PROLUSIONE.

_Signori,_

Nella solenne inaugurazione del nuovo anno universitario fu udita una

voce[8] far appello al sentimento nazionale. Plaudendo unanimemente,

voi mostraste di voler tutti la stessa cosa: la manifestazione del

genio italiano in tutte le forme della nostra vita. Quella voce

si rivolse a tutte le Facoltà riunite, a' professori e a' giovani

studenti. Agli uni suonò come un saluto amichevole, agli altri come un

consiglio; quanto a me, uscita di bocca al mio predecessore su questa

cattedra, ella parve un po' di tutto questo, e dirò anche di più, una

benevola ammonizione.

Signori, all'udir pronunziare in questa Università i nomi di Telesio,

di Campanella, di Vico, di Gioberti, e forse la prima volta dopo

tanti anni il nome di Giordano Bruno, l'animo mio si aperse a una

vivissima gioia. Anche io ho pensato sempre, che il nostro genio

nazionale deve specchiarsi nella nostra filosofia. L'ho pensato, e l'ho

detto, in tutti i modi che ho potuto. Se la filosofia non è una vana

esercitazione dell'intelletto, ma quella forma reale della vita umana,

nella quale si compendiano e trovano il loro vero significato tutti i

momenti anteriori dello spirito, è cosa naturale che un popolo libero

si riconosca e abbia la vera coscienza di se stesso anche ne' suoi

filosofi. Dove manca questo riconoscimento, la importazione forestiera

non giova; giacchè la coscienza di sè non è una merce, che se non ci è,

si acquista; ma è noi stessi, il vero noi.

Ma il difficile ora, o Signori, non è avere il sentimento nazionale e

la convinzione, che il nostro genio deve riflettersi in tutte le forme

della nostra vita, e per conseguenza anche nella filosofia: non è dire,

che bisogna amare i nostri filosofi. Essere italiani vogliamo tutti;

non è più quistione di ciò. Il punto sta — specialmente per noi altri

professori e studenti — nel fare che questo amore diventi conoscenza;

giacchè quando si tratta di filosofi, amarli è principalmente

conoscerli. Il punto sta nel comprendere questo sentimento, perchè

non degeneri in vuota boria; e sopratutto nel formarsi una chiara e

netta notizia di questo genio, perchè sotto un tal sacro nome non passi

ciò che non è nostro, e noi possiamo rigettarlo da noi come una falsa

moneta, e d'altra parte non ci accada di ripudiare ciò che è veramente

nostro per la falsa apparenza che non sia; e di gridare, insomma,

come si doleva il Machiavelli, _viva la nostra morte e muoia la nostra

vita_.

Io mi restringo a trattare il mio tema particolare. Per vedere in che

possa stare la nazionalità della nostra filosofia, bisogna intendere il

significato della nazionalità nella vita della filosofia in generale.

E a tal fine a me non basta il dire: la filosofia è l'ultima e più

chiara espressione della vita di un popolo. Oltre questa determinazione

astratta, io devo mostrare come tale espressione abbia avuto

un'esistenza storica.

Oramai, siamo tutti, più o meno, della stessa opinione, quanto al

concetto stesso della nazionalità. Questa non è più per noi, anzi non è

stata mai, una semplice espressione geografica, come diceva il ministro

d'Austria. È più che il semplice costume, la lingua stessa, l'arte e

la letteratura, il sentimento e la intuizione. Questa nazionalità noi

l'abbiamo da un pezzo: e non ce ne siamo contentati. Nazionalità è

per noi unità: unità viva, libera e potente come Stato. E perchè noi

vogliamo questa unità come libero Stato? Perchè noi sappiamo che solo

nella unità come libero Stato possono spiegarsi liberamente tutte le

potenze della nostra vita; solo in quello noi possiamo essere e saperci

veramente noi. Questa è già una implicita confessione, che in sino ad

ora noi non siamo stati in tutte le forme della nostra esistenza quel

che avremmo potuto davvero essere.

La nazionalità non ha sempre nella storia dei popoli lo stesso

significato; tra il mondo antico e il moderno vi ha una profonda

differenza, e anche tra i popoli stessi dell'antico mondo. In

generale nel mondo antico la vita delle nazioni si forma come in campo

chiuso, e con poche modificazioni da fuori; e in quelle stesse, che,

appartenendo originalmente alla medesima stirpe, portarono seco nella

loro separazione un patrimonio spirituale comune, la cui scoverta è ora

una delle più belle glorie della filologia comparata, in quelle stesse

nazioni la nazionalità ha un fondamento proprio, naturale, esclusivo,

il quale è come principio che si esplica e riconosce nettamente in

tutte le manifestazioni della vita; la loro comunità primitiva è come

un tesoro nascosto, di cui esse non hanno coscienza, e che aspetta solo

la maturità de' tempi per mostrarsi in tutta la sua luce. Ciò che si

mostra e prevale è la loro differenza, l'effetto e insieme la causa

della loro separazione originaria. Questa differenza, che è come il

centro proprio di ciascuna nazionalità, ha per così dire una gradazione

spirituale nelle diverse nazioni: più immediata e naturale nell'India,

più libera e riflessa in Grecia, più astratta ed universale in Roma,

dove si accosta e prelude all'umanità. E così accade poi che nel mondo

moderno, all'opposto dell'antico, la vita di ciascuna nazione si muove

come all'aperto insieme con quella delle altre; ciascuna è non solo

se stessa, ma anche l'altra; anzi non è veramente se stessa, che in

questa relazione e intima unità colle altre. Il fondamento naturale

e proprio cede, senza però sparire, a un nuovo fondamento, comune ed

universale; il quale non è più qualcosa d'immediato e primitivo, come

la comunità originaria anteriore alla separazione, ma è il risultato di

una lunga, paziente e dolorosa elaborazione comune, che apparisce come

rimescolamento e lotta di popoli e di stirpi; è una nuova origine, una

seconda nascita. Così la nazionalità non ha più lo stesso significato

di prima. Non apparisce più come qualcosa che è dato naturalmente e

immediatamente e dirò quasi ciecamente da un inesorabile destino; ma

come un prodotto assolutamente spirituale, come il posto che ciascun

popolo piglia da sè, per sua propria e conscia energia, nello splendido

banchetto della nuova vita. D'ora innanzi nazionalità non significa

più esclusione o assorbimento delle altre nazioni, ma l'autonomia d'un

popolo nella vita comune de' popoli; come la personalità dell'individuo

consiste nel conservare la propria autonomia nella comunità dello

Stato.

