IV.

Teresa Montalti, zia dell'ingegnere Arcelli, non era mai uscita da

Verona, sua città nativa. Abitava, colla figlia Giulia, in piazza Erbe,

un appartamento di quattro stanze, due con un grande balcone sopra la

piazza e due dietro, sopra un cortile. Quella piccola casa di quattro

piani, stretta ed alta come un campanile, l'aveva ereditata da suo

fratello, nonno di Lodovico. Occupava colla figlia il primo piano,

e affittava ammobiliati gli appartamenti superiori, ad impiegati,

militari o artisti di passaggio; e coll'aggiunta di una pensione

lasciatale dal marito le due donne vivevano bene conducendo una vita

alquanto modesta. La signora Teresa aveva passati i settant'anni, e

negli ultimi tempi era stata colpita da congestione cerebrale, che

le aveva lasciato paralizzato il lato destro del corpo. Di carattere

vivace, soffriva nel dover starsene inchiodata tutto il giorno su una

poltrona, e la sua sola distrazione era osservare quello che accadeva

nella piazza sottostante.

Conosceva per nome i venditori e le venditrici, e quando la mattina

collocavano sotto gli ampii e candidi ombrelli le ceste piene di

erbaggi e di frutta, si rallegrava di poter assistere al risveglio

della vita cittadina.

Era come uno spettacolo che le si offriva spontaneo e la distraeva

dai tristi pensieri. Conosceva le abitudini dei compratori, osservava

certi incontri voluti perchè avvenivano sempre alla medesima ora,

sorprendeva qualche idillio all'ombra dei bianchi ombrelloni, e gioiva

quando qualche piccola cesta di fragole profumate compariva timidamente

a rompere la monotonia delle frutta invernali; in seguito altre più

grandi, unitamente alle ceste di ciliegie e di lamponi, venivano a

rallegrare il mercato colla loro nota rossa fiammeggiante e attiravano

gli sguardi, lasciando nell'ombra gli erbaggi e le altre frutta più

modeste; godeva quando facevano la loro comparsa le belle pesche mature

che le piacevano tanto, e i grappoli d'uva grossi come quelli della

terra promessa; ogni nuovo frutto era una nuova gioia per lei, solo

si sentiva triste quando le mele, le pere e le castagne occupavano il

posto delle frutte estive, e pensava:

—Vedrò ancora le piccole ceste di fragole? Tornerò qui al mio posto

d'osservazione, quando il sole sarà più tiepido, e avrò l'illusione

che nelle mie vene faccia scorrere un sangue più caldo e più giovane?

E sospirava e si sentiva triste specialmente nelle ore nelle quali era

sola. E restava spesso sola perchè, quando la figlia l'aveva collocata

sulla poltrona accanto alla finestra, usciva per far le provviste e

s'indugiava a chiacchierare coi conoscenti o colle vicine. La Giulia

era una donna di quarant'anni, un po' fiacca e lenta nei movimenti,

ingrassava a vista d'occhio, ma si lagnava sempre di tutto e con tutti,

e aveva la voluttà di farsi compiangere. Si era maritata giovane

e finchè ebbe il marito se ne lamentava perchè lo trovava troppo

esigente; quando rimase vedova, si faceva compiangere per la sventura

d'essere rimasta sola ancor giovane, e per giunta colla madre inferma;

insomma non era mai contenta, quantunque facesse una vita abbastanza

calma e serena. Quando l'appartamento sopra di loro rimase libero, non

cessava di lamentarsi e raccomandarsi per trovar nuovi inquilini; era

stato accettato dagli Arcelli, ed essa si mostrava annoiata per il

disturbo che quei cugini sconosciuti le avrebbero recato e al pensiero

di doversene occupare.

La signora Teresa invece all'idea di conoscere i nipoti era contenta;

tutto quello che veniva ad interrompere la monotonia della sua vita

sempre uguale, le recava qualche consolazione, e quando entrò Giulia

col telegramma in mano che ne annunciava l'arrivo per quello stesso

giorno, dopo le quattro, ebbe un'esclamazione di gioia.

—Tu dici bene, ma ora come faccio,—esclamò la Giulia,—volevo

comperare un tappeto nuovo, qualche oggetto per rallegrare

l'appartamento, e invece mi capitano qui, tutto ad un tratto, come una

bomba.

