Sergio si diede, per parecchi giorni, al lavoro il più ostinato. Egli
voleva avanzar la bisogna dei suoi _Sixièmes ètages de Paris_, cui
aveva in cantiere, e la spinse di fatto ben oltre. Imperciocchè era di
già giunto allo scioglimento, quando cadde ammalato.
Mandò il suo manoscritto al giornale senza dare avviso della sua
indisposizione.
Sergio non aveva solo lavorato, aveva altresì passate quasi tutte le
sere nei saloni di Parigi, togliendo al sonno le ore cui destinava ai
piaceri. Non lo si era mai visto più gaio, più galante, più felice con
maggior vena, raccontar con più spirito e con più amplitudine. Lo si
diceva innamorato di una principessa russa, la quale faceva mattezze
per lui.
Egli aveva ricevuto un secondo viglietto anonimo, più circostanziato
del primo col quale lo si invitava di nuovo al ballo dell'_Opéra_.
Non v'era andato.
Solamente, questa volta, invece di bruciare il viglietto, se lo aveva
cacciato in tasca e si era recato da suo fratello, Giustino di Linsac,
per mostrarglielo.
Giustino era fratello minore di Sergio, e medico. Luigi Filippo
l'avvea fatto deportare, dopo l'affare Fieschi. Poi, egli era
ritornato. Ma lo avevano gettato di nuovo in prigione, dopo
l'attentato di Alibau. La sua clientela erasi dispersa malgrado
l'immenso suo merito. Le sue opinioni rigide, rude, puritane,
spiccate, mettevan paura nei timorosi--in quelli stessi del suo
partito. Imperciocchè, il coraggio morale in Francia non è così comune
come il coraggio fisico. Si brava la morte. S'impallidisce innanzi a
un epigramma.
I due fratelli ebbero un colloquio di più ore, chiusi nel gabinetto
del medico. E quando si separarono, si abbracciarono teneramente.
La politica li aveva un po' straniati. Giustino, repubblicano della
tempera di Saint-Just, non approvava certe transazioni cui Sergio
aveva creduto convenevole ammettere, cedendo alla forza delle cose.
L'indomani di questa riconciliazione, Sergio era caduto ammalato.
Suo fratello lo accudiva.
Infrattanto, il manoscritto mandato al giornale smaltivasi e volgeva
alla fine. Il direttore dell'appendice gli chiedeva nuova copia di
tutta fretta, perocchè non ne restava più che per tre _feuilletons_.
Preso così alla gola, dal suo impegno e dai suoi lettori, Sergio si
era alzato ed aveva cominciato a scrivere. Ma si sentiva troppo
debole.
Il campanello della cancellata del suo chálet risuonò. Andò alla
finestra e scorse il suo amico Marco di Beauvois.
--Bravo!--sclamò Sergio. Arriva a proposito. Va ad aiutarmi.
Si assise innanzi al caminetto ed aspettò.
Marco non venne da lui. Era entrato nel piccolo atelier di Regina.
Sergio andò in busca di lui. Ma, giunto alla porta dell'_atelier_,
alcune frasi, cui infraintese, colpironlo.
Ecco ciò che Marco raccontava:
--.......... Un'avventura, madama, che sarebbe stata davvero comica,
se il vostro nome non vi si fosse mischiato, e se un uomo non fosse
stato mortalmente ferito.
Sergio fermossi ed ascoltò.
--Il mio nome, voi dite?--gridò Regina--il mio nome al _foyer de
l'Opéra_?
--Sventuratamente, sì, madama.
--Impossibile, signore.
--Io vi era, madama, ed ecco come le cose sono avvenute. Non debbo
nulla dissimularvi.
--Parlate, al contrario.
--Eravamo riuniti, lì, verso l'una del mattino, un gruppo di
giornalisti e di letterati e cicalavamo con delle maschere che ci
facevano corona, di ogni specie di monellerie, quando, non so da chi
nè perchè, il nome di Sergio fu pronunziato.
--«Non lo si vede più, disse taluno.
--«Lo si vede anzi da pertutto, adesso--sclamò un altro.
--«Egli è nel paradiso dei mariti--osservò un dominò al _faveur_ rosa.
--«Egli è in Russia--sbadigliò Prospero Dalleux.
--«Proprio! egli coltiva le steppe di una principessa russa--ripostò
Gaston di Beauval.
--«L'è giustizia--fece riflettere un Selvaggio. Egli si vendica. Un
principe russo amministra sua moglie.
--«Che?--gridammo noi tutti.
--«Ebbene, sì, signori--continuò il Selvaggio. Madama di Linsac è
un'abituata del _Parc-aux-Cerfs_ del principe di Lavandall.