L'antichità ci presenta due grandi filosofie: l'indiana e la greca. In

ambedue si riflette nettamente lo spirito nazionale.

È noto, che uno degli elementi più intimi e fondamentali della vita

de' popoli, è la loro rappresentazione religiosa dell'universo.

Naturalmente quale è l'idea di Dio, tale è l'idea dell'essenza

dell'uomo e della comunità umana, e in generale di tutte le relazioni

della vita. Se non che nei popoli antichi la religione è la nazionalità

stessa: essi hanno, nel vero senso, religioni nazionali. Ne' popoli

moderni all'opposto la relazione tra religione e nazionalità è più

larga e indeterminata; l'intuizione religiosa è essenzialmente la

stessa in tutti, non ostante le differenze nazionali, e spesso le

specificazioni di questa identica essenza vivono insieme nella stessa

nazione. Ora nell'India, non solo la religione è la nazionalità stessa,

ma tutte le forme della vita, lo stesso pensiero speculativo, ha questo

carattere religioso; la sua filosofia è immediatamente filosofia

religiosa; e in generale la coscienza indiana non è giunta mai a

sciogliersi da' legami della religione. Avvolta fin dal principio nella

moltiplicità della rappresentazione naturale, ella non sa liberarsene

che negando ad un tratto ogni esteriorità, ogni determinazione, ogni

concretezza. Varuna, Indra, Agni, le antiche divinità de' Vedi, devono

cedere il posto a Brama, che è il puro essere, vuoto, indeterminato;

identità indifferente delle cose, il dio della riflessione teologica.

Lo spirito indiano non ha la potenza di trasformare, come fece

il greco, quelle sue divinità impersonali, generali, vaghe, in un

olimpo d'individualità determinate e viventi. Non sa trovare la vera

vita che nella negazione della materia stessa della vita. Ma, non

reggendosi in questa vuota altezza, ricade nella trivialità della

rappresentazione naturale; Brama neutro diventa Brama mascolino: una

bassa personificazione. Questa _alternativa_ dalla realtà empirica

all'unità assolutamente vuota e astratta, e da questa a quella, la

_coesistenza_ di questi due estremi nella stessa coscienza, senza che

possano compenetrarsi l'un l'altro: tale è lo spirito indiano.

Sospeso così, quasi a mezz'aria, tra l'intelligibile senza

determinazioni e il concreto senza l'intelligibile, egli non può

fissare in volto la natura e intenderla, ma è come affascinato da

essa: la sua esistenza è come un sogno, un mondo vago, senza limite

e misura. Così egli non arriva mai ad una spiegazione sistematica

de' fenomeni dalle loro cause naturali, nè alla libertà della vita

civile e politica, nè alla civiltà umana propriamente detta. L'oggetto

che egli contempla, non è il vero e reale, nel quale addentrandosi

l'occhio dell'intelletto si levi poi gradatamente, come avvenne in

Grecia, all'essenza intelligibile, ma è un oggetto mobile e fantastico,

nel quale l'intelletto non trova il suo punto di appoggio. Così

la filosofia non può aver mai una forma e un metodo rigorosamente

scientifico; ma si arresta in parte a uno schematismo esterno logico e

grammaticale, come nel medio evo; in parte a precetti ed osservazioni

aforistiche, in parte a descrizioni fantastiche e poetiche. Con

tutto ciò il gran valore dell'intelletto indiano è l'essersi elevato

alla coscienza dell'altezza del pensiero: alla separazione del

soprasensibile dal sensibile, dell'universale dal moltiplice empirico,

naturale ed umano: alla _concentrazione_ dello spirito in se stesso,

mediante la negazione di ogni esistenza finita e determinata. Questa

potenza di astrazione e di negazione, questo puro concentrarsi in se

stesso — questa soggettività assoluta — è come la forma universale

dello spirito ariano. È la condizione assoluta d'ogni filosofia,

proprietà, della stirpe comune e non della nazione.

Così l'India segna quasi lo schema di questo spirito: del nostro

spirito. Ma tale potenza è nel fatto poi nell'India una vera impotenza;

giacchè la negazione qui non consiste nel vincere e domare la realtà

senza distruggerla, nel trasfigurarla spiritualmente, nel renderla

intelligibile e ideale, nel conservarla insomma ed eternarla nella

vita infinita dello spirito; ma sì nel metterla da parte, nello

sbarazzarsene; e perciò invece della piena e assoluta personalità, si

ha solo il vuoto essere, l'essere stesso di questa vuota astrazione.

Questo concentrarsi che non piglia nulla, questa coscienza che non ha

coscienza di nulla, questo puro _se stesso_ senz'altro: tale è Brama.

Brama è lo stesso spirito indiano. L'infinita distanza di questo vuoto

essere dalla personalità piena ed assoluta, tale è l'abisso che separa

questa coscienza dalla coscienza moderna.