—Non borbottar sempre,—disse la signora Teresa,—se è quasi un mese

che siamo in corrispondenza e che li aspettiamo; avevi il tempo di

pensarci se volevi fare nuovi acquisti.

—E poi, a che cosa servirebbe!—soggiunse Giulia.—Sono ricchi,

abituati a vivere a Torino in un palazzo, potrei cambiare di pianta i

mobili delle nostre povere stanze e le troverebbero sempre miserabili.

Abbiamo fatto male ad offrirgliele.

—Ma via, Giulia, un po' di calma, se non si troveranno bene andranno

all'albergo, non siamo poi in un villaggio, infine sono nostri parenti

e non è male mostrar un po' di buona volontà d'averli vicini.

—Sì, ma intanto io devo pensare a tutto.

—Vorrei poter muovermi io,—disse la vecchia,—e come sarei contenta

di occuparmi di questi sposi! Ecco, per esempio, metterei un bel mazzo

di rose in mezzo alla tavola.

—È un'idea,—disse Giulia,—così aiuteranno a nascondere una macchia

d'inchiostro che ho veduto sul tappeto; me ne occupo subito.

E sì dicendo mandò a comperare i fiori e salì nell'appartamento per dar

l'ultima mano e metterlo in assetto.

Aveva disposto i mobili secondo la sua idea ed i suoi gusti; in una

delle stanze che aveva un grande balcone verso la piazza, aveva fatto

collocare due letti uguali di ferro molto semplici, un armadio e

due cassettoni; nell'altra aveva formato una specie di salotto, con

una tavola nel mezzo, un divano e qualche poltrona. I mobili erano

semplici, anzi modesti, e avevano l'aspetto molto usato; essa fece il

possibile di rallegrare gli ambienti con cuscini, tappeti e tovagliette

guernite di trina, ma soltanto il mazzo di rose avea posto una nota

allegra su quelle vecchie cose.

Quando discese, trovò la madre in piedi che girava, eccitata

dall'impazienza, trascinando dietro a sè la gamba inferma, attaccandosi

ai mobili per non cadere, e tendendo l'orecchio ad ogni carrozza che

si fermava. All'annuncio del prossimo arrivo dei nipoti le pareva di

ringiovanire, si sentiva la mente più lucida come se l'arrivo degli

sposi giovani fosse l'ultimo raggio di sole che venisse a rallegrare la

sua vita che ormai volgeva al tramonto.

—Ma che cosa hai, mamma, che sei tanto irrequieta?—chiese la

Giulia.—Non possono essere ancora arrivati; è troppo presto.

—E se non trovano la casa?—disse la vecchia.

—Ho dato l'indirizzo giusto; sarebbe inutile andar ad incontrarli: non

ci siamo mai veduti, non so nemmeno che faccia abbiano. Vedrai che ci

troveranno.

—Non avrei mai pensato di poterli conoscere,—disse la signora

Teresa, ritornando al suo posto.—Mia nipote, la mamma di Lodovico,

era una bimba quando è partita, aveva due begli occhioni azzurri

intelligenti e una corona di riccioli biondi; deve aver sofferto

col carattere di suo padre: meno male che poi è stata fortunata, ha

fatto un buon matrimonio, e se fosse vissuta avrebbe ora la gioia di

vedere suo figlio stimato e sposo felice; perchè, sai, Lodovico è un

personaggio conosciuto, un grande ingegno, tutti i giornali ne parlano.

—È quello che mi dà pensiero,—disse Giulia.—L'ingegnere Arcelli

troverà miserabile l'alloggio che possiamo offrirgli. E la moglie, la

dottoressa, sono certa che sarà antipatica, e poi chissà che superbia

e come ci guarderà dall'alto in basso, noi misere mortali che non

abbiamo studiato all'università.

—Forse sarà meglio di tutte le pettegole che conosciamo,—disse la

signora Teresa;—se poi trovasse un rimedio al mio male, benedirei la

sua venuta e la sua scienza! Tanto i medici non hanno capito nulla, può

darsi che una donna sia più intelligente.

—Eccoli!—esclamò Giulia sentendo fermarsi una carrozza,—vado ad

incontrarli.

Ma non era ancora sulle scale che Lodovico e Valentina erano già presso

all'uscio.

—Sono vostra cugina,—disse la Giulia, stendendo loro le mani.—Ben

arrivati, sono lieta di conoscervi.

