e il modo ancor m’offende;
e l’altro esclamando:
e vedrai se m’ha offeso.
In che Ugolino si dichiara _offeso_?
Però quel che non puoi avere inteso,
ciò è _come_ la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai se m’ha offeso.
(_come_ = _quomodo_). So bene: tutti interpretano:
I particolari della mia morte di fame, avvenuta dopo quella dei figli e
nepoti, non li sai: quindi non sai come io abbia diritto di odiare
questo traditore. Ma a tale interpretazione io oppongo questa che mi
pare in tutto e per tutto più ragionevole ed espressiva:
Tu non puoi però avere inteso il modo della mia morte: solo allora
saprai che non mi ha solo data la morte corporale, ma anche la
spirituale: poichè fu un _modo_ che _ancor mi offende_. Astragga il
lettore un momento dal senso che ha per abitudine più, si può dire,
nell’orecchio che nell’intelletto. Astragga... e dica se non è quasi
ridicolo, quel
saprai se m’ha offeso.
Ah! tu dubiti che a ragione io mi pianga di lui? Puoi dubitarne, sapendo
solo, come sai, che io fui tradito da lui, preso e morto — morto nella
muda, di fame, coi miei figli (anche questo Ugolino sa che Dante deve
sapere:
Breve pertugio dentro dalla muda
_la qual per me ha il titol della fame_;
erano cose notorie, e come di tali, ne parla il conte senza preamboli) —
: sapendo solo ciò, puoi dubitarne: ma potrai dubitare _che m’abbia
offeso_, quando saprai che sentii piangere nel sonno i figlioli; che
Anselmuccio mi disse: Tu guardi sì, padre che hai?; che mi morsi le
mani, e vai dicendo? No no no: che l’arcivescovo avesse offeso e in
gravissimo modo Ugolino, Dante lo sapeva già, perchè sapeva la presura e
la morte nella Muda. Alla sua domanda:
O tu che mostri per sì bestial segno
odio sopra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè, diss’io, per tal convegno
che, se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete, e la sua pecca,
nel mondo suso ancor io te ne cangi
se quella con ch’io parlo non si secca;
a questa domanda, alle parole, _se tu a ragion di lui ti piangi_, è
risposto adeguatamente con
Tu dei saper che io fui conte Ugolino
e questi l’arcivescovo Ruggieri.
Perchè Ugolino continua:
Or ti dirò perchè i son tal vicino,
ossia — _me lo mangio_ — ? Perchè Ugolino ha inteso meglio dei
commentatori; ha inteso che a ragione non può piangersi del suo
traditore, egli morto di lui morto, se non per un danno, un’_offensione_
(_Purg._ XVII 82) secondo il senso che Dante pare attribuire a questo
verbo _offendere_ e _ledere_ in più luoghi; un’_offensione_ e un danno
che duri tuttavia. E questo danno non è la morte, sebben crudelissima,
ma l’esser morto in peccato.
