Questo dunque io avevo fermo nel pensiero, quando, leggendo in S. Tomaso
d’Aquino, vidi che era da trascurarsi nella mia ricerca la gradazione
tra i singoli divieti e comandamenti, e che si doveva attendere a una
divisione più larga e generale dei precetti della prima Tavola e di
quelli della seconda, giusta la dilezione di Dio e del prossimo. I primi
tre sono della prima, gli altri sette della seconda; ma di questi ultimi
il primo ‛Onora il padre tuo e la madre tua, perchè tu campi molti anni
sulla terra, che il Signore Iddio ti darà’, si pone (2ª 2ae CXXII 5)
‛immediatamente dopo i precetti che ci ordinano verso Dio, perchè i
genitori sono particolare Principio del nostro essere, come Dio ne è il
Principio universale. Onde è una tal quale affinità di questo precetto a
quelli della prima Tavola’. Inoltre questo precetto, essendo distinto
dai tre primi per ciò che esso è intorno ad atti di _pietas_, che è
della _iustitia_ parte seconda, mentre la prima e principale è la
_religio_, intorno a’ cui atti sono i tre primi, è pur distinto dai sei
ultimi perchè questi sono dati intorno alla _iustitia communiter dicta_,
che è tra uguali (2ª 2ae CXXII 1). Sì che io potevo distinguere i
precetti di Giustizia in quattro che sono di atti di Religione e Pietà,
e altri sei che sono di atti di Giustizia propriamente detta. Conclusi
adunque che tali precetti di Religione e Pietà erano quelli che con
obbedire più facile possono essere osservati, e perciò con maggiore
ingiustizia sono violati. Così io mi avviavo a riconoscere che era ben
possibile che Dante, secondo la dottrina di Agostino e di Tomaso,
dicesse superbi quegli uomini i quali, a somiglianza di Adamo e di Eva,
avessero violato quei precetti che, una volta violati, non si potevano
scusare con alcuna imaginazione di Giustizia, e che questi precetti
fossero quelli della prima Tavola più il quarto che è affine ad essi.
Tanto più, quanto veramente a Dio si pone direttamente a fronte chi
misconosce il Principio e universale e particolare del nostro essere, e,
poi che trasgredisce ciò che per i primi Parenti era l’unico e per i
loro figli è il minimo, si fa Principio e Regola a sè stesso, appetendo
una falsa primazia. E io pensai al lago del centro terrestre, al lago
che aggela per il ventilare delle sei ali del primo superbo. Facilmente
s’intende come notassi subito che era diviso in quattro circuizioni, e
come ricordassi i quattro precetti di Religione e di Pietà, cui violare
credevo essere superbia. Di vero la più leggiera delle quattro
gradazioni di colpa, quella che è punita in Caina, assomigliava assai
alla violazione del quarto precetto, che, comandando d’onorare i
genitori, implica in essi anche i consanguinei (2ª 2ae CXXII 5). Ma poi
che i Dottori aggiungono anche la patria, e della patria è punito il
violatore nella seconda circuizione, che è Antenora, imaginai che o non
vi fosse tra le quattro fascie e la violazione dei quattro precetti la
relazione che intravedevo, o che Dante nella santificazione del Sabato,
che è il terzo precetto, avesse veduto un senso più profondo di quello
che noi vediamo. In verità dice Tomaso (2ª 2ae CXXII 4): ‛Nel terzo
precetto del Decalogo si comanda l’esterior culto di Dio sotto il segno
del comune benefizio, che a tutti pertiene, cioè a rappresentare l’opera
della creazione del mondo, da cui si dice che Dio riposò nel settimo
giorno’. E aggiunge che raffigura, in senso anagogico, la quiete del
fruir di Dio, che sarà in patria. E alla obiezione, che, come del
sabato, si doveva far menzione anche degli altri dì sacri e sacri luoghi
e vasi e simili, risponde: ‛observatio sabbati est signum generalis
beneficii, scilicet productionis universae creaturae’. Festeggiare
dunque il giorno del Riposo di Dio, è quanto riconoscere che Dio fece
‛caelum et terram’, la qual Terra è la patria nostra presente, e il
Cielo la patria futura. E mi pareva non impossibile che, nel pensiero
simboleggiante del Poeta, il peccato di Bocca, per esempio, fosse
espresso con queste parole: Violò il Sabato di Dio. Come quello di
Alberigo poteva esprimersi con queste altre: Assunse il nome di Dio in
vano; poichè col secondo precetto si proibisce lo spergiuro che pertiene
a irreligiosità (2ª 2ae CXXII 3), e spergiura in massimo grado chi viola
la santità della mensa, secondo anche l’antico: ‛Violasti il giuramento
grande, il sale e la mensa’. Ma non era necessità seguitare per questa
via, poichè a me pareva che Dante potesse avere in mente una più
semplice distinzione, suggeritagli da uno scrittore che certo in questo
luogo aveva presente, da Cicerone (_De off._ III 10) che di Romolo
uccisor del fratello aveva detto: ‛Omisit hic et pietatem et
humanitatem’. E io pensava che, a ogni modo, più semplicemente si poteva
affermare che superbia fosse violare la Pietà quale è in Cicerone, e
altro peccato fosse violare la Umanità sola. Ma qui d’un tratto mi
arrestai, dicendo: che cerco io questi particolari, quando è forse
errato il punto principale? In vero superbia io dico la colpa che si
punisce nella Ghiaccia; il ragionamento mi pare dirittamente condurre a
questo. E c’è altro: ognuno di quei peccatori in giù tiene volta la
faccia, in giù volta è altra gente e altra tutta riversata, esposta
all’ingiuria dei piedi trascorrenti, e altre ombre ancora tutte sono
coperte sotto il gelo, e Giuda ha il capo dentro una bocca di Lucifero e
Bruto e Cassio il capo di sotto; atteggiamenti tutti ben convenienti a
superbi puniti. C’è questo e altro ancora; ma tutto si può spiegare
altrimenti che come sentivo di dovere spiegare io. Perchè io pensavo
alla Superbia, ma Dante aveva detto che colà giù era qualunque trade, e
in quel lago si puniva la frode in colui che si fida.