—E la zia Teresa come sta?—chiese Lodovico.

—Vi aspetta! Non può camminare, ma è molto contenta che siate venuti;

se volete entrare.

—Sì, entriamo un momento,—disse Valentina,—dopo andremo a mettere in

ordine le nostre camere.

—È un appartamento molto modesto,—disse Giulia scusandosi,—non so se

vi piacerà.

—Abbiamo gusti semplici, e andrà tutto bene.... Ah, ecco la zia Teresa!

E Lodovico s'avvicinò alla vecchia, dicendole:

—Se mi permette le presento la mia sposa.

—Siate benedetti,—disse la vecchia, tirandoli a sè colla mano

sana.—Qui,—disse,—qui alla luce, Lodovico, voglio vederti bene, hai

gli stessi occhi della tua mamma, sono contenta, e poi mi rallegro del

tuo ingegno, e anche della tua sposa.—E sì dicendo la fece sedere

vicino a lei e la baciò sulla fronte.

—Mi dispiace,—disse poi con un sospiro,—che mi trovate in questo

stato; qualche anno fa ero vispa come se avessi vent'anni.

—Ma guarirà,—disse Valentina.

—Dite davvero!—esclamò la vecchia con un lampo negli occhi.—Siete

medichessa e dovete sapere se si può guarire da queste malattie.

Valentina ebbe timore d'aver fatto sorgere una speranza fallace, e

soggiunse:

—Forse, migliorare certo, vedremo, non bisogna mai disperare;

se permette, ora andiamo a prender possesso delle nostre stanze;

ritorneremo questa sera.

—Se voleste dividere il nostro pranzo modesto....—disse la vecchia.

—Grazie,—rispose Lodovico,—ma abbiamo le nostre abitudini come voi

avrete le vostre, e preferiamo esser liberi, anche per conoscere la

città. Verremo dopo pranzo, staremo spesso insieme, e diventeremo

amici, non è vero? Intanto se volete guidarci nel nostro appartamento!

—È qui sopra,—disse Giulia,—vi accompagno.

E salita una scala entrarono nelle stanze a loro destinate.

Giulia mostrò come avea creduto bene di disporle.

—Però,—disse,—voi potrete accomodarle secondo i vostri gusti e le

vostre abitudini.

—Sarà meglio fare due camere da letto,—disse Valentina,—qualche

volta Lodovico è inquieto la notte e non mi lascia dormire.... Che

belle rose!—soggiunse, vedendo il vaso di fiori nel mezzo della

tavola,—come siete buona di aver pensato anche a questo! grazie.

Poi affacciandosi al balcone esclamò:

—Ma qui è un incanto! Che vista! guarda Lodovico questa piazza! Quanto

è pittoresca!

Giulia si scusava della povertà degli arredi. Lodovico ammirava la

piazza in silenzio.

—Questo spettacolo vale una reggia,—disse Valentina;—ci troveremo

benissimo. Se mi potrete mandar un facchino che possa trasportare

qualche mobile.... non abbiamo bisogno d'altro.

—Vado a raggiungere la mamma,—disse Giulia,—se vi abbisogna qualche

cosa, sono a vostra disposizione. Arrivederci.

E sì dicendo scese nel suo appartamento, dove la madre l'attendeva con

impazienza.

Le chiese se gli sposi fossero rimasti contenti, e continuava a

ripetere:

—È una bella coppia, sembrano felici, ci porteranno un po' d'allegria.

—Come sono questi sposi moderni!—disse Giulia,—io non li capisco;

avevo fatto mettere due letti in una camera, e invece no.... vogliono

stanze separate.... e sono ancora nella luna di miele; ai miei tempi

non si usavano queste cose.

—Sai, nell'alta società è sempre stato così,—disse la signora

Teresa,—facciano loro; però mi sembrano semplici e alla mano.

—Infine siamo parenti, della stessa razza, e non ci sarebbe una

ragione che fossero superbi con noi.

Intanto Valentina aveva incominciato a disfare i bauli e a mettere a

posto un po' di roba negli armadi.

—Non è un palazzo,—avea detto al marito,—ma ci si potrà accomodare,

e poi basta guardare dalla finestra per vedere uno spettacolo che

compensa di tutto quello che manca.

