Il Messo del Cielo.
Nessuna dichiarazione di luoghi controversi della _Divina Commedia_ è
più felice di quella di Michelangiolo Caetani duca di Sermoneta, che
dice essere Enea il messo del cielo che apre le porte di Dite. Egli
(_Tre chiose di Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, nella Divina
Commedia, di D. A._, terza edizione. Roma, Salviucci, 1881) dimostra
prima che angelo non può essere perchè non può un angelo del Paradiso
discendere entro l’inferno; perchè il primo angelo descritto da Dante
nel _Purgatorio_ ben altrimenti si mostra, e con altri segni di rispetto
deve essere accolto. E che sia il primo angelo veduto mai da Dante nel
suo andare si rileva da quelle parole dette nel _Purgatorio: Omai vedrai
di sì fatti ufiziali_. Nè ad angelo, che _sdegna gli argomenti umani_,
si conviene la verghetta, nè la comparazione col vento impetuoso e con
la biscia, nè il menar la sinistra mano, nè il parlar coi demoni di fati
e di Cerbero, nè il partirsi come uomo stretto da altra cura. Escluso
poi che il messo sia Mercurio o il Redentore (opinioni di per sè
assurde), rintraccia chi possa egli essere. Già nel primo colloquio,
Virgilio dice a Dante d’essere stato il cantore di quel giusto figliuolo
di Anchise, e Dante risponde a Virgilio ricordando pure Enea che andò
vivente negl’inferi e concludendo: _Io non Enea, io non Paolo sono_. Poi
avanti le porte di Dite, Virgilio dice che Tale gli si fu offerto, il
quale non poteva essere certamente che nel Limbo, luogo di sua dimora,
non potea essere che Enea che già altre volte era disceso per _umbram
perque domos Ditis_, avendo in mano il _venerabile donum fatalis
Virgae_. Ciò conferma Virgilio dicendo: che _di qua_ dalla prima porta
d’Inferno era un tale che discendeva l’erta. “La domanda, che a Virgilio
fece Dante: Se alcuno di loro dal primo cerchio del Limbo discendeva mai
in quel fondo infernale, fu conseguente alle parole di Virgilio, che
aveagli detto: un Tale esserglisi offerto per l’apertura di Dite; non
altri potendo questi essere che alcun suo consorte di Limbo, che con
quella apertura e con Virgilio avesse relazione: e questi dovea essere
Enea senza meno„.
La dottrina nascosta sotto il velame de’ versi strani è “che Enea
dovesse servire come strumento provvidenziale all’apertura di Dite...
per significare tutti gli avvenimenti i quali prepararono la vera
apertura fatta per Colui che la gran preda levò a Dite del cerchio
superno„. E ciò è confermato da passi del _Convito_ e del _De
Monarchia_. All’obbiezione che Dante non riconobbe Enea, allorquando
giunse ad aprire le porte di Dite, mentre lo aveva già visto tra gli
spiriti magni, risponde il Duca non male dicendo dell’oscurità fumosa
del luogo; ma meglio, a parer mio, avrebbe risposto negando che Dante
dica di non lo avere riconosciuto e che anzi nel verso
ben m’accorsi ch’egli era del ciel messo,
è forse più il senso: Vidi a quella prova che Enea era veramente messo
della provvidenza; di quello che: Mi accorsi che quel tale ignoto era un
mandato celeste. E il volgersi al Maestro, al cantore dell’_Eneide_,
indica appunto la subita voglia di riconfermare a lui cosa da lui
affermata:
E quei fe’ segno
ch’io stessi cheto ed inchinassi ad esso;
chè Dante voleva parlare e dire: Ora vedo....
Ora, con questa rettifica e con ogni riserva quanto al significato
simbolico dell’episodio, io domando come mai questa dimostrazione così
evidente non sia passata nella scienza dantesca e nei commenti vulgati.
Per questo che soggiungo. Virgilio dice:
già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi senza scorta,
tal che per lui ne fia la porta aperta;
poi aggiunge:
Tal ne s’offerse!
Oh! quanto tarda a me ch’altri qui giunga!
e Dante esprime il suo dubitare domandando se dal Limbo può scendere
alcuno. I commentatori intendono qui che Dante dubiti non già che sia
per venire dal Limbo un ausiliatore, ma che a Virgilio sia concesso
passare in Dite. Il vero è che Virgilio mostra d’interpretare così il
dubbio domandare di Dante, concludendo la sua risposta:
Ben so il cammin: però ti fa securo.
Ma prima di tutto, interpretiamo rettamente il sospeso parlare di
Virgilio:
Pure a noi converrà vincer la punga,
cominciò ei, se non... tal ne s’offerse!
oh! quanto tarda a me ch’altri qui giunga!
Ciò dice dopo avere attentamente ascoltato, perchè nella nebbia poco
lontano poteva vedere. Ora il senso delle parole mi pare questo:
“Converrà che noi pugnamo e vinciamo da noi soli (v. per es. _Inf._
XXXV, 39: _Ed intendemmo pure ad essi poi_), se non... giunge quegli che
ne s’offerse; che però è tale da non mancare. Ma come tarda!„ Dante ebbe
paura di questo dire, perchè
traeva la parola tronca
forse a peggior sentenza ch’ei non tenne;
cioè intendeva che la condizionale _se non_... esprimesse una reale
negazione, e non si rassicurava
con l’altro che poi venne,
ossia con _Tal ne s’offerse_. Quindi naturale la domanda di Dante, se
alcuno _del primo grado_ potesse discendere
in questo fondo della trista conca.
