II.

Il giorno delle nozze.

Il generale principe Paolo di Lavandall era venuto a Parigi nel 1815

con gli eserciti confederati stranieri.

Alla corte di Luigi XVIII, egli aveva conosciuto Paolina, figlia

maggiore del duca di Saint-Cassan, amica intima della famosa nipote

del principe Talleyrand.

Paolina non era così bella che la duchessa di Dino, ma era altrettanto

ardita ed intraprendente. Si susurrava chiotto chiotto nei saloni che

ella arrivava dove altre, infinitamente più belle di lei, non

avrebbero osato collocare neppure una speranza, e che, aggiungendo la

vivacità caustica del suo spirito e la distinzione delle sue maniere

ad una solida istruzione, spigolata nell'esilio, ella avrebbe potuto

pretendere a passare per letterata--se non avesse preferito di essere

una civetta.

Il principe di Lavandall s'invaghì di lei e la sposò.

E si fece correre il rumore che l'imperatore Alessandro--il quale

l'aveva veduta a Vienna, in casa del principe di Talleyrand--lo avesse

spinto alle nozze.

Di questa unione, dopo un anno o due, nacquero due gemelli: Pietro ed

Alessandro di Lavandall.

Pietro, venendo al mondo il primo, godè del rango di primogenito, e,

poco dopo, del titolo e dei diritti della sua nascita, alla morte del

padre.

Quantunque gemelli, i due bambini si rassomigliavano poco.

Al fisico, la dissomiglianza consisteva unicamente nella gradazione

del colore dei capelli--cui Pietro aveva scuri e Alessandro di un

biondo dorato--e forse anche nel colorito--cui il primogenito aveva

pallido ed il cadetto molto animato. Ma al morale, questa

dissomiglianza era più profonda.

Pietro era un sognatore. Egli amava la solitudine; aveva un carattere

fermo; un coraggio freddo; una grande tenacità di volontà. E' si

mostrava poco aperto. Più esatto al compito cui si assegnava egli

stesso che a quello cui gli si avrebbe voluto imporre. Poi, calmo fino

alla mollezza.

Alessandro, all'incontro, era rumoroso, metti-brighe, pigro. Sempre

dietro a gonne di pettegole, con le mani nelle cameriere. Sempre a

bisdosso di un cavallo, od un fucile alla mano. Abborriva i libri.

Amava la danza; folleggiava per i piaceri; dava volentieri degli

scappellotti; e quando non lo si trovava nei boschi a snidare gli

orsacchi, i lupi, i nidi di aquila, si era certi trovarlo nella sala

d'armi.

Questa differenza di gusti e di costumi non impediva che i due

fratelli si amassero teneramente. Però per cagione appunto di questa

differenza, per spirito di antitesi, il padre--il quale aveva

identicamente il carattere del suo cadetto--preferiva il primogenito,

e la madre--la quale, una volta maritata ed allontanata dalla corte,

era divenuta una donna seria ed ambiziosa--ammattiva pel figlio

cadetto.

Al suo ritorno da Parigi, il principe Paolo aveva concepito qualche

sospetto sulle inclinazioni dello tzar Alessandro per sua moglie.

Erasi quindi dimesso dal servizio militare e si era ritirato nelle sue

terre. Fu mestieri, per conseguenza, che sua moglie ve lo seguisse e

vi restasse tanto ch'ei visse.

Dopo la morte di lui, però, la principessa--che aveva subito la

solitudine come una punizione--prese tosto la risoluzione di recarsi a

corte, ove la nuova Tzarina, dopo la morte di Alessandro, le aveva

mantenuto il grado di dama d'onore, ed aveva fatto ammettere suo

figlio Alessandro come paggio dell'imperatore Nicola.

La principessa Paolina voleva condurre con lei anche il figliuolo

primogenito.

Pietro, oggimai il principe Pietro, le manifestò il suo desiderio di

partire per l'Alemagna.

--E che vuoi tu andar a fare in Germania, all'età tua?--dimandò la

madre.

--Visitare le università e studiare.

--Ah!--sclamò la principessa.

--Ma ad una condizione--riprese il principe Pietro.

--Bravo! ecco delle condizioni, adesso.

--A due condizioni, anzi, se vi piace, madama--continuò il principe.

--E quali? mio signor principe, se tuttavolta degnate

comunicarle--chiese la principessa, ammiccando di un'aria ironica.

--Primo, di sgabellarmi del mio istitutore, e di viaggiare

accompagnato da un solo cameriere.

--Benissimo. Quel povero padre Toufferel v'imbarazza dunque, o non sa

egli abbastanza?

--Sa anzi troppo. Però, io non voglio più gesuiti intorno a me.

--E secondo?

--Secondo, di vivere affatto libero e padrone delle mie azioni. Io so

chi sono e dove vado.

Queste dimande parvero strane, sopratutto al padre Toufferel--il quale

governava la testa ed il cuore della principessa, oltre la coscienza

di lei.

Si oppose un rifiuto perentorio.

Il giovane principe ricusò a sua volta di ricevere ulteriormente il

gesuita, e protestò a sua madre che non si sarebbe recato a

Pietroburgo che trascinato dalla forza.