Coll'aiuto d'un uomo aveva fatto trasportare gli armadi nella cucina

dell'appartamento che doveva servirle da gabinetto di toeletta. Le due

camere da letto accomodate bene, libere dai mobili inutili, riuscivano

più godibili e spaziose; diede una disposizione piacevole e comoda alle

sedie e ai tavolini, sui quali collocò qualche ninnolo portato seco,

alcuni libri rilegati e parecchie fotografie incorniciate con gusto, e

le stanze presero subito un aspetto più gaio e più piacevole.

Lodovico stava estatico appoggiato alla ringhiera di ferro del balcone

e guardava la piazza in silenzio.

—Perchè sei così taciturno?—gli chiese Valentina.—Sei forse pentito

d'esser venuto?

—Oh, tutt'altro, ma non so come avvenga, che più guardo questa piazza,

più mi persuado che è una mia vecchia conoscenza, eppure non ci sono

mai venuto a Verona, ne sono certo.

—Forse avrai veduto qualche fotografia.

—È un'impressione differente da quella che si ha da un'imagine

dipinta o fotografata, ma che non so spiegarmi; mi par di trovarmi

in mezzo a vecchi amici, qualche cosa mi fa pensare, come se vedessi

vecchie conoscenze con nuovi abbigliamenti. Basta, ho bisogno di

concentrare le mie idee, di risvegliare come dei ricordi assopiti; ecco

perchè sono silenzioso, però mi sento bene e mi par di vivere una vita

anteriore; è un sentimento nuovo che non mi dispiace.

Valentina, contenta d'essersi sistemata, s'avvicinò al marito,

e anch'essa contemplò in silenzio la vasta piazza che s'andava

spopolando, l'andirivieni dei venditori e delle venditrici, che

mettevano le ceste nei fondachi e nelle cantine, chiudevano gli

ombrelloni e dopo una giornata laboriosa erano contenti al pensiero

delle ore di riposo che avevano davanti a sè.

Stettero ad osservare in silenzio quel movimento che andava sempre

diminuendo, poi scesero, traversarono la piazza, presero la via Nuova

in quell'ora molto popolata, e si fermarono pieni di ammirazione in

piazza Vittorio Emanuele, alla vista dell'Anfiteatro Romano che in

quell'ora del tramonto faceva l'effetto d'una mole ancor più gigantesca

del vero.

—Pare d'essere a Roma,—disse Valentina,—non avrei creduto di trovare

in questo luogo tanta impressione di grandezza; la credevo una delle

solite città morte dove si conservano vestigia preziose del passato,

ma siamo invece in una città ancor viva e grande; peccato che la gente

borghese moderna abbia fabbricato da questa parte delle piccole case.

—Forse i monumenti che dagli altri lati ci parlano del passato,

spiccano di più per il contrasto;—disse Lodovico,—non vorrei vederla

in altro modo.

Passati gli archi che dividono la piazza dal corso di Porta Nuova,

entrarono per pranzare in una trattoria, che, colle tavole preparate,

invitava i passanti.

Pranzarono allegramente come due sposi nel viaggio di nozze, poi

Lodovico, impaziente di rivedere la zia Teresa, volle ritornare a casa,

quantunque l'aria fresca della sera e la città nuova lo invitassero a

passeggiare.

La zia e la cugina li aspettavano sedute accanto alla tavola illuminata

da una lampada a petrolio.

Sulla tavola c'era un tappeto nuovo, sfoggiato in onore degli sposi, e

un bel mazzo di fiori.

—Prenderete il caffè con noi,—disse la zia Teresa,—vi abbiamo

aspettato.

Poi chiese come trovavano la città.

—È un incanto,—disse Valentina,—come non m'aspettavo.

—Non mi è nuova,—disse Lodovico,—mi pare di averci sempre vissuto.

—Vi è nato tuo nonno, mio fratello, e prima di lui tutti i tuoi

ascendenti,—disse la vecchia.

—E appunto lo scopo del nostro viaggio è per saper notizie del nonno:

mi è venuto il desiderio di conoscere i miei antenati. Diteci quello

che sapete; ve ne rammentate?

—Come se fosse partito ieri; tutte le cose vecchie rammento; solo non

ho più memoria per quello che è accaduto dopo la mia malattia.

—Diteci tutto quello che sapete del nonno,—supplicò Lodovico,—è per

me una cosa molto importante, più di quello che pensate.

