S Un tal grande ben fatto, ioven, bello

Con pochissima barba, e nere, chiome

O Tu dici il ver, per mia fede, gli è quello

Che mai non stendo il piè, per questa strada

Ch'io non m'incontri, in questo tristo: e fello

S Ecco, apunto che 'l viene

O o, la mia spada

S Per men mal orio, ch'io mi parta, è buono

Che a lui dispiaccio, e a me, lui manco, agrada

O Dimi tu huom da ben, sai tu chi sono

V Per che

O per il malan che dio ti dia

Asino da baston caval da sprono

V Orio credo il cervel, volto, ti sia

Che non ti havendo fatto alcun, oltraggio

Dicimi in su la strada, vilania

O Hor voglio far sì come fa, l'huom, saggio

Che de qui, più non passi, i' ti protesto

Che un giorno, mal per te sia tal viaggio

V Certamente Orio non sapeva questo

Che tu fussi signor, di questa terra

O, in quanta degnità, sei giunto presto

O Tu intendi quel che 'l mio parlar, disserra

Lassa Provida star, e vivi, in pace

Se tu non vuoi far tristo fin, in guerra

V Non so quel che tu dichi: e me dispiace

Che mi usi modo tal: ma per natura

Tu havesti, de esser sempre, sì loquace

O Hor basta, acciò che fai, poni ben cura

Non ti dico altro: da qui inanti ognuno

Si guardi, da la rea, disventurata

Chassi, che 'l giorno da oggi, non sia bruno

Ch'io farò che costui, di tal, impresa

Bramerà mille volte, esser degiuno

N Per dio patron, che havea l'alma sì accesa

Di darli a sto poltron, ma dubitai

Non far a l'honor vostro, alcuna, offesa

V El non si debbe, Numio, voler mai

Far degno un vil di nobile, risposta

Né adegnar con la notte, i solar rai

Crede questo ignorante, che a sua posta

Debba Provida star: e ch'ella l'ami

Ma ad altri, ella ha la voglia sua disposta

Ella amica, è de gli apollinei rami

Non di, mida o di, crasso onde li è forza

Che l'uno apreci, e che l'altro disami

Io fin che duro in questa fraggil scorza

Suo vivo i' son, e se potrò morto, anco

Che sua virtute, e gran beltà, mi sforza

P Presto

S sì ch'aver debbo l'ale al fianco

Da volar: in 'sta casa maledetta

Mille homini di ferro, verrian manco

Eccola apunto qui camina in fretta

Livida, presto, o che femina morta

L Che c'è

S l'è un'hora e più, che la ti expetta

L Io son stata a cerchar, porta per porta

De ciaschun speciai, sanita, pesta

E ognun drieto mi fa, la boccha torta

S Livida mia tu non intendi, questa

Di provida sagace, e le une rasa

Che avanti che hora, la me, è manifesta

Per far venir, e nasconder, in casa

Virido giotto, e che noi nol vediamo

Via ci ha mandate, e sola, ella, è rimasa

Che dubita che ad orio, nol dichiamo

A me mi disse, scaltra, è tardi, hor vedi

Costei non vien, e noi fuor ir, debiamo

Vagli in contra correndo, hor movi i piedi

E che, o trovar, o non, che la ne vegni

E fra me dissim alhorm ch'io creda, credi

Cusì, con questi soli, suoi, dissegni

Hor questo, hor quello, mille amanti al giorno

Muta: e se 'l dico, par che ella si sdegni

Orio qual sai, per me gli ha il dosso adorno

De aserichi, & aurati, vestimenti

Et ella il fugge, & fagli offesa, e scorno

Altri signori, de ioie, & de argenti

L'hanno per me adobbata, e ben fornito

In casa, de superbi adornamenti

E a virido qual sai, che n'ha, la vita

Per quella sola, di quel sono, e canto

Gli ha data l'alma, e da ogni altro, è relita

Ma ben so, che orio andrà cercando tanto

Che se in casa de provida, lol trova

Gli muterà il cantar, in grido, e in pianto

L Scaltra

S ben

L trista me credo che piova

S Non, gli è un poco de nebia, che vien giuso

L Come nebia, anci, è neve, e di la nova

S Andiamo a quella man, che ai