Anche in Grecia, come nell'India, la religione è l'intima sostanza

dello spirito nazionale. Anche qui tutti i lati del contenuto etico

della vita comune, religione, morale, diritto, non sono ancora

distinti e formano come una massa sola. Ma qui vediamo la prima

volta nel mondo due fatti importanti: il contenuto etico della vita

è libero da ogni oppressione esterna, da ogni dispotismo, e perciò

si sviluppa liberamente; e d'altra parte la filosofia non comincia

che col fare astrazione da ogni intuizione religiosa, senza essere

però astrazione assoluta come la coscienza indiana. Talete, il primo

filosofo greco, introduce, come è stato detto, la prosa della schietta

riflessione nell'olimpo poetico di Omero e di Esiodo: nel luogo di

Giove padre degli uomini e degli Dei, egli pone l'acqua come principio

universale delle cose. Così lo spirito greco ha quella potenza che

non ha l'indiano; di trascendere cioè come speculazione il contenuto

religioso. Il che non vuol dire che la filosofia greca non rappresenti

più lo spirito nazionale: tutt'altro. Vuol dire solamente che la

relazione tra nazionalità e filosofia è in Grecia ben diversa, un

po' più larga, che nell'India; o, se mi permettete di dirlo, che la

filosofia indiana è più nazionale che la greca, nel senso, beninteso,

che questa si muove più liberamente nel grembo della vita schiettamente

greca, si oppone a poco a poco a questa vita, va oltre di essa, ed è la

leva più potente della sua distruzione. Ma d'altra parte la filosofia

greca è profondamente nazionale, giacchè non è già un altro spirito,

ma lo stesso spirito ellenico che consuma se stesso; si consuma come

stato, come comunità, come popolo vivente, e da questa cenere sorge e

s'impone, vera fenice del pensiero, alle età future. Anche in quanto

trascende la vita nazionale e la distrugge, ella procede in modo

veramente ellenico.

Così lo spirito greco spira da per tutto nella sua filosofia. Infatti,

in Grecia lo spirito è di certo ancora limitato dalla natura, ma non

soggetto ad essa, come nell'India; egli si distingue dalla natura,

sebbene senza lotta ed opposizione. Egli se ne serve come fondamento

e materia della sua vita, ne fa organo e mezzo di sua manifestazione,

come l'anima del corpo; di maniera che l'elemento spirituale non

sopravanzi e quasi rompa la forma sensibile, ma si esprima in essa

solo fin dove può esprimersi sensibilmente; e così questa risponda e

si adegui a quello perfettamente. La vita greca non è altro che questa

unità armonica di natura e spirito: tale è la individualità degli Dei,

tale è lo Stato, e tale è anche la filosofia in generale, cioè libero

abbandono e ingenua fede del pensiero nell'oggetto. L'oggetto da prima

è l'oggetto puramente naturale (filosofia antesocratica); poi diventa

oggetto ideale (filosofia socratica: Socrate, Platone, Aristotele); e

quando il soggetto o lo spirito comincia a _ritirarsi_ in se stesso

dall'oggetto (nello stoicismo e nell'epicureismo) ed a _dubitare_

dell'oggetto stesso (nello scetticismo), lo spirito greco conserva

quella serena ingenuità sua propria; lo scettico si riposa nel suo

scetticismo. Finalmente, allorchè disperando di trovare nell'oggetto

e nella scienza (come contemplazione dell'oggetto) la _verità_, la

cerca fuori della scienza, nelle antichissime tradizioni greche ed

orientali, in rivelazioni straordinarie della divinità, anche qui egli

conserva il suo carattere: muore, ma muore da greco; giacchè gli ideali

neo-platonici, ne' quali finisce e si dissolve la filosofia ellenica,

hanno sempre qualcosa di plastico, e sempre l'_essere_, l'oggetto, è il

primo, da cui deriva come secondo il pensiero. Così tutta la filosofia

greca è ontologismo: l'assoluto è sempre l'ente, non ancora lo spirito.

Perciò i greci non intesero la creazione.

Quanto a Roma, sanno tutti che ella non ebbe una filosofia propria.

Pe' romani la pura speculazione è già qualche cosa di indifferente, e

la pigliano da' greci. Così la relazione tra nazionalità e filosofia

diventa ancora più larga, la stessa nazionalità romana non è così

esclusiva come la greca; assorbe, non esclude; e così cessa di essere

una determinazione puramente naturale: è già, come ho detto, qualcosa

di umano. I romani aveano altro a fare nel mondo che teorizzare

sull'universo; il loro interesse era il volere, l'attività pratica,

la potenza: non contemplare l'universo naturale, ma fare l'universo

umano. E ne fecero uno, ma a loro modo, cioè da un lato solo. Per fare

l'universo veramente umano, ci voleva una nuova contemplazione, un

nuovo oggetto, una nuova idea di Dio, una nuova religione, una nuova

filosofia. Essi non compresero l'umanità che come diritto, come pura

ed astratta manifestazione del volere. Il diritto romano trascende i

limiti di una nazionalità determinata; come diritto privato esso è già

diritto umano. Questa forza di astrazione, questo separare il diritto

da tutta la sostanza etica della vita, dalla morale e dalla religione,

questa potenza che non ebbero i greci, è il più gran pregio dello

spirito romano. Il filosofo romano, Cicerone, era inferiore alla stessa

realtà romana. La romana coscienza era arrivata a separare il diritto

dalla morale: e Cicerone filosofando — cioè riflettendo sulla realtà

(qui umana) — confondeva ancora, come i greci, diritto e morale.

Il germe della filosofia moderna bisogna cercarlo nelle rovine della

filosofia greco-romana. Il processo della filosofia greca è evidente:

— La verità per l'intelletto greco è l'oggetto, l'ente, qualcosa

di esterno sempre; non è lo spirito, come per noi altri moderni. E

l'oggetto è prima naturale, semplicemente esterno; poi ideale, cioè

l'esterno divenuto interno senza cessare di essere esterno; finalmente

la esteriorità, l'oggettività, sparisce, e la verità è la pura

idealità, il puro soggetto senza l'oggetto. Lo scetticismo conclude:

dunque la verità non è nulla; giacchè per lo spirito greco la verità è

l'oggetto, e ora l'oggetto è scomparso. E pure questo _nulla_ non è lo

stesso che zero: anzi è qualcosa di più dello stesso oggetto naturale

e dello stesso oggetto ideale. È zero solo per la coscienza scettica,

non già in se stesso. Se fosse zero in se stesso, la filosofia

sarebbe finita collo scetticismo antico; noi non avremmo avuto più

filosofia, o, che è lo stesso, la nostra filosofia sarebbe stata solo

una ripetizione meccanica della filosofia greca. Questo _nulla_ non

è altro in sè che il negare l'oggetto, sia naturale sia ideale, come

l'assoluto, e l'affermare come l'assoluto il puro e vuoto soggetto,

la pura intimità. L'assoluto diventa sempre più intimo allo spirito:

tale è il processo della filosofia greca da Talete allo scetticismo.

