivere una vita
anteriore; è un sentimento nuovo che non mi dispiace.
Valentina, contenta d'essersi sistemata, s'avvicinò al marito,
e anch'essa contemplò in silenzio la vasta piazza che s'andava
spopolando, l'andirivieni dei venditori e delle venditrici, che
mettevano le ceste nei fondachi e nelle cantine, chiudevano gli
ombrelloni e dopo una giornata laboriosa erano contenti al pensiero
delle ore di riposo che avevano davanti a sè.
Stettero ad osservare in silenzio quel movimento che andava sempre
diminuendo, poi scesero, traversarono la piazza, presero la via Nuova
in quell'ora molto popolata, e si fermarono pieni di ammirazione in
piazza Vittorio Emanuele, alla vista dell'Anfiteatro Romano che in
quell'ora del tramonto faceva l'effetto d'una mole ancor più gigantesca
del vero.
—Pare d'essere a Roma,—disse Valentina,—non avrei creduto di trovare
in questo luogo tanta impressione di grandezza; la credevo una delle
solite città morte dove si conservano vestigia preziose del passato,
ma siamo invece in una città ancor viva e grande; peccato che la gente
borghese moderna abbia fabbricato da questa parte delle piccole case.
—Forse i monumenti che dagli altri lati ci parlano del passato,
spiccano di più per il contrasto;—disse Lodovico,—non vorrei vederla
in altro modo.
Passati gli archi che dividono la piazza dal corso di Porta Nuova,
entrarono per pranzare in una trattoria, che, colle tavole preparate,
invitava i passanti.
Pranzarono allegramente come due sposi nel viaggio di nozze, poi
Lodovico, impaziente di rivedere la zia Teresa, volle ritornare a casa,
quantunque l'aria fresca della sera e la città nuova lo invitassero a
passeggiare.
La zia e la cugina li aspettavano sedute accanto alla tavola illuminata
da una lampada a petrolio.
Sulla tavola c'era un tappeto nuovo, sfoggiato in onore degli sposi, e
un bel mazzo di fiori.
—Prenderete il caffè con noi,—disse la zia Teresa,—vi abbiamo
aspettato.
Poi chiese come trovavano la città.
—È un incanto,—disse Valentina,—come non m'aspettavo.
—Non mi è nuova,—disse Lodovico,—mi pare di averci sempre vissuto.
—Vi è nato tuo nonno, mio fratello, e prima di lui tutti i tuoi
ascendenti,—disse la vecchia.
—E appunto lo scopo del nostro viaggio è per saper notizie del nonno:
mi è venuto il desiderio di conoscere i miei antenati. Diteci quello
che sapete; ve ne rammentate?
—Come se fosse partito ieri; tutte le cose vecchie rammento; solo non
ho più memoria per quello che è accaduto dopo la mia malattia.
—Diteci tutto quello che sapete del nonno,—supplicò Lodovico,—è per
me una cosa molto importante, più di quello che pensate.
—Si chiamava Lodovico anche lui,—rispose la vecchia,—avea un
carattere impetuoso e una testa un po' esaltata. L'Italia era la sua
idea fissa; tutto ha sacrificato per vederla libera. Anch'io ero
italiana nell'anima e fremevo di vedere gli austriaci padroni della
mia città, ma ero più ragionevole. Che cosa potevamo fare, se loro
avevano soldati, fucili, cannoni, e noi nulla? Bisognava aspettare gli
eventi e fidare nella nostra stella; ma mio fratello voleva agire,
muoversi, era capo d'un comitato, andava in Piemonte continuamente
a parlamentare coi capi, coi ministri; una volta fu anche ricevuto
da Carlo Alberto, a cui portava messaggi; non poteva star mai
tranquillo. Io vivevo sempre trepidante, temevo che lo scoprissero e lo
fucilassero; che tempi erano quelli! Non avevo pace.
—E la nonna che cosa faceva, ve la rammentate?
