AP. S'elle faccino invero ciò che elle fanno, ovvero paia che lo
faccino solamente con l'imaginazione? e donde è che qualche volta Dio
permetta, che quelle cose si faccino, e qualche volta non lo mostra
abbastanza la virtù della divina provvidenza, sempre giusta, e sempre
incognita.
FR. Ricorditi tu di Luciano Samosateno e di Lucio Madaurese?
AP. Certo sì, perocchè io ho letto qualche volta, e ho udito tre dì
fa, te che disputavi di questo, ma io dubito ch'elle siano finte, e
non fatte, quelle che in quel greco e in quell'asino latino sono
contenute.
FR. Così come io non dubito che ve ne siano di molte finte, ed anco
tutte (se ti piace), così tengo che elle non siano finte di non
niente. Imperocchè appresso di Varrone parimente e di Diomede si
trovano scritte le trasformazioni di Circe in uccelli, in bestie, ed
in lupi arcadici. Il nostro Agostino non stimò che tale occasione sia
presa da niente, narrando nell'ottavo e nel decimo libro della Città
di Dio, che a' suoi tempi ancora in Italia solevano farsi molte cose a
queste simili, che Apuleio accennò; ovvero che finse, affermando
nondimeno questo, che i demonj non fanno cosa alcuna di potenza
naturale, che non sia loro permessa da Dio onnipotente, i giudizj
occulti del quale sono assai: ingiusti nessuni. Laonde, se i demonj
fanno cosa alcuna tale, son detti quasi mutare la forma superficiale
delle cose, che son create da un solo e vero Dio, acciocchè paiano per
quella mutazione essere ciò che non sono, e riferisce al tutto ogni
cosa, o nello spirito imaginario, o nel demone che suppone una cosa
per un'altra. Imperocchè stima Agostino che lo spirito imaginario
dell'uomo, come che egli avesse presa effigie corporea di qualche
animale, appaia così essere egli a' sensi degli altri uomini; e così
anco pare l'uomo di essere a sè stesso, e così giudica, che i gesti di
quelli asini, e le cose fatte sotto spezie di cavallo che porti la
soma, e le dispute di filosofo che discorra le cose di Platone senza
corpo, e 'l negozio mutabile e vario de' lupi d'Arcadia, ed i versi
d'Ulisse, che trasformano i compagni d'Ulisse, debbino attribuirsi
allo spirito imaginario, al quale così paia, e la cerva essere
sopposta e messa dal demonio in cambio d'Ifigenia, e gli uccelli in
cambio de' compagni di Diomede.
DIC. Fronimo ha detto bene di mente d'Agostino, e molto brevemente e
con la verità, come io credo. Perchè si sa di concordia comune de'
teologi, che il senso dell'uomo, e lo spirito imaginario è sottoposto
alla potenza del demonio per sua natura; per essere sustanza più bassa
che non è quella, e separata da ogni materia e da ogni mole corporea.
Mostrossi anco per le storie, che narrano l'azioni ed i gesti di
coloro, che si elesseno vita solitaria negli eremi e ne' diserti,
essersi fatto per incanti che una donna paresse una cavalla, e questo
incanto esser stato guasto per mezzo de' preghi e delle orazioni di
Mario, uomo santissimo. Poteva il demonio maligno muovere il senso di
drento, e la imaginativa di molti, a' quali pareva loro questo, per
avere formata l'imagine nel senso interiore, che era tocca da quella
stessa illusione; ma non potè già commuovere quello di Macario, che
era armato della grazia divina. Così ingannava la vista degli altri il
velo dell'imagine di quell'uomo, che in Salamina di Cipri pareva un
asino, e non quella della donna maga, per il medicamento della quale
si sentiva turbare l'animo, e circondarsi dalla forma asinina, sotto
la quale stette tre anni a portare legne in cambio di giumente: dove
che poi aiutato dalla prudenza de' mercatanti genovesi, i quali
accorgendosi che questo asino s'inginocchiava agli usci delle chiese
per adorare, giudicarono non essere bestia, e procurarno di liberarlo
da quel malefizio, e fare punire la donna incantatrice. Per certo che
molte cose si posson fingere, e molte parere altrimenti che elle non
sono per inganno del demonio; e stando l'anima e 'l corpo nel medesimo
uomo si possono fare e travagliare molte cose. Ma si può bene
ingannare la vista degli uomini, e turbare il lume dello intelletto,
commovendosi la potenza imaginativa. Ma il corpo ancora può essere
portato per vari luoghi (come noi abbiamo detto), talchè ne segue, che
chi non esamina queste cose distintamente, facilmente s'inganni,
mentre che con dritto occhio non avvertiscono, e non considerano le
scritture, e non discernono quanta differenza sia fra quello che è
creato, e quel ch'esce dalla natura di qual cosa, quel che si fa del
tutto, quel che si fa della parte, quel che è simile al vero, quel che
mostra la sua, e quel che mostra la imagine d'altri. Nè con giuste
bilance esaminano la potenza de' demonj, nè ultimamente considerano i
giudizj di Dio, spesse volte occultissimi, ma sempre mai giustissimi.
FR. Ora mai, o Dicaste, il venire della notte c'invita, e persuade a
ritornare a casa. Perocchè, se non ti basta, Apistio, questa disputa,
non so veramente ciò che abbia a bastarti, conciossiacosachè tu abbi
potuto comprendere e per l'antiquità, e per le cose fatte a' nostri
tempi, questo giuoco non essere una favola vana, ma in essenza
antiquissimo, e nella maggior parte delle cose nuovo, mutato poi
secondo che è piaciuto al demonio. E muterassi forse ancora; tanta è
grande la sottigliezza dell'ingannare nell'antico persecutore degli
uomini. Ti ho mostrato che i circoli, gli unguenti, le parole magiche,
i viaggi per la regione dell'aria, gli amorosi congiungimenti de'
demonj si trovano così nei tempi nostri come in quelli degli eroi, e
che i demonj insino da principio della antiquità trovarno calunnie
contra l'umana generazione; avere con risposte schernito, ingannato
con la familiarità, con imagini e simulacri, e tentato tendere insidie
ad ogni età, e ad ogni sesso; falsamente essersi mostrati Dii, avere
dati agli uomini conviti mortiferi, ed avergli portati d'asino con le
ali, ed avere appetiti loro scelleratissimi congiungimenti. Ma perchè
io ti veggio essere male agevolmente andato con l'animo in diverse
regioni d'Italia, di Sicilia, di là dal mare Ionio, di là dall'Eusino,
e ove non t'ho io menato con le parole mie? ora in Africa, ora in
Asia, ed a' monti Iperborei, ritorneremo noi omai insieme a casa.
AP. Ritorneremo, imperocchè io sono satisfatto.