Ora, questo nulla che è la soggettività vuota, diventa un esterno di

nuovo, un nuovo oggetto, la nuova verità. Tale è il significato del

neoplatonismo. Il neoplatonismo è l'ultimo sforzo dello spirito greco:

scomparso l'oggetto, la soggettività vuota si espande e getta, direi

quasi, se stessa al di fuori, a un tratto, e però si pone a sè dinnanzi

come un altro esterno, un altro oggetto. È un altro esterno; perchè ha

origine e radice nella intimità vuota del soggetto, e invece l'esterno

di prima avea radice nell'oggetto naturale. Qui dunque abbiamo come

una _conversione_ dello spirito, una — per dirla coi matematici —

mutazione di segno, un nuovo indirizzo, e piuttosto il principio di una

novella êra, che la fine dell'antica. Ma nel fatto non è che la fine.

E in vero l'intelletto greco si leva gradatamente, come ho già notato,

dall'oggetto naturale al concreto intelligibile.

L'indiano, movendo dall'oggetto fantastico, erasi levato

immediatamente, per subitanea astrazione, al puro essere, al vuoto

intelligibile; e così dovea procedere e a ciò riuscire, appunto

perchè, l'oggetto essendo fantastico, l'intelletto non avea in esso nè

misura nè contenuto. Lo stesso ora avviene, sebbene in senso inverso,

all'intelletto neoplatonico: il soggetto, da cui esso muove, non è il

soggetto concreto come soggetto, come soggetto umano, ma è il soggetto

che era stato concreto come soggetto greco, non umano, e ora non è più

greco, ma vuoto e non ancora umano. E però, mancando la concretezza, da

una parte l'intelletto non è processo, ma intuizione immediata, come

l'indiano era stato astrazione immediata; e d'altra parte l'oggetto

di questa intuizione, il nuovo oggetto, non ha nessuna determinazione

in quanto nuovo oggetto, cioè come soggetto, ma è assolutamente

indeterminato, e quindi _incomprensibile_. Questa contradizione, in cui

si vede da una parte il carattere ellenico, l'oggettività, e dall'altra

la negazione di questo carattere, cioè un oggetto non intelligibile e

quindi non più oggetto: tale è il neoplatonismo. Perciò è la fine, cioè

la dissoluzione della filosofia greca.

Perchè dunque questa _situazione_ dello spirito fosse il principio

di una nuova filosofia, bisognava che il soggetto fosse concreto

come soggetto, cioè umano, siccome l'oggetto dell'intelletto greco

era già concreto come oggetto, cioè come natura. Questa concretezza,

cioè la formazione pratica del soggetto, questa, se così posso dire,

_seconda natura_, questa prima educazione dell'uomo come uomo, e non

già solo come cittadino di una data nazione, è l'opera di più secoli,

e presuppone l'apparecchio romano, l'avvenimento del cristianesimo,

la caduta dell'impero, la mescolanza de' popoli, il medio evo. Solo

dopo quest'opera prodigiosa, dopo questo rinnovamento del _cuore_,

era possibile il dire davvero, come fece Cartesio: _Cogito ergo sum,

Deus cogitatur ergo est_: cioè una nuova filosofia, che ponesse per

principio il soggetto e non l'oggetto, il pensiero e non l'ente,

l'intelligente e non l'intelligibile, e che dalla coscienza di sè,

dalla notizia intuitiva dell'_essere_ contenuto nel _pensiero_,

procedesse alla vera concezione della natura e di se stesso: — nella

quale concezione la natura (l'essere) fosse non più l'assoluto (come

nell'India) o un limite insuperabile dello spirito (come in Grecia),

ma, come dice Bruno, l'infinita genitura dell'infinito generante: la

creatura dello Spirito.

Così, epilogando il detto fin qui sulle due filosofie dell'antichità,

si vede che il punto più alto a cui esse riescono, manifesta lo stesso

schema, come ho già osservato, dello spirito ariano, e rappresenta come

due grandi tentativi, ne' quali questo spirito intende a realizzare

se stesso. Questo spirito è in sè il vero spirito, cioè intimità,

relazione assoluta verso se stesso, e se posso dir così il _Sè stesso_.

Ma la differenza tra India e Grecia è immensa, e si vede chiaro

che il tentativo greco è più felice. L'India infatti riesce al _Sè

stesso_ come vuoto Essere, come l'indeterminato, come quello la cui

determinazione consiste nell'_astrarre_ da ogni determinazione; e,

giacchè determinazione è intelligibilità, riesce al non intelligibile,

al puro _Nulla_. — La Grecia invece riesce al _Sè stesso_, già

assolutamente determinato come natura, come intelligibile, come ente,

e però non assolutamente vuoto, ma vuoto soltanto come vero soggetto.

Solo lo spirito moderno, lo dico anticipatamente, nel quale si

raccolgono i popoli del gran ceppo ariano, — giacchè ora l'India stessa

ci è presente, se non come attrice, almeno come monumento, — solo

questo spirito poteva concepire il vero _Sè stesso_, e dire: Egli non è

l'Essere, non l'Ente, ma il Creatore.