--Il miserabile!--gridò Regina saltando in piedi.
--Sì, madama, il miserabile--continuò Marco--ma quel miserabile--non
aveva ancora finita la sua frase, che il signor Alberto Dehal gli
aveva applicato una ceffata che rintronò in tutta la sala--gittandogli
la sua carta al viso e gridando:
--Tu menti, facchino!
Il Selvaggio voleva slanciarsi sopra Alberto; ma io lo afferrai con
violenza del braccio e gli dimandai la sua carta col suo nome. Egli si
chiama il colonnello Stefano Stetzeneki, un polacco, e dimora al
Faubourg Montmartre in un mobigliato mica mal mobigliato--imperciocchè
à seco una deliziosa fanciulla di un vent'anni.
--Io credo sognare!--sclamò Regina quasi parlasse a sè stessa.
--Ieri--soggiunse Marco--Prospero Delleux ed io ci presentammo dal
Polacco per sollecitare a mandare i suoi padrini. Egli li aspettava
giusto allora. Nel pomeriggio, infatti, vennero da me due
sotto-ufficiali dei _chasseurs_, e convenimmo che si sarebbero battuti
stamane, alla spada, nel Bois di Meudon.
--Oh! Dio mio, Dio mio!--sclamò Regina.
--Alle otto, infatti, eravamo sul terreno.
--Ma il signor Dehal sapeva egli battersi alla spada?
--Lui!--sclamò Marco--egli è lo più forte allievo di Robert, signora.
Sventuratamente, le cose non dovevano sciogliersi regolarmente. Il
colonnello è uomo di un'età indefinibile. Perocchè à le guance
bellettate, una parrucca rossiccia e dei baffi biondi lunghissimi.
Quel sembiante colpì Alberto Dehal.
--«Io ò visto questo mariuolo altrove,--mi diss'egli.
Nondimeno, e' non vi fece più attenzione e si apparecchiò alla cosa
con la calma che messa avrebbe ad una _toilette_ da ballo.
--Chi avrebbe sospettato mai codesto in quel garzone!--mormorò Regina.
--L'è vero--riprese Marco. Tanto più, che il duello non doveva mica
esser uno di quegl'incontri di convenienza, dopo i quali si dice:
«l'onore è soddisfatto!» Alberto aveva freddamente sete del sangue del
calunniatore. Questi, dal canto suo, doveva esser evidentemente
assoldato da qualche odio o da qualche gelosia furibonda.
--Ma io non ò nemici!--fece Regina.
--Credete voi, signora? rispose Marco--Voi siete tanto bella, così
elegante, così spiritosa... tutti coloro che non sono per voi...
Infine, si misero in guardia. Ma non appena Alberto ebbe visto il suo
rivale di profilo ch'egli sclamò:
--«Poffardio! ò il capo del bandolo adesso. Un istante!
--Ch'era dunque?
--Udite. Fecimo bassar le spade. Alberto si avvicinò al colonnello, e
volgendosi a noi:
--«Signori, diss'egli, io non posso battermi con questo galuppo.
--Perchè dunque?
--Perchè dunque? dimandarono infatti il colonnello ed i suoi testimoni
di una voce.
--«Perchè, signori,--soggiunse Alberto, costui è un lacchè.
E ciò dicendo, di un colpo di mano strappava la parrucca ed i baffi
del Polacco, e di un gesto imperioso ordinavagli:
--«Zio Timoteo, va a prendere il mio pastrano e vestimi. Su presto,
mariuolo.
--Mio Dio, mio Dio!--disse Regina. Ma chi era dunque codesto
domestico?
--L'intendente di una certa dama Thibault, cui voi conoscete, signora.
--Possibile!
--Sì, signora, ed Alberto nol conosce che troppo. Ora, gli è
impossibile di farsi un'idea dello scompiglio che si stampò sul viso
di quell'uomo smascherato così. Divenne di un tratto furioso.
--«Ah!--gridò egli--voi non volete battervi meco? Ebbene io vi
forzerò.
--«Gli uomini come te, miserabile, risponde Alberto con calma, li si
trascinano al banco della polizia correzionale.
--«Io non domando mica meglio--rimbeccò il Polacco. Prendete questo
infrattanto.
E ciò dicendo, allungò la spada, e ferì Alberto profondamente al
collo, e dettesi a gambe.
--Oh! l'assassino!--gridò Regina, lasciandosi cascare sur una
seggiola.
--Il Polacco aveva preso i due sotto-uffiziali dai chasseurs nella
caserma della via di Courcelles--continuò Marco--allegando che andava
a battersi, ch'era straniero, e che non conosceva anima viva. Questi,
appreso oramai che roba fosse il loro primo, volevano corrergli
dietro, perchè il brigante fuggiva come un lepre. Alberto li ritenne,
supplicandoli di lasciarlo andar via tranquillo.
