PREFAZIONE ALLA PRESENTE EDIZIONE

Questo libro, che ora si ristampa con note e un'aggiunta di lettere

dell'autore e di suo fratello Silvio, utili a illustrarne l'origine e

gl'intenti, vide la luce in Napoli nel 1862 col titolo di «_Prolusione

e introduzione alle lezioni di filosofia nella Università di Napoli, 23

novembre — 23 dicembre 1861_»[1]. Titolo troppo generico, almeno oggi,

e però mutato nella presente edizione in quello suggerito dallo stesso

soggetto del libro: _La filosofia italiana nelle sue relazioni con la

filosofia europea_. Nel '62, infatti, a Napoli, contro i filosofanti

giobertiani e nazionalisti, avversarii dell'insegnamento hegeliano

inaugurato quell'anno nell'Università, il titolo scelto dallo Spaventa

aveva un evidente significato, che s'è andato poi via via oscurando

sempre più, mentre quell'Università è diventata quel che è diventata;

al punto che esso ora potrebbe forse suonare rimprovero o ironia.

Pure, la situazione spirituale della cultura italiana, nella quale il

libro sorse, non si può dire sostanzialmente diversa dalla presente.

E però il libro, rispondendo al desiderio di molti, dopo circa mezzo

secolo ritorna alla luce. I giobertiani sono tutti spariti; e non c'è

più nessuno forse che abbia la fisima della filosofia nazionale. Ma

tutti intanto tornano a guardare, — come mezzo secolo fa a Napoli,

— con animo tra curioso e ansioso, ad Hegel; e molti, sgomenti

delle difficoltà con cui questi si presenta sempre alle menti più

solide e più vigorose, invocano uno Spaventa che mostri la via di

pervenire all'intelligenza della parte vitale di quella dottrina, e

di sperimentarne e gustarne la verità. Al luogo dei giobertiani ci

saranno i positivisti, i prammatisti, i neo-spiritualisti e altri

e altri sbandati della filosofia, dai quali questa deve ogni giorno

difendersi, con la storia alla mano, dimostrando i proprii diritti

acquisiti. In vece dei nazionalisti ci sono altri avversarii, che, come

quelli pretendevano la marca nazionale, non s'acconciano a prendere

sul serio e mettersi a studiare una filosofia se non ci vedono la

marca _scientifica_: rappresentanti questi come quelli della pigrizia

e dell'inerzia intellettuale e morale, di cui non v'ha ostacolo più

grave a chi voglia rianimare con le intuizioni profonde e sincere della

vita gli studi e lo spirito d'una nazione. E così, _mutatis mutandis_,

la questione che importa, oggi come nello scorcio del 1861 quando lo

Spaventa si riprometteva, iniziando il suo insegnamento a Napoli, di

promuovere di là un profondo risveglio speculativo nel nostro paese,

è la stessa: _giustificare il punto di vista della filosofia come

sapere assoluto_. Oggi muterebbe il linguaggio dello Spaventa; ma egli

potrebbe tornare a scrivere lo stesso libro, solo inserendovi in mezzo

qualche capitolo relativo alle tendenze filosofiche apparse in Italia

più tardi, e da lui criticate in altri scritti posteriori.

Giacchè il problema dottrinale preso a trattare in questo libro assume

una forma storica, che può parere a molti il lato più importante di

esso, poichè ne riesce disegnata in iscorcio una storia — l'unica

storia che finora si abbia — della filosofia italiana ne' suoi momenti

principali. E realmente l'interesse storico non è qui in seconda linea.

Per lo Spaventa, infatti, tutta la storia della filosofia italiana,

— da lui già abbozzata un anno innanzi in una prolusione letta a

Bologna[2] — si raccoglie appunto nelle dieci lezioni d'_Introduzione_

da lui fatte nel primo mese del suo insegnamento napoletano,

condensandovi tutti i suoi studi precedenti su Bruno, Campanella,

Vico, Galluppi, Rosmini e Gioberti. La _Prolusione_ precedente è

un'introduzione a questa storia. Lo _Schizzo d'una storia della logica_

(da lui denominato nella prima edizione semplicemente: _Appendice alla

Introduzione_) serve di schiarimento ai succosi cenni intorno alla

filosofia tedesca più recente, che gli erano occorsi nella storia di

quella italiana, rappresentata, com'era giusto, nel suo nesso storico

con tutta la filosofia europea.