Signori, il mio intento non era e non è di fare una storia della

filosofia, ma solo di determinare la relazione tra la nazionalità e

la filosofia, per conoscere qual significato e quindi quali limiti

deve avere la esigenza, che la nostra filosofia abbia ad essere

nazionale. Io mi sono dilungato nella caratteristica della filosofia

antica, perchè da un lato, solo essa, l'indiana come la greca, si può

dire nazionale nel vero significato della parola; e dall'altro lato,

compresa la filosofia antica e quindi il suo difetto, noi abbiamo

già compreso il problema e l'indirizzo principale della moderna, che

nasce da quella, ed è appunto il suo compimento. Sarò, dunque, breve

nel resto; e tanto più, che l'ho già esposto ampiamente in un'altra

scrittura, pronunciata da un'altra cattedra, e che forma con questo

discorso un sol tutto[9].

Il problema della filosofia moderna e il fondamento necessario alla sua

instaurazione richiedono che essa non sia l'opera di una sola nazione,

ma di tutte. Il problema è il concetto dello spirito nella pienezza

della sua vita, nella sua umanità, e non già come spirito di questo

o di quel popolo; il fondamento è la educazione comune già avvenuta.

Laonde nel medio evo e nel nuovo tempo tutte le nazioni hanno i loro

rappresentanti; ciascuna contribuisce la sua vita alla vita comune del

pensiero; ciascuna pone un elemento della soluzione del problema, e non

già la intera soluzione. Specialmente dopo il Risorgimento, quelle che

appariscono come filosofie nazionali, il cartesianismo in Francia, il

lockismo in Inghilterra, e così via via, non sono che tante stazioni

per le quali passa il pensiero nel suo corso immortale. La filosofia

moderna non è dunque nè inglese, nè francese, nè italiana, nè alemanna

solamente, ma europea. Un popolo che si arrestasse ad una di queste

stazioni o le girasse intorno senza andare avanti, non avrebbe più vita

filosofica, e gli si potrebbe applicare il detto di Cristo: «lasciate i

morti seppellire i loro morti».

Di queste stazioni dirò solo le più cospicue. Nel medio evo,

fatta già la prima educazione umana, quella che io direi umanità

naturale, riapparisce l'oggetto neoplatonico, il trascendente,

ma con altro carattere. Esso è già in sè spirito, soggetto e non

oggetto; è immaginato come tale nella rappresentazione religiosa.

Pure apparisce all'intelletto come oggetto, come un esterno, perchè

quel _concreto_ spirituale o umano, che mancava al neoplatonismo, e

che noi abbiamo visto essere il presupposto necessario della nuova

êra filosofica, appariva anch'esso alla coscienza come un'opera

straordinaria ed esterna, non come l'opera della coscienza stessa.

Questa contraddizione — cioè quest'intimo, che non è più vuoto, come

il soggetto neoplatonico, ma già concreto in sè, e nondimeno apparisce

come esterno; un esterno, che, appunto perchè già concreto in sè

come soggetto, lascia, dirò così, _trapelare_ e già quasi erompere

la sua intimità, e quindi accenna a più di quel che esso apparisce,

e nondimeno l'esprime solo nella propria insufficienza ad esprimerlo,

cioè negativamente — questa contraddizione è l'Incomprensibile degli

scolastici. Non è l'assurdo, ma il _Sovrintelligibile_.

Così abbiamo due motivi nella Scolastica. — La _esteriorità_ è il

motivo del formalismo, nel quale il nuovo Assoluto è trattato come

ente, come oggetto, colle stesse categorie dell'Assoluto antico, le

quali non gli si attagliano; e ciò confessano gli stessi scolastici,

dichiarandolo superiore ad ogni categoria. La _interiorità_ è il motivo

della prova _a priori_, o ontologica, che gli antichi non conoscevano

nè, come ora è chiaro, potevano conoscere. La contradizione già notata,

cioè l'intimo che apparisce come non intimo, si vede nella prima ed

imperfetta forma di questa prova, in quella di Anselmo. Anselmo vuol

dimostrare l'Assoluto, l'Essere, dal pensiero, dall'intelletto; e

intanto non è l'Essere, che _si dimostra da sè_ all'intelletto, ma è

l'intelletto che dimostra estrinsecamente l'Essere, cioè solo se stesso

come vuoto intelletto.

Riassumendo ora i tre grandi periodi già esposti, pare che, dove

l'India riesce al _Sè stesso_ come assolutamente vuoto, come puro

essere, e la Grecia al _Sè stesso_ concreto, ma solo come Ente

(Natura) e vuoto come soggetto, il medio evo in verità non riesca

ad un concetto nuovo e più profondo del _Sè stesso_, giacchè quella

concretezza (l'umanità naturale) del soggetto, che la differenzia

dal neoplatonismo, è un _dato_ estrafilosofico; e quindi la posizione

dell'intelletto rispetto alla Verità sia la stessa che nella filosofia

neoplatonica. Pare insomma che il medio evo non sia altro che la

contradizione stessa del neoplatonismo, posta in più chiara luce. E

pure è altro di più; e perciò fu un vero periodo della storia della

filosofia. Forse m'inganno, ma a me sembra che lo spirito del medio

evo sia rispetto alla _nuova_ natura quel che è lo spirito indiano

rispetto alla natura immediata e dirò pure naturale; l'oggetto è

fantastico nell'India, fantastico nel medio evo; nell'una e nell'altro,

è dato dalla rappresentazione religiosa, e inseparabile da essa; ci

si vede lo stesso schematismo, lo stesso vuoto formalismo, la stessa

congerie di determinazioni, che non arriva mai a determinare l'oggetto

intellettivo, e finalmente la stessa confessione della insufficienza

di tutte le categorie e il loro annichilamento nell'indeterminato

Assoluto. L'India e il medio evo riescono dunque ambedue al _Nulla_; ma

la differenza tra loro è tanto infinita, quanto la differenza delle due

nature. L'India riesce a Brama; il medio evo, all'_Actus purus_[10].