—Se la rammento! Mi par di vederla, la piccola Elisa; era molto
bellina, pareva una statuetta di Sassonia, e poi vispa, irrequieta
come un uccello. Quella donna è stata il capriccio di Lodovico; volle
sposarla ad ogni costo e non era donna per lui; nata a Venezia, qui
si trovava a disagio, non capiva nulla di patriottismo e di politica;
era giovane, bella e voleva godere la vita; forse non aveva torto; ora
la vedo con occhi più indulgenti, allora, però, in quel tempo, non la
potevo sopportare, così leggera, spensierata e così lontana dalle idee
del marito, e non le perdonavo di renderlo infelice. Quando le nacque
una bimba, che fu poi la tua mamma, speravo che si calmasse; era come
pretendere che un fiume rimontasse alla sorgente: appena fu possibile,
riprese la vita di prima, diceva che era veneziana nell'anima, ed aveva
bisogno di feste, di maschere e di cavalieri serventi.
—Ah, anche i cavalieri serventi?—chiese Valentina.
—Che volete? s'annoiava. Mi ricordo che una volta mio fratello mandò
un giovane veneziano con istruzioni di mandarlo in Piemonte ad
arruolarsi come soldato. Era un suo amico d'infanzia ed Elisa, invece
di seguire la volontà del marito, pensò bene di tenerlo presso di sè,
dicendo:—_El xe un pecà che così belo el se fassa massar; el sarà el
me cavalier servente!_
—E poi?—chiese Valentina.
—Era un po' pazza, poveretta.
—E come ha finito?—chiese Lodovico.
—È morta, e molto giovane,—disse la vecchia;—come, non saprei, fu
un mistero; mio fratello, sempre viaggiando per la causa italiana,
stava dei mesi senza dar segno di vita, poi veniva in fretta a salutare
la moglie e la bimba, e via di nuovo. Mia cognata aveva preso il suo
partito, e si divertiva; si occupava del figurino della moda; aveva
i cavalieri serventi come la sua mamma e la sua nonna, diceva lei;
non pensava alla politica e alla guerra che per lagnarsi che non ci
fossero spettacoli e divertimenti; non era certo un'eroina. Un giorno,
verso la fine del '48, i piemontesi erano alle porte, tutto era pronto
per fare la rivoluzione, non si aspettava che un segnale per agire, ma
c'erano troppe spie, troppi soldati e si esitava; mio fratello venne in
fretta, misteriosamente, poi scomparvero tutti: lui, mia cognata, la
bimba e una vecchia fantesca. Non si sapeva dove se ne fossero andati,
fui ansiosa per molto tempo, li ho creduti morti, poi ho saputo che
soltanto Elisa era morta; poveretta! essa che amava tanto la vita....
—E non sapete in che modo morì.... così giovane?
—Se ne dissero tante,—rispose la zia Teresa,—ma nessuno seppe nulla
di preciso. Troppi avvenimenti tenevano trepidanti gli animi in quel
tempo; i piemontesi vinti, le nostre speranze fallite, sempre in
ansia pei nostri cari, una vita febbrile, ma ora sono contenta d'esser
vissuta in quei giorni di ansia e trepidazione.
—E il nonno?—chiese Valentina.
—Ci scrisse da Torino dove s'era rifugiato; qui non poteva più
ritornare, essendo compromesso negli affari politici; diede
disposizioni per vendere la casa dove abitava e spedirgli i mobili
migliori. Mio marito s'incaricò di tutto.
—E dove abitava, vi ricordate?
—Sul corso Santa Anastasia,—disse Giulia,—la mamma mi ha fatto tante
volte vedere la casa; se volete, ve la mostrerò.
—E vogliamo anche visitarla,—disse Lodovico.
—Bisogna chiedere il permesso al proprietario; non so a chi appartenga
ora; sarà tutto cambiato, non troverete più traccie del nonno.
