VIII.

BERTRANDO _a_ SILVIO.

Napoli, 21 febbraio '62.

Mio caro Silvio,

È già un pezzo che non ricevo tue lettere. Ieri sera ho visto Ciccone,

che mi ha dato notizie di te e di Berenice. Io avrei dovuto scriverti,

per raccontarti, se non altro, quel che è avvenuto — la seconda volta

— nell'Università; ma, sempre al solito, mi è mancato il tempo. Più

o meno, già saprai tutto. Pure, sebbene tardi, voglio dirtene anch'io

qualcosa.

Nella prima dimostrazione, di cui ti scrissi, i giovani o i così detti

giovani — giacchè non tutti erano studenti, nè tutti gli studenti erano

dell'Università — dopo aver lacerato un ordine del giorno del Rettore

e cancellato dall'Elenco i nomi de' professori che non fanno, come

dicevano loro, lezione, e aver gridato abbasso il Rettore, il Ministro

De Sanctis, i Professori che non fanno lezione, ecc., e viva Tizio e

Caio, ecc., dopo molto chiasso, presa la bandiera, escono e via per le

strade gridando: Viva l'Italia ecc., abbasso il Papa-re, ecc. Si gridò

anche: Abbasso la filosofia tedesca ecc.? Si gridò e non si gridò. Ci è

di coloro che vogliono far credere che si gridò così, e quasi quasi che

non si gridasse altro; che lo scopo principale della dimostrazione era

appunto gridare così. Vogliono farlo credere; e capisci perchè[195].

Quel che so io, è questo. Tra i dimostratori ci era di coloro che

aveano interesse o erano mandati da chi avea interesse a gridar così;

cercarono di gridare e far gridare: ma la cosa rimase lì, e il grido

fu soffocato nel nascere da altri giovani. È certissimo il seguente

fatto: quando andarono alla biblioteca a pigliar la bandiera, un prete,

— che è lì a far il vicebibliotecario, credo, — non solo non si oppose,

ma disse: «Tenete, e gridate, figliuoli, contro questi panteisti e

questi atei che hanno messo all'Università». Questo fatto è notorio;

e il buon prete è ancora lì, come ci sono e lì e altrove tanti altri,

e ci saranno chi sa quanto tempo ancora. — Quel giorno, uscendo di

casa tardi, seppi che c'era stata la dimostrazione. La sera vidi il

Rettore, al Consiglio di Pubblica Istruzione. Finito il Consiglio,

e andando via: ch'è stato? gli domandai. — Hanno gridato, e fatto

chiasso; hanno gridato: _Abbasso la filosofia tedesca, viva Gioberti,

morte a Hegel_. — In verità, non mi poteva dire che aveano gridato:

abbasso lui. Pettegolezzi sempre. Nella seconda dimostrazione presero

la bandiera — dopo avere stracciato e cassato come prima — e uscirono;

ma nacque un po' di discordia tra i giovani, tra que' di fuori e que'

di dentro, e tira e stira, e parla e rispondi, finalmente i buoni la

vinsero e la bandiera fu rimessa al suo posto. Questa seconda volta

non so cosa avesse detto quel buon prete. I giovani dicevano di voler

andare sotto le finestre del Console di Francia a protestare contro una

sua lettera, in cui avea dichiarato di non aver udito altre grida in

quella gran dimostrazione contro il Papa, che «Viva la Francia, Viva

l'Imperatore». — In questa seconda dimostrazione non si gridò contro

nessuna filosofia; e in quel giorno io neanche faceva lezione.

La causa di queste turbolenze non è una. Ci è di certo una causa

politica. Gli studenti in Napoli sono, come sai, moltissimi: è una

massa rispettabile, ardente, piena di vita. Dunque, può servire a

qualcosa. Quindi i soliti agitatori, i soliti capi, i patrioti per

eccellenza, i _frementi_. Questo è positivo. Bisognava comprometterli

con quella dimostrazione contro la Francia, e poi la cosa sarebbe

andata da sè. Mi pare che gli studenti sinora abbiano avuto più senno

che non si sarebbe creduto.

Ma non tutti quelli che _dimostrarono_, aveano _intenzioni politiche_.

