IV.

La gitanella.

La gitanella è oggimai Regina Bello, figliuola di un proprietario di

Nicastro e dell'ultima erede della famiglia gli Atripalda di

Nubo--nipote quindi del dottore Gennaro conte di Nubo.

Conte e non principe di Nubo, non avendo giammai voluto prendere

questo titolo--tanto sacro era il culto ch'e' conservava alla memoria

di suo padre, morto sul palco, per causa politica, nel 1799, a Napoli.

Il dottore sapeva, da sorgente autentica, che Maria Lucrezia Paolina

di Nubo era morta presso la sua nutrice, nel 1807. Ma gli era utile ai

suoi disegni di accreditare la leggenda, che questa fanciulla era

restata nascosta, che aveva in seguito sposato un uomo oscuro, e che

il governo borbonico aveva fatto vista, in questa circostanza, di

nulla sapere, tanto più che la donzella non aveva dimandato, nè la

restituzione dei beni di sua famiglia confiscati, nè la reintegrazione

del suo rango.

Trapiantata di un tratto dalla polvere delle strade pubbliche--ove

ella trottava quando non si accoccolava sulle groppe nude di un

asino--in un bel _coupé_ di viaggio, imbottito di crini e tappezzato

di verde velluto, dopo qualche minuto di stupefazione, Regina cominciò

a provare il mal di mare. Vedendola impallidire, il dottore la prese

sulle sue ginocchia, le fe' sorbire una goccia o due di _laudano_ in

mezzo bicchier d'acqua, e subito gli spasimi dello stomaco della

figliuola si calmarono.

Regina parlava l'ungherese, il russo, il tedesco, il polacco, il

francese, e cominciava a cincischiare l'italiano. L'ungherese era la

lingua di sua madre. Il russo, era la lingua del capo, il quale,

quattro anni prima dello zio Tob, era lo czar della banda. Regina

aveva vissuto quattro anni in Germania; due, nel mezzodì della

Francia. V'erano nella truppa due polacchi ed una polacca--Senza

parlare di due cani, sconcissimi e paganissimi, che scaturivano pure

dalla nobile e cattolicissima Polonia--e dello zio Tob, il quale

poteva esserne altresì, quantunque nato nel Yorkshire--non confessando

giammai la sua patria, tuttochè si vantasse discendere dal re Augusto,

per via scorciatoia. Regina parlava queste lingue con una maravigliosa

facilità, senza accento, avvegnacchè pure senza grammatica.

Qualunque cosa la aveva visto, era restata impressa nel suo spirito.

Qualunque cosa aveva udito, si era confitta nella di lei memoria. Non

sapeva leggere, ma stampellava sulla via del pensiero. Poi, con un

pezzo di carbone, sgorbiava le più strambe caricature e per fino i

ritratti dei suoi camerati. Grattava un violino. Batteva naccare e

tamburino con leggiadria. Per l'immaginazione, ella comprendeva e

indovinava tutto, sovvenivasi di tutto, sapeva di tutto--e raccontando

ciò che sapeva, mimicava con molta grazia i personaggi cui metteva in

scena.

Regina si famigliarizzò subito col dottore--il quale, per leggere fino

al fondo in quest'anima, prestavasi con compiacenza alle

fanciullaggini, alle fantasie di lei.

Ella era completamente vergine d'anima, benchè il suo linguaggio, i

suoi gesti, fossero bruttati dalle memorie di quella vita senza

pudore, nè ritegno propria degli zingari. Il dottore non le fece mai

un'osservazione--sapendo che con le nature, ove l'immaginazione

predomina, l'osservazione è improficua e l'esempio è tutto. Nel medio

dì un mondo nuovo, parlando un altro linguaggio, con altri costumi,

Regina--calcolava il dottore--si eleverebbe immediatamente al medesimo

_diapason_, e la damigella del mondo metterebbe senza pietà all'uscio

la gitanella--senza aver bisogno di sermoni di morale, farla

arrossire, sopra tutto farla pensare sul bene e sul male--ciò ch'è

sovente pericoloso.

Il bene è di rado attraente, è mestieri ricordarsene.

Giunti a Napoli, il dottore spogliò Regina dei suoi cenci molticolori.

Però, quando la vide azzimata da damigella civile, e' ne restò

scompigliato.

Regina era brutta!

La disarmonia dell'attillamento aggiungeva abbellimento alla beltà

rudimentale della gitana. Ora, l'armonia del vestito rilevava

l'incoerenza, l'incompiuto, l'_abrupto_ di quella leggiadria.

L'occhio, inoltre, non aveva ancora trovato quel termine medio che si

addimanda abitudine, e che è la linea di congiunzione ove gli estremi

s'incontrano e le asperità scompaiono.

Imprigionata in gonne inamidate, in busti, in cerchi di balena e di

acciaio, le trecce composte, il capo inquadrato in un cappellino

rosa--ella che era bruna, stretta, stecchita, Regina aveva l'aria

stupida, imbarazzata. Non sapeva più nè camminare, nè sedere, nè

parlare, nè muoversi. Si dibatteva goffamente come un pesce tirato

dall'acqua.