Qui si può dire: E bene è codesto e nessuno lo nega, anche se nessuno
l’afferma. L’arcivescovo ha offeso il conte nel farlo morire così
crudelmente, che egli non pensò a pentirsi de’ suoi peccati o disperò
della salute eterna.... Vedete, che ciò è inverosimile _dantescamente_
parlando. Dante era giusto; e un padre, così martoriato, non lo avrebbe
poi così condannato, tanto più che un cronista racconta che questo padre
urlava dalla Muda: Penitenza! penitenza! E poi c’è altro. Dante, come
viaggiatore di così strano paese, al suo ritorno dà contezza di cose che
non altrimenti che con simile viaggio si sarebbero sapute. Appaga, o fa
prova di appagare, le curiosità inappagabili, solvendo i problemi
insolubili. Buonconte dove andò a morire? Che ne fu della Pia? Manfredi
morì pentito o contumace? E nel caso nostro, il conte Ugolino... Sì;
poteva alcuno chiedere in che ordine morirono i figli e i nipoti e lui,
quali parole pronunziassero, quali sentimenti provassero, che sogni, che
terrori, che angoscie, che strazi; ma da tutti, a quei tempi, si doveva
chiedere a un reduce dal mondo dei morti, e come di Manfredi così della
Pia, come di Buonconte così di Ugolino: Si pentirono? sono in luogo di
salute? Ora di Manfredi e di Buonconte e di Pia, nessuno sapeva nulla,
se si fossero o no pentiti, e tutti, di due almeno di loro, dovevano
pendere a credere che no: di Ugolino, di cui si affermava che sì, aveva
domandato penitenza, ed era morto alla presenza dei figli morti prima di
lui, Dante avrebbe risposto: “Naturalmente è nell’inferno, per
traditore, non però per aver tradito Pisa _delle castella_, ma per un
altro tradimento, che non importa accennare„? Ciò ripugna. Ma egli è
poeta, si soggiungerà; e il dramma de’ due nella buca, che l’uno rode il
capo all’altro, doveva singolarmente piacergli, piacergli più della
giustizia. Già: solo quell’esser due in una buca e quell’uno mangiar
l’altro, se mai; chè il racconto di Ugolino egli l’avrebbe potuto
mettere anche nel Purgatorio, con quello di Manfredi, con quello di
Buonconte; anche nel Paradiso, sto per dire... Possibile che si creda
che quel particolare preso a Stazio tanto valesse nell’anima di Dante,
da fargli obliare la pietà, che pur tanta dimostra, per l’infelicissimo
padre?
Ma concludiamo. Pare verosimile che Ugolino sia nella ghiaccia per un
peccato che egli commise proprio là nella muda, nella morte, in
relazione colla crudeltà di essa morte. Quale? Dante lo accenna quando
dice — _colui che tu ti mangi_. Ugolino dice di rodere, ma Dante dice
che _mangiava_. Tideo si rose le tempie a Menalippo, ma Ugolino lavorava
_nel teschio e l’altre cose_. Dante lo accenna anche meglio con lo
scrosciare delle ossa sotto i denti di cane, col quale atto il dannato
sottolinea e commenta il misterioso verso:
Poscia più che il dolor potè il digiuno.
Il padre e avo violò coi denti le carni, forse il teschio, di alcuno de’
suoi figli e nepoti. Fu ciò vero? Non è raccontato; ma a Dante potè
essere fatto credere, vero o non vero che fosse. O potè imaginarlo e
inventarlo. E ciò sarebbe degno del poeta giusto? Non sarebbe indegno;
chè la giustizia di lui vuol mostrare che chi fallò è punito e chi si
pentì e bene operò è premiato; non pretende già di essere creduto in
proposito del fallo e della pena, della opera buona e del premio, e
specialmente in certi particolari, che è chiaro che egli inventa, come
la conversione di Manfredi e la morte di Buonconte e il fiero ultimo
pasto di Ugolino. Ma inventare cose contrarie alla verità conosciuta?
poichè c’è chi racconta che vide i cadaveri e li vide senza segni che
facessero sospettare. Ma bisognerebbe provare che Dante sapesse di tal
riconoscimento, o non piuttosto avesse della tragedia pisana notizie
incerte, quali si scorgono in questo passo del Bargigi: “fiera crudeltà
usarono in lasciarli morire in prigione: _per certo si tiene che
morirono di fame_„. E si metta a confronto questo altro luogo di un
cronista pisano: “gli autri tre morinno quella medesima septimana;
_anco_ per distretta di fame, perchè non pagonno„. E che Dante non
sapesse il dramma proprio come andò in tutto e per tutto, si può
rilevare dal fatto che egli chiama _figliuoli_ tutti e quattro i
compagni di prigionia e di morte del conte, e lo fa chiamar _padre_ da
Anselmuccio, e dice _età novella_, tale da fare _innocenti_, quella di
Gaddo e di Uguccione. Se inventò, è ben certo ch’egli inventò in un
campo, dirò così, libero all’invenzione, come per Buonconte e Manfredi,
e non pretendeva di esser creduto; ma volle per l’ultimo episodio del
suo inferno, dopo tanti altri pietosi, orridi, atroci, il pietosissimo,
l’orridissimo, l’atrocissimo.