—Si chiamava Lodovico anche lui,—rispose la vecchia,—avea un

carattere impetuoso e una testa un po' esaltata. L'Italia era la sua

idea fissa; tutto ha sacrificato per vederla libera. Anch'io ero

italiana nell'anima e fremevo di vedere gli austriaci padroni della

mia città, ma ero più ragionevole. Che cosa potevamo fare, se loro

avevano soldati, fucili, cannoni, e noi nulla? Bisognava aspettare gli

eventi e fidare nella nostra stella; ma mio fratello voleva agire,

muoversi, era capo d'un comitato, andava in Piemonte continuamente

a parlamentare coi capi, coi ministri; una volta fu anche ricevuto

da Carlo Alberto, a cui portava messaggi; non poteva star mai

tranquillo. Io vivevo sempre trepidante, temevo che lo scoprissero e lo

fucilassero; che tempi erano quelli! Non avevo pace.

—E la nonna che cosa faceva, ve la rammentate?

—Se la rammento! Mi par di vederla, la piccola Elisa; era molto

bellina, pareva una statuetta di Sassonia, e poi vispa, irrequieta

come un uccello. Quella donna è stata il capriccio di Lodovico; volle

sposarla ad ogni costo e non era donna per lui; nata a Venezia, qui

si trovava a disagio, non capiva nulla di patriottismo e di politica;

era giovane, bella e voleva godere la vita; forse non aveva torto; ora

la vedo con occhi più indulgenti, allora, però, in quel tempo, non la

potevo sopportare, così leggera, spensierata e così lontana dalle idee

del marito, e non le perdonavo di renderlo infelice. Quando le nacque

una bimba, che fu poi la tua mamma, speravo che si calmasse; era come

pretendere che un fiume rimontasse alla sorgente: appena fu possibile,

riprese la vita di prima, diceva che era veneziana nell'anima, ed aveva

bisogno di feste, di maschere e di cavalieri serventi.

—Ah, anche i cavalieri serventi?—chiese Valentina.

—Che volete? s'annoiava. Mi ricordo che una volta mio fratello mandò

un giovane veneziano con istruzioni di mandarlo in Piemonte ad

arruolarsi come soldato. Era un suo amico d'infanzia ed Elisa, invece

di seguire la volontà del marito, pensò bene di tenerlo presso di sè,

dicendo:—_El xe un pecà che così belo el se fassa massar; el sarà el

me cavalier servente!_

—E poi?—chiese Valentina.

—Era un po' pazza, poveretta.

—E come ha finito?—chiese Lodovico.

—È morta, e molto giovane,—disse la vecchia;—come, non saprei, fu

un mistero; mio fratello, sempre viaggiando per la causa italiana,

stava dei mesi senza dar segno di vita, poi veniva in fretta a salutare

la moglie e la bimba, e via di nuovo. Mia cognata aveva preso il suo

partito, e si divertiva; si occupava del figurino della moda; aveva

i cavalieri serventi come la sua mamma e la sua nonna, diceva lei;

non pensava alla politica e alla guerra che per lagnarsi che non ci

fossero spettacoli e divertimenti; non era certo un'eroina. Un giorno,

verso la fine del '48, i piemontesi erano alle porte, tutto era pronto

per fare la rivoluzione, non si aspettava che un segnale per agire, ma

c'erano troppe spie, troppi soldati e si esitava; mio fratello venne in

fretta, misteriosamente, poi scomparvero tutti: lui, mia cognata, la

bimba e una vecchia fantesca. Non si sapeva dove se ne fossero andati,

fui ansiosa per molto tempo, li ho creduti morti, poi ho saputo che

soltanto Elisa era morta; poveretta! essa che amava tanto la vita....

—E non sapete in che modo morì.... così giovane?

—Se ne dissero tante,—rispose la zia Teresa,—ma nessuno seppe nulla

di preciso. Troppi avvenimenti tenevano trepidanti gli animi in quel

tempo; i piemontesi vinti, le nostre speranze fallite, sempre in

ansia pei nostri cari, una vita febbrile, ma ora sono contenta d'esser

vissuta in quei giorni di ansia e trepidazione.

—E il nonno?—chiese Valentina.

—Ci scrisse da Torino dove s'era rifugiato; qui non poteva più

ritornare, essendo compromesso negli affari politici; diede

disposizioni per vendere la casa dove abitava e spedirgli i mobili

migliori. Mio marito s'incaricò di tutto.