--E perchè?

--Perchè io non voglio disobbedire, come voi disobbedite, madama, ai

desiderii, agli ultimi ordini di mio padre e del vostro marito e

signore.

Quest'attitudine colpì la principessa, e diede a riflettere al

gesuita.

La principessa--che andava alla corte per godere della sua

libertà--vide di uno sguardo ch'ella vi menerebbe seco un testimone

uggioso delle sue azioni, e più tardi--quando il giovine principe

avrebbe raggiunto i suoi diciotto anni, età determinata dal padre per

la maggiorità di lui--un padrone severo.

Si lasciò dunque piegare.

Il gesuita calcolò più freddamente: che valeva meglio conservare la

direzione della donna che l'educazione del garzone refrattario.

E Pietro partì per la Germania, il giorno stesso in cui sua madre ed

il confessore partivano per Pietroburgo.

La vita del _buchschaft_ esercitò sopra Pietro come un incanto.

Potendo pagare dei professori liberi, non si sommise alla severa

disciplina della massoneria delle università germaniche. Non accettò

dello studente che ciò che gli piacque--vale a dire l'abito, le

maniere, la vita di studio mista alle dissipazioni, le libere

aspirazioni, i vaneggiamenti elevati--quella mischianza, insomma, di

metafisico e di artista che si trova accoppiata negli allievi istruiti

delle scuole tedesche.

Non s'imbragò guari nè in teologia, nè in diritto, nè in pedagogia.

S'innamorò invece dello studio della fisiologia, della chimica, della

fisica. Poi, per una tendenza verso il soprannaturale che gli era

propria, si cacciò capo giù nelle scienze mistiche e nelle

speculazioni ermetiche.

Il professore di Tubinga, che lo dirigeva, era forte addentro a queste

scienze e vi credeva coscientemente.

Il carattere di Pietro, di già sì serio, addivenne quinci in poi più

grave e più scuro.

Un incidente lo immerse affatto nella tristezza.

Un giorno, a Heidelberg, e' venne a parole con uno dei suoi amici, a

proposito d'una ragazza incontrata in un ballo. Si batterono alla

spada. Si batterono da bravi. E sì bravamente, che, al terzo assalto,

caddero entrambi nel medesimo tempo: Pietro, per svenimento; il suo

avversario passato fuor fuori.

Ciò fu fatale al giovane principe di Lavandall.

La sua salute si alterò. La sua pallidezza aumentò di giorno in

giorno. I suoi occhi perdettero il bagliore della giovinezza. Le sue

guance smagrirono. I suoi lineamenti, completamente alterati,

divennero di un tratto più maturi. Breve, l'insieme di sua figura

acquistò un cotal che di strano e di turbato.

E' se ne penetrò, e s'impose per conseguenza un grande riserbo, una

solitudine quasi completa. Evitò perfino le occasioni delle grandi

emozioni.

Aveva torto? No.

No, perchè una sera, avendo ceduto all'attrazione di vedere il

_Wallenstein_ di Schiller, alle ultime scene del dramma, il suo

cameriere lo raccolse svenuto nel suo palco.

Lasciò dopo di ciò la Germania, ed andò a Parigi.

Pietro di Lavandall aveva allora ventitrè anni.

Il dottore di Nubo gli consigliò di abbandonare lo studio, che ruinava

la sua salute, e di addarsi alla vita elegante ed agli esercizi

signorili dello _sport_.

Il principe lasciò quindi il nome d'imprestito, assunto in Germania, e

si recò da suo avolo sotto il suo vero nome.

Il duca di Saint-Cassan presentò il principe alle Tuileries, ed a

quella parte della aristocrazia francese che aveva accettato la

monarchia democratica. Per il suo nome però, per il suo titolo, per i

precedenti di suo padre, egli fu ricercato altresì e carezzato nei

saloni dell'aristocrazia _ribelle_ del Faubourg Saint-Germain.

La principessa di Lieven lo mise alla moda in mezzo al mondo

dell'intelligenza.

Il principe di Lavandall era, oltre a ciò, ricchissimo, bel giovane,

dalle maniere squisite, ma poco inchinevole verso il mondo e che, per

ciò appunto, rilevava la persona a cui e' si piaceva interessare.

Aveva un carattere eguale e fermo, e di una elevatezza costante nei

sentimenti.

In una parola, a ventitrè anni, il signor di Lavandall era ciò che

addimandasi un uomo serio, con cui è d'uopo contare, sia che prenda

parte a qualcosa, sia che si astenga.

Infine, era affettuoso nel fondo, ed eccessivamente sensibile.

Il re Luigi Filippo gli dimandò una sera perchè non abbracciasse la

carriera diplomatica.

--Perchè, sire,--rispose Pietro--il principe di Metternich ed il

principe di Talleyrand àn fatto della diplomazia una mariuoleria

elegante, ed i ministri di V. M. un'ingenuità pomposa.

--Ne siete voi ben sicuro?--disse il re, volgendo il dorso senza

aspettare la replica.

S. M. rinculava innanzi alla spiega della frase _ingénuité pompeuse_,

troppo, troppo cortigiana!