Ma così l’episodio non è bello! Tante belle osservazioni, che vogliono
ora puntellare, ora rintonacare la poesia di Dante, si sgretolano e
cadono! Adagio. Provatevi. Non voglio qui ripetere osservazioni d’altri,
belle e giuste, specialmente di Antonio Dall’Acqua Giusti, nè qui tento
di ricostruire il dramma, che ben più efficace riesce con tale più
ragionevole interpretazione. Qui mi contento di qualche cenno.
Meditate questo passo:
Ed Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre, che hai?
Quando il padre divenne _cieco_, che gli fece egli a quel povero
Anselmuccio?
Ed ei, pensando ch’io il fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre....
ahimè essi non avevano pensiero che di lui, si offrivano a lui come
pasto; ed esso... dopo... quando fu cieco...
Ahi, dura terra perchè non t’apristi?
a che, se non a impedire l’orribile fatto, l’accoglimento nefandissimo
della pietosissima offerta? Ma questo è il pensiero più tragico, più
_indicibile_:
due dì li chiamai....
Nessuno creda che.... Oh! no: non si può dire: Erano _morti_, intendete?
_Non erano ancora vivi_, nemmeno un poco, un poco da sentire... quel
lavorio di denti, quel rodere, quel mordere. E colui che brancolava
sopra loro, il _padre, era già cieco_... Il digiuno fu che potè. Oh!
come suona a questo punto, pieno e intero, lasciando che i denti ci si
ritrovino e cozzino a traverso, l’osso del teschio! Come giusta prorompe
l’imprecazione alla _novella Tebe_! Tebe novella, perchè ella fece che
Ugolino rinnovasse Tideo, _effracti perfusum tabe cerebri, e vivo
scelerantem sanguine fauces_ (Theb. VIII 761 e seg.) Non altro aveva in
mente il poeta, che appunto comincia il racconto col ricordo di Tideo, e
lo finisce con quella esclamazione, in cui le parole: “Poichè i vicini,
etc.„ sono derivate dal principio del IX libro della Tebaide: _Asperat
Aonios rabies audita cruenti Tydeos_; e le altre: “che se il conte etc.„
sembrano il commento alla forte espressione di Stazio (IX 3 e seg.)
_rupisse fas odii_. Anche: per concludere, è in Stazio un’espressione
che sola può insegnare qual sia il senso d’un verso di Dante:
_io scorsi_
_per quattro visi il mio aspetto stesso._
Stazio racconta:
_Erigitur Tydeus vultuque occurrit et amens_
_Laetitiaque iraque, ut singultantia vidit_
_Ora trahique oculos_, seseque agnovit in illo;
_Imperat abscisum porgi...._
Tideo nel trovare la _sua morte_ nel viso del suo uccisore concepisce il
suo atto atroce: fa tagliare quella testa, se la fa porgere, la rode, la
mangia. Ugolino... si morde le mani, ma _per furore_, in tanto. Pure, da
quel gesto i figli presentiscono; dalle parole dei figli che in quel
gesto avevano veduto la voglia di _manicare_ (l’avevano intraveduta come
in un lampo perchè
_di subito_ levorsi;)
egli, l’infelice, forse presentisce la conclusione ferina, anzi
_canina_, della tragedia.
Oh! chi ha già pianto sull’ultimo episodio dell’Inferno, come pianse sul
primo (i due amanti, i due nemici: quanto si assomigliano!), non ha
pianto assai, se non interpretava come interpreto io. Guardi i suoi
figliuoli, se è padre; e pensi che Dante ha osato imaginare e
rappresentare un padre ridotto da una disperazione enorme e infame a
mettere i denti nel teschio di essi, di essi, di essi!