Il luogo oscurissimo è dal VII al IX dell’inferno. E l’ora del tempo è
mezzanotte. È mezzanotte quando il Poeta scende con Virgilio ‛a maggior
pieta’, mentre era vespro quando si ‛apparecchiava a sostener la guerra
Sì del cammino e sì della pietate’. Cadono le stelle e persuadono il
sonno: è l’ora che Enea, con voce che noi sentiamo risonare nei versi di
Virgilio, grave e quasi velata, si fa a narrare l’ultima notte di Troia.
E Dante che già nella sera, nel silenzio e sopore universale, si sentiva
solo a vegliare di tutti i viventi, ora a mezzanotte pare oppresso da un
sogno sognato per tutto il durare d’un viaggio notturno. E il viaggio
pare uno di quelli che possiamo ricordare d’aver fatti da fanciulli
(Dante è come un fanciullo vicino a Virgilio), un poco a piedi, poi
portati di peso in carrozza, poi discesi senza averne coscienza intera,
balzati di qua e di là, tra cigolii e schiocchi e scricchiolii e tonfi,
con qualche carezzevole parola mormorata all’orecchio in mezzo a un
rotolare continuamente e sordamente fragoroso. L’Ombra e il Vivente
scendono accompagnati dal gorgoglio assiduo di un fossato di acqua buia,
e questo fossato si fa palude, la palude della ‛Tristizia’, in fondo
alla piaggia. E la palude è piena di strepito d’anime che rissano tra
loro e di scoppi di bolle che vengono da altre anime fitte nel fango.
Essi girano per un grande arco del margine e si trovano avanti una
torre. La torre accenna con due fiamme sulla cima, e un’altra di lontano
rende il cenno. Una barca s’appressa nel buio, e il barcaiuolo grida
sinistramente. Entrano, vanno. A Dante apparisce, pieno di fango, il
nemico morto che non riconosce lui e forse vuol salire nella sua barca;
ma è da lui riconosciuto e respinto. Una scena infernale di odio e di
sdegno e di giusta vendetta e di rabbia impotente e di battaglia tra
morti, tramezza il viaggio della mezzanotte. Il vocio dei dannati
s’allontana; ed ecco avanti avanti un immenso lamento, in fondo in fondo
un rosseggiare di fuoco: è una città di ferro incandescente, Dite, il
vero Inferno. Sbarcano, e per la prima volta Dante vede i ‛da’ ciel
piovuti’; per la prima volta è lasciato solo; per la prima volta vede il
Maestro, con gli occhi alla terra, dubitare e sospirare, l’ode parlare
con parole tronche e raccontare una tetra storia di scongiuri e di
luoghi fondi e bui. Lo interrompe l’apparizione delle Furie, viene in
volta il Gorgon, e Virgilio chiude gli occhi a Dante con le sue mani.
Quando egli è così senza vista, sente come l’appressare di un temporale.
Viene il liberatore, un Messo del cielo che con una verghetta apre le
porte di ferro. È il risveglio, finalmente: e Dante si trova in un
cimitero con gli avelli scoperchiati, donde escono fiamme. Tra il sommo
del pericolo, quando sulla cima della torre rovente si mostra il Gorgon,
e il risveglio, è un ammonimento agli intelletti sani che sembra un
lampo il quale aprendo a un tratto le tenebre, le lascia più nere e
inerti che mai. Or qui, più che in ogni altro luogo e momento, è dubbio
e oscurità. Stige, torri, Flegias, parole di Virgilio, Furie, Gorgon,
Messo: tutto mistero. Ma nello Stige, che cinge la città dolente, ‛il
fummo è più acerbo’.