PREFAZIONE.

_Gentilissimo signor Treves_,

Compiono oramai quasi due anni dacchè Ella, rispondendo all'offerta

che io le avevo fatta della mia _Sorte_, mi disse, con molte

lusinghiere espressioni per la mia attitudine al novellare, di non

poter pubblicare quei racconti perchè non ne approvava il genere. «Non

si descrive--diceva la sua lettera--che quel che vi è di brutto, di

marcio, di sensuale nella società. Poi, tutti i personaggi sono

antipatici. È possibile che una società sia tutta formata a quel modo?

E lo fosse pure, è egli artistico dipingere i quadri tutti di un

colore, sopprimere i contrasti di colore, come quelli di passioni, di

sentimenti? Il color rosa fu giustamente deriso, ma almeno era

allegro; il nero, il tutto nero, ha gli stessi torti, più quello di

essere triste.... Racconti simili--soggiungeva--non voglio più

pubblicarne. Ho parecchi peccati editoriali sulla coscienza; non

intendo aumentarli, diffondendo un genere che io considero assai

pernicioso, non solo per il senso morale, ma anche per il buon gusto

delle nuove generazioni. Una cucina letteraria composta tutta di

droghe non può che rovinarlo.»

Quantunque mi rincrescesse di non poter affidare il mio libro ad una

Casa come la sua, il rifiuto--Ella già lo prevedeva--non mi distolse

dal pubblicarlo. Ma il successo dette ragione a lei. Se Ella ebbe la

curiosità di tener dietro ai giornali che parlarono delle mie novelle,

potè vedere come la maggior parte di essi non facessero se non delle

parafrasi del giudizio che, alla lettura del manoscritto, Ella ne

aveva dato. «Uomo avvisato, mezzo salvato,» pareva che Ella avesse

voluto dirmi; io non le diedi retta, ed accadde quel che doveva

accadere.

Mi crederà se io le dico che, prima ancora del giudizio dei critici,

prima ancora del Suo ammonimento, io avevo previsto la sorte--senza

giuochi di parole--che era riserbata al mio volume? Se avessi potuto

farmi illusione, l'esperienza dei miei maestri ed amici mi avrebbe

aperto gli occhi. Parlo di Giovanni Verga e di Luigi Capuana, di due

scrittori nei quali i critici della _Sorte_ hanno trovato i miei

modelli, facendomi con questo il più grande elogio che io potessi

ambire. E rimontando ancora più su, al maestro dei maestri, ad Emilio

Zola, che cosa non gli era toccato di sentirsi dire? Per poco non lo

avevano fatto passare come un bevitore di sangue! Figuriamoci quel che

avrebbero detto a me!

Nondimeno, malgrado ogni sorta di scettiche previsioni e di immediate

difficoltà, io mi ostinai a metter fuori quelle novelle. Questo potrà

forse dimostrarle che io ero guidato da una chiara idea e che sapevo

quel che facevo--o per lo meno quello che avevo avuto l'intenzione di

fare... Io avevo avuto l'intenzione di fare un'opera d'arte.

Descrivendo una società repugnante? mettendo in iscena dei personaggi

odiosi? riuscendo ad un'impressione di pessimismo?... Che importa!

L'interessante, ciò che costituisce il valore specifico dell'opera

d'arte, non mi pareva la qualità del soggetto preso a trattare o

dell'impressione da conseguire, bensì il modo con cui il soggetto era

trattato e l'impressione conseguita.

Sapevo che mi avrebbero fatta una colpa del mio naturalismo, ma

credevo--e credo tuttavia--che tutte coteste antipatie e simpatie di

scuola dovrebbero essere perfettamente estranee al giudizio critico.

L'arte è una, come una è la realtà che essa si propone di riprodurre;

i metodi e gli obbiettivi sono diversi, come diversi sono i

temperamenti degli artisti che li scelgono. Accade un fatto; cento

persone vi assistono, nessuna di esse ne darà una versione del tutto

corrispondente a quella del vicino. Se in mezzo vi è un morto, uno

esclamerà: «Che disgrazia!» un altro sentenzierà: «La solita storia!»

un terzo dirà: «Vi è un morto,» senza commenti.

La vita che i romanzieri e i novellieri si propongono di ritrarre, è

quella che è; la diversità consiste nell'organismo che la osserva.

