Concetto della Restaurazione cattolica. — Carattere generale della
filosofia del Campanella.
Campanella è l'ultimo filosofo del Risorgimento. Il suo imprigionamento
coincide quasi colla morte eroica di Bruno e colla nascita di Cartesio.
Io non racconterò qui la sua vita; non indagherò se egli avesse davvero
congiurato contro gli Spagnuoli. Il D'Ancona ed altri tentarono, di già
sono parecchi anni, tutte le vie per dimostrare la falsità dell'accusa,
quasi temendo che la sua verità storica fosse un'infamia pel frate
di Stilo. Le ragioni del D'Ancona — allora giovanissimo, e pur colto
e ingegnoso — furono da me sommariamente discusse nella introduzione
a' miei studii sulla teorica della cognizione e sulla metafisica
di Campanella[68]. Qui io devo considerar Campanella soltanto come
filosofo.
Campanella è il filosofo della _restaurazione cattolica_. Si è
dato questo nome a quel tentativo, più o meno serio e sincero, di
conciliazione, iniziato e promosso dal clero in generale dopo la
Riforma, tra il medio evo e la tendenza del nuovo tempo, tra la
Scolastica e il pensiero libero. Campanella è come due uomini e due
coscienze in una: l'uomo del medio evo — il discepolo di S. Tommaso —,
e l'uomo nuovo, con nuovi istinti e tendenze, il quale teme sempre di
contraddire al primo e quasi diffida di se stesso. Perchè dunque sia
ben compreso il significato di Campanella nella storia della nostra
filosofia, io credo di dover esporre, quanto più brevemente potrò,
il concetto di questa restaurazione. Si sa, che la filosofia non è
mai qualcosa d'astratto e d'indifferente verso le altre forme reali
della vita, ma nasce sempre o almeno viene determinata da una data
_posizione_ storica della vita stessa.
Ora la differenza tra il medio evo e il nuovo tempo, considerata
in quelle forme principali della vita umana, che sono lo Stato, la
religione e la filosofia, è la seguente:
1. Nel medio evo lo _Stato_ dipende assolutamente dalla Chiesa, come
si vede chiaro dalla teorica della relazione tra le due spade: la
spirituale e la temporale. Lo Stato non ha altro valore che quello di
piedistallo della statua di Dio, che è la Chiesa; non è in sè niente
di divino (di legittimo e razionale), ma è sacro solo come piedistallo.
Per Dante stesso — il quale noi sogliamo venerare come il primo autore
del concetto del nostro Stato autonomo e nazionale —, lo Stato non
è altro ancora che il _Sacro romano imperio_, e l'Italia soltanto la
prima gemma dell'imperiale corona. Lo Stato è uno ed universale, come
una ed universale è la Chiesa; e non solo lo Stato come tale è soggetto
alla Chiesa, ma lo Stato nazionale è una cosa secondaria.
La _religione_ è impacciata da forme esterne troppo materiali; le quali
spengono, invece di manifestare, la vitalità dell'idea religiosa. Nella
Chiesa, come governo di Dio su questa terra, come papato e gerarchla,
si fa una mostruosa mescolanza dell'infinito e del finito, a' quali
si attribuisce egual valore; un tempio, un convento, una pietra sono
_sacri_ come la stessa legge divina, e sempre superiori a tutte le
leggi umane. Tale è l'origine delle immunità e d'ogni maniera di
privilegi locali e personali.
La scienza (e specialmente la filosofia, come ho già detto nella
lezione terza) dipendeva assolutamente dalla teologia.
2. Nel nuovo tempo, al contrario, lo _Stato_ intende di separarsi
dalla Chiesa, acquistare la propria autonomia, e dire: _io sono_, e
sono qualcosa di divino e ho una missione divina sopra la terra. A
questo indirizzo corrisponde la formazione delle nazionalità e della
monarchia.
La _religione_ intende di liberarsi dalle forme esterne troppo
materiali e raccogliersi nella purezza ed interiorità del sentimento: e
pregiare non le sole opere senza la fede (e neppure la sola fede senza
le opere), ma le opere prodotte e vivificate dalla fede.
La _scienza_, finalmente, intende di emanciparsi dalla teologia; cerca
nel pensiero (nella natura e nella coscienza) la base della certezza, e
già dice: penso, dunque sono.
In generale: nel medio evo, il divino è solo l'elemento religioso,
e l'uomo effettua il divino, solo nella religione. Nel nuovo tempo,
invece, la religione è solo una delle forme del divino nell'uomo, e le
altre sono appunto lo Stato, la scienza, l'arte; e l'uomo può elevarsi
a Dio ed effettuare il divino anche nella pratica della vita civile,
nell'arte, nel sapere.
