PREFAZIONE

Chi si ricorda piú della poesia italiana di dieci o undici anni sono?

o, meglio, chi si ricorda piú dell'Italia d'avanti il 1870? Il nostro

secolo corre — corra anche la frase — a rotta di collo; e poi fra i

noi d'oggi e i noi di ieri caddero valanghe da fermare e far ritorcere

ben altri fiumi che delle rime e dei versi. I bimbi che nacquero

in quell'anno non han per anche pubblicato, ch'io sappia, le loro

disillusioni in elzevir; ma a quell'anno noi pensiamo con un sentimento

faticoso di lontananza, con in cuore la esclamazione manzoniana, _tanto

secol vi corse sopra!_

E pure vivevamo anche allora. Che ardore anzi di vita fra il 67

e il 70! _Forti eran essi e combattean co' forti._ Dopo Mentana,

l'assettamento finale della nazione con Roma capitale pareva a

tutti, confessiamolo, prorogato. In aspettando, quelli che volevano

andar piano o non volevano andare del tutto pensavano fosse tempo

di raccogliersi, di misurare la via fatta e da fare, e intanto

riposarsi un poco pigliando un rinfresco di letteratura. — Oh un po'

di letteratura! — parevano raccomandarsi: — l'Italia è stufa di tanta

politica: rivuole della letteratura, magari delle accademie. — Quelli

che volevano andar forte — Che riposo — rispondevano — o che rinfresco?

Volete della letteratura? Combatteremo anche in versi, anche in prosa,

a vostra scelta. — E si ricominciò da una parte, dopo tanti anni, a

discorrere di cose letterarie, con certa gravità spolverata a nuovo per

l'occasione, ma sotto quell'ombra con chiacchiere e vogliuzze come di

donnine incinte. Le appendici e le rassegne critiche parevano diventate

altrettante cliniche d'ostetricia. Il teatro italiano è anche nato o

è da nascere? A che punto è il concepimento del romanzo italiano? Il

_pondo ascoso_ che balza in quella bella rotondità alpigiana sarebbe

per avventura la prosa italiana moderna? E alla poesia moderna italiana

chi scioglierà il _grembo doloroso_, un prete, un avvocato o un

professore? Ma l'embrione almeno di una lingua viva c'è o non c'è in

Italia?

Per l'appunto: tanto per non venir meno alle gloriose tradizioni, si

ricominciò proprio da capo; si ricominciò dalla lingua. Veramente

non si ricominciò: quando mai l'Italia, da che Dante le tagliò lo

scilinguagnolo col Vulgare Eloquio, ha smesso di guardarsi la lingua?

Ora avvenne che una bella mattina di maggio la nazione si svegliò tutta

spaventata, che non aveva piú lingua. L'onorevole Broglio, lombardo,

pensò provvedere commettendo all'onorevole Giorgini, lucchese, il

dizionario dell'uso fiorentino. Io non discuto intenzioni e competenze:

noto singolarità di casi: tanto piú che le erbaiole di Firenze

pareano aver soggezione dei nuovi Teofrasti. Erano tempi difficili:

l'impero napoleonico faceva le crepe da tutti i lati, la Germania

fiottava, il socialismo bolliva: pure l'Italia si divertí a scoprire

che Benedetto Varchi e il cavalier Salviati non furono, almeno in

teorica, fiorentini a bastanza: il ribobolo trionfò per piú mesi fra

il dirugginío del macinato: lo stornello sbirichinò fra l'inchiesta su

la regía dei tabacchi e il processo Lobbia: quei di Buffalora venivano

a gargarizzare il loro _iú_ nelle acque del Mugnone: Calandrino non

ebbe mai come in quegli anni il culto che a parer mio gli è dovuto

dalle maggioranze, almeno quando s'infatuano per le questioni inutili.

Intanto il Manzoni, dopo messo il campo a rumore con la lingua e con la

prosa, tornava a fare de' versi. Già, de' versi; ma in latino, e alle

anatre, alle anatre dei giardini di Milano:

_Fortunatæ anates, quibus aether ridet apertus_

_Liberaque in lato margine stagna patent!_

Libertà d'acqua stagnante nella largura d'un giardino pubblico bene

spallierato e ben pettinato: gli auspicii per la lingua e la prosa

moderna erano rassicuranti.

Pure, l'anarchia e la ribellione che l'onorevole Menabrea giunse a

contenere in piazza, l'onorevole Broglio non dico la sguinzagliasse ma

certo non poté infrenarla nei libri. Della prosa non voglio parlare.

Ma il Prati, che in quegli anni s'era messo a comporre anch'egli versi

latini, die' fuori anche un libro dell'Eneide tradotto con tanta foga

(per dispetto, credo, ai fiorentinismi lombardi) di latinismi, che né

meno basterebbe a ripararli

_Nel fluente suo vel la dia Lacena_

di Vincenzo Monti. E pubblicò l'_Armando_, ove latinismi e neologismi

e motti e riboboli disfrenava di pari, mescolando epopea e commedia,

romanzo e lirica: l'_Armando_, nel quale fra le retoriche del dubbio

d'Amleto con l'annesso teschio, fra le declamazioni di Fausto e li

sghignazzamenti di Mefistofele in pasticcio di Strasburgo, fra le

pose di Caino e di Manfredo con la fusciacca al vento — i tre ponti

dell'asino della scuola romantica scettica —, scorrevano rivi di poesia

tali che l'Italia non ne aveva da piú anni veduto scendere di piú

limpidi e freschi dal suo Parnaso. Il qual Parnaso fu troppo tosato di

piante dai falsi classici sí che possa oramai avere acque correnti, se

bene è vero che i romantici ci hanno scavato qua e là delle cisterne

per la conserva del sentimento e dell'_humour_. Il _canto d'Igea_

nella seconda parte dell'_Armando_ è ciò che di piú sanamente classico

ha prodotto la poesia del tempo nostro in Italia. Ludovico Tieck,

il piú stravagante e il piú logico dei romantici di Germania, dopo

i grotteschi del _Kaiser Octavianus_ e della _Genoveva_, finiva con

rimettere in scena una tragedia di Sofocle. Giovanni Prati, il solo

veramente e riccamente poeta della seconda generazione dei romantici

in Italia, coronava l'ultima opera di quella scuola con una ode che

somiglia a un coro di Sofocle.