L qui, fu il fuso

E le scudelle, guarda st'altra anchora

Che io non posso far ben, il pugno chiuso

Tu sai, che mai non ho di requie, un'hora

S Mo me, che notte, e dì vivo, in contese

Hor di sotto, hor di sopra, hor dentro, hor fora

L Sei ben sbattuta, che ai, qualche diffese

S L'è che afflitto il mio volto ognor si mostra

Quando mi vien, il mio fior d'ogni mese

Taci mo, che rumor, è in casa nostra

V Aymè son morto, ah, sassin, a 'sto modo

O Non ti 'l diss'io, guarda, come entri in giostra

V In chasa mia poltron

O Dovei star sodo

Se l'era casa tua, ti lo mostrava

Truffador, iotto pien d'ingano, e frodo

V O, dio una sol cosa, è che mi agrava

Ch'io son nudo, senz'arme, horsù, pacientia

Si dice chi vol far fatti, non brava

L Non vo' più star, le vo' chieder, licentia

In questa casa, è pegio star, che in campo

Mai non v'è pace, amor, né obedientia

Se in fin quest'altra settimana, i' scampo

De tutto il mio vo' farmine un farsetto

Et uscir fuor, di tanto ardente vampo

Che chi me ne parlò, sia maledetto

De in tanto labirinto avoluparme

De faticha, de stimulo, e dispetto

B Chi, è quella che va in là, livida, parme

I' la voglio chiamar, ma non vorrei

Che scaltra sieco, vedesse, parlarme

Questo, è il tempo, da aprirle i pensier miei

Debo non debbo, sì, no i vo' chiamarla

Livida, o certo, è sorda costei

I' sento da sua posta, che la parla

Voglio ir inanti, e poi che l'è qui sola

Se, è mesta, o lieta, voglio dimandarla

Livida

L ben

B ascolta una parola

L Che voi tu

B che cosa hai che mormorando

Veloce vai, come lo augel che vola

L Belvico tu non sai l'atto, neffando

Che in casa nostra, a virido orio ha fato

Poco è

B non io, per questo, i' ti dimando

L Virido si ha, di la finestra, tratto

Che orio gli corse drieto, e a che partito

Fusse, non so: e se gli ha spiacer fatto

E per saper se 'l povero, è ferito

La patrona mi manda, e per ciò vado

Col cor mesto, e col volto, impallidito

Tuttavia come vedi, a mal mio grado

Che al servir più mercede, i' non discerno

Che non fu mai come hora, a sì vil, grado

Tanti più, in casa, ove non v'è, governo

I' nella qual mirando, i' mi credea

haver il paradiso, & ho, lo inferno

Sia benedetto quel patron, ch'io havea

B Chi ere 'l

L l'era un murador, che siolta

Sieco senza travaglio, mi vivea

Questa fatica havea che non, è molta

Quando che 'l si poneva, a lavorare

Gli porgeva le chiappe, qualche volta

Ma quivi o son, dì, e notte, mai, cessare

Non bisogna per campi strade, e schale

Hor non dico altro, i' me ne voglio andare

B Se vai per veder se virido ha, male

Ti so dir che gli è san, rafrena il corso

E driziamo ambo, al nostro albergo, l'ale

E più forte dirotti, che gli ha corso

Drieto orio: e se per forte il non fuggiva

Con sua man gli tronchava, il vital corso

L Che hai tu qui dentro

B una raina viva

Ova pizon, figa, formazo e starne

Et una anguilla grossa, e non cativa

Per ogi il pescie, e per doman la carne

L Certo che hai speso ben, horsù da poi

Che m'ai chiarito, i' vo' teco, trovarne

B Livida, nui siam soli, qui ambe doi

Ti vo' pregar, che tu vogli, degnarte

Darmi qualche soccorso quando poi

L Belvico hor non ho, il tempo, di parlarte

Ma tien quando l'harrò, per cosa certa

Che tutto soffrirò per contentarte

B Livida gran mercè

L tiemmi coperta

B Non dubitar

L di' pian che alcun non senta

Belvico fischia non più, che l'è aperta

N Ecco scaltra, che vien pensosa, e lenta

Ruffiana, poltrona, avitiata

Morrei, se non ti fesse mal contenta

Questa, falsa ribalda, causa, stata

