SOMMARIO.

Motivo e soggetto della introduzione — Pregiudizio della nostra

coscienza nazionale — Necessità d'una storia del pensiero

italiano nella sua relazione col pensiero europeo.

«Sono alcuni, che, per qualche _credula pazzia temendo che per vedere

non se guastino_, vogliono ostinatamente perseverare ne le tenebre

di quello che hanno una volta _malamente appreso_. Altri poi sono i

felici e ben nati ingegni, verso gli quali nisciuno onorato studio è

perso; temerariamente non giudicano, hanno libero l'intelletto, terso

il vedere, e son prodotti dal cielo, si non inventori, degni però

esaminatori, scrutatori, giodici e testimoni de la verità. Di questi

ha guadagnato; guadagna e guadagnarà, l'assenso e l'amore il Nolano. —

Quello, al che doviamo fissar l'occhio de la considerazione, è, si noi

siamo nel giorno e la luce de la verità è sopra il nostro orizonte, o

vero in quello degli avversarii nostri...; si siamo noi in tenebre,

o ver essi; e in conclusione, si noi, che damo principio a rinovar

l'antica filosofia, siamo nella mattina per dar fine alla notte, o pur

nella sera per dar fine al giorno».

BRUNO, _Cena de le ceneri_, 132, 134[17].

_Signori_,

La giustificazione della scienza — il vedere che ella è non solo

la mattina, come dice Bruno nelle parole che ho lette, ma il pien

meriggio, e che i suoi avversarii sono non solo nella sera, ma in piena

notte —, questa giustificazione o piena testimonianza cha la scienza fa

di sè, è la scienza stessa, _tutta_ la scienza.

La scienza non si può dir davvero giustificata, se non quando è giunta

al suo ultimo risultato, quando ha toccato la sua meta. Questa meta è

la scienza stessa, la scienza come oggetto della scienza, la scienza

che spiega se stessa.

Questa proprietà della scienza — di giustificare assolutamente se

stessa — forma il suo privilegio e la sua difficoltà. Da un lato, essa

non deve _presupporre_ nulla che non sia la scienza, ed esiste solo a

questa condizione. E dall'altro lato, ella deve spiegare non solo, come

si dice, il reale, le esistenze, le cose del mondo, ma se stessa come

suprema e assoluta realtà. La scienza non è, come si crede comunemente

— come credono spesso gli stessi scienziati —, una semplice immagine

o copia, più o meno fedele, del reale o delle cose: una fotografia,

che riproduca più o meno felicemente un mondo, di cui il fotografo

o la fotografia stessa non facciano parte. Il reale o il mondo senza

la scienza — preso così per sè — non è il vero reale, il vero mondo.

Questo è solo la scienza, giacchè scienza non vuol dir altro che la

verità del mondo. Il reale senza la scienza è solo una _parte_ del

reale; la quale, presa pel tutto e riprodotta semplicemente dalla

scienza, è falsa, perchè solo in quella unità, che è il Tutto, essa ha

il suo vero significato.

Le scienze particolari, p. e., la matematica, la fisica, non hanno

nè questo privilegio, nè questa difficoltà. Da una parte esse

presuppongono i proprii principii, e dall'altra non giustificano se

stesse come scienze. Così la materia della geometria sono le pure

dimensioni dello spazio, e non già la stessa geometria; la materia

della fisiologia è la vita, e non già la scienza stessa della vita.

Solo la filosofia ha per ultimo oggetto se stessa; e può dir di aver

spiegato il reale, solo quando ha spiegato se stessa.

Perciò la filosofia non è una scienza fra le scienze, ma la Scienza;

non è solo, come si dice, la prima scienza, la scienza _fondamentale_,

ma la scienza, dirò così, _finale_. Non è un punto, un luogo comune,

da cui partono tutte le scienze particolari, e poi viaggiano e vanno,

ciascuna per sè, non si sa dove; ma è anche l'indirizzo e la meta

comune del loro viaggio. Non è, insomma, per le scienze particolari una

semplice rimembranza, una formola imparata nella fanciullezza, un primo

battesimo, le cui tracce si disperdono nella corrente della vita; ma è

lo scopo dell'uomo maturo, l'avvenire, l'ultima consacrazione.

