Alle cinque della sera, dopo una giornata di lavoro indefesso,
cominciato a tavolino con l'alba, proseguito nelle aule affollate di
San Firenze, ripreso a casa fra il succedersi dei clienti, Carlo
Landini si sentiva vinto da quella specie di stanchezza morbosa
particolare ai lavoratori del pensiero.
L'esercizio prolungato dei muscoli, il consumo fisiologico, sono certo
causa di sensazioni penose; ma basta che lo sforzo si arresti, che
l'organismo sia abbandonato all'inerzia, perchè un profondo benessere,
un sollievo quasi voluttuoso guadagni tutte le fibre. Il lavoro dello
spirito non conosce queste tregue ristoratrici; l'attività cerebrale,
una volta destata, non si può più arrestare; le idee succedono alle
idee, le imagini alle imagini, secondo una legge di associazione
incosciente; e la volontà non è solo impotente a frenare questo
movimento, ma spesso ancora a dirigerlo. Un malessere fisico
ordinariamente ne deriva, come effetto dell'afflusso del sangue al
cervello, ed in questo stato irritante la stessa riparazione del sonno
tarda a venire.
Carlo Landini, con la fronte scottante, la vista intorbidata dalle
lunghe letture dei voluminosi processi accatastati sul grande tavolo
da lavoro, aveva dato ordine che nessuno fosse introdotto per quel
giorno nel suo studio. Se negli anni della sua prima giovinezza si era
parlato di lui come di uno cui l'avvenire arrideva, il fatto si era
lasciato indietro le più liete promesse. A poco meno di quarant'anni,
in una professione dove la concorrenza è grandissima, egli aveva
conseguita la più chiara delle reputazioni, si era fatto un posto
eminente non solo fra i suoi compagni, ma perfino fra i maestri, ed
era talmente affollato di affari, da vedersi spesso costretto a
rifiutarne ed a chiudere l'uscio di casa sua ai troppo numerosi
clienti.
Quel giorno, l'ordine era stato appena impartito, il Landini aveva
appena chiusa l'ultima memoria, che il campanello elettrico risuonò.
--Chi è ancora?--chiedeva egli infastidito, al servo che, aperto
l'uscio, se ne stava lì in mezzo, come cercando le parole.
--Una persona che vuol parlare al signore... che insiste....
--Ho già detto che non sono in casa per nessuno.
--Dice, scusi, che deve consegnare a lei personalmente una lettera
urgente....
L'avvocato Landini passò egli stesso in sala, non cercando di
nascondere la sua contrarietà. Si trovò dinanzi ad uno sconosciuto,
che dall'abito, dall'attitudine umile più che rispettosa, pareva dover
essere un domestico.
--Che cosa volete?
--È lei il signor avvocato Carlo Landini?
--Io in persona.
--Debbo consegnarle questo.
Cavò di tasca una lettera e la porse al Landini. Appena questi ebbe
gettato uno sguardo sulla busta, il fastidio che s'era fino a quel
momento letto sulla sua fisonomia, dette luogo ad una specie di
attenzione concentrata, di preoccupazione mista ad una inquieta
curiosità.
--Sta bene.... grazie....--disse alla persona che aspettava,
congedandola; e passò rapidamente nella sua stanza da studio. Prese
sul tavolo un piccolo tagliacarte a foggia di scimitarra, e come la
luce si andava ritirando, si fece presso la finestra. Stava per aprire
la lettera, quando si arrestò un momento, considerando il carattere
dell'indirizzo, sulla busta moyen-âge, suggellata di ceralacca azzurra
in un angolo.
--Dieci anni!--mormorò, facendo mentalmente il conto del tempo
trascorso dacchè quella persona non gli aveva più scritto.--Dieci
anni!....--e una tristezza gl'invadeva lentamente l'anima, come una
nebbia, mentre sollevava uno sguardo al cielo occidentale, sul cui
fondo rosato si ergeva gloriosamente la cupola di Santa Maria del
Fiore.
Dieci anni, dacchè aveva ricevuta l'ultima lettera di lei; e quei
dieci anni non erano valsi ad abolirne il ricordo, se appena scorto
quel carattere fine, minuto, ma inchiostrato nei pieni e dalla
asteggiatura eguale, lo aveva immediatamente riconosciuto, senza
esitare un istante! Dieci anni--e il sangue gli aveva dato un tuffo,
ora come allora, come quando ogni lettera di lei lo colmava di un
turbamento delizioso!...
