INTORNO ALLA FILOSOFIA INDIANA.

Il fine principale di questa mia Prolusione è stato di mostrare la

insussistenza della opinione di coloro, che parlano oggigiorno di

una filosofia nazionale, come gli ebrei, tanti secoli fa, parlavano

del loro Dio. Perciò, se qualcuno mi rimproverasse che nelle brevi

parole che ho detto sull'India, io abbia fatto d'ogni erba fascio, non

distinguendo il bramanismo dal buddismo, e la filosofia del Vedanta

da quella del Sankhya e dalla speculazione buddistica, e in generale

i tempi più o meno _naturali_ dell'India, direbbe Vico, da' _tempi

umani_, io potrei rispondere: questo rimprovero dimostra più di quel

che io voleva. Io voleva provare che l'_umanità_ ci è o almeno ci ha

da essere ne' tempi moderni, e il rimprovero dice che ci è stata, a suo

modo, anche nei tempi antichi; cioè, che nell'India stessa la coscienza

siasi elevata a tale altezza, da superare i limiti de' pregiudizii

nazionali. Adunque, potrei dire: tanto meglio; e basterebbe.

Contuttociò, giacchè la dimostrazione del mio tema si connette

necessariamente colla _caratteristica_ della filosofia e in generale

dello spirito de' tre popoli ariani antichi (India, Grecia e Roma),

io devo provare che questa caratteristica non esclude, anzi contiene

in sè, quel progresso dalla coscienza puramente naturale e nazionale

all'umana.

E in vero, ei pare che io abbia fatto di ogni erba fascio, perchè

ho detto: «lo spirito indiano non arriva mai alla coltura umana

propriamente detta»; e: «Brama è lo stesso spirito indiano». E simili.

Tutto ciò, si osserverà, stava bene venti o trenta anni fa; ma oggi,

dopo le nuove ricerche sull'India e specialmente sul buddismo, è un

errore, che non si può scusare. Chi non sa oggi che il buddismo è

l'_umanismo_ indiano, e tale umanismo che spesso, al paragone, noi

altri popoli moderni d'Europa, che diciamo di rappresentare tutta

l'umanità, abbiamo cagione di arrossire? Chi non sa oggi, insomma,

che bramanismo e buddismo sono essenzialmente differenti, e che il

bramanismo non è o almeno non è stato tutta l'India? — Io so bene che

la ignoranza non è una scusa, nè anche quella così facile, e direi

quasi così scusabile, delle cose indiane. Io non sono di quelli, che

hanno l'India, anzi tutto l'Oriente in tasca, e di questo Oriente —

veramente tascabile — parlano a ogni momento e occasione. Nè, d'altra

parte, sono di que' pochissimi, che se cominciano a parlare dell'India

tra noi, hanno il diritto di farlo, perchè o la studiano o l'hanno

studiata davvero. Io non pretendo, insomma, di esser annoverato tra

i dotti, ma nello stesso tempo rigetto ogni società o parentela coi

ciarlatani. Quel che ho detto, l'ho detto perchè l'ho _pensato_,

conoscendo — almeno in parte — le difficoltà che si sarebbero potute

fare a questo modo di pensare. Queste difficoltà le ho meditate, e

scrivo questa nota appunto per esporre brevemente le mie ragioni:

il che non avrei potuto fare nel testo senza spezzare il filo del

discorso.

