Un bellissimo sole d'aprile illuminava la città di Torino, e l'aria,
piena di profumi nuovi, avvolgeva uomini e cose.
Gli sposi, ritornati appena dal municipio, erano circondati dai parenti
e dagli amici.
Il convegno era tutt'altro che lieto. Pareva un funerale, la
preoccupazione della malattia dello sposo stava nel pensiero di tutti.
La signora Verganti tratteneva a stento le lagrime e si sentiva tanto
triste, come non era stata mai, nemmeno il giorno in cui suo marito era
partito per la guerra d'Africa, dove aveva trovato la morte. Lodovico
sorrideva, ma si mostrava preoccupato. Valentina soltanto era allegra,
raggiante, e si sforzava d'infondere in tutti il suo coraggio e la sua
gioia.
Essa sorrideva allo sposo e abbracciava la madre rassicurandola.
Tutto sarebbe andato bene, diceva. Anche la natura in festa e il sole
che entrava dalle finestre aperte rallegrava la casa piena di fiori e
d'amici.
Fu un momento solenne, quando vennero a dire che la carrozza attendeva
gli sposi per condurli alla villa che Lodovico possedeva nei dintorni
di Torino e doveva ospitarli in quei primi giorni del matrimonio.
Valentina si staccò con uno sforzo dalle braccia di sua madre, che non
avrebbe voluto lasciarla partire, salutò gli amici, e discese in fretta
le scale seguita da Lodovico.
Finalmente erano soli.
La carrozza correva per le strade lunghe, dritte, popolate da una folla
allegra, uscita per respirare la brezza della primavera nascente.
Correva pei lunghi viali fiancheggiati dagli alberi che si vestivano di
foglie novelle, avanti avanti per l'aperta campagna, salendo sui poggi
che ridevano davanti al nuovo sole. Gli sposi si tenevano per mano in
silenzio: si sentivano vivere e pensare, come sentivano il battito dei
loro cuori che la gioia rendeva più rapido.
Egli temeva che la sua felicità si dileguasse come in un sogno, e
che l'amore di Valentina non avrebbe potuto resistere quando avesse
assistito ad una delle crisi del suo male; tremava pensando a quello
che gli preparava l'indomani e la stringeva a sè fortemente come per
impedire che gli sfuggisse.
Essa indovinava il pensiero di Lodovico, ma non temeva nulla, era
sicura di sè stessa e del suo amore. Quasi desiderava affrontare
la realtà di quel male sconosciuto, per conoscerlo e tentarne la
guarigione; voleva studiarlo con tutta la forza della sua mente, colla
divinazione del suo cuore innamorato, e forse sperava di comprendere
quello che agli altri era rimasto incomprensibile.
Sapeva quel male misterioso appartenere al genere di malattie alle
quali essa specialmente si era dedicata; e il poter studiare il
soggetto, sempre, tutti i giorni, con intelletto ed amore, le dava la
speranza di riuscire.
Già la sua fantasia andava andava, come la carrozza che correva per
l'aperta campagna, e si vedeva felice e vittoriosa. Furono distolti dai
loro pensieri dalla scossa della carrozza che si fermò davanti alla
villa.
Scesero in fretta sorridendo e, stanchi pel lungo silenzio, ripresero
la conversazione interrotta.
Il sole volgeva al tramonto e tingeva d'una tinta rosea le montagne
ancora coperte di neve.
La casa bianca risaltava sopra uno sfondo verde‑cupo, formato da un
bosco di abeti; i rododendri in fiore mettevano una nota gaia sul verde.
—Quanto è bello!—esclamò Valentina.—Come saremo felici in questo
nido!
—Ti piace?—chiese Lodovico col volto illuminato dalla gioia.
—Ma è un incanto!... E come hai pensato a tutto; sei un vero mago.
Fino la tavola preparata, e un bel fuoco nel caminetto. E quante belle
rose! Eppure non siamo ancora di maggio; e queste violette! Che profumo!
E sì dicendo si chinò ad odorare un bel mazzo di viole poste in un
canestro sopra un tavolino.
Lodovico ordinò ai domestici di servire il pranzo; la lunga corsa e le
emozioni della giornata gli avevano eccitato l'appetito; poi, rivolto
alla moglie, soggiunse:
—Cara la mia dottoressa, mi pare che si potrebbe mettersi a tavola;
dopo pranzo avrai tutto il tempo per ammirare la tua villa.
—Nostra, vuoi dire.
—No, sei tu la padrona, te ne faccio un dono; spero che non mi
negherai l'ospitalità.
