AP. Gli uomini da bene non si dilettono di bugie.
DIC. Se io ti produrrò testimonj quanti si siano quelli (e non manco
da bene), che hanno confermato, e con giuramento, che le streghe sono
portate al giuoco, e che i demonj sotto spezie di donne si sono
sottomessi agli uomini, e sotto spezie di uomini hanno auto a fare con
le donne: e quelli ancora che costretti con sagramento l'hanno
confessato, non crederai tu?
FR. Egli sarebbe cosa d'uomo senza vergogna e protervo, se tu non
cedessi.
AP. Per che cagione?
FR. Perchè quando molti si accordano insieme in concludere qualche
cosa, e affermanla tutti per una voce, non pare verisimile, che alcuno
di ragione possa contraddirgli, se già non fusse mosso per qualche
ragione di tanta efficacia, che avesse possanza di mandare a terra
l'opinione confermata dal comune parere, la qual ragione non credo già
che tu abbia.
AP. Questo tuo sillogismo arebbe qualche vigore, se non s'applicasse
alle cose che paiono sopra natura, ma a quelle che sogliono trattarsi
nell'uso comune degli uomini; e però non repugnai alla navigazione
dell'armata spagnuola, e repugno al giuoco di Diana.
FR. Molto più si potrebbe contraddire a quelli che narrano il viaggio
degl'Indi, che a quelli che spongono il giuoco della notturna Ecate.
Imperocchè quello non fu conosciuto dagli antichi in modo alcuno;
solamente si trovorno certi segni, per li quali dicono che già non so
che nave d'India venne al lito spagnuolo. Ora si naviga d'Europa in
India, per il mare d'Etiopia, e sono già descritti i porti, ed i liti
nelle carte da navigare. Oltra di questo, furno incognite agli antichi
isole di maravigliosa grandezza, che oggi son trovate; e quella terra
nuova si grande, trovata a' nostri giorni, della quale non ha parlato
mai nessuno. Chè se i filosofi, che si sono imaginati più mondi,
avesseno conosciuto che fusse _in rerum natura_, forse mossi da
questo, con più ragione parrebbe che fusseno impazzati. Certo che di
queste terre nuove non n'hanno parlato nè Strabone, nè Tolomeo, nè
quelli che son tenuti fabulosi, e delle streghe se ne fa menzione
chiaramente ne' libri degli antichi, e de' moderni.
AP. Io mi sento già già in un certo modo pender l'animo per piegare
nella opinione tua. Ma io udirei volentieri i testimonj che Dicaste
vuol produrre, e se alcuna altra ragione avesse fuor di quelle che ha
dette.
FR. Il dubitare è segno d'animo incostante, e che pieghi ora in qua,
ed ora in là. Imperocchè le cose che dicevamo innanzi, ti parevano, se
non vere, almeno assai verisimili, di poi contrastavi, e parevati anco
di ragione dover contrastare. Ora confessi che l'animo t'inclina a
venire nel nostro parere. Per le quali cose io raccolgo la tua
instabile opinione, se già non mi dessi ad intendere, che forse le
abbia dette per ironia, sendo tu assuefatto a quello scherzare che
usano i poeti, ovvero, pratico ne' dialoghi di Socrate, da' quali non
si può cavare mai un certo che di fermo e stabile, ovvero si cava con
gran difficultà.
AP. Io non fingo niente, nè giudico che mi bisogni teco usare ironia.
Ma non vorrei in cosa di tanto pregiudizio temerariamente cedere. Mi
pare molto meglio (pure che si faccia con modestia) andare dubitando,
e scoprire or di qua e di là, or a te, or a Dicasto (quasi come una
piaga al cirugico), la debolezza dell'ingegno mio, perchè (s'io mi
ricordo bene) è stato detto da un grande uomo, che in simili cose, le
quali pare che avanzino il comprendere nostro, si debbe ire passo
passo, acciocchè, se facendocene noi beffe, non si dica subito che noi
lo facciamo con fraude, o credendole al primo, non diamo nella rete, e
nella superstizione delle vecchierelle. Se bene io sono stato ambiguo
con l'animo, e che mi paresse cosa da dubitare, nondimeno non ho mai
ostinatamente contraddetto.
FR. Se tu sei di questo parere, di volere in questo seguitare
l'intelletto, e non la volontà, si può certamente sperare bene di te.
Ma osserva sempre in ogni cosa dove sia pericolo, e in questa
specialmente che noi disputiamo, che le passioni non precedino
l'intelletto. Sono bene alcuni, che negli studj e nelle scienze
guastano l'ordine, mandando prima quello che ha ire di poi; prima
determinando con la volontà quel che sia la verità, che l'abbiano
esaminato con il lume dell'intelletto.
AP. Io già desidero d'intendere quello che Dicasto abbia da dire in
questa cosa, il qual veggo che ritorna a noi. Se vorrà mantenere le
sue promesse, non possono essere se non cose eccellenti.
FR. Bisogna quietare la nostra fame, e poi si quieterà la tua sete, e
il tuo desiderio.
DIC. Il desinare è apparecchiato un pezzo fa, e abbiamo fatto tardi
col nostro disputare. Come noi aremo dato al corpo il suo bisogno per
ristorarlo di quel che continuamente perde e consuma, entreremo nella
disputa che ci resta.