Che quasi il mio patron, non hebe morte

Vecchia, superba, misera, e mal nata

Se la mi dice due parole torte

Gli darò tante pugna, e chusì grave

Ch'io farò forsi sue giornate, corte

S Sia maledetto il patron di este chiavi

Dapoi che esser convengo, sua fantescha

Mai tanta servitute anchor, non havi

Il diavol non volse, che tant'escha

Non giunsi al foco, che 'l restasse extinto

D'altro certo non par, che mi rincrescha

Ma ponerollo in tanto labirinto

Con tutti amici de provida, ch'io

Farò ch'in breve, il resterà, sospinto

Echo apunto il suo servo, numio, adio

N Ben venga scaltra

S che vai tu facendo

N Vengo a te che mi manda il patron mio

S Che vuoi tu

N quelle chavi, che fuggendo

Lu gli cascorno in casa

S ecco che apunto

Gele portava, dil suo mal dogliendo

N Damile qui

S non voglio

N e per che cunto

S Per ch'io vo' darle a lui, o un qualche segno

Vo' che mi doni

N guarda, ove son giunto

S Numio non ti admira, né prender, segno

Che madonna mi ha detto habile a dare

A lui o a chi ti dona, un contrasegno

N Da' qui, poi che tu 'l vuoi, ti 'l vo', donare

Hor tuoi

S aimè che m'ai posto sul volto

N Gli è il segno matta, taci non gridare

S Ah, poltron can, che ti fia 'l fiato, tolto

A 'sto modo m'hai conza, hor ti aricorda

Che a tuo costo serai, se tu sei stolto

N Non vo' star a gridar, con 'sta balorda

I' me ne voglio andar, resta poltrona

Disutil, trista, dissoluta, e lorda

S Questo tutto, è cagion, de mia, patrona

Che consente che un vil famiglio, e un cane

Strapaci sì vilmente, mia persona

Che maledette sian quante, puttane

Trovansi al mondo, e quelle che han piacere

De farsele fantesche, o ruffiane

Debbo parer proprio, un conza, caldere

O d'un spaza camin sì m'ha 'l ben conza

N Ecco qui il mio patron

V numio

N mesere

V Hai tu

N eccola qui

V quant'ella

N un'onza

V Quell'altra poi

N ecco quell'altra anchora

L'una andò ben, l'altra fu quasi sconza

V Chi, è quel che con quell'altro, ivi dimora

N Gli è Orio, & il suo servo

V a, quel insano

Per mia fé questa, apunto, è proprio l'hora

Numio

N patron

V non iochasti de mano

Per che qual vederai, cogli ho parlato

Farò il suo fal conoscer, 'sto villanno

O Avido il drapesel, me l'hai, ben dato

Manegoldo, pultron, va corri in fretta

Che gli è in sul letto, vil, disgratiato

A To', piglia questo, i' verrò, adesso, expetta

Tu mi tratti a 'sto modo, basta, al fine

Vederen chi de noi fia la civetta

Questo, è virido pur, questo, è il confine

Che non debbe passar: pò far il cielo

Ch'io non porrò a tal cosa, sesto, o fine

A quel ch'io vegio, il non mi stima un pelo

Hor che gli è qui finirla al tutto, i' voglio

E solgiermi da gli occhi, questo velo

Virido pò far me, che habi anco, orgoglio

A passar di qua via

V orio in 'sta impresa

Son fermo, e fisso, ognhor, più che in mar, scoglio

Né pensi alcun, per ciancie, o per offesa

Farmi mai cangiar stile: e ben faresti

Haver tua rete, in altro loco, tesa

O Oltra diserto, e vil, che non potresti

Haver ferite, e bastonate, tante

Quante che di ragion, meriteresti

Non ti vergogni sozo, e reo furfante

A volerti aguagliar a un ricco, e un degno

Che essergli schiavo, tu non sei bastante

Altro che frasche, ciancie, astutie, e ingegno

Suoni, canti, e dottrina ci bisogna

Che di questi, n'habiamo il capo pregno

Stupisco, che non mori, da vergogna

A equiparar con gemme, argento, & oro

Il sterco, il fango, & una vil carogna

V Ah, ah, non posso più, da riso, i' moro

Anci, per che ove duolti, t'hai percosso

