V.

Anche la famiglia Bonifazio si sentì colpita crudelmente dalla sventura

del figlio. Alle lagrime dell'esule corrisposero da lontano le lagrime

dei parenti, privi del conforto di stringere fra le loro braccia

affettuose il povero orfanello e il padre desolato.

Così l'esilio colpisce sempre da due parti; tanto chi resta, che chi si

allontana soffre egualmente, senza il sollievo del reciproco conforto,

senza l'amara consolazione di piangere assieme.

Stefano guarito dalla sua ferita, andava spesso a Treviso, ove aveva

molti amici. Un bel giorno girovagando per le strade della città, fu

colpito dall'aspetto di una di quelle ragazze del popolo, tanto famose

in tutto il Veneto per la rara bellezza dei lineamenti, per l'abbondanza

dei capelli, la grazia della persona e l'eleganza del vestito. Si

direbbero nate in mezzo al lusso d'uno splendido appartamento, e invece

non sono che una curiosa aristocrazia della classe operaia, le

contessine del popolo. Dove abbiano imparato a darsi quell'aspetto

disinvolto, ed alzare quegli sguardi alteri di principesse, nessuno lo

sa. Escono dalle povere catapecchie ove abitano, come da un palazzo

signorile, scendono maestosamente dalle loro scalette di legno, come se

fossero gli scalini del trono, raccogliendo, colla piccola mano coperta

di guanti, e con flessuosa destrezza, gli svolazzi della veste, per

lasciar vedere la elegante calzatura a talloni, portando con certa

alterigia la testina graziosamente pettinata, e adorna d'un velo nero

puntato con grandi spilloni. Camminano con franca andatura, portando

l'ombrellino di seta, e il ventaglio, e vanno dalla sarta o dalla

modista, ove dopo una lunga pratica giungono a guadagnare venti soldi

per dodici ore di lavoro.

La ragazza seguìta da Stefano, aveva sulla nuca una treccia di morbidi

capelli color castagno, acconciata in molti giri, da destare l'invidia

dei più avveduti parrucchieri che le offersero invano molto denaro per

acquistarla, dicendole che una treccia posticcia avrebbe prodotto lo

stesso effetto, e che i capelli crescendo più rigogliosi, essa poteva

farsene una rendita lucrosa, senza che nessuno se ne accorgesse. Era la

povera figlia d'un falegname, ma non volle mai tagliare i suoi capelli

per nessun prezzo; quella era la sola sua ricchezza, la sua corona, e

non l'avrebbe ceduta per tutto l'oro del mondo. Suo padre le dava torto,

perchè i parrucchieri lo avevano sedotto colla promessa irresistibile di

certe bottiglie d'un vino delizioso, che gli avevano fatto assaggiare in

un bicchierino, e che gli era sembrato un balsamo di lunga vita.

Ogni mattina la ragazza si metteva allo specchio coi capelli disciolti

giù per le spalle, che arrivavano fino al ginocchio, e quella ricchezza

la rendeva orgogliosa, perchè la più gran signora della città non poteva

comperarli per nessun prezzo.

Poi faceva colazione con due soldi di pane e latte, si vestiva con

eleganza, e correva al suo magazzino. Lungo la strada tutti si voltavano

a guardarla, ed essa era beata.

Stefano non fece attenzione a quei capelli, che potevano anche essere

posticci, ma fu sedotto dal sorriso degli occhi, dalla dolce espressione

dei lineamenti, dalla bocca attraente, che indicava somma bontà e cuor

contento, quantunque fosse un po' troppo grande in proporzione delle

altre linee del viso.

La seguì parecchie volte dal magazzino alla casa, essa se ne avvide, e

gli fece comprendere con uno sguardo che non disdegnava quell'omaggio, e

che trovava il giovinotto di suo gusto. Egli non tardò molto ad

esprimerle modestamente la sua rispettosa ammirazione, e le oneste

intenzioni che lo animavano. Essa in principio si mostrò molto

incredula, gli fece capire che era povera, e lo pregò di lasciarla in

pace, di non voler renderla infelice per un capriccio.

Stefano la rassicurò con solenni promesse, e così non tardarono a

prendere la dolce abitudine di vedersi spesso, di passeggiare insieme in

luoghi solitari, nella più cordiale intimità, coll'espansione di

pensieri e sentimenti che sono il melodioso linguaggio dell'amore.