La prova _a priori_ ha in Cartesio un'altra forma: non è il pensiero

che dimostra estrinsecamente l'essere e come dato fuori del pensiero:

ma è l'essere che si dimostra da sè al pensiero, in quanto è contenuto

originariamente e immediatamente in esso. Questa presenza immediata,

questa _evidenza_, è la _esistenza_ dell'essere. L'esistenza di Dio,

dice Cartesio, è la stessa sua idea in noi, cioè nel pensiero; giacchè

questa idea non me la fo io, non mi viene da fuori; essa è infinita;

è dunque l'_atto_ stesso di Dio in me. Così i due principii, _Cogito

ergo sum, Deus cogitatur ergo est_, sono un sol principio; certezza e

verità sono, la prima volta, una cosa sola. Questo è il gran pregio di

Cartesio.

Ora questa presenza immediata è una _nuova natura_, appunto perchè

immediata; è una idea innata, cioè data in noi naturalmente. È natura

_nuova_, perchè non è data solo estrinsecamente, come la greca, non

nella intuizione religiosa e fantastica come l'indiana e quella del

medio evo, ma è contenuta originariamente nel pensiero. È concreta,

perchè in tutto il tempo del Risorgimento, caduta la teocrazia, fondata

la monarchia, aperta la via dell'oceano, inventata la stampa, fatte

tante altre scoperte, l'uomo avea incominciato a riaver fede in se

stesso e nel suo valore, a non credersi più straniero in questo mondo,

e a rivolgere gli occhi seriamente sopra di esso.

Da Cartesio a Spinoza non vi ha che un passo. Quella immediatezza

dell'essere nel pensiero, questa nuova natura, è appunto la

_Sostanza_. _Deus = Substantia, sive natura_. Ma appunto perchè _uno

immediatamente_, l'essere ed il pensiero non sono veramente uno; sono

paralleli tra loro, e non si risolvono l'uno nell'altro: sono, insomma,

immediati, anche essi. Quindi si ha due indirizzi nel pensiero, in

quanto contiene l'essere, cioè nella nuova natura; e questi sono il

pensiero come semplice pensiero, cioè astratto, _vuoto_, e il pensiero

come _percezione_ sensibile, cioè _cieco_, direbbe Kant. In una parola,

si ha l'_intellettualismo_ da Cartesio sino a Volfio, e l'_empirismo_

da Bacone e Locke sino ad Hume e al sensualismo francese. Quello riesce

all'_Essere Supremo, alla prima e suprema cosa_; questo riesce alla

_Materia_ come Dio.

Ho paragonato innanzi l'intelletto scolastico coll'indiano, in quanto

entrambi movevano dall'oggetto fantastico. Potrei nello stesso modo

paragonare l'intelletto moderno all'intelletto greco, in quanto

ambedue procedono dall'oggetto tale quale è realmente. La nuova

natura cartesiana è tutta prosaica: tutta meccanismo; e Dio è solo

causa efficiente: gli spettri e le essenze occulte del medio evo sono

scomparse al raggio del pensiero. Ma quando si dice p. es.: Cartesio

è il Socrate moderno, e Socrate è il Cartesio antico; Locke non so

chi altro antico risuscitato, e questo antico Locke anticipato di

più secoli, e così di Hume e altri, come fanno i francesi abilissimi

in questi paragoni, e tal volta per far credere che la filosofia non

sia altro che una ripetizione continua della stessa cosa; quando si

dice ciò, bisogna ben guardarsi dal confondere una cosa con un'altra.

Bisogna considerare che la coscienza o soggettività socratica è ben

diversa dalla cartesiana; che l'oggetto della percezione lockiana,

non è quel medesimo della percezione antica; che lo scetticismo di

Hume è altro da quello di Sesto; e tutto ciò per l'unica ragione che

nell'intelletto antico l'essere determinava e fondava il pensiero, e

nel moderno avviene l'opposto[11].

Il Dio sostanza non è il vero Dio. Dio è personalità assoluta, e

perciò non è un immediato, ma mediazione o relazione assoluta verso

se stesso. Questa è la vera confutazione dello spinosismo. Certamente

Dio è immanente o intimo al pensiero; e in ciò Cartesio e Spinoza

hanno ragione. Ma se Dio è la relazione assoluta, come dice il nostro

Gioberti, deve essere immanente come relazione assoluta. Il che vuol

dire che il pensiero o lo spirito deve essere esso stesso questa

mediazione. Non già che l'uomo sia o faccia Dio, come intendono alcuni;

o che la mediazione umana sia una semplice ombra della mediazione

divina, come intendono altri. In questo secondo caso, Dio sarebbe

estrinseco a noi, e non si avrebbe il vero uomo; e nel primo non si

avrebbe il vero Dio. La vera immanenza vuol dire, che la coscienza

che noi abbiamo di Dio è la coscienza stessa che egli ha di sè in noi;

di maniera che non siamo noi che facciamo Dio, ma è Dio che fa noi, e

facendo noi fa se stesso in noi. Così egli è il Creatore assolutamente,

cioè come dice Gioberti, di se stesso e di noi; è di noi, in quanto

è di se stesso. In altri termini, se Dio non fosse uomo, l'uomo non

conoscerebbe Dio, e non sarebbe uomo. Il che non vuol dire, certo, che

l'uomo faccia Dio, ma piuttosto, mi pare, che Dio, in quanto uomo, fa

l'uomo.

Negare l'immediatezza e avviare all'assoluta mediazione, è l'opera

gigantesca della critica kantiana. Kant, eccitato dallo scetticismo

di Hume, apparisce come negazione a un tempo del sensualismo e

dell'intellettualismo, e insieme come la loro conciliazione; egli dice

di non capir niente della sostanza di Spinoza. Ora questa sostanza,

l'esser supremo dell'intellettualismo, e il Dio materia del sensualismo

sono l'_immediato_, solo in apparenza. La sostanza è l'essere

contenuto del pensiero, e però il vero immediato è il pensiero;

l'essere supremo e la materia sono il risultato del ragionamento, che

procede dal pensiero e dalla percezione sensibile, e però anche qui

il vero immediato è il pensiero e la percezione. Sostanza, essere

supremo, materia non sono dunque altro che il pensiero in quanto

contiene immediatamente l'essere, cioè in quanto è notizia immediata

di se stesso, del suo proprio essere, e delle cose esteriori. Ora il

pensiero come tale notizia non è altro che il _conoscere_. Adunque il

vero immediato è il _conoscere_. Così il problema di Kant, il nuovo

problema, è il problema del conoscere.