Quando una persona qualunque compie un'azione purchessia, non si sente

una voce, dall'alto o dal basso, che giudica quell'azione,

inappellabilmente; ognuno di noi si forma invece di quell'azione un

concetto relativo ai proprii mezzi d'indagine, al proprio carattere ed

al proprio interesse.

In arte, si vogliono distinguere due scuole: la naturalista e

l'idealista. Non badiamo, se le piace, ai nomi; i nomi sono sciocchi,

dicono molto di meno e molto di più di quel che dovrebbero dire.

Badiamo ai fatti. Nel fatto, i naturalisti sono accusati di veder

tutto nero, di deprimere tutto; gl'idealisti di veder roseo e di

esaltare ogni cosa. So benissimo che tanto gli uni quanto gli altri si

ribellano a queste accuse, che tutti sono convinti di veder la vita

com'è; ma non ci occupiamo di questo. Io dico che la realtà non avendo

caratteri specifici, non essendo definibile assolutamente, le visioni

contraddittorie delle due scuole sono egualmente legittime. Voi dite

invece che la realtà ha dei caratteri definiti, che essa è, per sè

stessa, in un certo modo determinato? Allora tanto chi disprezza per

partito preso, quanto chi ad ogni costo accarezza, sono, per

esagerazione, nel falso. Quindi: se naturalisti e idealisti sono, per

il loro modo di vedere, o entrambi nel vero, o entrambi nel falso, il

loro modo di vedere è una qualità sopprimibile, come quantità

sopprimibili, nei due membri di un'equazione, sono i termini eguali.

Che cosa resta? Resta il _quid_ artistico, l'_x_ da trovare.

Lasciamo stare l'algebra. Molte persone dicono: «Sta bene,

riconosciamo il valore artistico delle opere naturaliste; siamo anche

disposti ad ammettere la superiorità di questo metodo; ma, in ragione

di questa stessa superiorità, domandiamo che dei mezzi così efficaci

di rappresentazione non siano unicamente adoperati per dipingere il

brutto ed il pravo. Fate del naturalismo artistico, ma dell'idealismo

etico al tempo stesso; in altre parole: descrivete _naturalmente_ il

_bello_ ed il _buono_.» Chi ragiona così dimentica che ogni metodo

d'arte porta con sè la sua propria filosofia, che un modo di scrivere

è anche un modo di vedere, che ad ogni contenuto s'impone una forma

determinata--e reciprocamente. Un idealista, perchè idealista, sceglie

degli argomenti nobili, presenta dei caratteri elevati, perviene a

conclusioni confortanti, attenua con la simpatia il suo pessimismo. Se

egli si trova dinanzi a qualcosa di urtante, di brutale, lo modifica,

lo purifica--lo _idealizza_. Reciprocamente: i personaggi simpatici

dei naturalisti hanno tutti il loro lato debole, volgare, violento; le

azioni generose i loro moventi indegni. Quando io ho scelto un

argomento, mi trovo di aver scelto nello stesso tempo il mio metodo;

viceversa: se io mi propongo di conseguire certi effetti, non sono più

libero di scegliere un soggetto qualunque: il mio campo è

circoscritto. Abbracciare un sistema, in arte come in politica,

importa negare certe cose e crederne delle altre, rinunziare a certe

categorie di emozioni e di opinioni, non vedere più che in un modo

determinato. Realismo e idealismo sono al tempo stesso delle dottrine

etiche e dei metodi estetici, sistemi filosofici e partiti artistici.

Un romanzo idealista nell'ispirazione e naturalista nell'esecuzione--o

viceversa--non è possibile: Zola ci si è provato, ed ha fatto il

_Sogno_....

Da un'altra parte, il pubblico generalizza troppo facilmente. Se in un

libro si descrivono soltanto delle miserie, delle vergogne, delle

crudità, che ragione ha la gente di rimproverare all'autore: «Voi

rinnegate le nobiltà, le delicatezze, gli eroismi?» Se un altro libro

è tutto pieno di queste cose che mancano all'altro, c'è ragione di

pigliarsela con l'autore perchè spazia sempre nell'alto? A volere che

uno scrittore dia un'adeguata imagine del mondo materiale e morale,

bisognerebbe dargli, per lo meno, un po' di tempo! «Dio mio!--esclamò

una volta Luigi Capuana--non si può mettere l'universo in sette

novelle!...» Supponiamo che un pittore faccia un quadro rappresentante

una tempesta; lo accuserete voi di negare il sole e l'azzurro? Tutto

ciò che potrete domandare è che egli dipinga bene il suo quadro.