Chi dunque si fa a imparare la scienza deve avere, più che altri,

una certa buona disposizione, una certa fede in chi la insegna, una

certa dose di pazienza: deve aspettare, che la luce venga quando ha da

venire. Tali sono _i felici e ben nati ingegni, verso i quali nessuno

onorato studio è perso_. Di questi, se io non presumo troppo di me, io

spero di guadagnare l'assenso e l'amore.

Ma pur troppo tali ingegni non sono molti! E fossero pur molti, vi ha

sempre di coloro, che hanno qualche _credula pazzia_, che temono che

per vedere non si guastino, che perseverano in quel che hanno una volta

male appreso.

Dire a questi ultimi: «Aspettate, abbiate pazienza, la scienza si

giustificherà pienamente alla fine», è tempo perso, fiato sprecato.

Voi gli invitate a entrare nel tempio della Scienza, a visitarne gli

altari, a penetrare nel santuario; ed essi o s'arrestano innanzi alla

porta, o vi voltano le spalle. Perchè? Perchè vedono in voi, in qualche

vostra prima parola, qualcosa che offende la loro _credula pazzia_, il

loro _timore, quello che hanno malamente appreso_.

Con costoro dunque il dire: _la giustificazione verrà_, non fa niente.

Questa giustificazione fa per quelli, che sono già entrati. Come

adoperare con quelli che non vogliono entrare?

Io vi vedo entrati già tutti in questa sala, e parlo a coloro che

sono entrati. Ma io vorrei che la vostra presenza qui fosse una vera

entrata: un'entrata spirituale. Su quella soglia bisogna deporre le

credule pazzie, ogni vano timore, tutte le cose malamente apprese:

insomma, ogni pregiudizio.

A me pare l'unica via sia questa: guardare in faccia questi

pregiudizii; lottare, dirò così, con essi corpo a corpo, francamente,

senza vani rispetti; far vedere, che la credula pazzia non è credula

pazzia; il timore, timore; le cose mal apprese, cose mal apprese.

Insomma, che il pregiudizio o la falsa coscienza, è pregiudizio o falsa

coscienza.

Ora uno dei più funesti pregiudizii nostri è:

il falso concetto della nostra filosofia;

il falso concetto della storia della filosofia in generale;

il credere, insomma, che l'ultimo risultato a cui è giunta la

speculazione moderna europea, sia in opposizione coll'ultimo risultato,

a cui è giunta la nostra.

Lo scopo della mia Prolusione è stato di vincere l'uno e l'altro

pregiudizio, che sono in sostanza uno solo; cioè esporre il vero

concetto — quello che io credo vero — della filosofia nostra e della

europea, e far vedere come _coincidono_ e _devono_ concidere.

E infatti lo spirito veramente filosofico è solo lo spirito ariano,

il nostro spirito. A principio, noi altri popoli indogermanici, o se

volete, indo-europei, eravamo una sola stirpe, una sola famiglia, una

massa sola. Naturalmente, non ci era ancora filosofia; non c'erano

ancora tante altre cose, che la filosofia presuppone. Poi, a poco a

poco, l'uno dopo l'altro, ci separammo, forse senza dirci addio, e

senza pensare che un giorno ci saremmo riveduti; chi andò di qua, chi

di là, dispersi, come si è detto, sulla faccia della terra. Questa

separazione fu un gran progresso: cominciammo a diventar nazioni, ad

avere una vita propria, distinta, nazionale; a svolgere in tanti modi

e forme diverse tutta la ricchezza della nostra originale natura.

