Le consolazioni che non consolano.
La bella vedova giaceva distesa sur una _dormeuse_, nel suo _boudoir_,
in _négligé_ di mattino, quantunque fossero già le 9 della sera. Ella
aveva interdetto la sua porta a tutt'i suoi amici ed aspettava il
dottore con impazienza.
Di Nubo tamburinò carezzevolmente sulle belle guance della cameriera
che gli aprì la porta del salone e le fe' segno di ritirarsi. E'
penetrò in seguito nel boudoir, e baciò la sua amica.
--Ebbene, ch'avete voi dunque, bella incantatrice?--dimandò egli. Un
novello accidente di maternità contrariata, eh?
--Dottore--disse Augusta con umore--io non ò il capo a scherzi
quest'oggi. Abbiatevelo per detto.
--Benissimo--replicò il dottore--E' non si tratta mica dunque della
fine di un imprudente oblio, di un...
--Basta, via...
--Allora, si tratterebbe egli forse di un principio di....
--Ah! voi siete incorreggibile.
--A meraviglia. Non abbiam dunque nè un principio, nè una fine.
Tastiamo altra cosa.
--Fatela finita, su! Io sono ammalata.
--Oh! Io vorrei bene veder codesto, veh! che voi disponghiate del
vostro corpo per una così villana bisogna--la malattia!
--Ciò è, pertanto.
--In questo caso... quanto codesto vi rende?--domandò il dottore
sorridendo.
--Voi mi seccate. Andate pur via.
--Sareste voi dunque ammalata per bene?
--Voi nol vedete, eh?
--E dove codesto vezzoso corpicino soffre dunque, colomba mia?
--Al cuore, al cervello, all'anima... da per tutto... Io soffoco.
--Poffardio! che magagne! E voi possedete tutto codesto--voi--cuore,
cervello, anima! Dite mò; vi avrebbero dessi rubato?
--Se non aveste i vostri laidi capelli _fango di Parigi_... vi
batterai--vel giuro.
--Vedete mo' l'abitudine! Si calunnia perfino il colore dei miei
capelli. Ma via, eccomi qui. Parlate: ch'avete voi?
--Io amo.
--A che tasso?
--Per nulla.
--Non trattasi allora di un agente di cambio o di un banchiere,
m'immagino!
--Un artista--no, un poeta, un giornalista.
--Come domine vi siete cacciata voi in codesto brutto roveto?
--Lo so, io? la si è guizzata dentro di soppiatto, a mo' di ladro.
--Amore innocente, platonico, ideale, eh?
--Passate oltre.
--Amore cognito al mondo?
--Misterioso come una cospirazione.
--Allora?
--Allora, allora...--scoppiò Augusta; ma il miserabile m'à ingannata.
--_Requiescat in pace!_ Ed è così difficile di sostituirlo? La
letteratura è in sciopero in questo momento. Le odi non sono scontate
alla Borsa. I giornalisti s'inscrivono all'ufficio di collocamento.
Non avrete quindi che a scrivere, franco di posta, ai _Petites
affiches_ e vi si riporterà il vostro barboncello smarrito, o vi si
servirà un rimpiazzante a modo.
--Orsù! cessate, in nome di Dio e del diavolo. O' bisogno di consigli.
O' bisogno di cure. Soffro.
--Ebbene, in fede mia, debb'essere un bel bellimbusto colui che à
fatto il miracolo di dotarvi di un cuore. Che nome date voi a
codestui?
--Voi lo conoscete: Sergio di Linsac.
--Se lo conosco! Egli era uffiziale nello squadrone volante che
caracollava intorno a mia nipote. Eppoi?
--E' m'à piantata lì... e si ammoglia!
--La fine prosaica di tutte le cattive commedie.
--Ritornando di casa vostra, ieri sera, trovai una lettera di lui, con
la quale mi dà congedo, e mi annunzia che partiva per andare a
sposare.
--In provincia?
--O all'inferno, che so io? E' mi lascia ed ammogliasi: ecco tutto. Ed
io, l'amo.
Il dottore non rispose. Era divenuto pensoso.
--A che pensate voi dunque?--dimandò Augusta.
--A nulla. Avreste voi qualche sospetto della donna con cui il vostro
poeta maritasi? perocchè non suppongo che la conosciate.
--In guisa alcuna. E voi?
--Io credo... Vi sono delle coincidenze strane... Sovvienemi adesso di
parecchie cose a cui io non poneva mente. Pertanto... fo dei
confronti...
--Insomma, la conoscete voi, sì o no!
--O' dei sospetti.
--Come ella chiamasi?
--Innanzi tutto, che pensate voi fare?
--Uno scandalo, un dramma, un'opera... un tafferuglio di tutt'i
diavoli... e vendicarmi.
--Di chi?
--Di entrambi.
--Ciò è male.
--Male! che cosa?
--Lo scandalo.
--Ma io non posso far senza di lui. Non òvvi io detto che l'amavo, che
n'ero pazza?
--Ragione di più per agire con prudenza. Volete voi riescire?
--Ad ogni costo.
--Mettete voi nel gioco perfino Alberto Dehal?
--E la Svezia.
--Perfino il principe di Lavandall?
--Dottore...
--Inteso.
--Il principe è la mia ultima posta!
--Sapete voi chi è la fanciulla, cui il vostro Sergio di Linsac à
rapita la notte scorsa?
--Rapita?
--Sì, rapita, e con cui egli corre le grandi strade in questo istante?
--Nominatemela.
--Mia nipote.
Augusta saltò dal suo canapè e levossi in piedi, il viso pallido, gli
occhi spalancati.
--Sì, mia nipote se n'è ita la notte scorsa--rispose il dottore.
--Ma in questo caso...
--Ma, in questo caso, come io non ò nulla a farmi del vostro poeta, ed
abbisogno di mia nipote, io conto che voi agirete con prudenza e non
bruscherete le cose, per non perder tutto irreparabilmente.
--Io perdo la bussola! sclamò Augusta ricadendo affranta sul canapè.
--Prestatemi il vostro principe di Lavandall.
--Impossibile. Voi lo sapete: egli è la mia provvidenza.
--Io v'ò detto: _prestatemi_ il principe.
--No. Vi sono dei prestiti che non si ricuperano mai più.
--Voi sapete, belloccia mia, che io lo conosco, che lo incontro presso
i ministri, nelle ambasciate, nei saloni del Faubourg. Laonde, se
volessi rapirvelo, non avrei permesso a dimandarvi.
--Ma che volete voi dunque?
--Che me lo serviate in una festa, a casa vostra, alla mia prima
richiesta.
--Sarà ciò subito?
--Non lo so ancora. Ciò dipende...
--Accetto.
--Infrattanto, calma e silenzio. Come vai tu, figliuola mia bella,
adesso?
--Meglio, dottore. Ma Sergio...
--Che vuoi tu che io mi faccia di un poeta, di un giornalista, in
un'epoca in cui ogni monello politico e morale, sciorina giornali, ed
in cui il miglior poema è il listino della Borsa? Ve lo dò come buona
mancia, va! Ma, ve lo ripeto, punto d'imprudenze, e non forziamo il
tempo.
--Sia.
Il dottore baciò Augusta sulla fronte ed uscì.