Valentina si mise a ridere.
—Hai voglia di scherzare,—disse.
—Parlo seriamente; sono lieto di cederti lo scettro; da domani la
padrona sarai tu, ed io sarò tuo schiavo.
E chiacchierando allegramente si sedettero a tavola dove venne loro
servito un buon pranzo, e gustarono per la prima volta il piacere di
trovarsi soli, lontani dal mondo, seduti alla stessa mensa, avendo nel
loro cervello pensieri spumeggianti come il vino di cui erano piene le
coppe di cristallo.
Dopo il pranzo, Valentina volle continuare il suo viaggio di scoperta
e girare per la villa, divertendosi a toccare i ninnoli sparsi sulle
mensole, ad osservare i mobili, i quadri, i tappeti.
Nel piano superiore v'erano le camere da letto, una coi parati rosei
per lei e l'altra più cupa e severa per Lodovico; accanto una sala
spaziosa contornata da biblioteche piene di volumi.
—Hai proprio pensato a tutto,—disse Valentina, avvicinandosi alle
biblioteche per osservare i volumi ben rilegati.—Da una parte i libri
di matematica per te, dall'altra quelli di medicina e di scienze
naturali per me; mi par di ritrovare i miei amici, eccoli tutti
schierati: Biswanger, _La neurastenia_; Beard, _Una malattia nuova_;
_La neurastenia_ di Arndt; come sono difficili questi nomi russi! E
che belle ore passeremo a studiare qui tutti e due, tu da una parte
ed io dall'altra! Perchè da sposi moderni, da personaggi del secolo
ventesimo, non ci si potrebbe contentare di star tutto il giorno a
guardarci negli occhi ed a filare l'amore perfetto. Noi abbiamo bisogno
anche del cibo dello spirito, e così il nostro amore non passerà come
una meteora fuggente, ma durerà sempre, non è vero?
—Ne ho speranza, dipende da te,—disse Lodovico, sedendosi sopra un
divano accanto a Valentina.
—Non temere,—rispose questa,—sono sicura di me stessa, i miei
sentimenti non muteranno; ma, perchè ora una nube è passata nella tua
mente?—chiese guardandolo negli occhi.
—Tu mi leggi dunque nel pensiero?
—È un po' la mia professione. Ma, dimmi, che cosa ti turba?
—Penso che presto s'avvicina l'ora fatale e vorrei pregarti di non
tentare di vedermi, nè di assistermi in quel momento.
—Ma perchè?
—Perchè la crisi passa come viene e tu ne soffriresti inutilmente; mi
prometti dunque di allontanarti?
—Non posso farti una promessa che non potrei mantenere. Desidero
vedere di che cosa si tratta, e la mia non è una curiosità da
femminuccia, ma una curiosità scientifica, e poi mi spinge la speranza
di esserti di qualche sollievo.
—Almeno, ti prego, non avvicinarti a me. Devo narrarti una cosa che
ho sempre tenuta chiusa nel mio cuore, ed al pensarvi soltanto mi
rinnova un dolore crudele. Mi rincresce evocare in questo giorno un
ricordo così triste, ma vi sono costretto per difenderti da te stessa
e impedire che avvenga un fatto al quale non potrei sopravvivere.
Valentina lo guardò esterrefatta. Che cosa doveva dirle di tanto
grave? Stette ad ascoltare tutta trepidante.
—Una volta,—riprese Lodovico col pianto nella voce,—avevo un
cagnolino, _Fedele_, il mio unico amico, il solo compagno della mia
vita solitaria; ebbene, dopo una delle mie crisi lo trovai morto,
soffocato, accanto a me. Che cosa era accaduto? Forse vedendomi
soffrire si era avvicinato per recarmi soccorso, forse per farmi una
carezza, mistero! Sono certo che l'uccisi colle mie mani, e non me ne
so ancora dar pace; pensa se tu ti avvicinassi e ch'io ti facessi male,
ti ucc.... Dio mio! sento che ne morrei. È terribile non poter dominare
i proprii movimenti!
—Non temere, Lodovico, veglierò su te, ad una certa distanza, e saprò
difendermi. Ed ora non pensiamo a cose tristi.
—Hai ragione,—disse Lodovico, abbracciandola,—godiamo di questi
momenti di pace che ancora ci rimangono.
E stettero vicini in quella stanza appena illuminata. I loro volti
erano sereni, ma un velo di mestizia pareva fosse sceso su quelle cose
che pochi momenti prima parevano tanto gaie ai due innamorati.