V.

BERTRANDO _a_ SILVIO.

Napoli, 28 dicembre '61.

Mio caro Silvio,

Ieri ho ricevuto la tua del 24, e non ho risposto subito, perchè era

tardi, e la posta già partiva. Aveva preveduto la difficoltà, di cui

tu mi parli, nata dall'incidente del giorno 8, e la giudico come la

giudichi tu, cioè come un bene ora, piuttosto che come un male. Quel

che bisogna scansare sempre, è il porgere la menoma occasione a quella

gente, che non fa altro che andare in cerca d'occasioni. Da loro non mi

aspettavo e non mi aspetto altro! Fanno il loro mestiere. Anche se tu

avessi parlato più pacatamente di quel che hai fatto, essi avrebbero

fatto lo stesso; più che contro il tuo discorso, l'avevano contro di

te. Questo è chiaro. Pazienza, e tempo: e la luce si farà.

Di qui non ho a dirti niente. Le cose vanno sempre come andavano; forse

meglio, giacchè, se non altro, si tira sempre innanzi, come Dio vuole.

Il male è che le cose sono ancora, — e saranno per un pezzo, — in mano

della canaglia: e chiamo così coloro che non hanno fede in niente,

che non sono nè borbonici davvero, nè italiani, ma sono birbanti,

intriganti, ladri, ciarlatani, bugiardi, adulatori; e che per tutte

queste qualità si trovano bene. È un male che ci vorrà ancora tempo

a estirpare, se pure ci si pensa. Anzi! E anche qui ci vuol pazienza.

Bisogna, quando si può, turarsi il naso, per non sentire il fetore; e

quando non si può, abbandonarsi al destino, incrociare le braccia, e

aspettare.

Passo a parlarti di me, giacchè non ho a dirti altro. Ho finito già

la mia Introduzione, ed è molto probabile che la stampi. I giovani

vogliono così. Le mie lezioni sono andate sempre bene, anzi di bene in

meglio: sempre gran folla. Ora so quel si voleva fare contro di me. Si

voleva far chiasso e tumulto nella scuola. Ma non ci sono riusciti. Io,

credo, sono stato molto prudente. Non è stata astuzia, ma una certa

confidenza in me stesso, un certo sentimento di dignità, una certa

serenità d'animo, una certa noncuranza di certe miserie e pettegolezzi,

un certo umore frizzante senza offesa, che, se non nascevano, erano

certamente fatti più vivi dal paragone che io facevo tra me e loro.

Era un piccolo complotto di professori di filosofia. La solita storia:

guasta Gioberti. Ma in realtà il vero motivo era tutt'altro. È quel

timore o odio involontario della luce che hanno le talpe. E la luce

che io oppongo a loro, è appunto quella che non vogliono, la libera

discussione. Credo che abbiano smesso il pensiero di far più nulla in

iscuola; perchè si sono accorti che i giovani li accopperebbero. Già

molti giovani, giobertiani a modo loro, si sono, dirò, convertiti. Ora

ho saputo che vogliono fare una rivista giobertiana, e risuscitare una

certa accademia dello stesso nome. Facciano pure.

Alla testa di questo movimento contro di me ci sono de' pezzi

grossi, o almeno tenuti per tali qui. Ma io non mi sgomento. Altro è

gridare _abbasso_ a uno che amministra, e che non può _dimostrare_

che amministra bene; altro è gridare contro un professore. Se essi

credono dimostrare, anch'io dimostro. Io spero ne' giovani, i quali

in generale hanno sempre un certo istinto per la verità, per la libera

ricerca. Vedo che il breve corso, che ho fatto finora, ha fatto buona

impressione. Un tale che mi era ostile, venendo sempre a udirmi, ha

finito col diventarmi favorevole, e dice che ora intende Gioberti.

Anche altri, più o meno, così.

Spero dunque che la cosa andrà, anche senza il favore de' pezzi grossi,

che, dopo aver empito la pancia sotto i Borboni, l'empiono meglio

anche adesso. E io non gl'invidio. Mangino pure, ma lascino stare i

minchioni. Spero, dico, che la cosa andrà. Del resto, io fo quel che

credo di dover fare. Non fo che la lezione: non penso ad altro; non

vedo nessuno, eccetto gli scolari; non fo male a nessuno; sono divenuto

il più grande _egoista_, direbbe qualche gran filantropo. Dunque,

accada quel che deve accadere. Spero, ripeto, che non accadrà niente.

Non ho più tempo di scriverti oggi. Tu intanto scrivimi a lungo.

Papà e Isabella co' ragazzi stanno bene e ti salutano. Salutano con

me anche Berenice con Raffaele e ragazzi. Mi dispiace che Berenice

non sia ancora guarita. Ricordati di badare a' salassi, che a Torino

fanno in gran copia. Falla curare da medici napoletani. E tu bada a'

raffreddori. Scrivimi.

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 70 / 97 题