L'affetto che i Bonifazio provavano pel figlio assente, pareva che

volesse manifestarsi con doppie cure sul figlio vicino; l'indole soave e

il carattere onesto del giovane lo rendevano degno della loro affezione.

Egli non tardò molto a rivelare alla madre il suo amore per la Beppina,

mostrandole il desiderio di farla sua moglie, e la buona madre

predispose favorevolmente il marito.

Il capitano Bonifazio, al contrario di molti padri, era sempre

preoccupato dal timore che suo figlio potesse innamorarsi d'una signora.

L'educazione delle ragazze nelle ricche famiglie cittadine gli metteva

spavento, e diceva a sua moglie:

--Se Stefano vorrà prender moglie, la nostra quiete sarà in pericolo.

Che cosa faremo noi di una sposa cittadina colle nostre abitudini

campagnuole? Vorrà essa adattarsi alla semplicità di questa vita? che

cosa farà tutto il giorno alla villa? vorrà essa occuparsi delle cure

domestiche recando qualche sollievo alle tue fatiche, quando la età

avanzata ti farà sentire il bisogno di riposo? Avvezza alle visite

oziose, ai teatri, agli spettacoli, alla società elegante, potrà essa

sopportare senza noia la solitudine, le sciocchezze del maestro

Zecchini, le asinaggini dei Pigna, padre e figlio?

La povera Maddalena lo consolava facendogli osservare che la città era

vicina, che i giovani avrebbero potuto fare una vita conforme ai loro

gusti, e i vecchi si sarebbero dedicati ad allevare i bimbi, e a

governare la casa, senza cambiare le abitudini di nessuno. Ma il

capitano non era persuaso e pronosticava mille disturbi, in tal modo che

quando Stefano gli annunciò il suo progetto, ne fu lietissimo, e volle

subito vedere la ragazza.

La Beppina avvertita in tempo di questa visita aveva messo in ordine la

povera dimora, e li aspettava ansiosamente fingendo di lavorare, seduta

davanti al balcone, adorno di alcuni vasi di fiori, che le erano stati

regalati da Stefano.

La visita fu breve, ma decisiva. Pareva che il capitano ne fosse più

innamorato del figlio, tanto si mostrava entusiasta del soave sorriso di

quel bel volto. Esso la trovò modesta e gentile, graziosa e

intelligente, e ritornò a casa contento per darne l'annunzio a sua

moglie, pronosticandole dei giorni felici, ed una vecchiaia tranquilla,

con una figlia di più, la più cara e simpatica che si potesse mai

desiderare, e diceva a Stefano:

--Facciamo presto; a domani la domanda al padre, e quanto prima le

nozze.

E fu secondato in ogni suo desiderio. Al giorno seguente il falegname

Morato non andò a bottega, e attese il capitano, dopo di essersi rasa la

barba e vestito da festa, secondo gli ordini della figlia.

All'ora fissata i Bonifazio furono esatti, e in poche parole si

trovarono d'accordo. Alla cortese domanda del capitano, il Morato

rispose:

--Sono anni cattivi, siamo povera gente, mia figlia non ha nè dote, nè

corredo....

--A questo ci pensiamo noi, soggiunse il capitano. Facciamo presto; io

non vi domando altro, prima di tutto perchè non mi piacciono le cose

lunghe, e poi perchè sono vecchio, e vorrei vedere un nipotino, prima di

chiudere gli occhi per sempre.

--Non parliamo di malinconie, gli rispose il falegname, con naturale

buon senso. Siamo a vostra disposizione, riconoscenti dell'onore.

Fissarono l'epoca delle nozze, il capitano baciò in fronte la Beppina, e

i due giovani si mostrarono molto lieti degli accordi.

Stefano scrisse al fratello, raccontandogli minutamente tutti i

particolari del suo amore, vantandogli le buone qualità della sposa,

senza nascondere la sua povertà.