Ora il _conoscere_ è, dirò così, una nuova natura. È un immediato; ma

un immediato, che consta di due immediati, che sono il pensare ed il

sentire, il concetto e l'intuizione, l'_a priori_ e l'_a posteriori_.

Nel conoscere, l'immediato non è il solo concetto, come voleva

Cartesio, e nè anche la sola intuizione, come voleva Locke. Col solo

concetto non si conosce nulla, e però è falsa l'idea immediata o innata

cartesiana; e dall'altra parte, colla semplice intuizione nè meno

si conosce niente, e però è falsa la percezione o l'idea lockiana.

Adunque il conoscere è un immediato _sui generis_; un immediato, che è

immediatamente due immediati, una mediazione immediata: non una unità,

che risulti dagli elementi di cui consta come l'effetto dalla causa, e

perciò sia posteriori ad essi; ma una unità originaria, cioè che pone

sè stessa e perciò pone gli stessi elementi di cui consta, e quindi

è essenzialmente _triplicità_. Così il conoscere è assolutamente e

originariamente attività, produttività, _atto_; il suo _essere_ è il

suo _prodursi_. Esso è dunque una natura, che non è più natura. — Tale

è il gran pregio di Kant: il significato del suo problema del giudizio

sintetico _a priori_. — Il difetto di Kant è l'aver presupposto il

conoscere, il non aver compreso come sia possibile l'atto, cioè quella

unità originaria degli opposti scoperta da lui stesso, l'aver ridotto

questa unità a una unità vuota ed astratta[12].

È noto il risultato della critica kantiana. Essa nega i tre grandi

risultati della filosofia anteriore: la Sostanza, l'Essere supremo e la

Materia. Non rimane adunque che il conoscere come vuoto, o meglio, puro

_conoscere_, la nuova soggettività, il puro Io di Fichte. Quest'Io è

puro, in quanto non è l'Io empirico di Cartesio o di Locke, ma quello

per cui l'Io è Io, cioè posizione di se stesso e posizione del Non-io

in quanto posizione di se stesso. Quest'Io assoluto, questa pura

e assoluta posizione, è la Ragione di Schelling, come indifferenza

assoluta del reale e dell'ideale. E la ragione come tale indifferenza è

il _pensiero puro_ di Hegel. Questo pensiero, il quale appunto perchè

puro è dialettica, come assoluta e reale mediazione con se stesso, è

lo Spirito assoluto o il Creatore. — Questo processo è la terza e vera

forma della prova ontologica. Questa prova è tutta la scienza.

Tale, o Signori, è l'ultimo punto a cui è arrivata la speculazione

moderna. Il pensiero è puro, non in quanto sia assolutamente

vuoto, come Brama, ma in quanto è libero da tutte le opposizioni e

imperfezioni de' precedenti principii, perchè gli ha già risoluti e

compresi in se stesso; in quanto ha in sè trasfigurata tutta la realtà

della coscienza umana, e perciò è perfettamente adequato alla realtà

stessa. Questo pensiero, come _posizione storica_ dell'intelletto

rispetto alla verità, è il risultato di tutta la storia della

filosofia, e quindi di tutta la storia in generale; come _scienza_,

cioè come cognizione di tutto il processo inconsapevole della coscienza

umana nella produzione di questo risultato storico, esso è una nuova

critica del conoscere, e nello stesso tempo uno schema della filosofia

della storia. Come assoluta indifferenza, e non altro che assoluta

indifferenza, esso è il vero immediato e originario: quello, che non

presuppone nulla; e quindi è il vero cominciamento. Ma non altro che

il cominciamento, non il vero e assoluto Principio, che è in sè anche

Fine, e perciò Relazione assoluta. E non rimane semplice cominciamento,

appunto perchè è puro; cioè trasparenza assoluta, vero pensiero, ossia

vero _Sè stesso_. Come cominciamento è _essere_. Se esso non fosse

altro che _essere_, non sarebbe _Sè stesso_. Deve dunque negarsi come

semplice essere; deve dire: Io sono il _non essere_. Il che non vuol

dire: Io sono il niente. Tutt'altro. Vuol dire: io sono più che il puro

essere. Questa _negazione_, che scaturisce dalla pura affermazione, e

che non è zero, ma più che la pura affermazione — è la scintilla eterna

del pensiero, la _dialettica_. Essa è viva e palese, solo dove e quando

il pensiero è puro, cioè vero pensiero; dove il pensiero ha, come ho

già detto, trasfigurato in sè storicamente tutta la realtà, e perciò

sa se stesso come _sè stesso_. L'indiano si arresta a Brama, perchè

Brama non è pensiero puro, ma solo astratto. Noi moderni, all'opposto,

non possiamo arrestarci al pensiero puro come assoluta indifferenza, ma

dobbiamo — per la stessa sua forza, che è la dialettica — concepirlo e

comprenderlo come reale mediazione verso se stesso, cioè come spirito.

Così tutta la storia della filosofia corre tra due estremi, i quali

si riuniscono in un circolo, e sono il _vuoto essere_ dell'astrazione

indiana e lo spirito assoluto o il Creatore, della speculazione

alemanna. Quello si riproduce come il cominciamento; questo come il

risultato assoluto della scienza. Così la filosofia nella sua storia è,

come la scienza stessa, un continuo progresso. Questo circolo è il vero

Spirito, il vero _Sè stesso_. Il quale, dunque, non è l'Essere, non

l'Ente o l'Intelligibile, non il Sopra-ente, non l'_Actus purus_, non

la Sostanza, non l'Essere supremo, non la Materia, e così via via; non

è nessuno di questi predicati semplicemente, ma è quello in cui essi

tutti si risolvono e che non si risolve in altro; e per ciò è tutto se

stesso, non più predicato, ma unico soggetto, cioè l'Unico o il vero

Dio.