Ora ecco come i restauratori cattolici si misero a conciliare questa
opposizione.
Quanto allo Stato, fecero questa gran concessione: Chiesa e Stato
stanno tra loro come _anima_ e _corpo_ (non più come statua e
piedistallo); sono due sostanze, due nature (dottrina tomistica: San
Tommaso trascende in parte il medio evo). Il corpo, come ente per sè,
ha una certa indipendenza: vegeta, vive, mangia, digerisce, etc., etc.
Ma nelle cose che interessano l'anima, o deve lasciar fare all'anima
o deve dipendere dall'anima (nelle così dette funzioni _miste_).
Egualmente lo Stato. Il quale apre strade, dissecca paludi, riscuote
tasse, produce e consuma, etc., etc. Ma non può definire quel che è
buono e giusto — non può far leggi veramente degne di questo nome —,
senza consultare e obbedire l'oracolo supremo, che è la Chiesa. Non
ci è bisogno di dire, che questa dipendenza dello Stato si estende
anche alle azioni miste. — Questa relazione tra la Chiesa e lo Stato
è da' moderni gesuiti rappresentata più grossolanamente così: la
Chiesa è il medico che fa la ricetta, e lo Stato è lo speziale che
la spedisce. Ovvero meglio: la Chiesa è l'architetto, e lo Stato è il
muratore[69]. I primi gesuiti erano più larghi e liberali; e concependo
le due potestà, la spirituale e la temporale, come _immediate a Deo_
tutte e due, facevano conferire la prima a S. Pietro e successori, e
la seconda al popolo solo, alla moltitudine, alla massa; la quale poi
la trasferisce _sub conditione_ o per contratto nel Principe. Perciò
la potestà del Principe non è di _origine divina_, come quella del
Papa; il diritto divino è solo nella massa. Così i gesuiti d'allora
per combattere la prima forma dell'autonomia dello Stato (la monarchia
assoluta), mettevano innanzi la sovranità popolare e negavano il
diritto divino de' principi; e i gesuiti d'oggi giorno, per combattere
la vera forma dell'autonomia dello Stato, fondata nella volontà
nazionale, mettono innanzi il vecchio diritto divino delle famiglie
principesche. Il fine è lo stesso; solo i mezzi sono differenti.
Quanto alla religione in generale, la conciliazione fu l'opera, si sa,
del Concilio tridentino.
Nella filosofia finalmente essa ebbe la sua forma più schietta, e direi
quasi disinteressata, appunto nel sistema di Campanella.
In generale, questa restaurazione, come tutte le restaurazioni
fatte da coloro che hanno perso e vogliono rifarsi, non fu una vera
conciliazione. Pure fu in qualche modo un progresso. E il maggior bene
fu questo: che si riconobbe che ci era qualcosa da fare e qualche
opposizione da conciliare. Gli stessi restauratori ammettevano,
almeno implicitamente, che il mondo non andava più come era andato
nel medio evo. Questa convinzione era così profonda in Campanella,
che tra lui e la schiera comune de' restauratori ci è da fare una gran
differenza. Costoro, più che a fondare il nuovo, miravano a conservare
o riedificare il vecchio mondo; Campanella al contrario si sentiva come
tirato dal nuovo, e il vecchio faceva su lui, dirò così, l'effetto d'un
contrappeso. Gli altri guardavano indietro, e avrebbero volentieri
voltato per sempre le spalle a ogni avvenire; Campanella guardava
innanzi, e si volgeva indietro come il fanciullo verso la madre che
l'ha allevato.
Infatti fin da giovinetto, come ho già notato in una mia scrittura[70],
Campanella difende la fisica di Telesio, cioè la nuova scienza, la
scienza della natura opposta alle credenze ecclesiastiche; ma nel tempo
stesso con pietà religiosa indaga la relazione della vita naturale
colla soprannaturale.
Vuol riformare la filosofia (cioè, non si contenta nè della Scolastica,
nè davvero del medio evo) e la società (_Città del sole_); ma
conservando, anzi promovendo sempre il rispetto della Chiesa cattolica.
Ammette il _progresso_; ma indirizzato ad una monarchia universale,
capo il Papa, alla estirpazione dell'eresia, alla comunità de' beni e
delle donne. Riconosce che lo Stato e le relazioni mondane non sono il
puro nulla, sebbene non abbiano in sè il divino, ma lo ricevano solo
per partecipazione, in quanto servono a' fini della Chiesa; il vero
Stato è l'ecclesiastico-laicale. È divino solo l'elemento religioso.
Afferma il valore del senso e della esperienza: anzi nella esperienza
fonda tutta la scienza delle cose umane e naturali, e pone come
principio la _coscienza di sè_ e l'_attività spontanea_ dello spirito
(precorre l'empirismo ed il razionalismo). Ma con tutto ciò la scienza
naturale non è cosa divina, e ha radice principalmente nell'anima
materiale, più che nella immateriale (che è l'organo della religione).