Questo stato di transizione, questo periodo di acclimatazione novella,

quella specie d'intirizzimento fisico e di stupefazione morale,

durarono una settimana. Regina piangeva più spesso che non parlava. Ma

quella settimana trascorsa, della zingarella non restava più che

l'istinto.

Il dottore si trattenne un mese a Napoli, poi si rimise in viaggio per

la Svizzera. Viaggiando, e' raccontò a Regina, o piuttosto le apprese,

l'istoria della di lei famiglia. Le parlò del padre, della madre,

degli antenati, ricamando tutto codesto di circostanze assai naturali

per spiegare alla figliuola--o meglio a coloro cui questa l'avrebbe

poscia raccontato--la di lei vita nomada: come e per qual motivo ella

era stata rubata dagli zingari; poi come ella era stata scoverta e

riconosciuta dallo zio e messa in libertà.

Il romanzo era ammirabile di verosimiglianza, come lo sono spesso i

romanzi--perchè il dottore aveva tirato partito dalla realtà, dalla

vita di Regina. Questa s'intenerì sopra sè stessa--forse restò ella

pure convinta del racconto. In ogni modo, ella percepì di volo che

codesto doveva essere raccontato così, e che il più doveva essere

obliato e taciuto.

Il dottore collocò Regina in una pensione di damigelle protestanti nel

Cantone di Berna. Raccomandò alla direttrice di non cacciar dentro al

cervello di sua nipote nè mitologia, nè catechismo, nè storia sacra,

nè storia greca e romana, nè nulla di quella congerie di stolidezze

che s'insegna in Francia alle donzelle. Chiese che le si apprendesse

la grammatica, le matematiche, la geografia, la botanica, la storia

naturale, i tratti principali della storia moderna di Europa, le

lingue... e poi molta musica, disegno e ginnastica. Sopratutto la

ginnastica.

Pagò in avanzo due anni di pensione e partì.

Passarono quattro anni prima che il dottore pensasse di andare a veder

sua nipote, e perfino a scriverle. Ne riceveva qualche nuova dal

banchiere di Berna, il quale pagava le spese di pensione.

Regina aveva adesso quindici anni.

Nel 1837, il dottore si decise infine a rivisitare la Svizzera.

E' si aspettava, senza dubbio, a trovare un cangiamento radicale nella

gitanella che vi aveva lasciata. La natura e l'educazione avevan

dovuto menare a buon termine l'opera, e realizzare o disingannare

molte speranze e promesse. Ma tutto ciò cui il dottore aveva

fantasticato lungo il viaggio, soprapponendo, per una specie di

ricostruzione psicologica, immagine sur immagine, ritratto su

ritratto, era rimasto indietro dalla realtà cui Regina doveva offrire

ai suoi sguardi stupefatti.

La natura e l'educazione avevano principescamente finito lo schizzo,

cui il dottore aveva intravisto a Nicastro. Regina era veramente

divenuta, per bellezza, quella macchina infernale cui il dottore aveva

presentito.

Il colorito stesso della giovinetta erasi rischiarato. Aveva

acquistato quella pallidezza opaca ch'ànno le Italiane quando son

pallide, non gialle--quella pallidezza perlata, cangiante sotto le

pulsazioni, più o meno vive, del cuore, ed alla marea più o meno calda

del sangue: un caleidoscopio di passioni! Poi, Regina sapeva tutto--o

piuttosto parlava di tutto; perchè la sua memoria prodigiosa la

serviva da sovrana.

Ella ricevè il dottore, innanzi al mondo, con il rispetto e l'affetto

di una tenera nipote. Ma, non appena e' si trovarono soli, Regina si

piegò all'orecchio del dottore e gli chiese:

--Orbene, caro zio, voi non mi dimandate dunque mica nuove della

gitanella di Nicastro?

--Ella è morta, la piccola furfantella--rispose il dottore

intrepidamente.

--Che disgrazia!--sclamò Regina--morta! Pertanto, convenitene, caro

zio, quella scimmiuola lì era pur gentile.

--Io ne conosco un'altra che l'è di vantaggio--rimbeccò il dottore

baciandola in fronte.

Il dì seguente ei partì...

E tre anni dopo, Regina di Nubo, nipote del dottore Gennaro conte di

Nubo, usciva di pensione e veniva a Parigi.

Il dottore la presentò nel mondo l'inverno seguente. Ella aveva

diciannove anni.

Ora, quale era lo scopo del dottore, armando con tanto splendore

questa trappola, caricando questa torpedine, e sopra tutto procurando

con tanta cura di eliminar dal soggetto qualunque cosa potesse esservi

di urtante e d'inverosimile? Ove mirava desso? Che voleva? Tendeva

egli un laccio? Si dava egli un complice? Lavorava ad un'opera buona?

Si associava un aiuto? Si preparava egli le gioie della famiglia--e'

ch'era solo, i due piedi volti alla vecchiezza? Ordiva egli disegni

infami su quella pura creatura?

Per spiegare il pensier del dottore è mestieri da prima di meglio

conoscerlo... Vi dimandiam dunque l'onore di presentarvelo.

I suicidi di Parigi · 第 18 / 73 题