Le memorie irrompevano nella mente del Landini, ed egli se ne restava
lì, dinanzi alla finestra con gli sguardi errabondi, tenendo la
lettera in mano, ma senza decidersi ancora ad aprirla... Era stato
tutto un romanzo, un romanzo di passione, di tormenti, di felicità, un
romanzo in fondo al quale non era stata però scritta la parola piena
di soave rammarico o di composta rassegnazione: Fine. Bruscamente,
quella donna a cui lo legavano i vincoli più teneri e più saldi, le
gioie insieme gustate, i pericoli sfidati insieme, lo aveva messo
quasi alla porta, gli aveva ingiunto di non tentar di rivederla, mai
più!
Che cosa era avvenuto? Perchè quella risoluzione incredibile, contro
la quale ogni sua insistenza si era spuntata?... Non aveva potuto
saperlo. A tutte le lettere che egli le aveva scritte, alle umili
lettere di preghiera, alle appassionate lettere d'amore, alle fiere
lettere di minaccia, ella non aveva voluto rispondere. Un momento, era
stato per ismarrire la ragione dinanzi a tanta ostinatezza di repulse.
Il secreto che essi erano riusciti a serbare a costo di mille rischi e
di mille sacrifizii, egli era stato sul punto di andarlo a rivelare a
chi più interessava di conoscerlo; le aveva fatto sapere che se ella
non si fosse piegata a rivederlo, ad ascoltarlo, a dargli una ragione
di quel suo repentino mutamento, sarebbe andato a dir tutto al marito
di lei!... Pazza minaccia, che non era stata seguita da effetto,
grazie al sopravvenire del freddo ragionamento, non già perchè ella si
fosse piegata!... Ed era stato per un caso, molto tempo dopo, quando
ella era scomparsa nella solitudine di una campagna ignorata, che egli
aveva intraveduto il possibile motivo di quella rottura. Poco prima
che questa scoppiasse, un suo amico, quasi un fratello, gli aveva
chiesto uno di quei servigi che solo un fratello può rendere: gli
aveva affidata una donna compromessa per causa propria. Durante tutto
il tempo da costei passato a Firenze, egli si era perciò messo a sua
disposizione; le aveva reso tutti quei piccoli servigi che erano in
suo potere, le aveva fatto meno insopportabile la sua posizione
disgraziata. Ed ecco che una voce si era sparsa a sua insaputa, ed
ecco che tardi, troppo tardi, veniva al suo orecchio quella voce,
secondo la quale quella signora sarebbe stata la sua propria
amante!... Allora, egli si era tutto spiegato: l'invenzione assurda,
malvagia, aveva dovuto arrivare fino all'altra, fino a lei; ella
l'aveva creduta; e la cieca prepotenza dell'amor suo non gli aveva
data una prova preventiva di quel che avrebbe dovuto essere la sua
gelosia?...
Tutta questa storia, nei suoi più minuti particolari, si svolgeva ora
nella memoria del Landini. Girando quella lettera da una mano
all'altra, egli pensava che in quel pezzo di carta doveva essere la
conferma o la smentita di quella sua spiegazione. Però non si decideva
ad aprirla. Un tumulto di sentimenti gli si era scatenato nell'anima,
e con quel l'acutezza di indagine psicologica che metteva nello studio
dei suoi processi, analizzava ora raffinatamente sè stesso.
Perchè il suo cuore batteva dunque così forte? Ah! egli è che di un
amore come quello da lui ricordato, non se ne provano due nella
vita!... Egli aveva amato ancora, aveva cercato attraverso le
rinnovate esperienze qualche scintilla di quella gran fiamma: ma non
l'aveva trovata. Come il duca d'Illiria della Dodicesima Notte di
Shakespeare, egli avrebbe voluto esclamare:
Enough, no more;
'Tis not so sweet now as it was before.
Oh no; non era mai più stato così dolce come prima! Era stata una
passione sovrumana, una vera fusione di anime, il conseguimento del
sogno più idealmente accarezzato! Avevano arrischiato la pace, la
vita, l'onore; ma avevano provata un'esultanza immortale! Come tutto
ciò era potuto finire? E che cosa, dopo dieci anni, quando tanta
cenere si era accumulata sul fuoco, poteva aver spinto quella donna a
rivolgersi ancora a lui!... Si era ella pentita dei suoi sospetti? Un
caso fortuito, come era accaduto a lui stesso, glie ne aveva rivelata
tutta l'odiosa ingiustizia? O cercava ella, ora soltanto, di avere una
spiegazione?...