1. Ripetendo quel che è stato affermato da altri anche di recente[14],

cioè che «lo spirito indiano non arriva mai alla coltura umana

_propriamente detta_», io non ho avuto intenzione di confondere il

buddismo col bramanismo, e negare all'India ogni senso di civiltà

ed umanità, ma solo, invece, di distinguere la civiltà così detta

classica e specialmente la moderna, e come esiste e come s'intende,

da tutta la civiltà indiana. Conosco bene, che il bramanismo come

sistema gerarchico e castale, che determina, abbraccia e incatena tutte

le relazioni universali e particolari della vita e perfino le azioni

più indifferenti, è tutt'altro che un'istituzione _umana_, e che al

paragone, anzi senza paragone, il buddismo — almeno nella sua genuina

originalità —, è l'_umanità_ stessa. Sottoscrivo a tutti i paragoni,

che sono stati fatti e si possono fare per rappresentare la radicale

differenza tra la coscienza bramanica e la buddistica; quella sia la

coscienza del fariseo o dell'uomo del medio evo, e questa la coscienza

del cristiano o dell'uomo dopo la Riforma, ecc., ecc. Se l'India

buddistica non avesse altro a mostrare al mondo, che la sua etica[15],

ciò basterebbe a provare la gran potenza e originale profondità dello

spirito indiano, e come l'umanità — il valore dell'uomo come uomo,

senza differenza di nazioni, di nascita, di classi, di ricchezza e

simili, ma come semplice effetto della sua propria libera attività

teoretica e pratica, del vero sapere e del puro volere — sia qualcosa

di assai più antico che lo stesso cristianesimo. Io non so, se in

alcuna religione — come spiegazione della vita — si trovi un concetto

più serio e più profondamente umano di quello del _Carma_: un concetto,

nel quale si veda espressa più energicamente la convinzione, che l'uomo

sia il vero e unico artefice del suo proprio destino, e che lo spirito,

come attività etica — come efficacia e processo continuo delle opere —

come perennità morale — sia l'unica suprema potenza, che regge e ordina

ogni cosa, la legge, a cui tutto è soggetto e da cui dipende il corso

del mondo[16].

Contuttociò, vi ha umanità e umanità, e nelle parole: _umanità

propriamente detta_, io ho voluto dinotare appunto questa differenza.

L'umanità buddistica, per quanto sia il suo pregio, è, come è stato già

osservato da uomini molto versati in tal materia, sempre _negativa_;

è un'etica di pazienza e di annegazione, non di azione ed energia: una

morale da cenobita, la quale, al far de' conti, stanca e dissolve ogni

forza dell'animo. Invano tu cerchi in essa quel vigore efficace, quella

operosità e accorgimento individuale, quella maschia virtù; che noi

tanto ammiriamo nell'antichità classica. «A chi ti dà una guanciata,

offri l'altra guancia». Politicamente, essa favorisce la servitù;

giacchè, insegnando che si deve sopportare pazientemente ogni ingiuria

e ingiustizia, e proibendo ogni resistenza contro l'usurpazione e la

violenza, predica naturalmente l'ubbidienza cieca e passiva verso

la potestà anche tirannica, e perciò, nonostante il suo principio

dell'eguaglianza di tutti gli uomini, è stata di aiuto al dispotismo,

dovunque si è introdotta. Questo suo carattere negativo nasce dalla sua

_trascendenza_, e specialmente dal concetto che il buddismo ha di quel

che noi diciamo comunemente l'altro mondo, e in generale del principio

e fine delle cose.

Per l'elleno il vero mondo è questo mondo, la terra con tutto quel che

essa sostiene e alimenta; e perciò l'etica greca, sebbene apparisca

da un lato meno _umana_, perchè più nazionale e più limitata della

buddistica, pure dall'altro lato si accosta di più all'umanità

_concreta_ de' tempi moderni, perchè in questa stessa misura essa ha un

contenuto positivo e determinato. Pel buddista al contrario i grandi

interessi terreni e mondani non hanno nessun valore: la nazione, lo

stato, la società civile — tutto quello appunto che noi diciamo vita

umana — sono qualcosa d'indifferente, o valgono soltanto come mezzi

per conseguire il supremo fine, che è al di là della vita. Questo fine

è il _Niente_; il Niente, da cui deriva e a cui ritorna ogni cosa.

Questo è l'ideale umano; io devo pensare, volere e operare, solo per

estinguermi assolutamente come individualità che pensa, vuole e opera.

E però, per quanto questo fine, come assoluto e universale, come la

perfetta liberazione di tutti gli esseri viventi senza differenza

di nazioni e di classi, come scopo a cui devono essere indirizzate e

nel quale devono risolversi tutte le potenze dell'anima, possa essere

causa e motivo di una gran virtù operativa, ciò nondimeno la sua stessa

vacuità si riflette nell'attività individuale, e il cuore del buddista

è al far de' conti vuoto come l'ideale a cui esso aspira. Quelli che si

potrebbero chiamare risultati positivi dell'etica buddistica, o sono

una inconseguenza, una deviazione pratica dal suo stesso principio,

ovvero di quegli effetti che sogliono essere prodotti anche da cause

negative; giacchè _operare_, anche per un ultimo fine quale è quello

del Niente, è sempre qualcosa di positivo. La negatività e quindi

la vacuità buddistica non consiste tanto nella trascendenza, quanto

nella natura del trascendente. Così l'ideale cristiano, specialmente

come fu elaborato nel medio evo, è trascendente, ma non è il Niente.