Poco tempo dopo arrivava dalla Francia una cassa pieni di arredi da

donna con una lettera di Gervasio, nella quale egli si congratulava col

fratello per il prossimo matrimonio, e gli faceva mille scuse se osava

spedirgli il corredo della sua povera defunta, ancora nuovo, per

l'immatura sua morte. «Non saprei farne un uso migliore, egli scriveva,

la tua sposa non se ne offenda se la tratto fino da questo momento come

sorella; fra fratelli che si amano quello che è dell'uno è anche

dell'altro. Vivi felice in famiglia, intanto io pregherò il cielo che ci

conceda di rivederci presto, per poter vivere tutti uniti in casa

nostra, nella nostra patria, colla nostra famiglia, tutte cose preziose

che ci vennero tolte dalla usurpazione straniera.»

Al tempo fissato si fecero le nozze. Il capitano accompagnò Stefano a

Treviso di buon mattino, e dopo la celebrazione del matrimonio,

montarono in carrozza colla sposa e suo padre e tornarono alla villa. La

buona Maddalena li aspettava sulla porta, Beppina si gettò nelle sue

braccia.

--Hai trovato la madre che ti mancava, disse alla nuora, baciandola in

fronte.

Dopo una breve refezione fra soli parenti, Stefano condusse la sposa a

fare un giro pel parco. Avvezza al chiuso ambiente della sua cameretta

in una casa vecchia di città, in una contrada di povera gente, le parve

di passeggiare in paradiso. Attraverso le fronde passavano pochi raggi

di sole, che segnavano degli sprazzi d'oro sulla sabbia dei viali. Il

silenzio dei boschetti era rallegrato da qualche gorgheggio d'un

capinero, accompagnato dal mormorio delle acque cadenti d'una cascatella

sul lago. Dalle macchie di rose, dai caprifogli e dai gelsomini che si

arrampicavano sui muri emanava un soave profumo che imbalsamava l'aria.

La ricca vegetazione nel suo pieno vigore esalava degli aliti vitali,

raccolti da tutte le forze unite della natura, dalla terra e dall'acqua,

dalla luce, dalle foglie e dai fiori. Un'arcana voluttà serpeggiava

nelle vene e inebbriava i sensi.

Vagarono, ora bisbiglianti ed ora silenziosi, nella soave armonia delle

commozioni e dei pensieri, sotto ai boschetti e sui prati di

quell'incantevole giardino fino che udirono le campane dei villaggi

vicini che suonavano il mezzogiorno. Era l'ora destinata al pranzo di

famiglia coi parenti, e pochi amici. La stanza era adorna di fiori, la

tavola apparecchiata con garbo, ma a quella mensa c'era un vuoto

doloroso che ricordava la tristezza dell'esule lontano, gettava un velo

di malinconia sulla gaiezza delle nozze, e faceva spuntare una lagrima

sugli occhi della madre, mentre si atteggiava al sorriso.

Tuttavia gli amici festeggiando gli sposi con ripetute libazioni fecero

echeggiare un po' d'allegria alla fine del pranzo. Il maestro Zecchini

diventava loquace, papà Morato, volendo sostenersi con gravità, si

teneva diritto con uno sforzo, e pareva diffidente delle sue gambe, il

vecchio Pigna aveva due occhietti rossi e brillanti come rubini, suo

figlio, con un sorriso immobile e costante, cogli occhi fissi, e due

macchie rosse sulle guancie, mostrava il volto d'un ebete colla testa di

legno. Dopo il caffè gli sposi presero congedo dai parenti e dagli

ospiti e partirono per Venezia ove avevano fissato di passare i primi

giorni del matrimonio.

Ritornati in famiglia presero le abitudini regolari, e la giovane si

mostrò degna della sua buona ventura. Affettuosa coi suoceri, gentile

cogli amici, d'indole facile e allegra, si faceva amare da tutti.

Stefano ne era più innamorato di prima, e le buone qualità che le aveva

trovate gli facevano giudicare con indulgenza quei piccoli nonnulla che

saltano fuori col tempo e colla intimità. L'amore è un vetro appannato

attraverso il quale appariscono le figure piane come nelle ombre; il

matrimonio è un cristallo trasparente che lascia vedere gli oggetti in

rilievo, con tutti i loro pregi e difetti.

Le belle qualità dell'animo, scoperte nella Beppina, compensarono

Stefano della educazione incompleta, e la vista di quei capelli

meravigliosi, che credeva prima un ornamento aggiunto alla natura, lo

rese indulgente sull'ortografia e la grammatica, che mancavano alla

sposa come il corredo.

La famiglia Bonifazio; racconto · 第 6 / 25 题