—Mi basta vedere i sotterranei.... credete che siano molto mutati?
—Devono essere trasformati in cantine, c'è un'osteria al piano terreno.
—Ma che idea vedere una casa che ha appartenuto a vostro nonno?—disse
Giulia,—a che scopo?
—È un nostro segreto che vi spiegheremo; intanto è ora di salire.
—Ma a proposito,—disse Lodovico, indugiandosi sulla soglia,—la
statua sopra la fontana?
—Madonna Verona?—chiese la vecchia.
—Sì; è sempre stata così colla corona d'oro sul capo?
—No,—disse Giulia,—al tempo degli austriaci aveva il capo
incoronato di ferro. Abbiamo ancora una fotografia di quel tempo....
Eccola,—disse dopo aver cercato in un cassetto.
—Ah, bene!—esclamò Lodovico.—Precisamente come l'ho veduta in
sogno, o in realtà non lo so, con quella posa identica, ritta, come a
guardia della piazza, ma colla corona di ferro; quella corona d'oro
m'imbarazzava; ora sono contento; buona notte.
Salì alle sue stanze coll'animo sollevato. Valentina aveva indovinato;
in qualche angolo del suo cervello stavano nascoste imagini ereditate
dagli avi; quella corona era una rivelazione. Se prima era incredulo,
ora si sentiva impaziente di continuare le indagini, di visitare la
casa degli avi, di sapere la verità.
Valentina invece esitava, temeva d'aver dato un'illusione che,
rimanendo tale, avrebbe potuto peggiorare il male di Lodovico; è
vero che esistevano fatti di persone, le quali potevano descriver
paesi e cose che non avevano mai veduto, ma erano state famigliari ai
loro genitori; aveva pure udito, colle sue orecchie, alcuni, sotto
eccitamenti speciali, parlare una lingua ignota, ma conosciuta dai loro
antenati.
Però sapeva di aver troppa facilità di accettare certi fatti non
provati scientificamente, aveva la fantasia molto fervida, glielo
diceva anche il suo professore quando la chiamava la romanziera della
scienza, ed ora, ch'essa temeva d'essersi spinta troppo innanzi, e
avrebbe voluto aspettare e godere la città nuova, ecco che suo marito
era impaziente e voleva subito incominciare le sue ricerche. Era
strano quello che accadeva nelle loro anime; le parti erano mutate:
essa esitava, e invece Lodovico era pieno di fede e voleva agire.
Il timore di lei veniva anche dal fatto, che in quel tempo nessun
mutamento era avvenuto nel male di Lodovico, eppure aveva tentato tutti
i rimedi suggeriti dalla scienza in simili casi. Aveva preparato colle
sue mani delle pozioni calmanti di diverse specie, aveva variato le
dosi, tentato di distrarre lo spirito di lui con racconti e letture
interessanti nell'ora fatale; tutto era stato inutile.
In quel mese di matrimonio s'era abituata a quelle crisi, e le facevano
meno impressione sapendo prima quello che doveva accadere; lo stava
sempre ad assistere amorosamente, qualche volta lo copriva con un
lenzuolo, che serviva a rendere i movimenti più calmi e gli urli meno
sensibili, e in ogni caso non si udivano in lontananza, ed egli usciva
meno stanco da quell'incubo.
Essa era molto scoraggiata, e quasi avrebbe voluto stare inerte ad
aspettare gli eventi nel timore di perdere anche quel filo di speranza
che le rimaneva, era in un periodo nel quale non aveva più fede nè in
sè stessa nè nella scienza, e pareva invece che avesse trasfusa quella
fede nell'animo di Lodovico. Nemmeno il nuovo ambiente e le nuove cose
avevano avuto influenza sul suo male. Anche in quella prima notte che
si trovavano nella città degli avi, il male lo assalse nell'ora fatale,
e per la prima volta Valentina pianse trovandosi impotente a strapparlo
all'incubo spaventoso.