Di passaggio: io mi ostino a servirmi di queste parole, _romantici_

e _romanticismo_, _classici_ e _classicismo_, se bene un falso buon

gusto tutto italiano vorrebbe non si pronunziassero piú: come se,

omettendo le parole, le cose non restassero, come se avesser ragione i

bambini, quando, tappandosi gli occhi, credono sfuggir cosí alla vista

o alla conoscenza altrui. Del resto, se tali denominazioni siano bene

applicate in tutto, se siano bene, cioè storicamente, intese fra noi,

come, per esempio, in Germania, io non debbo dire: ripeto che designano

due fatti.

Il Prati anche chiudeva la prefazione all'_Armando_ — nobile richiamo

alla dignità dell'arte e al rispetto degli artisti, proprio nel punto

che l'Italia cominciava a dare troppi segni d'una irrefrenabile

inclinazione al materialismo dei subiti guadagni e dei godimenti

inferiori — chiudeva, dico, la sua prefazione con questa _ultima

parola, per rendersi benevoli e grati i lettori_ «Il mio non è un

libro politico.» Fin d'allora si cominciava a predicare il bando

della politica dalla letteratura. E il Prati parlava in buona fede:

in lui _il nome che piú dura e piú onora_ non ha bisogno d'amminicoli

politici. Ma altri predicavano perché a loro dispiaceva che non a

tutti piacesse la politica che piaceva a loro. E intanto i partiti

seguitavano a spingere e a sollevare, com'è naturale, lo scrittore che

usciva dalle loro file e il libro che faceva i loro interessi.

I moderati veri, che in fine hanno da essere conservatori se qualche

cosa vogliono moderare, trovarono il loro poeta in Giacomo Zanella.

Per quelli che invocavano e aspettano l'accordo della libertà con

la fede, del progresso col dogma, dell'Italia con la Chiesa, Giacomo

Zanella era l'uomo. Ai superstiti dell'antica Italia, agli eredi delle

antiche idee, ai riformisti, ai neoguelfi, egli prete ricordava e

rinnovava i bei tempi nei quali il prete era parte integrante della

società italiana. L'abate italiano, riformista e mezzo-giacobino col

Parini, soprannuotato col Cesarotti e col Barbieri alla rivoluzione,

che s'era fatto col Di Breme banditore di romanticismo e soffiatore

nel carbonarismo del 21, che aveva intinto col Gioberti nelle

cospirazioni e bandito il _Primato d'Italia_ e il _Rinnovamento_,

che aveva col Rosmini additato le piaghe della Chiesa, che aveva

coll'Andreoli e col Tazzoli salito il patibolo per il santo peccato

del patriottismo; l'abate italiano viveva, e viva ancora a lungo e

onorato, in Giacomo Zanella, ridotto in certe proporzioni, migliorato

in altre parti. La poesia dell'abate Zanella usciva dai seminari; ma da

quei seminari veneti _alquanto mondanetti_, illustrati dalla filologia

del Forcellini, dall'estetica del Cesarotti, dalle grazie (un po'

adipose, a dir vero) del Barbieri. L'abate Zanella aveva cominciato

esercitandosi con gli altri chierici in gare di traduzioni da Ovidio

e da Orazio; ma poi aveva tradotto anche dello Shelley, e mostra di

saperlo apprezzare con larghezza e forza di giudizio, tutt'altro che da

seminario. Rifiorivano ne' suoi versi le belle tradizioni della scuola

classica: il Mascheroni, didascalico, vi s'era fatto lirico: il Parini

lirico vi appariva ammorbidito e piú ortodosso: l'elegiaco e moralista

Pindemonte, smessa la cipria con la quale era solito ballare in gara

al celebre Picche, pareva aver curato con un trattamento scientifico

certa debolezza di nervi presa nell'ambiente poetico inglese del regno

di Giorgio III, e s'era un po' riscaldato e imbrunito alla primavera

del 1848. Oltre di ciò, nelle poesie dell'abate Zanella gli accordi e

le conciliazioni fra la ricerca scientifica e l'autorità del dogma, fra

il pensiero moderno e l'eternità della fede, fra il sentimento nuovo

irrequieto e le regole dell'arte tradizionale, erano, ingenuamente,

sinceramente, candidamente, proseguite, volute, credute raggiungere.

E a volte la trepidazione dell'uomo sottomesso che pure ha scòrti i

misteri dell'essere era resa con umiltà di affanno, in armonie non dal

profondo strazianti ma di gemente tranquillità, dal poeta che rialzava

gli occhi al cielo. E la gioia della pace ritrovata in cotesto alzare

degli occhi suonava amabilmente modesta, quasi accorata. Tale contenuto

poetico fu il calmante aspettato e richiesto, e fu annunziato a grandi

voci da molta gente a modo, massime in Toscana e nella Venezia. Del

resto, quando mai la poesia odierna aveva trovato un'ornamentazione

di gusto cosí corretto per le feste di famiglia, per le parate

dell'industria e per i trionfi del tecnicismo? Quando mai da molti anni

la breve snella arguta strofe classica era stata carezzata e liberata

al volo con tanta abilità facilità e grazia? Dei detrattori dell'abate

Zanella chi ha o chi troverà altrove nelle rime d'oggi lo spirito

lirico, che ondeggia circonvolgendosi con un mite rumore di marina

lontana nelle volute meravigliosamente delineate marcate e colorite

della _Conchiglia fossile_?