--Gli è un curioso giovane il vostro parente cosacco, signor

duca--disse il re al signor di Saint-Cassan.

--Avrebbe spiaciuto a V. M.?--dimandò costui.

--Non bazzica egli dunque il mondo?

--Pochissimo, sire. E ciò che è più singolare, non à contratto alcun

legame, nè con i giovani della sua età e della sua condizione, nè con

gente di altra sorte.

--Non à desso un palco agl'Italiani ed all'Opéra?

--Sì, sire. Ma vi si mostra di raro, per qualche minuto solamente, e

sempre solo.

--Non accetta inviti a pranzo?

--Neppure dal suo ambasciadore.

--Non si mostra ai balli?

--Solo per farvi un atto di presenza indispensabile, e di cui sarebbe

impossibile astenersi. Ma non balla mai. À pranzato due volte sole al

club, durante l'inverno, ed è passato tre volte pel Bois.

--À bei cavalli?

--I più belli che si siano veduti mai a Rotten-Row, a Londra.

--Giuoca allora?

--Lo si è visto, all'ambasciata d'Inghilterra, perdere tre o quattro

mila _luigi_ al whist--parlando di scimie col barone di Humbold,

assiso accanto a lui.

--Ma allora che si dice di lui?--chiese il re, il quale aveva forse

una ragione ad un'altra in questa investigazione persistente e minuta.

--La vita del principe, sire--rispose il signor di Saint-Cassan--non à

nulla di apparente, e quindi nulla che possa dar presa alla maldicenza

od alle congetture. Le donne sono intrigate di questo mistero che

traversa i saloni. Gli uomini son tenuti in distanza da quel ghiaccio

e da quella riserbatezza. Tutto al più, sire, taluno si permette

dimandarsi a voce bassa: perchè quella specie di misantropia in mezzo

a tanta opulenza di favori della natura? perchè quell'aria stravolta

in un sembiante che attira la simpatia? E non si va più innanzi, sire.

Perchè un conte italiano, la settimana scorsa, essendosi permesso di

domandargli se non fosse malaticcio--con quel pallore sì intenso e

quella tristezza sì costante--il principe gli dette del guanto sul

muso, ed il dì seguente l'uccise in duello, di un colpo di pistola. E,

cosa strana, sire! egli cadde svenuto nelle braccia del conte di

Nubo--il quale era nel tempo stesso il suo medico ed il suo unico

testimone.

Luigi Filippo ne sapeva abbastanza per ricusarlo come segretario

dell'ambasciata di Russia.

Si era discorso di ciò, pare, alla corte di S. Pietroburgo, e lo si

era ripetuto nei saloni della principessa di Lieven.

Si vide però il principe di Lavandall prolungare, una sera, più tardi

che di costume, la sua presenza al ballo in casa del duca di

Luxembourg, e spingere la compiacenza fino a ballare con la signorina

di Perceval, a cui la duchessa lo aveva presentato.

Il conte di Perceval aveva passato la sua vita nell'emigrazione, vi

aveva mangiato il resto del suo patrimonio--cui Bonaparte gli aveva

restituito,--e sciupato con una ballerina la sua parte del _miliardo_,

cui i Borboni avevano avuto cura di fargli ben pingue, per compensarlo

della sua fedeltà.

Questo conte non aveva voluto udire a parlare del _ramo cadetto_--gli

Orléans--e viveva adesso di una _dotazione_ sui fondi secreti di Roma,

cui il cardinale Lambruschini gli aveva fissata, in considerazione dei

servizi che aveva resi al partito cattolico.

Il conte di Perceval si era ammogliato, dopo la Ristaurazione, per

piacere alla signora di Cayla per meglio servire la Congregazione. Di

questo matrimonio aveva colto, o raccolto, la bella personcina che

aveva danzato col principe di Lavandall--la signorina Antonietta di

Perceval.

Senza essere proprio sciocca, madamigella di Perceval--forse per

timidità esagerata--s'imponeva una grande sobrietà di risposte, un

grande riserbo di giudizi. Di guisa che passava per fanciulla di poco

spirito, e desolava coloro i quali, per cortesia, si trovavano

obbligati a chiaccherare con lei. Malgrado ciò, e forse a causa di

ciò, dopo quella sera, dovunque Antonietta di Perceval andò, il

principe russo si mostrò anch'egli.

Secondo la sua abitudine, non prolungava di molto la sua presenza nei

saloni. Ma, durante il poco tempo che vi restava, alcun'altra persona

non aveva il privilegio di disputarlo alla signorina di Perceval.

Breve, le cose giunsero al punto, che si cominciava a dimandarsi se

non si fosse caduto in inganno nell'apprezzamento dello spirito di

quella giovinetta.

Di un tratto poi il rumore si sparse, che madamigella di Perceval

sposava il principe di Lavandall.

--Scherzate voi?

--Il duca di Saint-Cassan à fatto la dimanda di matrimonio ed è stata

gradita.

--Impossibile.

--Gli è il duca stesso che me lo à detto.

--Ed a me il conte.

I suicidi di Parigi · 第 37 / 73 题