Quest'altra volta egli farà un mare tranquillo... se non farà un'altra

tempesta, per disposizione naturale dello spirito, per una preferenza

tecnica, per una ragione qualunque che egli potrebbe anche non

dire....

Discorrendo parecchi anni or sono col Capuana di queste, cose--portavo

allora intatta la mia verginità letteraria--pensando alla facilità con

cui si formano i giudizii di questo genere, io feci all'amico mio una

proposta. «Vi incolpano di non sapervi aggirare se non nei bassi fondi

sociali? di non avere delicatezza, fantasia, simpatia? Scrivi un

romanzo idealista, in cui siano soltanto passioni esaltate, caratteri

nobili, azioni generose; in cui ritrarrai un ambiente elevato, i cui

personaggi porteranno dei titoli sonori o rappresenteranno

l'aristocrazia dell'ingegno; in cui non si sentirà l'_odore del

popolo_ zoliano, ma quello degli estratti doppii alla moda.... Scrivi

un romanzo _romantico_, secondo vuole lo stile, dimostra come sia

molto più facile che non lo scriverne uno naturalista; è probabile

che, dopo, ti lasceranno in pace!» L'idea piacque al Capuana, e con la

felice versatilità dell'ingegno che gli ha permesso di passare da

_Giacinta_ a _C'era una volta_, dallo _Spiritismo_ ai _Semiritmi_,

egli avrebbe sicuramente fatto del Feuillet da confondersi col

genuino; la storia delle sue contraffazioni avrebbe contato un gustoso

capitolo di più.... Altre cure gl'impedirono di porre ad effetto

questo disegno; io lo ricordai quindi naturalmente dopo la

pubblicazione del mio libro, allorchè accuse simili a quelle fatte al

Capuana si fecero a me; allorchè Ella, dimostrandomi l'alta

stima--furono sue parole--in cui teneva il mio ingegno, mi disse che

avrebbe voluto vederlo impiegato in modo migliore.

Ecco come è nata la prima idea di quel _Documenti umani_ che le ho

mandati. Come Ella avrà visto, la prima novellina dimostra le mie

intenzioni. Documenti umani si sono chiamati i fatti che comprovano le

realità miserabili e lamentevoli? Chiamiamo _Documenti umani_ un libro

di novelle ispirate alle più alte idealità. Forse i lettori non mi

accuseranno più di rinnegarle, forse il signor Treves mi stamperà....

Non le nascondo--sarebbe inutile, Ella se ne sarà accorta da sè--che

in quei racconti io ho un poco qua e là calcata la mano, con un

partito preso di distinzione, di lindura, di levigatezza _quand même_.

Vi è in questo un movimento di reazione giustificabile, se non giusta,

dinanzi alle accuse che mi si fecero. _Abyssus abyssum invocat_, e le

esagerazioni in un senso provocano naturalmente le esagerazioni in un

senso opposto. Se vi sentirete rimproverare da ogni parte di appestare

i vostri vicini con l'odore dell'aglio, sarete molto probabilmente

tentati di procurargli un'accapacciatura a furia di _opoponax_....