Le poche volte che l'abate Zanella toccò in versi il tasto della

politica, la corda gli rispose stridula o molle. La poesia politica in

quegli anni fu di parte democratica. Giulio Uberti su i primi del 71

radunava, non le fronde sparte, gli sparti suoi dardi: dardo chiama

Pindaro il verso che alto e fulgido vola. La poesia dell'Uberti,

una ed uguale nella sostanza, attesta nello svolgimento formale le

vicende del sentimento e del gusto italiano lungo i primi cinquanta

anni del secolo: proceduta dal classicismo pariniano, erasi riposata

nel classicismo manzoniano, pur riflettendo alquanto dal colorito del

Byron e forse anche di Vittore Hugo, non senza i fondacci d'un po'

di quel gergo mistico che il romanticismo politico aveva introdotto

nella poesia e nella eloquenza. Con tutto ciò il poeta bresciano,

in forza della coerenza intima dell'anima sua, rimane originale. Uno

spirito alfieriano pervade quelle forme e le fissa in atteggiamenti

quasi scultorii. Gli ultimi versi, quelli scritti nel 70, ci voleva la

passione politica degli uni e la facilità senza gusto degli altri per

trovarli mirabili. Ma l'Italia, quando sarà passato questo strabocco

di latte inacetito d'Arcadia, ricorderà, piú che non faccia ora, le

quattro odi, _Napoleone_, _Washington_, _Garibaldi_, _Mazzini_, cosí

magnanime di sensi, cosí dense di concetti e di imagini, cosí alte

d'intonazione: ricorderà, ripensando agli anni gloriosi.

Se altro ricorderà l'Italia della poesia politica d'allora, io non

so. So che quelli eran bei giorni. Felice Cavallotti, il lirico della

_Bohême_ (vollero chiamarsi, con umiltà d'imitazione sbagliata,

_Bohême_, essi affaccendati sempre fra i duelli le sommosse e le

carceri), in prigione _mudava_ a drammaturgo, e covava l'_Alcibiade_

e il _Tirteo_, a dispetto di quelli che s'erano impuntati a farci

passare per una manica di ignoranti. Di me, per esempio, che nel

turbine democratico mi gettai non so se dai promontorii del classicismo

o dalle secche della filologia romanza, poteano aver ragione quando

dicevano — È roba questa non da critica, ma da procuratore del re —; ma

erano molto candidi quando giuravano, sempre per bandire la politica

dall'arte, ch'io non sapevo la grammatica. Piú lepido un terzo, che,

a proposito del _Satana_ riprodotto o ricitato a ogni momento dai

giornali del partito, mi paragonava al Trabucco col suo corno. Oh, bei

giorni eran quelli!

Distanti dalla poesia democratica e distinti dai seguitatori del Prati

dell'Aleardi e dello Zanella, stavano in disparte tre o quattro, i

quali parevano, che che alcuno di loro affermasse in contrario, cercare

e seguitare l'arte per l'arte. Erano il Tarchetti, lo Zendrini, il

Praga.

Se non che Iginio Tarchetti, per gli intendimenti d'alcuno de' suoi

racconti, raccostavasi ai democratici. Ma ci voleva quell'ambiente, o,

meglio, quella mancanza d'ossigeno, per proclamare la grandezza dei

racconti del povero Tarchetti. Si scambiava il contenuto e l'intento

per l'arte: si diceva — Non c'è forma, la prosa è brutta, ma il romanzo

c'è ed è bello —; come se senza forma arte ci sia, come se una trovata

o un episodio o un frammento sia il romanzo, come se, scrivendo male,

si scriva bene. Ci furono paragoni con Vittore Hugo e col Balzac. Eh

via, ragazzi! Ma io non voglio parlare di prosa. A proposito dei versi

del Tarchetti, il buon Domenico Milelli, che ne fa di incomparabilmente

migliori, uscí una volta a dire che nell'anima di lui erano fuse

due grandi anime, quella dell'Heine e quella del Leopardi. Non mai

fu nominato cosí in vano il nome di Dio; ma tali bestemmie sono

conseguenze di quel sentimentalismo estetico che al Lamartine faceva

trovare piú genio in una lacrima che in tutti i poemi del mondo. Il

Tarchetti visse povero, e morí giovine. Me ne duole; e mi adiro con chi

non gli die' lavoro o il lavoro non compensò: forse anche mi adiro con

la società che lascia morire di fame uomini d'ingegno e d'animo quale

il Tarchetti. Ma per ciò devo dire che quella robetta è poesia? No: io

dico che l'ammirazione pel sonetto _Ell'era cosí gracile e piccina_ è

una miserabile prova del rammollimento di cervello a cui quella che il

Proudhon chiamava _scrofola romantica_ avea condotto la gente.

Ma il Tarchetti non pretendeva molto a poeta. Chi ci pretendeva con

tutte le intenzioni e con tutto lo studio era Bernardino Zendrini.

Molte buone parti aveva lo Zendrini: anzi tutto, conoscenza franca, se

bene qua e là frastagliata di lacune e pregiudizi, delle letterature

straniere, e con ciò intelligenza delle cose nostre anche vecchie,

rispetto, almeno in teorica, alla tradizione nazionale, vivido ingegno

osservatore, idee chiare determinate ardite, e una grande smania di

fare e di riuscire. Ma in lui l'uomo sopraffaceva l'artista; o forse

l'artista e l'uomo si nuocevano l'un l'altro e cospiravano a fargli far

male. Leggero, irrequieto, sprezzante, provocatore (dico lo scrittore,

e anche l'uomo per quanto traspariva dalla scrittura: del resto non

conobbi né di persona né per lettera mai lo Zendrini), non avea la

forza muscolare e la pienezza sanguigna pari alla mobilità nervosa;

onde la sproporzione quasi continua nell'opera sua fra l'intenzione

e l'atto, fra il volere e l'operare, fra l'idea e la forma. Tale

disuguaglianza di forze e la preoccupazione del critico e polemista

turbavano le percezioni del poeta e gli rendevano tremante lo spirito e

lo stile. Voleva mostrare gentilezza di affetti, e dava in ismancerie:

voleva apparire ingenuo, e cascava in bambocciate: voleva riuscire

spiritoso, ed erano smorfie: voleva osare una sprezzatura o di pensiero

o di stile, e gli scappava uno scarabocchio: voleva provocare i

rischi dell'arte, e dava un tuffo nel grottesco e nello sgarbato. Le

cose sue originali meglio riuscite (_I due tessitori_, _Monotonia_,

_La poesia non muore_, ecc.) rientrano per la concezione e per la

forma nel ciclo della poesia anteriore, della seconda generazione dei

romantici. Quando volle fare qualcosa di nuovo, di vero, di famigliare,

riuscí affettato, freddo, falso; non riuscí, in somma. Ma con la

forza di volontà perseverante, col sentimento che aveva di rispetto

per l'arte, l'avrebbe finalmente, io credo, spuntata. Gli bisognava,

per ciò, contenersi, vincersi, rafforzarsi, curare i nervi; ed egli

lo sentiva e lo voleva. Io ebbi a vedere, non per volontà sua, i

lavorii di rifacimento ond'egli torturò e su i margini e nelle carte

interfogliate le prime due stampe della traduzione di Heine. È un

lavoro mirabile di pazienza e buon giudizio, che gli fa perdonare le

sciattezze e le durezze incredibili del primo tentativo. In fatti nella

terza edizione ci sono parecchi pezzi rifatti di pianta, e tanto in

meglio, che meritano di esser recati ad esempio di buona versione, e

insieme sono documenti, nelle trasformazioni subíte, della meditazione

e dell'esercizio che occorre al lavoro dello stile, se pure in Italia

v'è ancora chi badi allo stile. Povero Zendrini! egli mancò all'arte,

quando, forse quietato, stava per rinnovellarsi.

Questo avere a parlare tuttavia di morti, e morti di fresco, è

spiacevole, e mi è, lo so, pericoloso in faccia ai lettori. Ma che

ci ho che fare io se sono morti? Magari fossero vivi! Combatteremmo

ancora. _L'uom s'affronti con l'uom: pugna è la vita._ Parliamo,

dunque, con quella conscienziosa e meditata libertà e schiettezza della

quale gl'italiani han troppo bisogno, parliamo anche di Emilio Praga,

il quale nel 70 aveva già, si può dire, compiuta la sua ascensione

in poesia. Quelli che allora affettavano non parlarne, quelli che

inorridivano alle sue stramberie, quelli che aborrivano la sua

indifferenza d'artista dirimpetto alle questioni politiche e sociali,

quelli che allora scrivevano azzurro (cioè turchino di Prussia,

qualità inferiore), quelli ora vociano innanzi a tutti e piú di tutti

il _realismo_ e la _originalità_ sconfinata di Emilio Praga. Povero

Praga, realista lui? lui inzuppato, anzi ammalato, d'idealismo? lui che

d'idealismo morí? Realista lui? coi languori delle fantasticherie, con

la vaporosità nella linea, con la indeterminatezza dell'espressione,

con l'astrattezza e la stranezza bizzarra e senza scopo delle metafore?

Egli nella terza generazione dei romantici fu piú poeta di tutti; ma in

lui piú che in tutti covò la malattia ereditaria, sin che scoppiò d'un

tratto in quel temperamento amabilmente femmineo; e fu tifo fulminante.

L'originalità del Praga! Sí certo, il Praga ebbe una originalità,

ma non quella che dite voi! Avete letto Vittore Hugo, il Heine, il

Baudelaire? Ma quello che voi nelle poesie del Praga proclamate di piú

era già nell'Hugo, nell'Heine, nel Baudelaire. Se non che le trovate e

le scappate dell'Heine egli le allunga e stempera un po' lombardamente.

Ma della tinta dell'Hugo ebbe colorite fin le intime fibre della sua

poesia, come dicono che le ossa delle bestie che hanno pasciuto la

robbia si trovino chiazzate di rosso. Ma del Baudelaire ripete non

pure le innaturalezze e le irragionevolezze cercate ad effetto, non

pure le bruttezze stupide (dico cosí perchè è proprio cosí), ma le

mosse e le flessioni del verso, ma i metri ed i ritornelli. Quello fu

il periodo acuto della malattia; poi successe la polmonite, e il poeta

finí ripiagnucolando le solite nenie. E aveva fatto a volte di sí belle

cose! La sua originalità è quel trillo di lodola, è quel fresco d'acqua

corrente per una selva di castagni, quella immediata e lieta e sincera

percezione della natura, quella bonomia arguta tra di campagnuolo e

di pittore, che si sente, si vede, si ammira in alcune sue prime e piú

ingenue poesie.

Al Tarchetti, allo Zendrini, al Praga il settanta chiuse le porte; le

aprí ad Arrigo Boito, il quale fu un po' di quella brigata, se bene

egli proceda piú direttamente dal romanticismo fantastico di Germania.

Fu di quella brigata anche Vittorio Betteloni, sí per la consuetudine

d'amicizia sí per alcuni intendimenti d'arte; ma egli dal romanticismo

o fantastico o sentimentale uscí presto, se mai vi s'era avvolto, e

uscí tutto.

Vittorio Betteloni pubblicò nel 1869 il suo libro _In primavera_.

Ne parlarono con molto calore gli amici del poeta e alcuni dei fogli

letterari d'allora; ne sparlarono con rimpianti su le speranze male

spese, i maestri e dilettanti della poesia da parrucchieri. Ma il libro

non fece, fuor dei cerchi degli amici, gran viaggio: a Bologna non

arrivò: io lo lessi solo nel 75 in Verona. _Habent sua fata libelli._

Il settanta schiacciò insieme a tante cose grosse e malvage anche quel

povero libretto innocente, o _di sua preda lo coverse e cinse_. Ma chi

consigliò il Betteloni di venir fuori con tali versi nel 69, quando

le sale eleganti erano tutte ancora impregnate di aleardismo, quando

nelle strade fremeva a mezz'aria la poesia politica, quando, al di là

della letteratura officiale o d'opposizione, fra tanta ardenza di parti

e di questioni in casa e tanta trepidazione di turbini al di fuori, a

pena si facevano badare le accese audacie del Praga piú come un babau

pei borghesi che come baleni di arte nuova? Ma molti di cotesti versi

il Betteloni gli aveva scritti fin dal 63, nel fresco mattino della

giovinezza, e non voleva tenerli lí a muffire che perdessero stagione.