Qualcuno di noi giunse, prima degli altri, a tal grado di sviluppo, che

potè esprimere la sua propria intuizione e celebrare il mistero della

vita in quella chiara ed alta coscienza, che è solo la filosofia. Così

la nostra antichità — devo dire tutta l'antichità — ebbe due grandi

filosofie: l'indiana e la greca, nelle quali lo spirito ariano si

specchia perfettamente come indiano e greco. Altri non si elevarono

da sè a questa coscienza. Tali furono, checchè si dica in contrario,

i latini. Di poi, dopo tanto tempo, tante vicende, tante lotte,

dalle quali uscimmo, più o meno, con diverso volto e quasi con altra

natura, noi cominciammo ad unirci di nuovo: a sentire e conoscere

la nostra unità, la nostra comune natura, non solo tra noi, ma co'

popoli di altre stirpi. L'espressione più chiara e genuina di questa

coscienza — della coscienza della nostra _umanità_ — è la filosofia

moderna. Togliete questa coscienza, e la filosofia moderna non ha più

significato. Ho detto la filosofia moderna, e dovrei dire la filosofia

antica: la greca, da Socrate in poi; giacchè il principio socratico —

inteso in un modo più o meno ristretto, cioè come semplice oggettività

ideale di Platone ed Aristotele — nella sua pura ed ampia virtualità è

appunto l'_antropologismo_. Con Socrate la filosofia precorre, almeno —

ripeto — virtualmente, i nuovi tempi: i _tempi umani_.

Questo ora vedono anche i ciechi; ma non i nostri nuovi bramani[18].

Costoro s'hanno foggiato una storia della filosofia a loro modo, e

l'hanno gerarchicamente divisa in caste, come gli antichi divisero

la società indiana. Ogni nazione, essi dicono, ha la sua propria

e particolare filosofia, e ciascuna filosofia è una casta. Guai,

se si confondono le caste! In Europa oggi si nasce _ontologista_ o

_psicologista_, puro o impuro, teista o panteista, come nella valle

del Gange si nasceva e si nasce tuttavia Bramano, Kshatriya, Vaisja

e Sudra. Naturalmente i bramani — la primogenitura di Brama — siamo

noi italiani; e non ci è bisogno di dire chi siano i Sudri, anzi i

Tschandali, gl'impuri, i reietti, gli eslegi. Se costoro avessero

ragione, o tanto potere quant'hanno poca ragione, farebbero davvero

dell'Italia una nuova India bramanica, e noi dormiremmo tranquilli i

nostri sonni sulle rovine del nuovo buddismo!

Mostrare questa coincidenza dell'indirizzo della nostra filosofia colla

filosofia europea, è opera della storia della filosofia.

Io non farò, nè posso fare qui questa storia come si deve. Solo mi

propongo di fare una breve esposizione del nostro pensiero filosofico

dal secolo XVI sino al Gioberti nella sua relazione col pensiero

europeo.

Questa sarà la mia introduzione alle lezioni di filosofia: la mia

propedeutica. So bene, che essa non è la vera propedeutica; giacchè io

non considero qui il _pregiudizio_ o la serie dei pregiudizii (tutto

il falso sapere) della coscienza come tale, nè mediante la critica

di questi pregiudizii la elevo all'orizzonte della scienza. Vi ha un

pregiudizio più forte di quel generale della coscienza; e questo è

appunto il pregiudizio nazionale, e proprio della nostra coscienza,

del quale ho parlato. Questo particolare e tenace pregiudizio io devo

superare.

Fermato così, che la verità, come risultato del processo storico, è

sopra il nostro orizzonte; che _noi siamo nella mattina per dar fine

alla notte_, e non _nella sera per dar fine al giorno_, solo allora

noi potremo muoverci liberamente e sicuramente in questo orizzonte e

costruire il sistema della scienza.

L'introduzione sarà breve; e per questa ragione — tra le altre — credo

che non contenterà tutti, e in tutto. A questo difetto io cercherò di

supplire con corsi speciali su' sistemi de' filosofi italiani[19].

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 11 / 97 题