Se non che l'interesse storico, come lo sentiva lo Spaventa, non

era diverso dallo stretto interesse scientifico. Il libro pare

una polemica, ed è una ricerca; pare una mera storia, ed è una

fenomenologia dello spirito, cioè vera e propria filosofia. La polemica

c'è; ma si riduce al colorito letterario del libro, per intendere

il quale bisogna riferirsi alle condizioni della cultura italiana,

e specialmente napoletana, dopo il rinnovamento di quella Università

operato in quell'anno dal De Sanctis[3]. Ma, guardando alla sostanza

delle cose esposte, è facile accorgersi, che quando l'autore cerca

nel Risorgimento i primi germi della filosofia moderna, e ne studia i

primi lineamenti nel soggettivismo di Campanella e nel naturalismo di

Bruno, vedendo anticipati quasi, in Italia, Cartesio e Locke da una

parte, e Spinoza dall'altra; e quando scruta in Vico gli oscuri accenni

a una filosofia dello spirito, non semplicemente critica, come sarà in

Kant, ma metafisica, quale sarà in Hegel, e così vede pronunziato in

Italia tutto quasi il nuovo mondo del pensiero moderno, che, formatosi

a sistema in Germania, è poi il mondo dei nostri Galluppi, Rosmini,

Gioberti; è facile accorgersi che l'autore non pensa più che tanto ai

piccoli avversarii tumultuanti nell'aula affollata delle sue lezioni,

ma ha innanzi la storia del pensiero moderno europeo, che indaga con

tutta serietà di spirito per ricostruirne, a sè prima che ad altri, il

procedimento vero e necessario.

Il libro era sorto nella mente dell'autore prima ancora della

speranza d'una cattedra lì a Napoli, dove nel 1847 gli era stato

chiuso dal Governo uno studio privato; era sorto in un periodo di

fervore spirituale in cui egli sentì il bisogno di fare i conti con

la filosofia italiana recente, già per molti anni spregiata[4]. In una

lettera del 13 maggio 1857, sollevando il fratello dalla noia mortale

dell'ergastolo, dove Silvio divideva da otto anni col Settembrini la

fiera compagnia degli assassini, gli annunziava[5]: «Mi apparecchio

a scrivere qualche cosa di meglio, o di peggio, delle cose scritte

sinora». Voleva scrivere un lavoro sulla _Fenomenologia_ di Hegel,

che leggeva e rileggeva, vedendoci sempre più addentro. «Una critica

della filosofia italiana moderna non mi pare che possa essere veramente

utile senza la soluzione, e se non nella soluzione, del problema della

fenomenologia. Ciò che ti negano sempre, è il sapere assoluto. Bisogna

dunque elevarsi a questo sapere, e mostrare, nel tempo stesso, che i

principii delle loro filosofie sono inferiori — e perciò gradi che

debbono essere negati — a quello della filosofia hegeliana... Chi

sa se potrò riuscire, almeno in parte!». E il 13 luglio dello stesso

anno tornava a scrivergli, chiarendo meglio il concetto del suo nuovo

lavoro: «Ti ho detto... che lavoravo intorno alla _Fenomenologia_,

e che il difficile non era solamente il comprendere il concetto e il

metodo di essa, ma anche il trovare una radice nella nostra filosofia,

un punto d'appoggio per tutta la critica. Ora ho tra le mani questi

filosofi, compreso il Galluppi, e credo d'aver trovato questo punto...

Cos'è la coscienza in generale, che è l'oggetto della _Fenomenologia_?

In Rosmini, Galluppi, ecc. dove posso trovare la coscienza sensibile,

che è il punto da cui comincia la _Fenomenologia_? L'ammettono essi,

come l'ammetteva Hegel? Se l'ammettono, a me non fa nulla che da

questo punto vadano a risultati diversi; la battaglia e la critica sarà

appunto intorno a ciò che bisogna farne di questo punto comune per la

soluzione del problema, che più o meno è lo stesso per tutti: la verità

del sapere». E si mostrava assai soddisfatto della scoperta fatta

dell'identità della _certezza sensibile_ hegeliana (unità di universale

e di particolare: _ist da_) con la _sensazione_ del Galluppi e con

la _percezione intellettiva_ del Rosmini. In una lettera successiva,

dell'11 ottobre 1857, aggiungeva che la critica, che aveva in animo di

scrivere dei filosofi italiani, doveva essere «un saggio da mettere

nella _introduzione_» del suo lavoro sulla Fenomenologia: per «far

vedere i vizii delle teoriche sulla conoscenza dei nostri filosofi;

come non bastino a se stesse e vogliano un altro modo di soluzione

ecc.; quindi la necessità... della fenomenologia».