Oggi che abbonda, a quello che pare, la voglia di leggere versi è un

peccato non si legga o non si rilegga la _Primavera_ del Betteloni, che

è dei migliori libri di poesia usciti fra noi in questi ultimi anni e

il solo libro _di giovinezza_ uscito da molti anni in Italia. Con ciò

io non vo' riuscir a dire che il Betteloni sia maggiore o miglior poeta

d'un altro, o che la sua sia poesia piú vera (è il termine di moda)

della poesia d'un altro. Per me il porre la questione su 'l piú o il

meno d'ingegno di due o piú poeti o scrittori è un esercizio troppo

sublime o troppo accademico sí che abbia a perdervi tempo la gente che

ha da far qualche cosa. Su la maggiore o minor verità ed efficacia

della rappresentazione poetica non sarebbe per avventura inutile

studiare e discutere, quando la questione fosse posta avanti bene e

ragionevolmente. Ognuno, del resto, fa quella poesia che vuole; ognuno

si mette in quella luce in quel riflesso in quell'ombra di verità che

gli piace: cotesto è il suo diritto. Il suo dovere poi è di far bene,

tenendosi in quella luce in quel riflesso in quell'ombra di verità

che si è scelto. _Ognuno_ dissi; e intendevo ognuno che è poeta e si è

educato artista. Per la canaglia che perpetra strofe un po' di Melikoff

non guasterebbe.

Il Betteloni fu, come accennai, il primo in Italia a uscire del

romanticismo, pur componendo in lirica il romanzo di un giovine dai

venti ai vent'otto anni; romanzo, s'intende, d'amore, anzi delle tre

età, come egli dice, dell'amore, l'età dell'oro, l'età dell'argento,

l'età del bronzo. Quel giovine, che è poi il Betteloni stesso, non è

propriamente sentimentale; e pure nessuno dei nostri poeti moderni,

oso dirlo, ha rappresentato o verseggiato il primo amore con quella

rugiadosa freschezza che il Betteloni nel _Canzoniere dei vent'anni_

(età dell'oro). Quando la ragazza popolana lo pianta per un bel

pezzo di marito della sua condizione, egli non fa il Werther né il

Don Giovanni: ideale per altro resta un po' sempre, con una vena di

malinconia che serpeggia tra le sue immaginazioni burlone e le sue

bonarie malignità. Persevera buon ragazzo, se bene piú allegro, nel

canzoniere _per una crestaina_ (età dell'argento), che poi si risolve

a lasciare, perché un giovine come lui, di buona famiglia, ha da

sposare una signorina con della dote, che tormenti il piano e storpi il

francese. Il terzo canzoniere, cinquanta sonetti _per una signora_ (età

del bronzo), della quale il poeta s'è innamorato senza sapere che fosse

maritata e la quale non sa che egli sia innamorato di lei, finisce

cosí:

E lascia poi che da te lunge io sia,

Che solitario la mia fiamma esali

Nel vapor di innocente poesia.

Qui i don Giovanni trionfatori e violatori della grammatica e della

prosodia accuseranno subito un gran puzzo d'idealismo e d'arcadia. No

veramente. Uno, prima di tutto, può dell'amore e della vita in generale

avere un ideale assai alto senza ch'ei professi per nulla l'idealismo

convenzionale; e questo, fra gente seria ed onesta, non importerebbe né

meno avvertirlo. Come scrittore poi, il Betteloni ha della realità un

senso squisitissimo, e il ridicolo dei contrasti e delle contraddizioni

fra la mobilità dello spirito appassionato o accaldato e la immobilità

seria delle cose ei sa coglierlo e renderlo con quella bontà comica che

è l'anima dell'_umore_ di buona lega.

_In primavera_ è, come dissi, un libro di giovinezza; e per ciò la

passione, la passione, s'intende, colpevole o viziosa, non c'entra,

o almeno non vi regna. Il poeta da prima descrive e canta l'amore,

prorompimento inconscio, scarlattina dell'anima a diciannove anni;

poi il piacere di fare all'amore con una bella e allegra creatura,

di passeggiare e ballare con lei, di ascoltare le sue ciarle e suoi

dispiaceri e le bizze su quello che è il suo contorno il suo piccolo

mondo. Da ultimo l'amor vero, anzi a certi momenti la passione,

si prova a metter fuori la punta, ma è la punta dell'ala. Perocchè

l'autore sa reprimere e vincere la passione, un po' per sentimento di

dovere, ma piú anche per certa schiva ritrosia di poeta e per affezione

alla serena quiete dell'arte. To', o non può anche darsi? Sarebbe bella

che, perchè viviamo nell'età dei rammollimenti sentimentali o sensuali

e delle eccitazioni nervose, nel secolo del caffè e dell'alcoolismo,

non ci fosse piú uno che sapesse resistere a una passione e vincerla,

non sapesse infrenare la inferiore animalità, senza guaire, senza

contorcersi, senza mostrare le sue piaghe alle stelle, con la forza,

con la dignità, con la decenza d'un uom fatto bene. L'effetto che vi

produce il libro del Betteloni è questo, che voi prendete in affezione

il poeta perchè è naturalmente buono, e poi lo stimate perchè è sensato

e vero.

La verità di quella poesia risulta da piú ragioni, di fatto e di arte.

Il Betteloni prima di tutto rappresenta ed esprime proprio sé stesso,

senza esagerazioni e senza caricature: non dico senza qualche carezza,

ché non sarebbe credibile. È un giovine della vecchia borghesia

benestante e bene educata, con una vena d'originalità non chiassosa,

col ticchio dell'arte, con l'intiera libertà e signoria di sè. Nulla

dunque del Byron e del Leopardi, e nulla né pure del De Musset. Non

direi parimente, nulla del Heine, perchè la posizione poetica, nelle

prime due parti almeno de' due canzonieri, si rassomiglia assai; e il

colpo di sole del Heine anche il Betteloni l'ha avuto, ed in pieno; ma

soltanto, parmi, del Heine dell'_Intermezzo lirico_ e del _Ritorno_. Se

non che a mano a mano la coloritura heiniana è assorbita o assimilata,

e il poeta italiano a forza di riflessione riesce solo sé stesso.