Da parte tua, per gran pietade, i' ploro

Sì come il stolto, a far proprio t'hai mosso

Che volendo sputar da lunge, in alto

Cadendo il sputo, gli ritorna adosso

Far meco non potrei, peggior, salto

Di questo: il qual m'insegna, & argumenta

A mostrar che sei cera, & io son smalto

Le gemme, e l'or, son io, che rapresenta

La mia virtù: di valore, e splendore

Che fa l'anima in terra, e in ciel, contenta

Il sterco, e il fango, sei tu, che entro, e fore

Ti mostra tutto: per tuo danno, e scorno

Qual si vede al collo, sente, al fettore

Non, è tua quella vesta, che tu ha, intorno

Né quei pallaci, e possession, che tu hai

Ma de chi rota sempre, notte, e giorno

Hoggi tu l'ha, doman, tu non l'harrai

E se vi fusse in te, virtù, veruna

Non ti potria la sorte, offender, mai

Sì che taci, e non dir più cosa, alcuna

Né sprezar mio saper, ma tua ignorantia

Che virtù vince 'l il ciel, morte, e fortuna

O Per certo, è stata in me, pur gran, constantia

Ad ascoltarti, non dicendo cosa

Miser, che habbi in sé, punto, di substantia

Ascondi il spini, e sol, mosti, la rosa

E in fino qui, come mendico, e tristo

Hai ricerchato il testo, e non, la chiosa

Dimi un poco impacito, onde hai tu visto

Che un huom vil, come te, povero, e nudo

Facesse mai, d'un alto dono, acquisto

Non hai pur dir possuto, in me, rinchiudo

Tanto cibbo una volta, ch'io son satio

Sì, ognhor ti copre, di miseria, 'l scudo

Mai non havesti tanto ingegno, e spatio

Di tempo: che potesti cangiar, stile

Di povertà, di miseria, e di stratio

Huomo, o fanciul, non v'è, sì abietto, e vile

Che ti doni la strada, quando, passi

Fatti pur quanto sai, feroce, o humile

In fin, va dove vuoi, che insino i sassi

De tue miserie, vitiose e, strane

Cantando, e dil desnhor, che adrieto, lassi

E val più quel che manza un sol mio cane

Che quel che mai manzasti, o un de' mie' astori

Che pur satio non fusti mai di pane

Con gli primi che, sian, duchi, e signori

Vado a paro, qual sai, e tu vuoi meco

Parangonarti, o d'intelletto, fuori

V Orio per che, ignorante, stolto, e cieco

Sopra ogn'altro ti vegio: i' sto dubioso

S'io debbo di virtù, disputar, teco

Pur per ch'io son, dil tuo fallir doglioso

Voglio veder di quel, la strada aprirti

Per farti s'io potrò, da lui, retroso

Prima questo per sempre, voglio, dirti

Che n'habbi sì dal ver, l'alma, discosta

Che tu lodi le ortiche, e sprezi i mirti

Dicessi che 'l bel dir, giova, e non costa

Però da saggio, qual vedi, mi reggio

Che ogni parola, non de' haver, risposta

Sì che dimi se sai, pur questo, è peggio

Che d'una sola cosa, i' mi conforto

Che quel che dici a me tutto in te, vegio

La mia riccheza, e il mio thesor, qui, porto

E son per che ho virtute, e riccho, e vivo

Tu che sei senza: sei povero, e morto

Dimi nudo d'ingegno, e senso privo

Ove vedesti mai, che la richezza

Un hom mortal facesse, eterno, e divo

Curio che hebbe in thesor, l'alma, sì aveza

Et altri assai, sprezior quel per virtude

Che l'uno al fondo, e l'altra al ciel ne adreza

Quanti son già molt'anni che, compiute

Han lor giornate, e vivon più che prima

Che le chiome, ha virtù, bionde, e canute

Se loro, e non e virtù, si pone in cima

Gli è il vulgo ignaro: che è come il fanciulo

Che un pome, più, che tutto il mondo extima

Guarda omero, caton, Plauto e catullo

Mario, Mutio, Marcel, Claudio, Pompeo

Demostene, Zenon, Plinio, e Tibullo

Che ognun de lor, tenuto, è un scemideo

Sol per virtù: però tuo grave errore

Vogli conoscer, stolto, insano, e reo

V Ecco provida apunto, che vien fore