Il Landini si perdeva in ipotesi. Egli aveva un mezzo sicuro di
decifrare l'enimma: aprire la lettera, e leggerla; ma, in quella
sovraeccitazione cerebrale a cui era in preda, trovava una specie di
strana voluttà a prolungare la tormentosa incertezza, a tentar di
esaurire coll'imaginazione tutti i partiti possibili. Poi, un nuovo
sentimento cominciava ora ad impedirgli sordamente di porre ad effetto
la semplicissima risoluzione: una specie di secreta, di inconfessata
paura... Era egli tanto sicuro di sè da poter sentire impunemente
tutto ciò che ella gli avrebbe detto? Era ben sicuro che il fuoco di
quell'amore fosse tutto ridotto in cenere? Non temeva egli che alle
parole della donna, alla evocazione di un passato che formava
l'orgoglio della sua vita, il fuoco divampasse nuovamente, come al
soffio vivificatore dell'ossigeno?... Egli non era più giovane, gli
anni erano passati anche per lei; ma, non avendola più incontrata,
egli non sapeva imaginarla altrimenti che quale l'aveva lasciata.
Rivedendo quella gentile figura, ricordandone tutta la seduzione,
tutto il fortissimo incanto, la sua paura cresceva: sarebbe bastata
una sola parola perchè egli avesse tutto dimenticato: la serietà della
sua vita presente, i doveri della sua posizione, i mille pericoli di
un tardo ricominciamento...
Un piccolo rumore lo richiamò alla presente realtà: il servo,
insospettito dal lungo silenzio intanto che l'ora del desinare era
trascorsa, gironzava nella stanza attigua. La sera era già discesa,
soavissima. Ora sarebbe stato impossibile di leggere la lettera senza
fare accendere un lume. E traendo profitto da questo nuovo pretesto di
ritardo, il Landini si era tolto dalla finestra, e rovesciatosi sopra
un divano, aveva ripreso a fantasticare.
Quel fenomeno costante pel quale, se qualcosa ci sta a cuore, noi
troviamo subito mille ragioni che ce ne dimostrano la convenienza, si
ripeteva in lui. Tutto alla evocazione di quel passato, egli trovava
ora dei motivi che lo spingevano sempre più per quella via.
Dall'ammettere che la donna avesse potuto essere tratta in inganno, al
giustificare la condotta di lei, non v'era che un passo. Dal
giustificarla, ad accusare sè stesso, il passaggio era meno facile;
nondimeno egli lo compì. Trovava di non avere insistito abbastanza,--a
quel tempo--per ottenere una spiegazione; di aver commessa una vera
colpa non avendo cercato di lei, quando il motivo di quella rottura
gli era stato fatto intravedere. Allora sarebbe stato dover suo
giustificarsi, smentire la voce bugiarda, far rifulgere la propria
innocenza.
Il dover suo era di non abbandonare quella donna, _suo malgrado_! Chi
gli diceva, infatti, che il tradimento di cui ella si era creduta
vittima, non l'avesse spinta a rappresaglie; che, per colpa di lui,
ella non si fosse interamente perduta?... Una specie di rimorso
sorgeva allora nell'animo del Landini, un rimorso che era, in fondo,
una forma di egoismo: poichè il rimprovero di averla potuta far cadere
in braccio ad altri si risolveva nel rammarico di non averla più per
sè.... E una grande tenerezza lo vinceva, a poco a poco, pensando a
tutto quello che era stato fra di loro, a quel romanzo bruscamente
troncato e non finito, così, senza ragione, per quelle assurdità di
cui la vita è tanto feconda... Però, in quella lettera improvvisamente
pervenutagli, quando egli si era già rassegnato all'assurdo, era la
parola che avrebbe tutto spiegato. Egli riconosceva a questo tratto
l'indole fiera, appassionata, di quella donna di cui si era fatto un
tipo ideale. Si era creduta offesa, e nulla era valso a piegarla; ora,
dopo l'espiazione di tanti anni, ora soltanto, ella veniva ancora a
lui!... Che cosa gli avrebbe detto? Come avrebbe ridestata la memoria
di quel passato? Quali dolci, quali armoniose, quali poetiche parole
avrebbe adoperate per ricordare tanta dolcezza, tanta armonia, tanta
poesia?... Alla luce improvvisa della lampada che il servo reggeva
affacciandosi all'uscio, il Landini si accorse che era già notte
fatta.