Perché una qualità notevole del Betteloni poeta è questa: che egli

non si ferma alla superficie, senso o sentimento che sia, come per lo

piú i nostri; e né meno si abbandona alle troppo comode volate della

_réverie_ e del _sehnsucht_ (vocaboli che non si possono tradurre in

italiano né pure a un di presso, tanto le affezioni che e' significano,

almeno nella sistematica convenzione moderna, sono aliene dalla nostra

natura); ma discende in sé stesso, e arriva a cogliere nella percezione

e nella coscienza le ragioni ultime e le variazioni e le forme intime

del fenomeno psicologico e fantastico; ragioni e forme che, idealizzate

nella riflessione artistica, di particolari che erano divengono

generali, e sono il nerbo della rappresentazione poetica: che se in

quel passaggio la caratteristica individuale del poeta non va perduta,

allora è il caso dell'originalità soggettiva. E questo è il caso del

Betteloni.

Il quale, per esempio, è il solo, credo, dei poeti odierni italiani,

che abbia osato mettere dentro i suoi versi il proprio nome e cognome.

Ma come bene! Fra l'altre una volta egli sogna, sogna soltanto, di

suonare alla porta del villino della donna amata e non amante: sogna di

trovarla come desidererebbe meglio; ma c'è il medico e il pievano, che

al vederlo battono le mani: Ecco il quarto, ecco il quarto per il _tre

sette_. E si giuoca. Ma il giuoco dovrà pur finire, ma gli importuni

se ne anderanno, ed egli rimarrà solo con lei. A un tratto s'abbuia, e

brontola il temporale. Il medico e il pievano si levano su per partire.

Egli duro. Ma la signora _in atto di tutta gentilezza e cortesia_ gli

dice:

O signor Betteloni, anch'ella presto

S'affretti a casa e pel cammin piú corto,

Ché per via non la colga un tempo tale.

Leggendo questi versi, altri me ne rifiorivano in mente, d'un

concittadino antico del Betteloni, di Catullo, che anch'egli amava di

mettere spesso e bene ne' suoi versi il suo nome:

Quaeso, inquit, mihi, mi Catulle, paulum

Istos; commode enim volo ad Serapim

Deferri. Minime, inquii puellae.

Questa è verità italiana.

Perchè, a dir vero, la verità di certi veristi sarà di qual paese

piaccia meglio ai lettori o all'autore, ma verità italiana non è di

certo: ora la verità, per esser verità vera, ha da essere anche locale,

e quella dei su lodati veristi di locale, cioè d'italiano, non ha

nulla, nè meno la lingua; ché lingua italiana non può chiamarsi quella

miseria di cento linfatiche parole con le quali quella povera gente si

arrapina a rattoppare gli sdruci delle sue versioni da qualche poeta

francese di terzo o quarto ordine. Ora il Betteloni non solo seppe

percepire il vero della vita odierna italiana con elezione d'artista,

ma lo seppe verseggiare con lingua varia abbastanza se non sempre

finissima, con stile sempre suo e spesso accurato.

Io dissi a dietro che nessuno fra noi aveva _cantato_, direbbe

un'accademico, io dirò _commemorato in poesia_, il primo amore con la

freschezza del Betteloni. Non mi disdico, pur ripensando alle terzine

del Leopardi: quella del Leopardi è passione speciale, in certe

condizioni, stupendamente sentita e resa; mentre il primo amore del

Betteloni è il caso generale, che tutti gli anni si rinnova, a cui

tutti, se non fummo ceppi o peggio, ci siamo trovati. Giudichino i

lettori.

Poi ti tenevo dietro piano piano,

Com'è costume dei novelli amanti,

Pur di scorgerti solo da lontano,

Senza parere agli occhi dei passanti:

E tu con atto cauto e sospettoso,

Per non mostrar che a me ponessi mente,

Volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso,

Ad or ad or, non molto di sovente;

Ma non molto di rado tuttavia,

Temendo pur che addietro io fossi troppo,

O non pigliassi a caso un'altra via,

O in qualche amico non facessi intoppo.

Quindi arrivata, ancor sul limitare

Il piede soffermavi un breve istante,

Là t'arrestavi a rapida guardare

S'io pur non ero tuttavia distante;

Poscia, fatte le scale in un momento,

Al terrazzo accorrendo t'affacciavi;

Io ti venivo innanzi, lento, lento,

Tu col sorriso allor mi salutavi.

È proprio cosí che erano fatte le nostre amanti, ahimè di venti e

piú anni fa! Salvo che noi allora eravamo o troppo classici o troppo

romantici, e, anche dato avessimo avuto la grazia e la naturalezza del

poeta veronese, non ci sarebbe mai passato per la testa che si potesse

in italiano far dei versi graziosi e naturali come i seguenti, mentre

pure le cose dette in quei versi le sentivamo, le vedevamo, le notavamo

anche noi. E sí che Catullo lo sapevamo quasi a mente; Catullo, che,

dove non è sporco o troppo alessandrino, poteva e può esser maestro

di poesia vera a noi e ad altri: tant'è vero che nulla di nuovo c'è

sotto il sole e in arte non c'è progresso: quello che il volgo scambia

per progresso è la modificata rinnovazione di certe fasi nei cicli

ritornanti.

E' fu in piazza di Santa Caterina

Ch'io d'amor le parlai la prima volta,

Era l'ora che il sole ornai declina,

Ora dolce e raccolta.

Cinto d'intorno è il loco d'alte piante

Dove a fatica si conduce il sole,

Dove l'aria s'infosca un'ora innante

Che in Lungarno non suole.

Or io che avea da qualche dí osservato

Com'ella per di là venia sovente,

Là per tre sere postomi in agguato,

L'incontrai finalmente.