Quando la nuda semplicità della _Nedda_ sollevò, in un certo mondo

letterario, quegli scandali che Ella conosce, Giovanni Verga ebbe la

tentazione di una solenne canzonatura: un rifacimento arcadico della

sua novella, nel quale il famoso e scandaloso raglio dell'asino doveva

essere sostituito dai gorgheggi dell'usignuolo.... Questo non vuol già

dire che l'autore dei _Malavoglia_ non creda all'esistenza

dell'usignuolo; come le esagerazioni alle quali io mi sono lasciato

andare non significano che io non creda all'esistenza dei sentimenti

raffinati e dei caratteri scelti che ho rappresentati. Io credo che

tutto possa essere--ma credo del pari che l'artista, in mezzo

all'infinita varietà dei fatti umani, abbia piena ed intera la libertà

della scelta e della interpretazione. Scegliere, fra questi fatti

quelli che rappresentano il lato seducente dell'umanità, è certo

accaparrarsi un più largo consenso; se, dunque, molti artisti vi

rinunziano, per appigliarsi a quegli altri fatti che rappresentano il

rovescio della medaglia, più che il biasimo non crede Ella che

meritino una lode per il coscienzioso disinteressamento di cui dànno

prova? Ma, dirà Ella, perchè scegliere l'altro lato?... Arrivati a

questo punto, le teoriche non hanno più che farci: la scelta, il modo

di vedere, sono quistioni di temperamento, di gusti, di educazione, di

disposizioni permanenti o transitorie, di attitudini speciali: tutti

elementi personali, variabilissimi, che non è possibile, e si potrebbe

fino a un certo punto anche aggiungere non è lecito, di rintracciare.

Se una dimostrazione filosofica o gli ammaestramenti di una esperienza

mi inducono a credere che i sentimenti più alti e più rari si

risolvono negl'istinti primitivi della bestia, io farò oggetto della

mia rappresentazione artistica dei fatti dai quali questo concetto

scaturisca. Se la mia esperienza mi avrà detto invece che gl'istinti

meglio radicati sono domati da qualcosa di più potente e di più puro,

io vedrò le cose in tutt'altro modo, la mia scelta sarà diversa. E la

scelta è poi libera:--meglio: c'è vera scelta, o sotto l'illusione

della libertà si nasconde una rigorosa predeterminazione?...

Non passiamo i confini del campo letterario. Se i soggetti presi a

trattare dai naturalisti non sono di quelli che più piacciono alla

massa dei lettori, io vorrei dimostrare la ragione tecnica di questo

fatto. Naturalista è chi vuol riuscire naturale, cioè chi cerca di

dare alla finzione artistica i _caratteri_ del vero. Ora, non tutti

gli oggetti veri sono egualmente _caratteristici_, riconoscibili e

starei per dire individualizzabili. È quindi evidente che lo scrittore

naturalista darà la preferenza a quelli che, per avere dei tratti più

salienti, un aspetto più distinto, più accidentato, assolutamente

proprio, gli forniscono il mezzo di conseguire il suo intento. Ora, la

virtù e la salute sono più uniformi, più semplici, più monotone del

vizio e della malattia; questi offrono una più grande varietà ed una

più grande particolarità di manifestazioni; e lo scrittore naturalista

in traccia di fatti significativi, ne trova, negli ambienti corrotti,

nei tipi degenerati, nei casi patologici, una più ricca messe. Questa

è pure la ragione perchè, in una gran parte di casi, il mondo dei

naturalisti è quello della povera gente. I lettori domanderebbero di

assistere a scene della vita elegante, di vedere in azione delle

grandi dame e dei gran signori; le descrizioni di catapecchie dove si

aggirano dei miserabili in cenci sono, _a priori_, condannate.

Lasciamo stare se questa antipatia è giusta o pur no, se essa risponde

ai principii ispiratori della morale cristiana o dell'ideale

democratico.... È così, e basta. Ma se gli scrittori naturalisti non

contentano questi desiderii, egli è che a misura che si scende nella

gerarchia sociale, le differenze si accrescono e i tipi si determinano

più nettamente. Un contadino, un operaio, un marinaio, un minatore

hanno dei caratteri esclusivamente proprii, specifici, nella

fisonomia, nell'abito, nel modo di fare e di parlare, da renderli

riconoscibili a cento miglia lontano; la folla elegante che popola un

salone è più uniforme, offre meno presa all'osservazione. Ella mi

dirà, che le preferenze dei naturalisti si risolvono così nella

ricerca di ciò che loro riesce più agevole; nè io le darò torto. Fare

della _realtà elegante_--l'espressione è di Edmondo de Goncourt--ecco

l'impresa che si vorrebbe tentata. La quistione è, però, che molto

probabilmente l'eleganza di un naturalista procurerebbe dei disinganni

agli eleganti di professione. Non bisogna dimenticare che il fatto

rettorico è connesso al fatto psicologico, che forma e contenuto

s'impongono vicendevolmente; così, il naturalista avvezzo a veder

brutto, troverebbe delle imagini brutte per ritrarre le cose belle,

come quell'eroe di Karl Huysmans agli occhi del quale i fiori più

smaglianti si paragonavano naturalmente a piaghe, ad escrescenze, ad

erosioni patologiche....