Ma via via che ristudiava questi filosofi, trovava sempre altro. E

il 25 gennaio del '58 tornava a scrivere: «Continuo a lavorare sui

filosofi nostri, e vedo o credo di vedere tante cose che sarebbe

lungo dirti». Finì per addentrarsi in una lunga critica del Gioberti.

A un tratto aprì una parentesi «sul problema della cognizione, e in

generale dello spirito, senza distinguere l'umano e il divino. Come

è possibile lo spirito? Rispondono: è possibile perchè così _l'ha

fatto_ Dio. Come vedi, non è una risposta. Io domando da capo: come

è possibile lo spirito (cioè Dio)? Questo è il problema nuovo della

filosofia: il problema della filosofia tedesca. E mi pare che sinora

la migliore soluzione è l'hegeliana... Non so se quello che ho scritto

va bene interamente; in certi punti mi sono incontrato con Hegel; in

certi altri non so bene ancora se sì o no» (lettera 8 marzo 1858). —

Chiusa questa parentesi, che non fu mai pubblicata, ma di cui è facile

rintracciare le idee nel presente volume, di nuovo a Gioberti. Ma

le _Postume_ di questo filosofo, da poco venute in luce (1856-57), e

allora lette dallo Spaventa, giovarono a mutare la sua disposizione

spirituale verso questo filosofo e il movimento speculativo, di cui

esso era quasi la conclusione; e mutò quindi il suo apprezzamento e

il suo concetto di questo movimento. L'8 febbraio 1858, rileggendo il

vecchio Gioberti, diceva al fratello: «È inutile che ti ripeta che non

mi piace affatto, anzi mi dispiace sempre più. Di filosofico non c'è

nulla, meno un _contenuto_ farraginoso, che al far de' conti si trova

poi in ogni sistema, anche nella stessa rappresentazione religiosa. E

infatti il suo sistema non è che una continua _rappresentazione_: è

una filosofia _rappresentativa_». Il 2 settembre dello stesso anno,

invece: «Mi sono un po' riconciliato con quest'uomo. Negli ultimi

suoi scritti (postumi) si spoglia di molte imperfezioni, che trovavo

nella prima forma del suo sistema; ed è curioso vedere questo sviluppo

come una specie di critica che il suo pensiero fa di se stesso». E,

a rifletterci bene, riconosceva che «già qualche germe del nuovo ci è

nella prima forma, ma inviluppato e nascosto». Pure, nè anche la nuova

forma del sistema del Gioberti poteva bastare. In lui manca sempre

la scienza, ossia il vero e proprio sistema. Procede per aforismi.

«Ma se ne può cavare gran bene, perchè il contenuto è profondamente

speculativo. Bisogna esprimere il suo pensiero nella sua vera forma

e mostrare che certe determinazioni estrinseche, che egli stesso ha

abbandonato poi necessariamente in gran parte, sono in contradizione

cogli stessi suoi principii speculativi».

Questa rivelazione delle _Postume_ giobertiane venne così a modificare

il disegno del lavoro, che il nostro filosofo aveva in mente. Lo studio

di questo nuovo Gioberti assumeva tale proporzione e importanza, che

quella critica dei filosofi italiani la quale doveva essere solo una

parte polemica dell'introduzione al suo lavoro, potè diventare atta per

se stessa a servire di propedeutica alla scienza, e di propedeutica

appropriata all'Italia, quale avrebbe dovuto essere il lavoro sulla

_Fenomenologia_, che non fu più scritto. Poichè la nuova forma del

sistema di Gioberti offriva il modo di dimostrare la necessità di tutto

il processo fenomenologico, che conduce la coscienza al grado della

scienza assoluta, ossia al punto di vista hegeliano, — che era il fine

propostosi dallo Spaventa. E raccostati i nuovi studi sulla filosofia

italiana del sec. XIX a quelli, che negli anni 1854 e 55 aveva

pubblicati intorno al Bruno e al Campanella, egli potè scorgere quasi

intera l'immagine del nostro pensiero intrecciato col moto generale

della speculazione europea: donde quella formola della _circolazione

del pensiero italiano_, che designa uno dei resultati maggiori e delle

più incontestabili benemerenze degli studi di lui. Il quale pervenne,

adunque, a questo concetto della filosofia italiana con indagini del

tutto spregiudicate e scevre d'ogni preoccupazione polemica.