Ella arrossisce e affretta il piè veloce,

Io me le accosto, me le faccio ai panni,

Pur me ne trema l'anima e la voce,

Oh vent'anni! oh vent'anni!

Parlare a lei! ma s'ella s'offendesse

D'uom che volger le ardisce la parola,

Se l'ale che nasconde ella schiudesse,

Nume che all'uom s'invola!

Roseo mister di grazia e di bellezza

Tutto sgomento innanzi a te son io,

M'avventuro all'impresa all'arditezza

Di trovarmi con Dio!

Ella pur non s'offende e porge ascolto;

Mentre parlo mi guarda, si dipinge

Di grazïosa meraviglia in volto,

Non conoscermi finge.

Cari quegli occhi intenti e menzogneri,

Mamma indarno a mentir sí ben v'apprese;

Occhi, mi sorrideste in atto ieri

Troppo, troppo cortese!

Io però tiro avanti; e piú coraggio

Piglio da ciò, che il piede ella rallenta,

Ch'ella alfin sosta, che quel mio linguaggio

La fa piú sempre attenta.

E davvero facondo allor mi faccio;

Tutto le dico il dolce sentimento

Ch'ella m'ispira, tutto, non le taccio

Nulla di quel che sento.

Ella stupisce e credermi non vuole;

Con interrotte voci esce talora;

Chinando il capo, delle mie parole

Il nettare assapora.

E il nastro del grembiule in man si prende,

Giocando se lo attorce al roseo dito,

Mentre il suo cor dalle mie labbra pende

Trepidante e smarrito.

Rileggendo questi versi, mi sento attorno come il triste profumo d'un

mazzetto di rose appassite in un cassetto di legno. Sono forse le

memorie che quest'alito di poesia veramente giovenile la risentire nel

cuore? Per non dare un tuffo nel sentimento, mi rifugio nella lingua;

rifugio e scampo antico a noi italiani dal pericolo di pensar vero

e di parlar sinceri. _Ora dolce e raccolta_, indovino che cosa vuol

dire, ma non giurerei che quelle parole lo dicessero chiaro e netto.

_Fare intoppo in uno_, temo sia una frase a rimembranza sbagliata: _dar

d'intoppo_ è di qualche classico, della lingua parlata è _intoppare_.

_Un'ora innante_, _indarno_, _poscia_, _ella sosta_, se oramai non

sono locuzioni accademiche, certo in quello stile non vanno; e il _pié

veloce_ è troppo eroico per una ragazzina. Di sí fatte mende nella

dizione del Betteloni ce n'è. Ma del resto la lingua sua poetica di

quanto è superiore per proprietà, e anche per certa ricchezza, a quel

gergo d'idioti cenciosi ed ebri che erutta spropositi nei cento mila

versi, piaghe settimanali di questa dolcissima _terra de' fiori e de'

carmi_. E la ragione è che la lingua il Betteloni l'ha studiata anche

nei classici e sui classici s'è anche educato un tantino lo stile.

Tant'è: la tradizione letteraria, in una poesia che comincia con

Dante, non si deve, né si potrebbe, anche volendo, interrompere: siate

rivoluzionari quanto volete, avrete, per quello che è verità e audacia

d'espressione, da imparar sempre qualche cosa da Dante, per esempio, e

dal Pulci, dinanzi alla cui luce le vostre frasi faranno l'effetto di

lumi a mano a mezzogiorno. Vero è che bisogna distinguere fra classici

e classici. Il Betteloni professa di avere appreso nel Poliziano e

nell'Ariosto _il lesto far disimpacciato e schietto_, e il Poliziano e

l'Ariosto erano designati dallo Zendrini fra gli antesignani della sua

idea di stile in poesia. La scelta non poteva esser migliore. Infatti

l'impasto di lingua che ci vuole per la poesia del vero, l'Italia

l'ebbe piú specialmente, salvo sempre le grandi eccezioni del trecento,

in quel tratto di tempo che va da Masaccio alla morte del Vinci, quando

la giovine arte del rinascimento s'informò tutta, o quasi tutta, al

vero umano: l'ebbe non pur nel Poliziano e nell'Ariosto, ma nel Pulci

nel Medici ne' minori autori di farse di ballate di rime popolari, ed

è, con pochissime differenze e non in peggio, quella stessa lingua un

cui rivoletto si credè scoprire con fastidioso spirito accademico nei

soli rispetti cosí detti del popolo toscano.

Altro e miglior esempio del valore lirico del Betteloni è la canzone

della crestaia e del sole, dove la fusione del reale col fantastico,

del sentimento umano e del panteistico senso della natura, del

linguaggio che discorre e della favella che canta, della frase che

colorisce e della strofe che vola, è riuscita in piccole proporzioni a

meraviglia.

La giovinetta presso

Dell'alta invetrïata

Siede cucendo, spesso

La maestra la guata,

E in soggezion la tiene;

Che se non fosse questo,

Il lavoro molesto

Non andrebbe assai bene.

Or primavera invade

Penetra tutte cose;

Passa dall'ampie strade

Nelle dimore ascose;

Anco nell'officina

Della fanciulla mia

Il Sol trova la via

Traverso la vetrina.

Balza a lei sul lavoro

Vispo e disturbatore

E con le dita d'oro

Picchia al suo giovin core;

Poscia lusinghe arcane

Comincia a bisbigliare:

Voglia di lavorare

Già piú a lei non rimane.

«Io sono il Sol di maggio,

Che a venire t'invito

A farmi, o bella, omaggio

Nel mio regno fiorito:

All'aperto io soggiorno

Sopra il colle vitato,

Sull'ondeggiante prato

D'erbe novelle adorno.

Vo per gli orti a diletto;

Sulle aiuole mi sdraio;

Serba a me l'augelletto

Il trillo suo piú gaio...

Non hai hai, bimba, un amante,

Che un giorno a me ti meni,

Ne' regni miei sereni,

Fra delizie cotante?»

