BERTRANDO _a_ SILVIO.
Napoli, 1.º Luglio '62.
Mio caro Silvio,
Ho ricevuto l'ultima tua lettera del 22 giugno. — Sono già due giorni
che ho finito le lezioni, e ora sono un po' più libero; sebbene mi
rimanga ancora la coda degli esami per tutto questo mese. Ho lavorato
un po' quest'anno: ho fatto una larga introduzione alla filosofia,
delle lezioni sopra il Gioberti, e tutta la Logica (o Metafisica).
Qualche po' di bene credo di averlo fatto; e se a principio tutti gli
uditori e studenti erano o avversi o diffidenti o indifferenti, ora ci
sono molti che, avendo continuato sino alla fine, avendo avuto tanta
pazienza, hanno mostrato con ciò solo una buona disposizione verso
di me. E aggiungo (v. Mancini), che gli applausi che mi hanno fatto
nell'ultima lezione, sono stati strepitosissimi. — Insomma, se non
altro un certo dubbio è nato nell'animo loro, che quel formulario,
che è stato loro insegnato negli ultimi tredici anni, non sia che un
formulario.
È incredibile cosa hanno fatto di questi poveri giovani, e quanti
pregiudizii hanno messo loro nel capo. A Napoli si nasce filosofo, e
la filosofia è la cosa più facile di questo mondo; basta risolversi,
e dire: io sono filosofo. Qui il giobertismo è diventato una specie
di bramanismo; e i nuovi bramani formano una casta non meno tenace
e intrigante dell'antica. Degni loro avversarii sono i così detti
hegeliani napoletani, bramani anche loro in un senso opposto. È
impossibile misurare la profondità della loro ignoranza — degli uni e
degli altri — della storia della filosofia; ne hanno una, tutta di loro
invenzione, che rassomiglia alla vera, come la geografia dell'Ariosto
alla vera geografia. A questa babilonia contribuiscono non poco, anche
in questi tempi, non pochi insegnanti, ufficiali e non ufficiali: que'
tali ciarlatani _a sonagli_, di cui tanto abbonda il nostro paese.
Spaccano e tagliano, che è uno stupore a udirli. Un tale ha tutto
l'Oriente in tasca, un altro tutto l'Occidente, un altro tutto un altro
mondo; e appena appena poi, quel che hanno in tasca, non è che uno
straccio di carta dell'opera di Cesare Cantù[204]. È verità quel che
ti dico. E i poveri giovani stanno a bocca aperta. Noi quando eravamo
giovani _sapevamo_ Cesare Cantù. Oggi i giovani — meno pochissimi —
non sanno niente, nè meno la storia romana e greca di Goldsmith e la
geografia di De Luca. E continuerà così, se non ci si ripara. Io, che
da un anno vado quasi ogni settimana a visitare quell'ospedale che si
chiama sala degli esami, so quel che mi dico. È una malattia profonda
e vecchia, e i protomedici eletti a regolare la cura, sono i primi
malati. Siamo al _cura te ipsum_. — Se volessi continuare, non la
finirei mai.
Ti ho scritto che forse sarei venuto a Torino alla fine di luglio. Ora
ti dico lo stesso.... Non ho risoluto ancora. Ma se verrò, sarà per
pochi giorni.
Sarete o non sarete sciolti? Credo che la cosa così non possa andare.
È un po' di scandalo questo, che non si vedeva a' tempi di Cavonr.
È certo che il cervello manca, e che ciò che non manca, sono le
pretensioni infinite di aver cervello. Come si risolverà questa
faccenda? Il Governo si scredita, il Parlamento si scredita: tale è
la conchiusione. Mi pare che tutto l'ingegno ora consista ne' piccoli
mezzi: in quei tali espedienti da padre guardiano, che nel 1859 mi
facevano tanto andare in collera sul viale del Re. — Qui sempre lo
stesso: ora aspettano Garibaldi. I nostri concittadini aspettano
sempre; sono avvezzi a cercare sempre fuori di loro quel che _possono_
trovare solo in loro medesimi. Se poi non ce l'hanno, è inutile ogni
fatica. E io credo inutile tutti questi rimedi esterni, queste mezze
panacee degne solo de' tempi passati e del povero Don Liborio[205]. A
proposito, Don Liborio è risorto ed è vivo, per l'unica ragione che era
morto. Corse questa voce, or sono poche settimane; e un amico di casa
andava a condolersi colla famiglia. E chi trova? Appunto Don Liborio,
che, sdraiato sopra un seggiolone, leggeva in un giornaletto di Napoli
la sua necrologia.
Ti mando una lettera di Tari, che avrei dovuto mandarti da un pezzo;
ma non ho avuto tempo. Il povero Tari teme che o tolgano la cattedra o
lo lascino continuare come professore straordinario. Egli vuole essere
nominato ordinario. Si raccomanda a te. Ha scritto a Conforti, a De
Sanctis, ecc. Nessuno gli ha risposto. Puoi tu far qualche cosa per
lui? Tari lo merita[206].
Papà sta bene e ti saluta con Isabella e Millo. Dimmi qualche cosa di
politica. Saluto Ciccone.