Di quella strada: ch'io li dia una voce

A Patron, eccola qui

O merti l'honore

A Famil donque

O ti 'l fo sì che 'l mi noce

Ch'io non posso talhor tenirmi, in piede

V Orio non più che la sen va, veloce

O Donagli un grido

A provida

P chi chiede

A Il mio patron, e virido, ti chiama

I' vengo: hor che 'l ciel gratia mi concede

Voglio loro sfochar, mia ardente brama

V Orio, voi tu che ad hor, la si decida

N Sì, ch'io voglio saper, qual de noi l'ama

Ben venuta tu sia, provida, fida

P Per trovarti orio, adesso, apunto andava

Perché forza, è che un pezo teco, i' grida

Dishonesta persona, ingrata, e prava

Chi ti condusse, a farmi, un tanto insulto

In casa mia, se alcun non ti oltraggiava

Che hai tu da far, se in palese, o in occulto

Far vo' una cosa: vo' ch'abbi di gratia

Ch'io mi degna guardarti, rozo e inculto

Che credi tu ch'io sia, una tua stratia

Da piè: che mi usi tanta inhonestade

Non posso udirti, sì mi se', in disgratia

Credo che credi per ch'ai facultade

Ch'io ti debba adorar, e correr dietro

Non siamo giunti anchora, a quella etade

Tu credevi per farti, obscuro e tetro

Nel volto con minacie, e bravarie

Far che 'l disegno mio fusse di vetro

Orio, oh, oh, queste non son, le vie

Che a voler adimpir le voglie tue

Bisogna che conosci ben, le mie

Non sian ad un taglier, giotti, ambe due

Né guardar ch'io sia donna che dormendo

Sempre una, è più svegliata, di le grue

Che più tu assendi, ov'io son, non pertendo

Anci vo' d'ogni gratia, che dismonti

Che patir tanta offesa mai, no intendo

Tu sai quanto signor, principi, e conti

Vengono in casa mia né son discosti

Dal mio voler, anci a quel, caldi, e pronti

Non sia sì stolto alcun, che a me si accosti

Per obtener da me, con modi rei

Cosa alcuna: che alfin saran, discosti

Ma con dolcezza, il proprio, i' porgerei

Che crudeltà, e durezza, mi dispiace

Che l'hano in odio sino, i sacri dei

Guarda virido qui, che ascolta, e tace

Come spirto gentil, modesto, e humano

Questo, è quel che mi agrada, e che mi piace

Questo è sol quel che tien mia vita in mano

Questo, è solo collui, che pò guidarmi

Ovonque piace a lui, per monte, e piano

La più bella ricchezza, questa, parmi

Che in gentilezza, virtute, e costumi

Dolcemente, la notte e 'l dì trovarmi

O O sian ringratiati, i sacri, numi

Provida, hor pur tu m'ai chiarito apieno

È questo il far per me, degli occhi, fiumi

È questo il dir orio mio, fin che a meno

Non mi venga esta frale, e mortal gonna

Mai non resterò amarti, e senza freno

È questo il dir, sol tu sei mia collonna

Che hor senza causa, per un vil, mi scaci

O quanto, è stolto: chi si fida, in donna

V Orio tu ha inteso il tutto hor non più taci

O Taci pur tu, poltron, ruffian, da poco

P Virido vane, e non gridar con paci

Ancho men vado

A o questo, e sta il bel ioco

Mio patrone

O o imbriaco ti par bello

Che altri, posseder deba, il proprio loco

A Devriati tor la vita, tristo, e fello

N So l'hai conzo patron

V non ti 'l diss'io

Ch'io 'l faria perder subito il cervello

Per tua fé dimi 'l ver, non ti par ch'io

Habbia con lei guidato ben, il ballo

E l'un, e l'altro, vinto

N sì per dio

S Madonna, certo hai fatto, expresso, fallo

P Come

S in cangiar un richo per un povero

P Dhe va, che 'l non saria suo buon vassallo

Non ha far col piombo, or, nè col pin rovero

Finito, è il quarto atto, & provida va in casa Scaltra,

& dentro si conclude le noci, cioè Provida in virido,

Scaltra in Belvico & livida in Numio, e Scaltra vien

fuori per ir dal sarto, & in altri servitù, chusì da sé

dicendo.