Ma Virgilio dunque finge di fraintendere la questione?
Può essere. Egli vuole forse riservare a lui la sorpresa
dell’ausiliatore, quando verrà, e delude il discepolo. Sì, sì, so la
strada: questa palude è intorno a Dite. Cosa che Dante presso a poco
sapeva già:
Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,
s’appressa la città che ha nome Dite,
co’ gravi cittadin, col grande stuolo.
Ed io: Maestro, già le sue meschite
là entro certo nella valle cerno
vermiglie, come se di foco uscite
fossero.....
Noi pur giugnemmo dentro all’alte fosse,
che vallan quella terra sconsolata:
. . . . . . . . . . . . . . . .
Non senza prima far grande aggirata,
venimmo in parte.....
Altra volta Virgilio risponde su per giù a questo modo; quando Dante
volentieri saprebbe quanto ha ad andare su per il poggio del Purgatorio,
cioè quanto il poggio è alto; che egli dice: Non so altro se non che
quando il tuo andare ti sarà leggero, sarai in cima (_Purg._ IV, 85 e
segg.) Ma se anche non si volesse ammettere questa finzione, che non
sarebbe se non una nota di più nella varietà ingegnosa con cui il
Maestro parla al suo discente, si dovrebbe sempre convenire che il
Maestro aveva inteso che la domanda si riferiva all’aspettato salvatore;
Di rado
incontra, mi rispose, che di noi
faccia il cammino alcun, pel quale io vado;
ma che ciò che segue, _vero è_, significhi: A ogni modo di me posso
affermarti che ci sono stato e che so il cammino. Solo in questo
Virgilio sembra non accontentare Dante; chè il secondo non spera se non
nell’aiuto d’altri e dubita già, e il primo dice, che c’è anch’esso e
che esso potrà, anche senz’altro aiuto, guidarlo e farlo entrare nella
città dolente. Solo a ciò è necessaria l’_ira_.
A questo punto posso aggiungere, a quelle del duca di Sermoneta, le mie
argomentazioni, che sono più che la riprova delle sue. Non si può
entrare senz’IRA; il messo del cielo pare PIEN DI DISDEGNO, e così
parla. Si rivolge poi senza far motto, facendo sembiante
d’uomo cui altra cura stringa e morda,
che quella di colui che gli è davante.
Sono oziosi questi tre particolari? A sentire i commentatori, sarebbero.
E invece hanno un senso profondo. Il Poeta simboleggia. Egli continua il
suo mirabile trattato sull’_ira_ o sull’_irascibile_. Senz’esso o essa
l’arduo è inaccessibile. Virgilio tenta prima d’entrare con le buone,
usando l’intelletto:
Così sen va e quivi m’abbandona
lo dolce padre, ed io rimango in forse,
chè ’l sì e ’l no nel capo mi tenzona.
Udir non pote’ quel ch’a lor si porse:
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a prova si ricorse.
Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio signor, che fuor rimase,
e rivolsesi a me con passi rari.
Gli occhi alla terra e le ciglia avea rase
d’ogni baldanza, e dicea ne’ sospiri:
chi m’ha negate le dolenti case?
Dante, sempre inteso alla sua filosofia, qui presenta Virgilio come
tentato dall’accidia, dalla tristizia, che è un acquetarsi nel male. Ma
è un momento.
Ed a me disse: Tu, perch’io m’_adiri_,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’alla difension dentro s’aggiri.
Dove è da notare che _perchè_ non significa proprio _benchè_, ma _per il
fatto che_; e poi un’altra cosa: che più probabile si fa delle mie
interpretazioni precedenti della risposta a Dante, la seconda, per la
quale Virgilio prometterebbe a Dante la vittoria e il passaggio, anche
se il messo non venisse.
Dunque non tema Dante per il fatto che Virgilio deve _adirarsi_; cioè
usare l’irascibile contro l’arduo: ira buona, senza la quale si è vili.
Non ce n’è bisogno però: Dante introduce a significare questa necessaria
contemperanza d’irascibile l’eroe che già altra volta gli servì
d’esempio sì per raffrenare il concupiscibile, sì per spronare
l’irascibile. “Questo spronare fu quello quando esso Enea sostenne _solo
con Sibilla_ a entrare nello Inferno a cercare dell’anima del suo padre
Anchise _contro a tanti pericoli_ (_Conv._ IV 26)„. Nel che non isfugga
la singolare rispondenza del
passando per li cerchi senza scorta
con quel _solo con Sibilla_. Al solito, non fu la necessità di rimare o
d’empire il verso quello che suggerì _senza scorta_. Nè è da
dimenticarsi che la frase contro a tanti pericoli è suggerita
probabilmente da questi due passi del sesto libro _della detta storia_.
Il primo è delle parole di Sibilla:
_Nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo_: 261
dove _animi, pectus_ sono, per Dante, l’irascibile, il θυμός,
il ‛cuore’. L’altro è:
_Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes_ 286
_Et centumgeminus Briareus ac belua Lernae_
_Horrendum stridens flammisque armata Chimaera,_
_Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae._
_Corripit hic subita trepidus formidine ferrum_ 290
_Aeneas strictamque aciem venientibus offert._