Tuttavia, tra le prime mosse del pensiero nel Risorgimento e l'ultima

sua tappa nel sec. XIX, restava nella solitudine del decimosettimo e

decimottavo secolo, — che allo Spaventa apparivano quasi il periodo

dell'esilio del pensiero dal nostro paese, — restava, torreggiante,

misteriosa, la _Scienza Nuova_. Ma, quando per la prolusione di

Bologna, egli volle rappresentare in un quadro completo il carattere

e lo sviluppo della filosofia italiana dal Risorgimento in poi, e

ristudiò con nuova intensità d'attenzione il suo Vico già lungamente

meditato, questi gli parve irraggiare una gran luce in quel momento

critico del pensiero europeo, in cui il vecchio dommatismo (l'antica

metafisica dell'essere) privo com'era del concetto di _sviluppo_,

fatte le ultime prove con la monadologia, stava per dissolversi

esausto nello scetticismo di Hume, per cedere quindi il campo a quel

criticismo, che doveva iniziare una metafisica, non più dell'essere

che è immediatamente se stesso (natura), ma dello spirito che si fa

gradualmente da sè e per se stesso. Fu allora che il Vico gli apparve

il precursore di questo nuovo mondo col suo concetto dello spirito

come sviluppo, insieme con quello dell'unità della Provvidenza divina e

dell'umana, oscura affermazione dell'esigenza moderna d'una metafisica,

per cui la natura, opera di Dio, non fosse altro dalla storia, opera

della mente, e unico fosse perciò lo sviluppo, e la natura grado

dello spirito. — La storia della filosofia italiana fu così per lo

Spaventa conchiusa: ed era una storia che confortava, con la forza

d'un procedimento razionale, ineluttabile, ad abbracciare il risultato

principale della filosofia tedesca moderna, come l'effetto di un'opera

a cui tutte le nazioni europee avevano collaborato.

Ma era questa una semplice conclusione storica? Posto che

l'interpretazione che lo Spaventa faceva dei nostri filosofi fosse

esatta, ne seguiva per ciò che l'ultima loro conclusione fosse vera?

Può insomma la storia essere addotta ad argomento di verità d'una

filosofia? O voleva la ricostruzione dello Spaventa riuscire una

revisione di titoli per stabilire l'esatto albero genealogico della

filosofia italiana? — Certo, la storia, come semplice fatto, non prova

nulla. Ma è mai la storia un puro e semplice fatto? Ecco una vecchia

questione, la quale è però tutt'altro che chiusa, e può, male intesa

e mal risoluta, impedire l'esatta intelligenza dell'indole e del

valore di questo libro. Intanto giova ricordare che lo Spaventa si

trovava innanzi la _Fenomenologia_ hegeliana, che è anche una storia

della filosofia, anzi, nel suo complesso, una filosofia della storia,

o dimostrazione della razionalità dell'intero processo storico dello

spirito umano (_Weltgeist_): onde tutti i sistemi, come tutti i momenti

della civiltà, son presentati quasi gradi necessarii, attraverso i

quali lo spirito è passato (o meglio passa eternamente) per conquistare

la piena coscienza della propria assoluta attività creativa. Ma,

poichè non c'è storia della filosofia che possa assumere la forma

d'un registro delle opinioni succedutesi nelle teste dei pensatori

(anche nei cataloghi dei vecchi dossografi c'era un disegno e una

critica); la stessa legge intrinseca della storia della filosofia

doveva condurre lo Spaventa a concepire la sua costruzione storica come

una dimostrazione scientifica di quello che gli pareva il principio

definitivo raggiunto dalla storia. La legge è che la filosofia e

la storia della filosofia sono, astrazion fatta dalle accidentalità

letterarie e dal peculiare interesse degli autori, la stessa cosa; così

come il razionale è lo stesso reale, e viceversa. Attraverso la storia,

e attraverso il divenire (la guisa del nascimento) non possiamo non

veder sorgere ed affermarsi la natura dello stesso reale. E per quanta

poca fede si abbia nella razionalità della storia, non si può a meno

di rappresentarcela, questa storia, secondo quel tanto di razionalità

che siamo disposti ad attribuirle, cioè appunto secondo la razionalità

della nostra filosofia. Lo scettico, si sa, è dommatico a suo modo;