--Si sente male, signore?...--chiedeva timidamente la persona di
servizio.
--No, no; lasciate qui il lume....
--Il signore non desina dunque quest'oggi?
--Fate apparecchiare... mi avvertirete...
E appena rimasto solo, avvicinatosi alla lampada, egli dischiuse
accuratamente la busta, con mano un poco tremante. Ne cavò una carta
ricoperta sulle quattro facciate da una fitta scrittura, e un
foglietto dello stesso gusto della busta. Il Landini vi cercò
l'intestazione; non ve n'era. La lettera diceva così:
«Voi sarete molto sorpreso di ricevere la presente, e vi troverete
certamente costretto di correre alla firma per conoscerne la
provenienza!... Il tempo ha le ali, e col tempo la forma della nostra
scrittura si modifica, da rendersi irriconoscibile! Il nostro modo
stesso di pensare si trasforma; ed è per questo che io sono stata, e
sono ancora in forse di scrivervi, supponendo che ciò possa non farvi
il piacere di una volta!
«Vorrete quindi perdonarmi se, facendo appello alla vostra amicizia,
che suppongo inalterata, vengo ad importunarvi per chiedervi se posso
firmare l'acclusa transazione, desiderando conoscere a quali
conseguenze andrei incontro per tale atto. In una questione
d'interessi che si trattano fra parenti conviventi nella stessa casa,
non potendo dimostrarmi diffidente a viso aperto, io che non m'intendo
di affari, non ho voluto impegnarmi prima d'aver sentito il parere di
una persona su cui si può contare.
«Accettate, non è vero? Domani mi farete avere una risposta? Sarei
venuta personalmente, se non avessi temuto di disturbarvi ancora di
più che con la presente. Il passato non ci è sempre gradito; lo
comprendo anch'io! La vita ha le sue esigenze; ed io non sono così
ingenua o così presuntuosa, da supporre che in questi dieci anni voi
abbiate potuto pensare a quello che fummo. So, del resto, che vi siete
divertito; e chissà quante altre imagini si saranno sovrapposte a
quella che io ho temuto di ripresentarvi dinanzi! Guardate: divento
indiscreta!! Perdonatemi anche questo e vogliate credermi a ogni modo,
con rinnovate scuse ed anticipati ringraziamenti, cordialmente vostra:
Anna Solari.--Fiesole, lunedì.» . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il servo stava di nuovo sull'uscio, interdetto, chiedendosi se il suo
padrone non fosse ammattito, perchè all'annunzio che la zuppa era in
tavola, lo aveva guardato con occhi stralunati, come uno cascato dalle
nuvole.
--È in tavola?... Va bene, va bene....
Sul punto di passare di là, Carlo Landini si stropicciava gli occhi.
Credeva di aver sognato, tanto quella lettera era incredibile, tanto
egli era rimasto male! Che grossolana illusione era stata la sua!...
Gli anni erano davvero passati, se quella donna era così mutata, se
scriveva di quelle lettere, se domandava una consultazione legale,--_a
lui!_--se profanava il ricordo del loro amore con quella freddezza
studiata, con quel tono di filosofica rassegnazione, con quelle
allusioni indiscrete... E non un accenno alla enimmatica rottura che
lo aveva mortalmente ferito; non una spiegazione--nè data, nè
chiesta!... E diceva di temere che egli non avrebbe riconosciuto il
carattere di lei, mentre, appena scorta la lettera, gli era mancato il
respiro! E diceva di sapere che egli si era divertito, mentre
quell'imagine gli era stata sempre inchiodata nel cuore, come un
rimpianto, come un rimorso, come l'aspirazione di tutta la sua
vita!... Ma, dunque, era realmente mutata quella donna, o era stata
sempre ad un modo e soltanto la sua fantasia di innamorato ne aveva
fatto un ideale?...
Carlo Landini scrollò le spalle, sedendo a tavola. Il suo romanzo era
finito, definitivamente; e quella lettera ne rappresentava l'epilogo
prosaico e volgare.
--Un romanziere non avrebbe nessun partito da trarne!--si diceva egli
mentalmente, e non pensava che i romanzi veri, i romanzi fatti nella
vita e non ideati per amore dell'arte, finiscono quasi sempre così.