Stimo opportuno ristampare qui alcune lettere, pubblicate già in
uno scritto _Per la storia aneddota della filosofia italiana nel
sec. XIX_ (nella _Raccolta di studi critici ded. ad A. D'Ancona_,
Firenze, Barbèra, 1901, pp. 335-58): lettere scambiate tra lo
Spaventa e il fratello Silvio durante quello stesso anno 1861-62,
che fu il primo dell'insegnamento del nostro filosofo nella
Università di Napoli, e al quale appartengono le lezioni raccolte
in questo volume. Queste lettere narrano col tono dell'intimità
fraterna la storia appunto del libro, facendoci assistere alle
battaglie, in mezzo alle quali esso si venne formando, e da cui,
infine, sorse vittorioso.
Oggi una lotta come questa sostenuta dallo Spaventa all'inizio
del suo pubblico insegnamento a Napoli riesce fin difficile a
comprendersi. Ma bisogna riportarsi alle condizioni speciali
dell'Università di Napoli subito dopo il 1860; per cui basta
rileggere quello che ne scrisse nel 1862 Luigi Settembrini in
un opuscolo, che fece scandalo allora fuori di Napoli (v. gli
_Scritti varii_, racc. da F. Fiorentino, Napoli, A. Morano, 1879,
I, 13-40). Bisogna sovrattutto ricordarsi dell'importanza che aveva
avuto fin allora, in Napoli, l'insegnamento privato, al quale la
nuova ricostituzione dell'Università diede un fierissimo colpo; e
del quasi fanatico entusiasmo che dal '48, e anche prima, avevan
suscitato nel campo sempre più chiuso della cultura napoletana le
dottrine del Gioberti. Un professore all'Università, del valore
dello Spaventa, simpatico ai giovani come fratello d'uno dei
martiri più puri del liberalismo napoletano, e reduce egli stesso,
proprio allora, da un esilio più che decenne, sofferto per quella
fede politica, che ora trionfava, faceva naturalmente che gli
studi privati di filosofia, una volta assai fiorenti, rimanessero
tosto deserti. Onde quegli insegnanti abbandonati, difendendo,
come potevano, Gioberti contro l'hegelismo dello Spaventa e contro
quella sua critica, che faceva della stessa filosofia cattolica e
nazionale del Gioberti un hegelismo appena abbozzato, difendevano
insieme i loro interessi economici vitali; e però non potevano
contentarsi di discutere.
Costoro poi avevan l'appoggio aperto o segreto di alcuni degli
stessi insegnanti dell'Università, avversarii personali o
scientifici dello Spaventa; ai quali non sarebbe sembrato vero di
veder costretto l'inviso filosofo ad allontanarsi, per tornare
magari a quell'Università di Bologna donde era venuto. Dei più
autorevoli tra essi era Luigi Palmieri, già professore di logica
e metafisica nell'Università, da quando era morto il Galluppi:
immediato predecessore dello Spaventa. Il quale, come s'è veduto
(p. 7), a una allusione di lui, che era un'accusa coperta, dovette
rispondere nella sua prolusione; e ritenne sempre, come vedremo,
che a una sua denunzia si doveva se monsignor Mazzetti, presidente
della P. I., aveva ordinato nel 1847 la chiusura della scuola di
filosofia, che anch'egli, lo Spaventa, teneva allora privatamente
in quello stesso Vico Bisi, reso celebre dalla scuola del De
Sanctis.
E se numerosi e accaniti erano i nemici, non molti erano gli amici
pronti a pigliare le parti dello Spaventa. Le sue idee filosofiche
e religiose, la rigidezza del suo carattere, la severità de' suoi
giudizi, l'abituale per quanto bonaria mordacità della sua parola
facevano di lui un solitario, guardato con occhio tra pauroso
e sospettoso, anche tra gli uomini della stessa parte politica.
Anche a Torino, dove era stato, meditando e scrivendo, tra il 1850
e il '59, egli sapeva — e si vede da queste lettere — che molti
c'erano, che avrebbero goduto della notizia di un suo insuccesso
nell'insegnamento universitario nella sua Napoli.
Ma, oltre i nemici vicini e lontani, oltre gli amici tepidi
e sospettosi, lo Spaventa guardava con fiducia ai giovani: «i
quali, in generale, hanno un certo istinto per la verità, per
la libera ricerca» (lett. V). I giovani accorsero in gran folla
ad ascoltarlo; difesero la scuola dai tentativi di quelli che vi
s'affollavano per suscitarvi disordini; vollero pubblicate quelle
lezioni, che fecero intravvedere a loro un mondo nuovo. E i nemici,
viste deluse le prime speranze, si fecero da parte.
Qualche altro tentativo bensì venne fatto anche l'anno dopo,
1862-63. Infatti, un giornale cittadino del tempo (_Rivista napol.
di polit., lett. e sc._, a. I, n. 10, 1.º febbr. '63: diretta
dall'hegeliano Stanislao Gatti), ci dà notizia di un «piccolo
tafferuglio minacciato di fare» all'Università, sullo scorcio del
gennaio 1863, contro «due professori [l'altro era forse il Vera]
di filosofia, che non son voluti tenere in conto di santità». —
«I nostri studenti, — scriveva quel giornale, — si son ribellati
contro i loro sistemi, giudicandoli prima che quelli fiatassero,
e domenica scorsa volevano fare una dimostrazione, che non
sarebbe stata certo filosofica. È colpa loro? Non credo, giacchè
io li tengo abbastanza saggi e prudenti per non dare in simili
ciampanelle. Credo invece che siano sobillati da qualche altro
professore, e questo è il caso di dire che il medico è nemico
del medico, il ciabattino del ciabattino. Infatti corrono certe
stampe, che non fanno troppo onore a chi ebbele vergate; con le
quali si tende ad aizzare i giovani inesperti contro l'insegnamento
universitario, accusandolo come pericoloso ed antinazionale. In
una di queste stampe la dimostrazione della nazionalità della
filosofia si riduce ad una _sciarada_ sulla parola filosofia,
la quale in greco vuol dire _amore della sapienza_. L'egregio
professore ci dimostra, come due e due fanno quattro, che il primo
è _subbiettivo_, il secondo _obbiettivo_: il tutto non lo dice,
ma ve lo dico io: è pappolata». Lo spiritoso scrittore conchiudeva
pregando «questi filosofi novellini di voler contenere la critica
in que' termini di decoro che prescrive la civiltà de' nostri
tempi».
E ancora in una lettera del 14 marzo di quell'anno lo stesso
Spaventa scriveva al fratello Silvio: «Mi dicono che il giorno 19
(te lo ricordi il 19 marzo 1849?) ci sarà gran dimostrazione, e che
dopo aver gridato _viva Garibaldi_, si griderà: _abbasso Spaventa_
(me, non te). Son capaci di farlo. Sono i soliti minchioni e
birboni. Io non me ne curo. All'Università non vengono, perchè
i miei scolari son risoluti di batterli». — Il 19 marzo 1849 era
stato il giorno dell'arresto di Silvio, e il principio della sua
decenne prigionia.
Le lettere qui pubblicate appartengono al carteggio ancora in gran
parte inedito dello Spaventa[171], già posseduto dal suo degno
nipote e mio amico carissimo B. Croce, e ora da lui depositato
nella Biblioteca della Società storica per le provincie napoletane.