—E dove abitava, vi ricordate?

—Sul corso Santa Anastasia,—disse Giulia,—la mamma mi ha fatto tante

volte vedere la casa; se volete, ve la mostrerò.

—E vogliamo anche visitarla,—disse Lodovico.

—Bisogna chiedere il permesso al proprietario; non so a chi appartenga

ora; sarà tutto cambiato, non troverete più traccie del nonno.

—Mi basta vedere i sotterranei.... credete che siano molto mutati?

—Devono essere trasformati in cantine, c'è un'osteria al piano terreno.

—Ma che idea vedere una casa che ha appartenuto a vostro nonno?—disse

Giulia,—a che scopo?

—È un nostro segreto che vi spiegheremo; intanto è ora di salire.

—Ma a proposito,—disse Lodovico, indugiandosi sulla soglia,—la

statua sopra la fontana?

—Madonna Verona?—chiese la vecchia.

—Sì; è sempre stata così colla corona d'oro sul capo?

—No,—disse Giulia,—al tempo degli austriaci aveva il capo

incoronato di ferro. Abbiamo ancora una fotografia di quel tempo....

Eccola,—disse dopo aver cercato in un cassetto.

—Ah, bene!—esclamò Lodovico.—Precisamente come l'ho veduta in

sogno, o in realtà non lo so, con quella posa identica, ritta, come a

guardia della piazza, ma colla corona di ferro; quella corona d'oro

m'imbarazzava; ora sono contento; buona notte.

Salì alle sue stanze coll'animo sollevato. Valentina aveva indovinato;

in qualche angolo del suo cervello stavano nascoste imagini ereditate

dagli avi; quella corona era una rivelazione. Se prima era incredulo,

ora si sentiva impaziente di continuare le indagini, di visitare la

casa degli avi, di sapere la verità.

Valentina invece esitava, temeva d'aver dato un'illusione che,

rimanendo tale, avrebbe potuto peggiorare il male di Lodovico; è

vero che esistevano fatti di persone, le quali potevano descriver

paesi e cose che non avevano mai veduto, ma erano state famigliari ai

loro genitori; aveva pure udito, colle sue orecchie, alcuni, sotto

eccitamenti speciali, parlare una lingua ignota, ma conosciuta dai loro

antenati.

Però sapeva di aver troppa facilità di accettare certi fatti non

provati scientificamente, aveva la fantasia molto fervida, glielo

diceva anche il suo professore quando la chiamava la romanziera della

scienza, ed ora, ch'essa temeva d'essersi spinta troppo innanzi, e

avrebbe voluto aspettare e godere la città nuova, ecco che suo marito

era impaziente e voleva subito incominciare le sue ricerche. Era

strano quello che accadeva nelle loro anime; le parti erano mutate:

essa esitava, e invece Lodovico era pieno di fede e voleva agire.

Il timore di lei veniva anche dal fatto, che in quel tempo nessun

mutamento era avvenuto nel male di Lodovico, eppure aveva tentato tutti

i rimedi suggeriti dalla scienza in simili casi. Aveva preparato colle

sue mani delle pozioni calmanti di diverse specie, aveva variato le

dosi, tentato di distrarre lo spirito di lui con racconti e letture

interessanti nell'ora fatale; tutto era stato inutile.

In quel mese di matrimonio s'era abituata a quelle crisi, e le facevano

meno impressione sapendo prima quello che doveva accadere; lo stava

sempre ad assistere amorosamente, qualche volta lo copriva con un

lenzuolo, che serviva a rendere i movimenti più calmi e gli urli meno

sensibili, e in ogni caso non si udivano in lontananza, ed egli usciva

meno stanco da quell'incubo.

Essa era molto scoraggiata, e quasi avrebbe voluto stare inerte ad

aspettare gli eventi nel timore di perdere anche quel filo di speranza

che le rimaneva, era in un periodo nel quale non aveva più fede nè in

sè stessa nè nella scienza, e pareva invece che avesse trasfusa quella

fede nell'animo di Lodovico. Nemmeno il nuovo ambiente e le nuove cose

avevano avuto influenza sul suo male. Anche in quella prima notte che

si trovavano nella città degli avi, il male lo assalse nell'ora fatale,

e per la prima volta Valentina pianse trovandosi impotente a strapparlo

all'incubo spaventoso.

Verso il mistero: Novelle · 第 14 / 52 题