CAPITOLO VI.

_Conquiste del Duca ROBERTO in Oriente: sua morte, seguita poco da poi

da quella di GREGORIO VII._

Mentre che Roberto impiegava con tanta utilità le sue armi in Italia in

servigio della Sede Appostolica; veniva dall'altra parte ricompensato

di molti successi felici, che l'illustre Boemondo suo figliuolo si

proccurava in Oriente. Questo valoroso Campione nell'istesso tempo che

suo padre ebbe la gloria di fugare in Roma l'Imperador d'Occidente,

venendo a battaglia con Alessio Comneno, ebbe anche la gloria di fugare

in Bulgaria l'Imperadore d'Oriente.

La novella ch'ebbe Roberto di questa vittoria riportata da Boemondo

sopra l'Imperadore Alessio, l'invogliò a passare di bel nuovo in

Oriente per compiere ciò che suo figliuolo, vi avea sì felicemente

incominciato. Egli dopo aver dati providi ordini a' suoi Ufficiali

per lo governo di questi Stati che lasciava in Italia, si mise in

mare con una flotta considerabile, portando seco l'altro figliuolo

Ruggiero, e molti altri Baroni principali; ed andò ad incontrare la

flotta dei Greci, che era di forze non inferiore alla sua, essendosi

unita a quella de' Veneziani infra l'isole di Corfù e di Cefalonia.

Si combattè con tanto valore, che i Greci invece di stargli a fronte,

si diedero alla fuga, e lasciarono la flotta de' Veneziani affatto

sola: allora i Normanni mandate a fondo molte galere, dissiparono

l'armata nemica, e facendovi più di duemila e cinquecento prigionieri,

trionfarono questa seconda volta de' loro nemici in Oriente[331]. Ma

per una grave corruzione d'aria accaduta in quell'orrido inverno, che

obbligò far riposare le sue truppe, s'attaccò nell'armata un'infermità

così contagiosa, che menò a morte più di diecimila persone, e la più

bella parte di quella: Boemondo ne fu sì violentemente attaccato,

che non si trovò altro rimedio, che di farlo ripassar in Italia per

prendere un'aria migliore: e vi è chi scrisse[332], che questa malattia

di Boemondo fosse stato effetto della malvagia volontà di Sigelgaita

sua madrigna, la quale avea risoluto farlo morire, temendo che questo

Principe non togliesse a Ruggiero suo proprio figliuolo, dopo la morte

del Duca, i Stati di Puglia e di Calabria. Non si sono trattenuti

ancora di dire, che Sigelgaita, essendosi scoverta tanta enormità

dal Duca suo marito, per sospetto che avea, che il Duca se ne fosse

vendicato, avesse disegnato ancora d'avvelenarlo, e che l'anno seguente

avendolo eseguito, se ne fosse fuggita col suo figliuolo Ruggiero, e

con gli altri Signori ch'erano del suo partito, per mettere in possesso

Ruggiero degli Stati d'Italia in pregiudizio di Boemondo. Checchè

ne sia (poichè gli Autori, che hanno scritto nel tempo, e nel paese

stesso, ove regnavano i Normanni, rapportano cose affatto contrarie

della Duchessa Sigelgaita) da poi che Boemondo fu partito, il Duca

inviò il suo secondogenito Ruggiero ad assediar Cefalonia, ch'erasi

poc'anzi da lui ribellata.

Ma ecco, mentre questo invitto Eroe era tutto intento a quell'impresa,

assalito il Duca nel mese di luglio da una febbre ardente fu costretto

per curarsene a ritirarsi in Casopoli, picciol castello posto nel

promontorio dell'isola di Corfù. Vi accorse immantenente Sigelgaita, ma

intanto l'ardore della febbre era divenuto sì violento, che ben tosto

nell'età sua di 60 anni lo privò di vita.

Sarà quest'anno 1085 sempre al Mondo memorando per l'infelice e

luttuosa morte di quest'Eroe, e di due altri gran personaggi d'Europa.

Fu infausto per i Normanni per la grave perdita di Roberto Guiscardo.

Fu luttuoso per la Chiesa di Roma per la morte del famoso Ildebrando.

E fu deplorabile per la Gran Brettagna per la perdita del celebre

Guglielmo il Conquistatore Duca di Normannia, e Re d'Inghilterra[333].