e se fa la storia, ci mette dentro quel suo duro arido dommatismo,

che è scetticismo, nè più nè meno del dommatico. In breve, a questa

legge, poichè è una legge, nessuno può sottrarsi: e l'eccellenza

dello storico, il suo vigore speculativo, la sua mente animatrice e

ricostruttiva si scorgono dal grado in cui egli riesce a realizzare tal

legge. Orbene: in questo libro dello Spaventa, se si cancellassero i

nomi de' varii filosofi menzionati, e si considerassero le rispettive

posizioni progressive come ipotetiche, si avrebbe, anche nella forma,

un'opera filosofica libera d'ogni carattere storico. Soltanto del

Bruno la commozione suscitata nell'animo dello scrittore dal destino

dell'_eroe del pensiero_, dell'_araldo e martire della nuova e libera

filosofia_, move la sua penna a sbozzarne con pochi tratti da maestro

il carattere morale. Pure anche quello, più che il ritratto di una

persona realmente vissuta, lo diresti l'ipotiposi dell'ideale del

filosofo vagheggiato da Bertrando Spaventa nella ricchezza della sua

vita morale.

Si dirà perciò che questa storia, — succinta, quasi scheletrica, perchè

rimasta nella forma primitiva di appunti per le lezioni; ma sicura,

felice e definitiva nel disegno e nelle singole caratteristiche, — non

sia propriamente una storia, anzi una costruzione ideale? — Qualche

volta infatti questa storia è stata giudicata così: ma è un giudizio

che si può ritenere a priori per falso, poichè muove, in fondo, dal

disconoscimento della suddetta legge della storia della filosofia. Pure

contiene anch'esso una parte di verità, di cui bisogna rendersi conto.

Ed è questa: che di storie della filosofia ce ne ha, almeno, due: una

che pare abbia ad oggetto, come questa dello Spaventa, soltanto le

idee dei filosofi, anzi dello spirito filosofico, unico attraverso il

tempo e lo spazio; l'altra che pare abbia ad oggetto anche i filosofi

diversi con le loro rispettive biografie connesse con le cangianti

condizioni della civiltà, in mezzo a cui essi si formarono. Ma ho detto

«pare»; perchè nel primo caso le idee dei filosofi si sa bene che

sono i filosofi, la cui vera individualità storica consiste appunto

nel pensiero che son riusciti a pensare; e se la loro individualità

già è connessa con tutta la civiltà concomitante, le loro idee sono

in sostanza considerate quasi tutta la realtà storica dell'epoca

relativa, assommata e come fusa nel loro pensiero. Nel secondo caso

poi le condizioni sociali e biografiche entrano nella considerazione

dello storico in quanto presupposti della disposizione spirituale, in

cui a volta a volta il problema filosofico sorge: e però non mirano a

chiarire nient'altro che la successione, lo scoppiar dei problemi l'un

dall'altro, e cioè la pura storia delle idee.

In altri termini, una storia delle idee comprende implicitamente

una storia della civiltà in tutte le sue determinazioni, e si regge

sul valore di questa storia che essa presuppone. Ora la storia

dello Spaventa è mera storia d'idee, in cui non apparisce quasi mai

quell'altra. Non già che egli avesse a sdegno l'altra; ma il suo

interesse lo traeva alla prima; e, obbedendo al proprio interesse,

egli esercitava un diritto proprio d'ogni storico, e inalienabile. La

limitazione della sua ricerca diventerebbe illegittima se desse origine

a una falsificazione delle dottrine, intese in corrispondenza a bisogni

spirituali anacronistici o comunque inesistenti. Ma, se lo Spaventa

non ebbe mai occasione o voglia di scrivere una storia circostanziata

della filosofia, fu sempre guidato da una cognizione profonda delle

condizioni spirituali de' varii periodi e da un acuto senso storico.

Basti ricordare la sua critica del lavoro del D'Ancona sul Campanella.