— Dualismo tra il naturale e il soprannaturale, come tra le due anime.
Insiste sulla necessità di studiare la natura, gran libro o codice
di Dio: questo studio è tutta la filosofia. Ma il mondo in generale
è solo la _statua_ di Dio, non un lato della vita di Dio. Dio nella
sua verità è assolutamente fuori del mondo, e ce lo fa conoscere solo
la religione, non la filosofia; la quale così è di certo regina delle
scienze naturali, ma sempre ancella della teologia.
Ma se la filosofia e le scienze naturali non ci fanno conoscere la
verità, che è Dio stesso, a che servono? Come giustificare la necessità
della loro esistenza? In generale, perchè questa vita terrena, finita,
mutabile? Non se ne sa niente; è pericoloso anche il congetturare su
ciò, dice Campanella.
Campanella non comprende la necessità del finito in generale: la
_mondanità_ e _umanità_ di Dio. Quindi i due caratteri della sua
filosofia: teologismo e scetticismo. Questo è la convinzione che il
sapere umano non basta a tutto, perchè sempre imperfetto; quello è la
convinzione della necessità di sussidii straordinarii per soccorrere la
ragione[71].
Il suo teologismo si fonda dunque nel suo scetticismo. All'opposto, il
teologismo scolastico era puramente dommatico.
Questo scetticismo — diverso dall'antico, e prodotto dalla
contemplazione della natura — è un elemento nuovo nella filosofia.
(Anche oggi i naturalisti in generale non fanno consistere la scienza
umana che nell'osservazione e nella esperienza; nel resto sono
scettici, e, o ricorrono alla rivelazione, o non ci credono affatto.
A certi problemi — i quali interessano, più che essi non credono, lo
spirito umano, perchè concernono l'uomo stesso, non come minerale,
pianta o semplice animale, ma appunto come _uomo_ — i naturalisti
non sanno rispondere altrimenti che o negando i problemi medesimi
o facendone una girata al curato e al confessore). — Abbiamo visto
le diverse forme di questo scetticismo nel Risorgimento (Cusano,
Valla, Pomponazzi, etc.). Adunque, epilogando, possiamo dire, che
nella nostra filosofia Campanella ha questo significato: — è filosofo
libero, che confida nel _senso_, nella _esperienza_ e nella _coscienza
di se stesso_; ma non è libero, non dico come Bruno, ma nè meno come
Pomponazzi, Achillini, Cesalpino; non è scolastico, e più che Bruno, in
quanto cerca di fondare la filosofia nella _coscienza di sè_; ma ne'
risultati si accorda, più che non si potrebbe credere, colla dottrina
gerarchica del medio evo. Rompe sì i ceppi alla scienza, ma sol perchè
questa se li rifaccia da sè; e si sottometta liberamente, quasi per
_esperienza_, alla fede.
È insomma, come ho già detto, il filosofo della restaurazione cattolica.
Il concetto della restaurazione si riassume nel seguente concetto della
vita umana.
L'uomo, dice Campanella, è imperfetto; il suo stato non corrisponde
alla sua natura; egli è in lotta con se stesso. Causa di ciò è il
_peccato_. Quindi la necessità dell'aiuto divino. Giovano anche
le leggi positive (quindi il valore dello Stato); ma non bastano.
Ci bisogna altro: la _rivelazione_. A questa però si accompagna la
_religione interna_, nella quale solamente noi partecipiamo alla vera
_libertà_.
Qui ci è del vecchio e del nuovo, e tale è Campanella stesso:
l'_uomo restaurato_. Il principio nuovo che si associa all'antico,
all'autorità e al sillogismo (che esplica e vuol comprendere i dati
dell'autorità), è la _religione interna_; ciò, che egli chiama anche
_tactum intrinsecum_. «A deo errantes per flagella reducti sumus ad
viam salutis et cognitionem divinorum, non per _syllogismum_, qui est
quasi sagitta, qua scopum attingimus a longe absque gusta, neque modo
per _auctoritatem_, quod est tangere quasi per manum alienam, sed per
_tactum intrinsecum_ in magna suavitate». Cioè _in magna libertate_.
Il vero principio di questa ristaurazione non è nè l'autorità nè
il sillogismo, ma il _tactus intrinsecus_. Cos'è questo _tactus_?
In generale nient'altro che il _sentire_, la _coscienza di sè_, la
presenza dello spirito a sè medesimo, l'Io, il pensare, la certezza.
E tale è il principio della filosofia di Campanella. Questo è
l'elemento nuovo in lui[72].