La morte di Roberto sparsa fra le truppe normanne in Oriente, pose

in tale costernazione l'armata, che non s'attendeva ad altro che a

piangerlo; onde Sigelgaita ed il suo figliuolo Ruggiero s'affrettarono

a portar il corpo del Duca in Italia. Giunti in Otranto, s'accorsero,

che già cominciava a putrefarsi, il che fece risolvergli a lasciar

in quella città il cuore e l'interiora, e dopo aver di bel nuovo

imbalsamato il resto del corpo, lo trasportarono in Venosa, luogo

della sepoltura degli altri Principi normanni. La città di Venosa,

secondo che rapporta Guglielmo Pugliese[334] (il quale qui termina i

cinque libri del suo Poema latino) non meno per li natali d'Orazio,

che per serbare le tombe di tanti illustri Capitani, deve andarne

altiera e superba sopra tutte l'altre città della Puglia. Quivi ancora

riposano oggi giorno le ceneri di questo Eroe, che meritamente lo

possiamo soprannominare il _Conquistatore_. Egli non ha dovuto che

al suo valore ed alla sua industria il vantaggio d'esser passato da

semplice Gentiluomo al numero de' Sovrani e d'un Sovrano il più temuto

d'Europa, capace non solo ad imprendere contro i Principi più potenti

del Mondo del suo tempo, ma ancora di vincergli, e di dar loro legge.

Le virtù sue e le sue perfezioni del corpo e dell'animo furono così

ammirabili, che i suoi più grandi inimici, come fu la Principessa

Anna Comnena, ancorchè secondo il solito fasto dei Greci parlasse

con disprezzo de' suoi natali, non è però che non l'attribuisca tutte

quelle eminenti qualità, che si richiedono por acquistare il titolo

di _Conquistatore_. E quantunque queste sue grandi azioni andassero

accompagnate da soverchia ambizione di dominare, che sovente l'obbligò

ad usar crudeltà e dissimulazioni, questi son soliti difetti, da' quali

niun Conquistatore al Mondo ne fu, o ne potè esser lontano. Del resto

egli colla sua pietà verso la religion cristiana, colli considerabili

ajuti che prestò alla Chiesa romana, colla munificenza che praticò

con molte Chiese, e singolarmente col monastero Cassinense, seppe ben

coprire appresso il volgo questi difetti, che per altra parte venivan

difesi appresso gli uomini di Mondo colle massime dell'umana politica.

Regnò Roberto sotto il nome di Conte di Puglia e di Calabria quattro

anni; sotto quello di Duca dodici; e quattordici sotto nome di Duca di

Puglia, Calabria, di Sicilia, e di Signor di Palermo. Visse in Italia

dal 1047 insino al 1085 anni trentanove; e lasciò da due mogli due

figliuoli maschi. Alcuni rapportano, che perchè tra' suoi figliuoli

non si disputasse della successione de' Stati che lasciava, avesse

nel suo testamento lasciata la Sicilia a Ruggiero suo fratello, della

quale già in vita ne l'avea investito con titolo di Conte. A Boemondo

suo primogenito tutto ciò che avea conquistato nell'Oriente. Ed al

secondogenito Ruggiero natogli da Sigelgaita il Ducato di Calabria, il

Principato di Salerno, e tutto ciò che possedeva in Italia. Rapportano

ancora, che intanto avesse trattato meglio il secondo figliuolo del

primo, così perchè nel far questo suo testamento si trovò presente

Sigelgaita, che proccurò gli avanzi di suo figliuolo, posponendo

il figliastro, come perch'essendo nato Boemondo dalla prima moglie,

ch'egli suppose non esser legittima, per esser sua parente, riputava

esser meglio nato Ruggiero, che Boemondo, e perciò antepose questi

a quello. Ma, o che non avesse egli fatto testamento, come alcuni

ne dubitano, o che questi suoi figliuoli non fossero contenti di

quello; Ruggiero e Boemondo pretendevano ugualmente di succedere, ed

ebbe ciascuno considerabili fazioni. Ma l'accortezza di Sigelgaita,

impegnando a favor del proprio figliuolo Ruggiero Conte di Sicilia

suo zio, fece che il partito di costui restasse il più forte; onde

succeduto al Ducato di Puglia e di Calabria, ed a tutti gli altri Stati

d'Italia conquistati da Guiscardo, cominciò egli ad amministrare queste

province[335]. Ed avendo in oltre Ruggiero Conte di Sicilia mantenuto

con esso lui più strette alleanze, che con Boemondo, per affezionarselo

di vantaggio, gli cedette ancora molte Piazze della Calabria, che il

Duca Guiscardo avea al Conte di Sicilia riserbate. Così dichiaratosi

manifestamente il Conte del partito di Ruggiero, in tutte le occasioni

s'affaticò di sostenerlo contro gli sforzi di Boemondo, il quale spesse

volte, ma sempre inutilmente, tentò di sturbare i suoi Stati.