S Et ho l'anima mia, di gaudio piena

Che sol si acquista, in seguitar, tal arte

Scorno affanno, faticha, biasmo, e pena

Se col pensier mi volgo, in ogni parte

Provida i' veggio, che con gran dissegno

Come saputa, il viver suo comparte

De honor, e facultade, a grado, degno

Fin qui si trova, hor non bisogna dire

Che alfin si vede, un pellegrin ingegno

Parmi veder in qua, Orio venire

Non so s'io i dicha, o taccia, esta novella

Hor ge la voglio in ogni modo, aprire

O Avido è quella scaltra

A egli è ben quella

O Dil tutto sieco i' vo' chiarirmi, adesso

Perché me, è fatta provida, ribella

Scaltra

S signor

O o' vai

S quivi dapresso

O Ben che ti par di tua madonna

S o pegio

Per te: di quel, da novo, hora, è successo

O Come, di' su

S che voi ch'io dica, i' vegio

Il viver nostro, andar a tal partito

Che d'hora in hor, si muta forma, e segio

O Che voi dir

S provida ha preso, marito

O Marito

S sì

O e cui

S virido ha tolto

O Certo

S certo

O hor il bal donque, è finito

Questo, è che mi mostrò sì obscuro il volto

S Non a te, sol mostrol, ma a tutti quanti

Quei che li haveano il cor, e il spirto volto

Tutti amici, amorosi, e tutti, i amanti

Che ella havea, li ha privati che altro stile

Vol tener, come lice, da qui inanti

Da una parte, mi duoli Orio gentile

Per te, di questo: da l'altra mi piace

Che la sia fuor, di exercitio, sì vile

O Scaltra tu puoi pensar che 'l mi dispiace

Ma di tal dispiacer, me ne contento

Pur che ciò fusse, causa, di sua pace

Che anchor, che ognhor l'havesse il spirto intento

A mio danno, e vergogna, i' non vorei

Intender mai, che la vivesse, in stento

Se fatto altro l'havesse i' non potrei

Restar de ognhor seguirla: ma no soglio

Ir contra quel, che fanno, i sacri dei

D'ogni affettion, per sempre, hor, mi dispoglio

Che virido se, è ben nimico, mio

Offender in tal cosa, mai, nol voglio

Scaltra qual dei saper ho moglie, anch'io

Che di bellezza, un amoroso raggio

Spiega, che accende i sassi, da disio

E se da provida era, il mio, viaggio

Ogni giorno qual sai, Scaltra, il fu solo

Per che la mi facea qualche, avantaggio

S'io non fusse ito al radiante stuolo

Non harrei preso sì veloce, corsa

Che senza causa, non mi levo, a volo

Ma lassian pur andar, la cosa, è occorsa

Né a te, né a lei, mai no fui scaltra, avaro

Che aperta ognhor qual sai, vi fu, mia borsa

Non quei che ho speso, ma sei tanti, ho caro

Conoscio d'haver, in donna, questo

Che più d'ogn'altro, volontier imparo

E se non occorrea tal caso presto

Dilla mia facultade, in poco spatio

Scaltra tien certo, ch'io facea dil resto

Sì che per questo solo: la ringratio

Che se lo haver traggea che mi mantene

Saria stato altro, che amoroso stratio

Hor sì come tal volto, l'intravene

Di me, bisogno havesse, in qualche cosa

Gli mostrerei, quant'io le volsi, bene

E a te scaltra mia, fida, & amorosa

Non mi voglio offerir, per che tu sai

Che a tua, mia volia, mai non fu retrosa

S Orio, ti refferisco gratie, assai

S'io ti potrò servir, in qualche banda

Al tuo comando sempre, mi haverai

Hor su, convien che a te mi ricomanda

Orio, che, è tarda l'hora, i' mi diparto

O E dove vai

S io vo, che la mi manda

Dal calzolar, dal marcer, e dal sarto

A tor pantoffe, scuffie, e vestimenti

Per questo, non ti fuggo, né ti scarto

Un'altra volta, su 'sti parlamenti

Staremo: e forsi i' ti dirò parole

Che tuoi spirti faran sempre, contenti

Hor men vo, che mi par che smonti, il sole

O Scaltra va in pace, io son al tuo comando

S Resta dio 'l sa che assai partir, mi dole

Certo, credea trovarlo, lagrimando

Horsù non v'è più amor: chi udiva lui

Mostrava esser di vita sempre, in bando

Poltrona me, che sempre pegra, fui

Ch'io dovea come provida, pelarlo

Che era da farse richi, con costui

Ma se sotto la rete, i' posso tirarlo

Un'altra volta: i' saro tanto desta