Tornando all'ordine di idee interrotto dianzi, un'altra accusa fatta

ai nostri novellieri naturalisti è quella del regionalismo. «Voi mi

date dei marinai di Aci-Trezza, dei mulattieri di Licodia, dei

contadini di Viagrande: che geografia è cotesta? Come volete che io

m'interessi ad una gente che non so neppure dove stia di casa?» La

quistione è che se voi non potete interessarvi a questi ignorati, lo

scrittore non può conseguire una fedeltà di rappresentazione se non

mettendosi innanzi dei modelli; ora, se io sono vissuto in Sicilia,

non posso pigliare i miei modelli nel Friuli! Ed una quistione

strettamente connessa con questa, è l'altra dello stile che i

novellieri regionalisti sono costretti a foggiarsi per la necessità

di quel che si potrebbe chiamare il _colore locale_ della

rappresentazione artistica. I popolani di Sicilia parlano un loro

particolare dialetto; quando io li introduco in un'opera d'arte ho

due partiti dinanzi a me: il primo, che è l'estremo della realtà,

consiste nel riprodurre tal'e quale il dialetto--come hanno tentato

per le loro regioni il D'Annunzio, lo Scarfoglio, il Lemonnier--il

secondo, che è l'estremo della convenzione, consistente nel farli

parlare in lingua, con accento toscano e con sapore classico. Ora,

se nel primo caso io rischio soltanto di non farmi comprendere dai

lettori che ignorano il dialetto, nel secondo rischio addirittura di

farli ridere tutti. Fra i due partiti estremi, io tento, con

l'esempio del Verga, una conciliazione; sul canovaccio della lingua

conduco il ricamo dialettale, arrischio qua e là dei solecismi,

capovolgo dei periodi, traduco qualche volta alla lettera, piglio di

peso dei modi di dire, cito dei proverbii, pur di conseguire questo

benedetto colore locale non solo nel dialogo, ma nella descrizione e

nella narrazione ancora.

Per venire ai presenti _Documenti umani_--Ella troverà che ho divagato

un po' troppo--questa che io chiamerei _localizzazione_ artistica vi

manca. In alcuni racconti non è neppur detto il luogo dove l'azione si

svolge; là dove è detto, potrebbe essere spostato impunemente. È

naturale: se si vuole un modello che convenga a tutti, bisognerà

sacrificare la precisione. E vede come la differenza dei punti di

partenza si trascina dietro la differenza dei processi? Nelle novelle

realiste della _Sorte_ io dovevo descrivere delle varietà di costumi:

i miei personaggi erano diversi, necessarii, tipici, l'osservazione

esteriore era minuziosa; in queste novelle ideali ho dovuto notare

delle gradazioni di sentimenti: i personaggi sono dei prestanome, si

rassomigliano un po' tutti; l'analisi psicologica soverchia ogni cosa.

L'analisi psicologica! Se ne ragionassimo un poco? In che cosa

consiste essa? Essa consiste nell'esposizione di tutto ciò che passa

per la testa ai personaggi, delle loro sensazioni, dei loro sentimenti

e delle loro volizioni. Dato un personaggio con un certo carattere e

messo in presenza di una certa situazione, l'analisi psicologica

consiste nel rintracciare tutti i movimenti interiori di questo

personaggio, come egli apprezzi questa situazione, che cosa essa gli

suggerisca, quali partiti gli si presentino per uscirne, e per quale

trafila di impulsi e di ragionamenti egli si apprenda all'uno

piuttosto che all'altro. Alcuni scrittori eccellono in questo genere:

Paolo Bourget specialmente, pel cui ingegno io professo una

grandissima stima. Quando però si è letta una di queste pagine così

precise, in cui l'azione del personaggio è legittimata da cento motivi

uno più sottile e più profondo dell'altro, vien fatto istintivamente

di domandare all'autore: «Come li avete saputi? Il vostro personaggio

vi ha egli raccontato tutto ciò ch'egli ha provato, sentito,

ricordato, previsto, trascurato, ponderato? Se no, come avete fatto ad

entrare nel suo cervello ed a leggervi quel che vi si passava?...»

