BERTRANDO _a_ SILVIO.
Napoli, 10 febbraio '62.
Mio caro Silvio,
Ti ho scritto l'altr'ieri in fretta, e fo lo stesso anche oggi. Ieri
grande dimostrazione contro il Papa-re, e a favore del Papa non re. È
stata fatta con ordine, con gran folla; e mi dicono che sia riuscita
benissimo. Solo l'aveano, mi dicono sempre, con Lamarmora, che non
si era affacciato, e non avea detto: — Bravi, così vi voglio. — Che
giudizio! non arrivano mai a capire quel che capiscono anche le oche.
Ti scrissi così, come m'era stato anche detto, dell'altra
dimostrazioncella all'Università. Mi aveano esagerato le grida contro
la filosofia; di ciò poco o niente. Il rumor maggiore, anzi principale,
è stato contro il Rettore, il Ministro e i professori che _non
fanno lezione_, (Credo che non ce ne siano. La fanno tutti, credo).
Cominciarono dallo stracciare quel tale ordine del giorno a' giovani,
e dal cancellare certi nomi dall'_Albo_ de' professori. Non erano
studenti dell'Università, o pochissimi, ingannati o tratti a forza
da certe birbe. Gli autori di più specie: istigatori senza parere,
gesuiti perfetti; istigatori palesi, ma non esecutori, ecc. Coloro
che dicono più male dell'Università, del Rettore e del Ministro, sono
naturalmente coloro che sono stati favoriti, ma non come desideravano.
Sono bricconi matricolati. In verità, la politica ha i suoi principii,
— che non sono principii, — i suoi famosi temperamenti; e gli uomini
stessi cangiano di proposito, e per timore o altro sono capaci di
abbracciare in pubblico anche i loro nemici. Questo è l'uso. Ma, per
Dio, io non so capacitarmene. Quando vedo certi serpenti — e mi ricordo
delle nostre galere — quando vedo certi serpenti antichi, noti e famosi
come serpenti, alzare ancora la testa e vibrare la lingua, e noi poveri
minchioni ridotti ancora a tirarci da canto e guardarcene e pensare
a' casi nostri, e quasi quasi sgombrar loro tutta la via e lasciarli
divertire come si sono sempre divertiti: quando vedo questo, non so che
dire.
Dico: viva l'Italia! E così mi consolo. Questa è la mia dimostrazione.
Il giorno dopo andai a far lezione, al solito. Trovai gran folla di
studenti dentro e fuori la sala. Ci siamo, dissi tra me. Mi accolsero
con applausi strepitosissimi, infiniti, inenarrabili, direbbe Mancini.
Era, direbbe lo stesso, una protesta contro quel che s'era fatto il
giorno innanzi. — Ti racconto queste miserie perchè non ho che dirti,
e per opporre miserie a miserie. Mi imagino, che forse si sarà detto
costà: «E poi entrarono nella scuola di Spaventa, lo fischiarono, lo
fecero uscire, fuggire, scappare, ecc. L'indignazione de' giovani era
giusta, ecc. Si salvò per miracolo» — Per darti un saggio dell'onestà
e della stupidaggine di que' che dicono male di me, senti questa che è
storica: «Spaventa ha detto giorni fa in una lezione: Signori, in otto
lezioni vi dimostrerò che Dio non esiste». Ho bisogno di dire a te:
quando mai? Ci sono i gonzi che lo credono, ma ci sono i birbanti che
non dovrebbero essere creduti da coloro che non sono gonzi e non sono
birbanti. Addio per oggi. Papà e Isabella vi salutano. Scrivi.