Questi predicati, presi come soggetto, sono le principali stazioni

della storia della filosofia. Noi abbiamo visitato queste stazioni,

e visto quale di esse appartiene a ciascuna nazione. Così l'_Essere

astratto_ appartiene agl'Indiani, l'_Intelligibile_ agli Elleni, il

_Sovrintelligibile_ agli Alessandrini, l'_Actus purus_ agli Scolastici,

che erano di tutte le nazioni, il _Pensiero astratto_ e la _Materia_ a'

Francesi, la _Sostanza_ a Spinoza che nacque in Olanda, la _Percezione_

agli Inglesi, e tutto il resto all'Alemagna. Dove è dunque, direte voi,

la filosofia italiana?

Signori, la filosofia italiana è da per tutto; è in sè tutta la

filosofia moderna. Ella non è un particolare indirizzo del pensiero,

ma, direi quasi, il pensiero nella sua pienezza, la totalità di tutti

gli indirizzi. Io non parlo dell'Italia antica; la sua filosofia

è parte della greca. Parlo dell'Italia moderna, di quella che deve

essere, come ha detto una verace parola, l'_Italia degli Italiani_.

Questa universalità, in cui si raccolgono tutti gli opposti, questa

unità armonica in cui si riassumono tutti i lati dell'ingegno europeo,

è appunto il nostro genio nazionale. Essa ci ricorda l'universalismo

dell'antica Roma, meno la sua forma astratta. Questa natura potente,

varia, complicata, esige per formarsi un lungo e difficile lavoro.

Essa ha a lottare non solo con gli altri popoli, ma con se stessa.

Per essere davvero, essa deve superare se medesima. Così non è senza

ragione, se l'Italia è venuta l'ultima ad assidersi nel convito delle

nazioni, e se deve ancora lottare per essere signora di sè.

Questa spontaneità complicata e universale del genio italiano e insieme

questa difficoltà nel formarsi si manifestano in tutta la storia del

nostro intelletto. L'Italia apre le porte della civiltà moderna con

una falange di eroi del pensiero. Pomponazzi, Telesio, Bruno, Vanini,

Campanella, Cesalpino, paiono figli di più nazioni. Essi preludono più

o meno a tutti gli indirizzi posteriori, che costituiscono il periodo

della filosofia da Cartesio a Kant. Così Bacone e Locke hanno i loro

precursori in Telesio e Campanella, Cartesio nello stesso Campanella,

Spinoza in Bruno, e nello stesso Bruno si trova un po' del monadismo

di Leibniz, dell'avversario di Spinoza. Finalmente Vico scopre la

nuova scienza; anticipa il problema del _conoscere_, esigendo una

_nuova metafisica che proceda sulle umane idee_; pone il vero concetto

della parola e del mito, e così fonda la filologia; intuisce l'idea

dello spirito, e così crea la filosofia della storia. Vico è il vero

precursore di tutta l'Alemagna. Ho detto il precursore, e avrei dovuto

dire di più, giacchè Vico aspetta ancora chi lo scopra davvero.

Dopo Vico, la spontaneità dell'ingegno filosofico italiano pare

smarrita. I nostri filosofi ricevono l'impulso dagli altri paesi. Solo

Vico non ha origine che da se stesso. Galluppi, Rosmini e Mamiani

pigliano da Kant il problema del conoscere; il loro difetto è di

esaurirsi in esso. Non si avvedono che il significato vero di questo

problema è la necessità di una nuova filosofia: della filosofia dello

Spirito in luogo di quella dell'Ente. Solo Gioberti, nel quale si

può dire ritornata tutta la spontaneità dell'ingegno italiano, si

accorge che la psicologia è mezzo e non fine, è mezzo di porre un nuovo

principio e non già di consolidare l'antico. Questo nuovo principio è

espresso,nella _formola ideale_, la quale non è altro, chi ben intende,

che il nuovo concetto dello spirito, il concetto di Dio come il

Creatore[13].

Così l'ultimo grado, a cui si è levata la speculazione italiana,

coincide coll'ultimo risultato della speculazione alemanna. Questa

coincidenza ci addita la via che dobbiamo tenere per progredire.

Studiarne noi stessi, la storia del nostro pensiero, ma senza temere

o spregiare il pensiero di un'altra nazione, in cui si raccoglie

egualmente il patrimonio della speculazione europea. Studiando anche

questo pensiero, noi studieremo meglio noi stessi; giacchè esso non è

altro in sostanza che lo stesso nostro pensiero in altra forma. Così

noi avremo come due coscienze in una, cioè una maggior coscienza. Noi

abbiamo tanto più bisogno di specchiarci in questa seconda coscienza,

in quanto che, per la malvagità degli uomini e della fortuna, la nostra

non è stata sinora quel che avrebbe potuto essere. Dopo le lunghe

torture di Campanella e il rogo di Bruno, si formarono in Italia come

due correnti contrarie: quella de' nostri sommi pensatori e quella de'

loro carnefici. Questi dicevano naturalmente, che la loro era la vera

corrente della nostra vita, la vera filosofia italiana. Questa corrente

non è ancora del tutto estinta; anche oggi dicono che l'Italia, che

noi stiamo facendo, non è la vera, ma la vera è quella che abbiamo

disfatta. Tale contradizione nel seno stesso della vita nazionale

impedì lo sviluppo della filosofia del Risorgimento, e fu cagione che

Vico e Gioberti poco fossero compresi, anzi, dirò francamente, non

comprendessero perfettamente se stessi. Così la mancanza di libertà

ci fece per lungo tempo come stranieri a noi medesimi, e il nostro

vero pensiero divenne quasi un segreto per noi, prosperando in altre

contrade. È tempo di ripigliarlo, che è nostro, ora che siamo liberi.

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 6 / 97 题