PREFAZIONE DELL'AUTORE.

In un breve programma, pubblicato or fa pochi mesi, io ho dichiarato

così la intenzione del presente lavoro:

«La _Prolusione_ tratta della _Nazionalità nella filosofia_. — Sono

possibili, dopo il medio evo e ne' tempi moderni, tante filosofie

nazionali, quanti sono i popoli civili di Europa? O invece quelle che

si dicono filosofie nazionali non sono altro che momenti particolari

dello sviluppo comune della filosofia moderna nelle diverse nazioni?

Si può dire, p. e., che ci sia una filosofia italiana essenzialmente

diversa da una filosofia francese, inglese, tedesca, come si dice

che ci è stata una filosofia greca essenzialmente diversa da una

filosofia indiana? E in generale, il genio proprio originario d'una

nazione, il quale si specchia e riconosce così nettamente nella

lingua, nella letteratura e nell'arte in generale, e ne' costumi,

deve e può discernersi anche — oggi giorno e in Europa — in quella

forma e attività universale dello spirito, che si chiama filosofia?

E discernersi in essa, non già come differenza e carattere naturale,

letterario o artistico, ma come intuizione universale o pensiero della

realtà delle cose: come problema, indirizzo, soluzione?

«L'autore, compendiando gli ultimi risultati della storia della

filosofia, ed esponendo la differenza essenziale della nazionalità

moderna dall'antica, mostra che — se è vero che la filosofia indiana

e la greca sono, più o meno, intimamente nazionali — comune, invece,

ed unico è il carattere, lo sviluppo e l'indirizzo generale della

filosofia ne' popoli moderni; che, se ci ha una differenza tra il

genio filosofico italiano e quello delle altre nazioni, o in altre

parole se esso ha o almeno ebbe un privilegio sopra gli altri popoli —

questo fu solo l'aver precorso due volte i due principali periodi della

filosofia moderna: cioè il cartesiano ne' filosofi del Risorgimento

e specialmente in Bruno e Campanella, e il kantiano in Vico; e val

quanto dire il nuovo _naturalismo_ e il nuovo _spiritualismo_; e che

se noi vogliamo ancora e possiamo avere un privilegio, questo è quello

di precorrere ed effettuare un nuovo e più largo indirizzo, una nuova

e più ampia soluzione del problema dello spirito. Ma ciò a un patto; e

questo è di non rigettare tutto quel che si è fatto da un gran pezzo

fuori d'Italia o meglio che in Italia, ma studiarlo, comprenderlo,

appropriarcelo; e solo così, entrati in più largo orizzonte, conosciuto

meglio noi medesimi, e ritemperata la nostra vita nella perpetua

corrente della vita universale, fare un gran passo innanzi non nel

vuoto, ma colla piena coscienza delle nostre forze, del nostro cómpito,

del cómpito comune.

«E posto anche che ci sia stata o ci sia una filosofia propria

italiana, distinta essenzialmente o opposta a quelle delle altre

nazioni, quale è e dove si trova ella mai? Si sa, che di libertà

filosofica in Italia ce n'è stata sempre poca o niente, e chi se l'ha

presa, gli è costato assai caro. Dov'è dunque la filosofia italiana,

ne' libri delle vittime o in quelli de' persecutori? Il problema più

difficile per noi — quello senza la cui soluzione noi non possiamo fare

e progredire davvero — è il riconoscere qual sia e dove sia il vero

pensiero italiano. Finchè non si fa ciò — e il farlo non è cosa così

agevole — il gridare nazionalità in ogni cosa servirà bene ad eccitare

e intorbidare il sentimento e talvolta anche le passioni, ma non

produrrà niente di serio nella scienza.

«La _Introduzione_ è lo sviluppo e la dimostrazione della intenzione

principale della Prolusione. L'autore espone il carattere e il

progresso del pensiero italiano nei maggiori nostri filosofi dal secolo

XVI sino al nostro tempo: Campanella, Bruno, Vico, Galluppi, Rosmini,

Gioberti; e dimostra come questo pensiero non solo non si oppone al

pensiero europeo, ma concorda schiettamente con esso; che Campanella

e Bruno sono i precursori di Cartesio e Spinoza (e in parte di Locke

e Leibniz); che Vico, esigendo una nuova metafisica e fondando la

filosofia della storia, anticipa il nuovo _antropologismo_, quello che

il Gioberti chiama _trascendente_ e identico al vero _ontologismo_;

che Galluppi, Rosmini e Gioberti rappresentano in Italia questo nuovo

indirizzo; e che Gioberti specialmente non è, come si crede, l'antitesi

di tutta la filosofia moderna, ma differisce dall'ultimo gran filosofo

europeo in tutt'altro che nel vero principio, metodo e risultato della

sua filosofia».

A questa dichiarazione mi rimane ad aggiungere poche parole.

Questo lavoro non avrà buona accoglienza da due specie di lettori;

da coloro che hanno per un errore dello spirito umano o almeno per

una cosa che non interessa noi altri italiani, tutto il movimento

filosofico da Cartesio sino ad Hegel, e da coloro che credono che da

due secoli e mezzo non si sia più pensato in Italia. Pe' primi Hegel,

Schelling, Fichte e lo stesso Kant non valgono niente, e già qualcuno

di loro ha gravemente profetizzato, che da qui a un anno non se ne

parlerà più; pe' secondi Galluppi, Rosmini e Gioberti sono ingegni

mediocri, e lo stesso genio di Vico è una delle solite esagerazioni

degli italiani.

Io ho considerato sempre queste opinioni estreme come misere gare di

parte; o almeno come pregiudizi egualmente nocivi al progresso della

coltura filosofica in Italia. Ciò che solo può convincere e rimettere

sulla retta via gli uni e gli altri — parlo di coloro che sono di buona

fede — è lo studio sincero de' filosofi nostri e stranieri. Questo

scritto, sebbene principalmente indirizzato a combattere il primo di

questi pregiudizi, pure, per la sua stessa natura, non ha minor valore

contro l'altro.

Non essendomi io proposto qui di fare una storia della nostra

filosofia, ma solo di determinare in modo generale e sommario il

carattere e il progresso del pensiero filosofico italiano, non ho

esposto in tutta la loro ampiezza i sistemi de' nostri filosofi,

ma solo quanto bastava per far intendere la loro relazione ideale,

cioè appunto quel carattere e quel progresso. Così di Campanella ho

considerato soltanto la tendenza generale e il principio della sua

filosofia; tanto più, che di questo filosofo io aveva già discorso

largamente in un altro mio scritto. Di Bruno ho detto quanto era

necessario per passare a Spinoza, e quindi a Vico, e di Vico quanto si

richiedeva per passare a Galluppi, Rosmini e Gioberti. Del Lullismo

di Bruno non ho detto niente, e niente del progresso del pensiero

rosminiano dopo la polemica con Gioberti.

Alle lezioni ho aggiunto un'_Appendice_, le cui ragioni sono esposte in

un'avvertenza particolare.

Napoli, ottobre 1862.

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 4 / 97 题