Victor Hugo, nell'_Homme qui rit_, ha un'epica descrizione del

naufragio di una nave di Baschi, nessuno dei quali però si salva.

Ragazzo, appena finito di leggerla, io domandavo a chi ne sapeva più

di me: «O come ha fatto Victor Hugo a risaper tutto quel che è

avvenuto a bordo della _Mattutina_ dal momento della partenza fino al

naufragio, se nessuno è sopravvissuto per dargliene la notizia e se

nessun altro poteva esser presente, in mezzo al mare?» E quelli che ne

sapevano più di me, mi rispondevano: «È tutta forza di fantasia e di

imaginazione!»

Ora, l'analisi psicologica è anch'essa il prodotto di un particolar

genere d'imaginazione: l'imaginazione degli stati d'animo. In un sol

caso essa può essere il prodotto reale dell'osservazione immediata, ed

è quando lo scrittore fa argomento della propria analisi sè stesso.

Mettendosi direttamente in iscena, o prestando la propria coscienza ad

uno dei suoi attori, egli potrà sviscerare gli stati d'animo più

complessi, più delicati e più rari che nel campo di quella coscienza e

sotto la propria diretta percezione si svolgono. Ma in tutti gli altri

casi, quando studia dei caratteri dissimili dal suo, e specialmente in

tutta la grande categoria dei caratteri femminili, ciò che cade sotto

la sua diretta osservazione non sono che gli atti, le parole, i gesti.

Ora, se si riflette che non solamente il numero dei gesti, delle

parole e degli atti non è proporzionato al numero infinito dei

pensieri--che, per dir meglio, non hanno numero, essendo una

successione continua ed omogenea--ma che i medesimi atti, le medesime

parole, i medesimi gesti servono a diversissimi uomini, per

diversissimi motivi in diversissime circostanze, si vede quanta poco

probabilità di successo vi sia nel desumere dagli indizii esteriori il

processo latente che si svolge nelle singole coscienze. Se si riflette

ancora che noi stessi non ci sappiamo spesso dar conto di _noi

stessi_, l'impresa apparisce in tutta la sua ingrata difficoltà. Le

ricostruzioni psicologiche dei romanzieri, pertanto, sembrano poggiate

sopra una base poco solida e risultanti da induzioni più o meno

possibili; e, in fondo, anche quando lo scrittore non parla di sè

stesso, la sua analisi altruistica si risolve nel prevedere

simpaticamente ciò che, nella pelle dei suoi personaggi, egli stesso

proverebbe e penserebbe. I realisti, invece, presumendo di dar

l'impressione del reale, fanno agire i loro personaggi, riproducono

ciò che in essi è apparente, lasciando ai lettori l'imaginare quel che

vi si passa internamente; tal'e quale come nella realtà, in cui noi

vediamo degli uomini e delle donne che parlano e che si muovono, e non

delle anime messe a nudo e starei per dire scorticate. Cercando di

fare intravedere le modificazioni interiori dai segni esterni,

rappresentando una situazione d'animo con un gesto o con una parola

che la riassumono, si può ben dire che i realisti, invece dell'analisi

psicologica, procedono per mezzo della sintesi fisiologica.