— «Deh, mio leggiadro Sole,

Volentieri io verrei,

Ma la mamma non vôle;

L'amante ce l'avrei,

Ma il cuore me ne geme,

Star mi tocca a sedere,

Delle giornate intere,

A metter cenci insieme.

Dalle porte sovente

Esco, è vero, di festa;

Ma c'è allor troppa gente

Che i piú bei fior calpesta;

E un augellin non s'ode,

E non poss'io provare

A correre, a saltare,

Come il desío mi rode.

Ho voglia tutto un giorno,

Sia nel prato o sul colle,

Di scorrazzare intorno;

E poi nell'erba molle

D'avvoltolarmi alfine;

Far di belle cantate,

Far di belle risate,

Che non abbian piú fine.

E vorrei coglier fiori,

E farfalle inseguire,

E dell'acque i romori

Stare un poco a sentire;

Mangiar frutta e non manzo,

Di rosse fraghe un cesto,

E che ciliege il resto

Fosse del nostro pranzo.

Tanto io n'avrei desio

Che piú non trovo loco:

Vorrei l'amante mio

Farlo ammattire un poco;

Dove andar non pensasse

Ed io tosto avvïarmi,

E che i nidi a pigliarmi

Sui pini arrampicasse.» —

E dire che l'Aleardi, il quale pure era stato banditore ardente alle

prime poesie dello Zendrini, l'Aleardi si scandalizzò di questa roba e

piangeva sul figliuol prodigo. Se non che il poeta della crestaina avea

fatto, a dir vero, di peggio:

O bella, un dí t'ho vista

Entrar dal tabaccaio,

E anch'io facendo vista

Che m'occorresse un paio

Di sigari v'entrai;

Là per la prima volta ti parlai.

A questo punto non vi sto a dire che i Romei parrucchieri gli negarono

a dirittura il saluto. E le Giuliette, quando s'avvennero a leggere,

Si stava assai benino

Un tempo alla _Regina_,

Buona cucina,

Ottimo vino...

T'avrei del fritto scelti

I piú dolci pezzetti,

E per te i petti

Al pollo svelti...

buttarono il libro e ricorsero all'acqua di Colonia. Sfido io,

poverette! erano avvezze a una goccia di rugiada entro una foglia di

rosa per tutto pasto.

Io non dico, del resto, che coteste sieno le cose piú belle del

canzoniere del Betteloni, e non nego che in quel canzoniere ci siano

delle lungaggini prosaiche e certe interpolazioni non d'ottimo gusto,

e qualche bizzarria a freddo, e un po' d'esagerazione sistematica,

che, sia pur del naturale, offende l'arte. Ma a chi si dolesse di tali

difetti il Betteloni può, per rifargli la bocca, offrire sonetti come

questi:

Quassú nel lago nostro un'alga cresce

Che quanto ha lungo il gambo è in acqua immersa;

Solo con poche foglie in alto ell'esce;

Ma, se a luglio su questo il ciel non versa

Stilla di pioggia, in guisa tal le incresce,

Che a dissetarla tanta e cosí tersa

Onda che intorno ell'ha piú non riesce,

E langue e inaridisce e va sommersa.

Io sono in abbondanza d'ogni bene,

Ma sul mio cor stilla dal ciel non scende;

Ahi l'amor tuo, leggiadra, a me non viene!

Quindi langue lo spirto e mal contende

Al gorgo che lo affonda in basse arene...

E il fango immenso sovra me si stende.

—————

Quand'ella passa io tremo e m'abbandona

Ogni fermezza: un sibilo leggero

Mettono le sue vesti, il qual mi suona

Pur come scherno meritato e vero.

Quinci la fantasia fra sé ragiona

«O vaghe vesti cui s'affida intero

Il segreto gentil di sua persona,

Vesti cui non si cela alcun mistero,

Parte ditemi almen di questo arcano,

Soave arcano, ch'è fra voi nascosto

E dietro al qual la mente io sforzo invano.»

Ahi! non rispondon quelle, e con piú cura

Stringonsi al vago corpo, e di quel posto

Traggon partito e de la lor ventura.

Nel 75 il Betteloni pubblicò tradotto in ottava rima il piú bello

episodio del _Don Giovanni_ di Byron, l'Aidea. La scelta del

soggetto e del metro è già un indizio di ottimo gusto e un segno di

virtuoso ardimento. E qui gli soccorse in buon punto lo studio messo

nell'Ariosto; la cui elegante disinvoltura e la mirabile volubilità

io non dirò che il Betteloni abbia raggiunta, ché sarebbe troppo,

anche perché fra altre ragioni io non credo si possa con la lingua

d'oggi e nella poesia moderna raggiungere. Nè dirò che perfettissima

sia nell'_Aidea_ la dizione, che qualche neologismo, qualche durezza,

qualche ineleganza non si sarebbe potuta evitare. Ma dico senza dubbio

che questa del Betteloni è delle migliori versioni poetiche moderne,

ed è la miglior versione in ottava rima che abbia l'Italia, da quella

in poi della _Pulcella_ fatta dal Monti; che non è poco, chi ripensi

la maggior varietà e difficoltà del poema byroniano e la signorile

felicità del verseggiare di Vincenzo Monti.

Forse maggior fatica dee aver posto il Betteloni nella traduzione

dell'_Assuero_ di Roberto Hamerling, ch'ei diè nel 76: e certo in

quella foltezza quasi metallica di poesia descrittiva il verso sciolto

italiano, per vigorosa industria del traduttore, trionfa di nuovi

atteggiamenti a prova col giambico tedesco. Ma io non lo consiglierei

a mettere i suoi begli anni in quella sorta di lavori. Finisca il _Don

Giovanni_, e basta.

Ora il Betteloni si ripresenta all'Italia artista sul proprio con

questi _Nuovi Versi_. Io auguro al valente e modesto poeta dai lettori

intelligenti quella onesta attenzione e accoglienza, che le prime liete

prove, le fatiche poi durate nell'arte, e il rispetto all'arte, e la

serietà degl'intendimenti, e la matura originalità dell'ingegno, gli

promettono e gli meritano.

Nuovi versi · 第 4 / 80 题