E sebbene il cristianesimo per lunga età, specialmente ne' primi

tempi e anche dopo la Riforma, abbia avuto e conservato sempre o non

mai smesso del tutto quella tendenza ascetica, che è inseparabile da

ogni nuovo trascendente, e la umanità come si annunzia nel Vangelo

sia principalmente astratta, indeterminata, negativa, e direi quasi

livellatrice, come la buddistica; pure, appunto perchè il suo ideale

non è il Niente, è avvenuto che la civiltà, come si dice cristiana o in

altre parole la umanità moderna, avesse quel carattere di universalità

e di concretezza insieme, di celeste e di mondano, di trascendenza

e d'immanenza, che tanto la diversifica così dalla buddistica come

dall'ellenica. So bene, che si attribuirà tutto questo a tante diverse

cagioni, più che al principio cristiano: alla natura de' popoli che

lo ricevettero, alla preesistenza e al rinascimento della civiltà

classica, alle condizioni geografiche, ecc. Ma per quanta parte tutte

queste cause abbiano potuto avere nella produzione della civiltà

moderna, non si potrà mai negare, che se il principio cristiano non

fosse stato quel che è stato, i popoli o non l'avrebbero ricevuto, o

ricevendolo avrebbero tenuto un'altra via nello sviluppo della loro

coltura. Per esprimere questa differenza dell'umanità negativa indiana

dalla umanità europea, io ho detto nella Prolusione: «l'infinita

distanza di questo vuoto essere (Brama) dalla personalità piena e

assoluta, tale è l'abisso che separa questa coscienza dalla coscienza

moderna».

2. Brama è per me «la (vuota) _concentrazione_ dello spirito in se

stesso, mediante la negazione di ogni esistenza finita e determinata»;

e perciò ho detto: « Brama è lo stesso spirito indiano». Il buddismo,

infatti, — quest'ultimo grado dello sviluppo della coscienza indiana —

per quanto differisca essenzialmente dal bramanismo, non si leva al di

là di questa _vuota concentrazione_; di questo _vuoto Essere_, che è il

_puro Nulla_. Inteso così il concetto di Brama, il buddismo apparisce

come una conseguenza logica di questo concetto: più logica dello stesso

bramanismo, come istituzione gerarchica e castale, e come sistema

di riti, di cerimonie, di sacrifizi, di espiazione e in generale

di mezzi esterni e meccanici per arrivare alla dissoluzione della

personalità nel vuoto assoluto. Questa dissoluzione è lo scopo comune

di tutti gl'indirizzi della coscienza indiana, religiosa e filosoflca:

della pratica bramanica, della contemplazione vedantica, dell'etica

buddistica, e della stessa speculazione eterodossa del Sankhya. Il

Sankhya, infatti, sebbene opponga all'unità originaria dell'essere

la dualità assoluta della natura e dell'anima individuale, e faccia

consistere la liberazione nel conoscere se stesso e distinguersi dalla

natura; pure ha per fine ultimo l'isolamento assoluto dell'anima, e

quindi la estinzione della personalità e dell'Io. Il puro bramanismo,

il Sankhya e il buddismo sono come i tre gradi principali, pe' quali

passa la speculazione indiana, senza mai arrivare al vero concetto

della personalità umana. Nel bramanismo l'anima individuale è come

niente: una pura modificazione apparente e illusoria di Brama, che

è l'Essere indeterminato e indifferente. Il pregio del Sankhya è il

valore originale dell'anima individuale; ma questa individualità è

vuota, come Brama medesimo, e senza coscienza. Il buddismo compendia

in sè il bramanismo e il Sankhya, giacchè per esso ogni anima è in se

stessa quel che nel puro bramanismo è Brama come Tutto; e, giacchè

Brama come vuoto Essere è il Nulla, la vera essenza dell'anima è

appunto l'annichilamento assoluto.

3. Paragonando l'India, la Grecia, Roma e il mondo moderno, si

può dire, che nell'India l'umanità apparisce la prima volta come

_religione_ (nel buddismo); nella Grecia come _filosofia_ (nel

principio socratico); e in Roma come _diritto_. Solo l'umanità moderna

è davvero concreta e abbraccia ed esprime tutto l'uomo; e perciò essa

sola è degna di questo nome.

II. CARATTERE E SVILUPPO DELLA FILOSOFIA ITALIANA DAL SECOLO XVI SINO

AL NOSTRO TEMPO

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 8 / 97 题