In un solo punto forse, passando dalla esposizione della logica delle

idee, quale si venne realizzando nella storia, alla considerazione

delle attinenze che le sorti di questa logica ebbero con lo stato

generale degli spiriti in Italia, non s'appone, secondo me, alla

verità: dove ritiene che la ragione del «vuoto» rimasto nella filosofia

italiana tra Campanella e Vico, e poi tra Vico e Galluppi, — vuoto da

riempire con la storia della filosofia europea[6], — sia da cercare

nella mancanza di libertà degl'italiani, oppressi dalla chiesa

cattolica che avevano in casa. «Non ci hanno lasciato fare», egli

dice. Ragione inesatta o, almeno, insufficiente; perchè la condanna

di Galileo non impedì che questi si lasciasse dietro anche in Italia,

nella scienza naturale, una scuola fiorente lungo il sec. XVII e il

seguente. E la paura della chiesa, di cui si hanno indubbie prove,

non impedì d'altra parte a Descartes di iniziare quell'intrepido

naturalismo, che doveva produrre Spinoza; nè le preoccupazioni

religiose, sincere e profonde, valsero ad arrestare il divino

intelletto di Vico sulla via di quella ispirata speculazione, che con

la quasi incoscienza e sicurezza dello spirito fanciullesco uccise —

per dirla con lo Spaventa — in un sol colpo, il Dio del vecchio teismo,

e il naturalismo, il materialismo e l'ateismo. E Rosmini, filosofo

della restaurazione, che finisce nel kantismo, e nella _Teosofia_

s'accosta all'Hegel abborrito? E Gioberti, il neoguelfo Gioberti,

che comincia assoggettando la filosofia alla religione, e finisce

anche lui nell'assoluto razionalismo? — La verità è che il movimento

internazionale della cultura nei secoli XVII e XVIII deviò la maggior

parte degli ingegni italiani dai problemi filosofici. Furono le

scienze naturali, furono le matematiche, furono gli studi storici, che

attrassero le maggiori intelligenze. Per la filosofia della cultura

generale e dei professori e dei piccoli scrittori bastavano, ed eran

d'avanzo, le celebrate novità oltremontane o le onorate tradizioni

scolastiche non mai interrotte nelle nostre università lungo tutti

interi quei secoli.

Questo però è un punto appena accennato nel nostro libro, che s'attiene

d'ordinario al solo filo logico delle idee svolgentesi da un capo

all'altro della storia della filosofia europea, pur mirando sempre

in modo speciale all'Italia. E riesce, in conclusione, una storia

della filosofia moderna e insieme una dimostrazione del principio

della filosofia dello Spaventa, ossia della soluzione data da

Hegel al problema fondamentale della sua logica: e in questo senso,

un'introduzione allo studio della filosofia hegeliana.

Con quale spirito e con quale intendimento questa introduzione fosse

scritta, non si potrebbe dir meglio dello stesso autore in una delle

ultime pagine del libro[7] che giova anticipare qui come suggello

a quanto s'è detto dell'indole del libro, e insieme ritratto vivo

dell'atteggiamento del nostro filosofo rispetto a Hegel: «Prima di

Hegel nessun filosofo ha spiegato il _conoscere_, e così risoluto il

problema della logica (il sistema delle categorie).

«Con ciò non voglio dire, che la logica di Hegel sia la logica

perfetta, assoluta; che la sua filosofia sia l'ultima parola dello

spirito speculativo; che dopo Hegel noi non dobbiamo far altro che

ripetere o commentare macchinalmente le sue deduzioni come tante

formole sacramentali.

«Può darsi, che ci sia chi pensi così. Per me, se ci è cosa che io

abborro — mi pare di averlo detto già tante volte — è appunto la

riproduzione meccanica delle altrui dottrine. Nei filosofi, ne' veri

filosofi, ci è sempre qualcosa sotto, che è più di loro medesimi, e di

cui essi non hanno coscienza; e questo è il germe di una nuova vita.

Ripetere macchinalmente i filosofi, è soffocare questo germe, impedire

che si sviluppi e diventi un nuovo e più perfetto sistema. Se Platone

non avesse fatto altro che ripetere Socrate, non avremmo avuto il

_mondo delle idee_. Se Aristotele avesse ripetuto Platone, non avremmo

avuto il primo concetto della sostanza, della individualità. Se Spinoza

non avesse fatto altro che ripetere Cartesio, non avremmo avuto il

primo _concetto_ di Dio come semplice causalità, come identità che è

causa. Se Fichte avesse ripetuto Kant, non avremmo avuto il _concetto_

dell'autocoscienza, della mentalità. Se Schelling avesse ripetuto

Fichte, non avremmo avuto il concetto della identità [di essere e di

pensiero], come mentalità, come ragione.

«Quel che io voglio dire, è questo: posto Fichte, — cioè che il

conoscere sia impossibile senza l'_autocoscienza_; e posto Schelling,

— cioè che il conoscere non sia reale senza la identità come

_autocoscienza_ o mentalità, — l'unica via di risolvere il problema

del conoscere, il problema della logica, sia quello di _provare_ la

identità.

«Per me tutto il valore di Hegel, qui, è questo: _provare la identità_».

La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea · 第 2 / 97 题