Che a la madre de urlando, i' sarò starlo

O Avido che ti par

A mi par la testa

O Come la testa

A i' non so quel ch'io dica

Pensava da iersera, in quella agresta

Che tu dicesti le vernaza antica

E i' dissi la non val pur un quatrino

Anchor che la sia forte, vostra amica

O Che sto poltron, da la sera, al matino

Parli mai d'altro, hor, anco, è buon segnale

Quando un affanno, si converte, in vino

S Ecco livida so, che la mette ale

O come il foco dentro, la lavora

Livida

L scaltra

S come stai tu

L male

S Come mal

L non ho preso cibbo, ancora

S Credea che fusti amalata, a la morte

Ma tu stai ben: va pur, che l'è a, bon'hora

Che hai tu qui

L confetioni de ogni sorte

Cedri, aranci, limon, peri, e maroni

Zucharo, mele, spetie, dolce, e forte

Et altre cose

S questi en cibbi boni

L Ben scaltra che ti par, pur giunto, è il giorno

Che harremo un solo, e non tanti patroni

S Mai sì alegri miei spirti, anco, non forno

Che sequitando come sai, tal ballo,

Non riceveva se non, danno, e scorno,

E non v'è troppo, che Avido vassallo

Come, imbriaco in mio dispregio, volse

Con la padella, donarmi, un cavallo

Livida poi pensar, mo, se 'l mi dolse

E tanto più, che le mie cose havea,

Hor buttai vintiun, che 'l non mi accolse,

Guarda come son fatta sozza, e rea,

Che 'l volto mio qual sai, n'haveal parecchio

De natura era bella: e mi facea

L Perché, ancor, non ti fai

S perché quel spechio

Che bella mi facea, perso ho, né trovo,

Alcun, che non mi faci il volto vecchio

L Che tempo haver poi

S naqui de anno novo

Dil quatrocento e trenta, e a punto, a punto,

Vinti anni adesso haver, i' mi ritrovo,

L Ti par scaltra, che sappi, ben far cunto

Po tu se' gioveneta, ma devresti

Farti bella, e tenerti, ornata, e in punto

S Se quando mi fo bella mi, vedesti,

Io pareriati la fada, Morgana,

Ai squardi, a i risi, a le parole, e a i gesti

E s'io volesse far la cortesana

Haveria de gli primi, di la terra,

Ma più tosto mi batti, la quartana

L Tacerò scaltra, e tu le labbia serra

Men vo, tu va, che 'l par che se mi chiame

Come le trombe, gli soldati, in guerra

Il tempo, la patrona, e poi la fame

S Donque livida resta

L scaltra vane

Son una man, di queste vecchie grame

Torte, grime, sdentate, lorde, e insane

Che fan la nympha, e dal tempo, e faticha

Gli gozzan gli ochi, e callose han le mane

B Non so quel ch'io mi faccia, né mi dicha

Tanto mi trovo alegro, che fortuna

Fatta mi sia, più di l'usato, amicha

Non temo più de adversitade, alcuna

Poi che la robba harrò, tutta, di scaltra

Potrò sguazzar, al sole, & a la luna

E non pur quella harrò, ma anchor di l'altra

Che in dotta mi darà, per lei, madonna

O, felice mia vita, sopra ogn'altra

Chi è quel che vien vestito in lunga gonna

Cusì veloce in qua, parmi sia il sposo

Voglio affrettami, non pur, gli è una donna

Credea che fusse scaltra, che, ioiosa

Era per ralegrarmi fiero, alquanto

Che fatto i' son marito, de amoroso

D Vendi tu quei capon

B ma de sì

D quanto

B Tre carlin

D ne voi dua

B ma de no,

Mia madonna non vol manco de tanto dagli

D E come vendi l'un, 'sti caschavali

B Qual volete

D i' vo' questo

B i' voglio un grosso

D Credo che mi bertegi, o mi travalia

Se 'l fusse almanca, più l'uno, e più grosso

B Non so che

D horsù voi tu un baioco

B Certo madona mia, dar non vi 'l posso

Togliete 'l mezo

D mezo, è troppo poco

Damil tutto, se vuoi

B i' vi fo certa

Che tal pretio n'harrete, in alcun loco

D A tua posta

B hor son stato pur imberta

Un pezo, dolcemente qui, a contendere

Con donna durlindana, over, fiusberta

La si credea, ch'io gli volesse vendere

Queste cose, e non sa che sian, da noce

Che in vivande anco assai ci conven spendere

S Belvico, belvico

B ove vien, 'sta voce

Ben sei tu, scaltra

S sì, ti fai da sordo

Opera nova amorosa, vol. 3 Comedia nova · 第 2 / 3 段