Molte di queste cose, in forma diversa, sono state recentemente dette

da Guy de Maupassant, con l'autorità che gli viene dalla forte

produzione, nella prefazione di _Pierre et Jean_. Ma il Maupassant,

pure ammettendo la legittimità dei varii metodi, tiene troppo al suo e

lascia intravedere assai chiaramente le sue preferenze. Per essere

veramente disinteressati, dopo la critica dell'analisi psicologica,

bisognerebbe farne la difesa. Un analista, infatti, potrebbe

rispondere: «Ciò che preme sopra tutto è l'anima umana. Noi non

possiamo leggervi dentro, ma vale per noi infinitamente di più la

ricostruzione verosimile di uno stato psicologico, che tutti i fatti e

gli atti più veri. Il fatto, la parola, il segno esteriore non sono

che dei momenti; il pensiero, che non è, ma _diviene_ continuamente, è

quello che caratterizza l'individuo e che importa conoscere. Ciò è

tanto vero, che le azioni possono essere, e sono spesso, contrarie

alle intenzioni: sono questi contrasti quelli che vanno studiati. Del

resto, se voi presumete che i vostri lettori possano ricostrurre i

processi intimi dagli indizii che voi ne date, noi non facciamo che

metterci al posto dei vostri lettori, e scriviamo le nostre

ricostruzioni. Del resto ancora, se è vero che ciascun uomo ha una

psiche diversa, è ancor vero che la natura umana è una, ha un fondo

uniforme, e che le differenze da uomo ad uomo non sono determinate se

non dal diverso sviluppo che certe facoltà e certe tendenze prendono

in seguito a circostante speciali e riconoscibili. Nulla, in tutto

ciò, che precluda la via all'analisi degli stati d'animo più

disparati.» E non sarebbero neanche necessarie tante dimostrazioni:

basterebbe che gli analisti dicessero: «Noi siamo fatti in modo da

analizzare!» Stendhal, che ha un'imaginazione psicologica, scrive la

_Certosa_ e _Armanzia_; Flaubert, che ne ha una tutta fisica, scrive

_Salammbô_ e la _Tentazione di Sant'Antonio_....

Siamo sempre lì: i metodi sono molteplici, l'arte è una. Chi vuol

rappresentare degli stati d'animo deve naturalmente ricorrere

all'analisi psicologica; l'analisi psicologica essendo la narrazione

del pensiero, ne deriva come nuova conseguenza che lo scrittore è

costretto ad adoperare una forma tutta personale. Altra grossa

quistione: Obbiettivismo, subbiettivismo; accademia forse!... Se la

lasciassimo lì? Ella imagina già quel che io vorrei dire: si possono

conseguire degli effetti di prim'ordine coll'un metodo e con l'altro,

nè i metodi sono arbitrarii: lo psicologo sarà sempre subbiettivo; il

naturalista, volendo limitarsi a riprodurre quel che vede, sarà

necessariamente impersonale....

Riassumendo perciò questo lungo discorso--era proprio tempo--se io

potei prevedere i rimproveri che i critici avrebbero fatto alla mia

_Sorte_, sono oggi ancor meglio in grado di indovinare le accuse che

toccheranno a questi _Documenti umani_. Vuol vedere se sbaglio? Mi

diranno che le favole sono troppo romantiche, che i personaggi sono

troppo convenzionali, che lo stile è troppo artificioso. Nella _Sorte_

s'incontravano troppi _mastri_, _don_ e _comari_; qui vi saranno

troppi artisti, cavalieri e contesse. Quelli erano troppo sciatti,

questi saranno troppo preziosi. Lì ero troppo indifferente, qui

esprimerò troppe opinioni. La _Sorte_ era troppo vera; i _Documenti

umani_ saranno troppo inverosimili....

Si metta ora un poco nei miei panni e consideri che bell'impiccio! Lei

mi dirà: «Non si preoccupi della critica!» Ma si fa presto a dire! I

critici sono o non sono i giudici naturali di noi poveri autori? sono

o non sono i supremi custodi della legge dell'Arte? Se cominciamo a

discutere la loro autorità, sa come potrebbe finire? Che un bel giorno

essi pianteranno lì la loro missione; e allora addio garbo, misura,

buon gusto, buon senso: tutti i freni saranno sciolti, a scempio del

bello, del buono e del vero!

Tolga Iddio che io contribuisca a tanta sciagura! Io sono un autore

timorato ed ossequente alla critica costituita. La _Sorte_ era

naturalista? Ecco qui delle novelle ideali. Sono troppo ideali? Ed io

mi metto a scrivere un romanzo a modo mio.... Me lo stamperà?

Mi stamperà, innanzi tutto, questa lettera? A discorrere solo, uno si

persuade presto d'aver ragione; però, dopo aver riletto queste pagine,

comincio a persuadermi che probabilmente le mie teorie non avranno

persuaso niente affatto lei. Lasci correre lo stesso; tanto, a

discutere, si finisce per confermarsi nella propria opinione. Guardi

come il pubblico resta incrollabile nella sua, che è quella di non

darci retta!

Catania, Ottobre 1888.

_Di lei cordialissimamente_

F. DE ROBERTO

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