E questo lo sapevano gli stessi agitatori. Quindi un'altra causa,

che questi seppero benissimo _exploiter_: i professori che non fanno

lezione. Questo era il motto d'ordine principale, e così si formava un

nucleo abbastanza forte. In questo gli studenti non udivano consigli

e parole di conciliazione. Rispondevano sempre: No, abbasso chi

non fa lezione. — Cito questo fatto. S'era fatta girare una specie

di protesta contro i disordini, nella quale gli studenti doveano

dichiararsi soddisfatti de' professori ecc. Pochi firmarono. Non

vogliamo firmare, rispondevano i più. Noi non vogliamo tumulti, siamo

contenti di que' professori di cui siamo contenti; ma non vogliamo

dire di essere contenti di questi, di cui non siamo contenti. — Non

ci fu modo; non firmarono. — Altra causa: le gelosie de' professori

privati, di aspiranti a cattedre rimasti delusi e di cattedratici, che

hanno insegnato con lode sotto i Borboni. È positivo, che un professore

dell'Università, celebre per le denunzie che ha fatte e che credo

faccia ancora, ha avuta mano in questa faccenda. È positivo, che le

dimostrazioni o parte di esse, sono state concertate in certi studii

privati. È positivo che un impiegato dell'Università — un cazzaccio, —

il quale ha 4000 lire all'anno di soldo, nelle conversazioni private e

in pubblico non fa altro che dolersi dell'ateismo de' nuovi professori.

È una combriccola di birbanti, di galeotti, pagati e pasciuti dallo

Stato.

Il Ministro domandò al Consiglio d'Istruzione Pubblica un rapporto su'

_fatti_, sulle cause loro, e su' _rimedii_. Questo rapporto è andato;

l'ho firmato anch'io. Ci è del vero, ma non tutto il vero; e ci è del

falso, in quanto certe circostanze insignificanti sono state un po'

_accentuate_, e certe significanti sono state appena toccate. È una

specie di _velo impenetrabile_ gittato lì per coprire quel che non

dovrebbe essere coperto. Ma il falso nel senso di falso assoluto non ci

è. Che dovea far io? Saremmo venuti alle mani. Il rapporto non parla

certo de' veri istigatori, preti e vecchi professori dell'Università,

ecc. Ha però il coraggio, se ben ricordo, di parlare contro i

borbonici. Il nostro presidente, il comm. De Renzi, è un antiborbonico

de' più accaniti, e non ha niente paura di dirlo in pubblico!

Il rapporto è dunque inutile, e servirà più come mezzo diplomatico,

che come materia di studio per far il bene e migliorare le condizioni

dell'insegnamento qui[196]. I poveri giovani non c'entrano. Come sono

stati _cretinizzati_ in questi dodici anni! E pure hanno voglia di

fare e sapere. Ma il male è ne' ciarlatani. Paroloni, ecco tutto. Ma

l'Università, se va e va bene, può fare gran bene. In generale, fuori

dell'Università l'insegnamento è anarchico, confuso, superficiale,

e anche retrogrado. La rigenerazione, la vera rigenerazione

dell'ingegno, non può venire che da essa. È cosa orribile a pensare

quanti pregiudizii ha in generale il giovine napoletano. Ammettono

una _dialettica_ nazionale; leggono Platone in Marsilio Ficino, la

storia della filosofia in Gioberti, ecc. Credono che si nasca filosofo,

o almeno basti avere una _formola_ così per esserlo. Il male, che

ha fatto qui il giobertismo, è incredibile. Ma finirà. Sono giovani

intelligenti, svelti; solo devono persuadersi che la scienza è cosa

seria, e ci vuol pazienza assai.

Lascio di scrivere, perchè non ho più tempo. — Fa quel conto che

credi di queste notizie che ti ho dato. Ad ogni modo non mostrare a

nessuno queste mie lettere, e non mi _compromettere_ co' pettegoli. Ti

scrivo per dirti tutto. Hai capito? Regolati, e dimmi se seguitano a

denunziarmi. Scrivi subito, e a lungo. Saluto Berenice e Raffaele, a

cui risponderò. Papà sta bene e vi saluta con Isabella e ragazzi.

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 76 / 97 题