--«Vuolsi far scandalo per assassinar l'onor di una dama,--diss'egli
con voce soffocata. Non l'avete udito? desidera un processo in polizia
correzionale?
--Il signor Dehal è dunque gravemente ferito? chiese Regina con
inesprimibile ansietà.
--Sì, signora. Ed io trovomi qui per codesto.
--Parlate, signore, che volete da me?
--Innanzi tutto, signora, il silenzio il più assoluto su tutto questo
avvenimento. Sergio deve ignorarlo...
Il signor di Linsac aprì la porta dell'_atelier_, si fe' avanti ed
obiettò:
--E perchè dunque debbo io ignorarlo, Marco?
Marco di Beauvois si avvicinò al suo amico e gli tese la mano senza
aggiunger verbo.
--Marco, riprese Sergio, mia moglie come la moglie di Cesare, è al
disopra della calunnia.
E dicendo ciò, prese Regina fra le sue braccia, e senza avvertir forse
ch'egli aveva un resto di sigaretto acceso nella bocca, la baciò.
Ella gettò un piccolo grido.
Sergio le aveva bruciato il labbro.
--Voi venivate qui per qualcosa, Marco--soggiunse Sergio, dopo aver
dimandato scusa a sua moglie di averla scottata.
--Sì--rispose il giovane--Alberto Dehal è sul punto di morire. Egli
vorrebbe vedere per l'ultima volta colei che gli fu fidanzata, e cui,
duolmi ripeterlo, egli ama ancora....
--Io non andrò! gridò Regina con impeto.
--Tu andrai, cara, rispose Sergio. Se io non fossi ammalato, ti
accompagnerei io stesso in casa Dehal. Ma mio fratello va a venire ed
e' mi rimpiazzerà. Andrete insieme. Noi non siam mica dei _bourgeois_,
perdio!
Regina gli si avvinse al collo, e disse:
--Voi siete un nobile e generoso cuore, Sergio.
Sergio uscì.
Questa scena l'aveva commosso. Ricoricossi. Suo fratello trovò che
aveva la febbre.
I due fratelli s'intrattennero per qualche minuto. Regina si assentò
per andare ad indossare uno _sciallo_ e mettere un cappellino per
uscire con Giustino.
--Allora, a domani, fratello, eh?
--A domani, sì. Vorrei però che i giornali facessero innanzi tratto un
po' di scandalo sulla scena dell'Opera e del bosco di Meudon.
--Non stare inquieto per codesto, Giustino--rispose Sergio. Coloro che
àn manipolata la commedia, avran cura di darne partecipazione al
pubblico. Vedo adesso donde il colpo è partito e cui vuolsi ferire.
V'è lì sotto il dottore di Nubo, poichè vi è dell'Augusta Thibault.
Sergio non s'ingannava.
Il conte di Nubo raccontò l'avventura al _club_, senza nominare
alcuno, della maniera la più comica, in presenza di un redattore del
_Corsaire_. Questi andò per ragguagli alla caserma dei _Chasseurs_, ed
il dì seguente, nella rubrica degli _échos de Paris_, si potè leggere
l'aneddoto completo con indicazioni ed iniziali. Dicevasi:
«Una delle più belle giovani donne di Parigi, la _lionne_ dei nostri
saloni aristocratici, R* di L... moglie di uno dei nostri romanzieri
più a la moda ed il più grazioso dei tempi nostri, il signor S* di
L...--il signor principe di L... rappresentante _in partibus_ di una
delle grandi potenze del nord di Europa...--un poetico banchiere
scandinavo, il signor A... D...--l'intendente di una bella vedova,
conosciuta per l'eleganza del suo gusto ed i misteri della sua vita,
madama A... T...»
Insomma, davansi tali segnalamenti, ch'e' sarebbe stato impossibile di
confondere le persone, e raccontavasi la verità con l'esattezza di un
processo verbale.
--Tu avevi ragione--disse Giustino l'indomani, presentando il giornale
a suo fratello. Il colpo è dato.
--Ci servono appuntino. Dammi la fiala.
Giustino cavò lentamente di tasca un involtino, e sedè senza parlare,
la testa inclinata sul petto, riflettendo. Sergio stese la mano per
ricevere il boccettino. Lo prese, lo nascose sotto l'origliere.
Che sogni incantati n'aveva egli fatto, che ore celesti n'aveva egli
vissuto su quell'istesso guanciale, faccia a faccia, bocca a bocca con
Regina!