Fu memorabile ancora quest'anno 1085 per la morte accaduta in Salerno

del famoso Ildebrando: morte per la Chiesa romana pur troppo luttuosa

e deplorabile. Ella perdette un Papa il più forte ed intrepido di

quanti mai ne fiorirono in tutti i secoli: egli non si curava punto

d'esporsi a' più evidenti pericoli, ove vi correva il rischio della

sua stima, e sovente della libertà, per difendere contro i maggiori

Re della Terra, e Monarchi del Mondo quelle prerogative e preminenze

ch'e' riputava appartenersi alla Sede Appostolica; e persuaso che

tutto ciò, ch'intraprendeva fosse appoggiato a fondamenti giustissimi,

rendevasi per ciò più animoso e forte sopra i Principi stessi. Egli fu

che alzando il suo pastorale sopra scettri e Corone, come se l'esser

Capo della Chiesa universale, portasse ancora con se esser Monarca del

Mondo, e Re de' Re, ed Imperadore degl'Imperadori, trattava i Principi

e gl'Imperadori stessi con tanto strapazzo ed alterigia, che non si

ritenne di scomunicargli, di deporgli da' loro Stati, trasferirgli in

altre Nazioni, e sciorre i vassalli dalla loro ubbidienza.

E mostrando esser persuaso di poterlo fare, nè moversi se non per

zelo di giustizia, e per difesa della Sede Appostolica, acquistò

appresso molti gran plauso di zelante e di pio, di uomo ripieno di

religione, giusto, dotto Canonista, e buon Teologo, e difensore

intrepido de' diritti e libertà ecclesiastiche. Alle quali cose

aggiungendo alcune altre virtù, delle quali era adorno, come d'una

vita austera, e d'indefessa applicazione agl'interessi di quella Sede,

d'un animo misericordioso verso i poveri, di prender la difesa degli

oppressi, e di proteggere gl'innocenti, acquistonne fama di Santo;

tanto che sebbene avesse di se lasciata presso alcuni Scrittori suoi

contemporanei fama diversa, dandogli alcuni il titolo di novatore,

d'ambizioso, di crudele, senza fede, altiero, di perturbatore de'

Regni e di province, d'autor di sedizioni, di morti e di crudeli

guerre, e d'aver voluto stabilire un dominio insoffribile nella

Chiesa, tanto sopra lo spirituale, quanto sopra il temporale; non sono

mancati però altri, secondo che le fazioni portavano, di averlo per un

Pontefice tutto zelo per il servizio di Dio, tutto saggio, tutto pio

e misericordioso: e che avendo con rara unione insieme accoppiato alla

santità de' costumi la fortezza e l'intrepidezza d'animo, sopra tutti i

Principi della terra, abbia trovato negli ultimi nostri tempi chi[336]

l'abbia dato il soprannome di Grande, non altrimente di ciò che fu

appellato Gregorio I, detto Magno. Ma niun altro più meglio, e più al

vivo ci diede il ritratto di questo Pontefice, quanto quel giudizioso

dipintore che lo dipinse nella Chiesa di S. Severino di Napoli.

Vedesi quivi l'immagine di questo Papa, tra le altre de' Pontefici

dell'Ordine di S. Benedetto, avere nella sinistra mano il pastorale

co' pesci, nella destra, alzata in atto di percotere, una terribile

scuriada, e sotto i piedi scettri e Corone imperiali e regali, in atto

di flagellargli. E dopo avere così mostrato essere stato Gregorio il

terrore, ed il flagello de' Principi, e calpestare scettri e Corone,

volendo ancora far vedere, che tutto ciò poteva ben accoppiarsi colla

santità e mondezza de' suoi costumi, sopra il suo capo scrisse in

lettere cubitali queste parole: _Sanctus Gregorius VII_.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3 · 第 30 / 56 题