B. SPAVENTA _al fratello_ SILVIO.
Napoli, 27 novembre '61.
Mio caro Silvio,
Ho ricevuto la tua ultima lettera del 23. Mi dispiace che sei di
cattivo umore. Ma spero che passerà, come il raffreddore che, credo,
n'è la causa. A questo proposito, ricordati che Torino è Torino, e che
ci vuole un po' di cautela. Guardati dal troppo calore delle stufe. È
il mezzo più sicuro per evitare catarri. Fa anche i bagni, e moto. Sii
di buon umore, e fa come fo io, che piglio tutte le cose in pace.
Tu non mi parli di politica, e io non ho che dirtene. Qui le cose
vanno come andavano. Il napoletano è quello che era. Parlo in
generale. Se pensa, non pensa che a Napoli. Gli stessi imbroglioni,
gli stessi ciarlatani, gli stessi vigliacchi: non senso comune, non
vera conoscenza delle cose del mondo, la stessa spensieratezza. Il
brigantaggio è sempre lì. Già cominciano a borbottar contro le nuove
imposte. Calicchio[172] minaccia in iscritto, — giacchè Calicchio è
divenuto scrittore, — i deputati che non faranno il dover loro. La
camorra séguita a esser da per tutto. Come al tempo de' Borboni vi
erano più specie di polizia, così ora vi sono più specie di camorra. Se
Domeneddio si risolvesse ad essere napoletano, non potrebbe esser che
camorrista. Altrimenti, gli suonerebbero la tofa. — Vedi che anch'io
sono di cattivo umore, e vedo tutto in nero.
Ho letto la prolusione il giorno 23[173]. Ci era gran folla, e, se devo
credere a quel che ho visto e ho inteso, ho fatto chiasso. Credevano
che io fossi qualcosa, ma ora credono che sia qualcosa più. Ne avevo
fatta una, che mi piaceva e non mi piaceva. Il giorno 16, dopo aver
udita l'apertura dell'Università fatta da Palmieri[174], pensai a
un altro argomento, e seppellii il primo scritto. Non avevo che sei
giorni di tempo. Mi misi a lavorare giorno e notte, e finii la mattina
stessa che dovevo leggere. Il sig. Palmieri avea tra tante altre cose
parlato (lui già professore di filosofia prima di me) della necessità
che la filosofia fosse nazionale, e non forestiera, e specialmente
non introducesse tra noi, nella patria, diceva egli, di Campanella, di
Bruno, di Vico, di Galluppi, Rosmini, Gioberti, le nebbie, i vapori, le
streghe, ecc. della _filosofia nordica_. E io mi misi a scrivere _Della
nazionalità nella filosofia_, rifacendo la storia della filosofia
da questo punto di vista, dall'India sino a Hegel e Gioberti. Non ti
dico che cosa ho scritto. Stamperò la prolusione e te la manderò. Tu
capisci che cosa abbia potuto dire. — Lignana[175] proluse lo stesso
giorno, e anche molto bene. Dicevano: questi sono discorsi, questi
sono professori. Ma, ma.... sin da quel giorno cominciarono certe voci
contro noi due: bestemmie, eresie, forestierume, ecc.; ma specialmente
contro di me. Dicono — già s'intende — che io sono hegeliano, cioè
partigiano del diavolo; che io voglio pervertire la gioventù; che io
non conosco la filosofia italiana; che non conosco Campanella, Bruno,
ecc. sino a Gioberti. E io fo, come _introduzione_, una breve storia
del pensiero italiano dal Risorgimento sino a Gioberti. E oltre le
lezioni che sono obbligato a fare, fo una _conferenza_ sopra uno de'
nostri filosofi: ora, sopra Gioberti. Questo disegno l'avea fatto prima
che parlassero. Ero stato profeta.
Intanto ieri ho fatta la prima lezione[176] dopo la prolusione. La
scuola era pienissima; e applausi. Ma so che cercano di tentare i
giovani. So anzi di certo, che Palmieri ha intenzione — e ha cominciato
già a tastare il terreno — di far fare agli studenti una petizione al
Ministro perchè sia allontanato dall'Università di Napoli un professore
che non professa una _filosofia italiana_.... Nel 1847 mi fece chiuder
la scuola con un ricorso a monsignor Mazzetti. Oggi crede che siamo al
'47. Vorrei vedere anche questa. — Questa è una delle tante camorre
di cui ti ho parlato. — Anche l'ex-professore di Bologna, il prof.
Prodigio[177], va dicendo qualche cosa. Non dice che ho fatto fiasco;
dice che la nostra filosofia è quell'armonia, la pitagorica, e non ha
che fare con quella che professo io. Don Basilio si è fatto ora piccin
piccino, e aspetta il caldo e la buona stagione per mostrarsi.
Ti ho detto queste chiacchiere per non tacerti nulla. Tu fanne quel
conto che credi. Se credi di non parlarne per ora a nissuno e aspettare
che io ti scriva altro e come andrà a finire la cosa, fa così. Se credi
di parlarne, e prevenire qualcuno, fa pure così. Fa insomma come ti
piace. Io crederei di aspettare ancora qualche giorno, e vedere che
sarà, e che faranno co' giovani.
Rispondimi su questo.
Salutami Ciccone[178], e digli che gli scriverò tra giorni. Digli che
io non l'ho potuto vedere il giorno che partì, perchè stavo lavorando
sulla Prolusione e non potevo uscir di casa.
Addio. Scrivi subito. Salutami, se credi, Farini[179], al quale — se
credi — potrai raccontare il rogo che mi apparecchiano i _briganti
della filosofia_.
Papà sta bene e ti saluta con Isabella e Millo. Saluto con loro anche
Berenice[180], ecc. Scrivi.